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ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

 

Era il compleanno di Emanuele, un compleanno importante: dopo  una certa età tutti sono importanti ed ugualmente tristi perché valgono doppio: un anno in più ed uno in meno…

Emanuele aveva un unico fratello, Guglielmo, che viveva al nord, a quattrocento chilometri di distanza e, da quando il maggiore dei due si era trasferito, non avevano più festeggiato né compleanni, né Natale o altre feste comandate insieme.

Si vedevano, è vero, d’estate, quando Guglielmo si faceva ospitare per le vacanze, ma un compleanno è una ricorrenza importante, è anche il ricordo di tante festicciole fatte da bambini, da ragazzi, con mamma, papà, zii, amichetti.

Adesso, invece, c’erano i nipoti, un maschio e una femmina, figli di Emanuele, il maggiore, mentre suo fratello non si era mai sposato né, di conseguenza, aveva una propria discendenza.

Oltre ai figli di Emanuele e, di conseguenza, nipoti del fratello, c’erano quattro pronipoti dell’uno e nipoti dell’altro, di età variabile fra cinque e i quattordici anni.

Sorbirsi quattrocento chilometri, più altrettanti per il ritorno, era faticoso, per questo Guglielmo non aveva mai accettato gli inviti per le varie festività e occasioni, ma questa volta era stato lui a proporre, di nascosto, ai nipoti di organizzare una festa a sorpresa, vale a dire una cena in un ristorante, alla quale sarebbe comparso, all’improvviso, anch’egli.

Si era preparato, materialmente e spiritualmente, per settimane; anzitutto aveva acquistato un regalo per il fratello, poi altri per i quattro pronipoti e un paio di libri per i nipoti.

Poi, come usuale per il suo carattere ansioso, aveva cominciato a preparare armi e bagagli con un mese e mezzo di anticipo, inserendo a mano, a mano ciò che gli sarebbe servito e che era indispensabile portarsi appresso.

Cominciò, ovviamente, con un pigiama pulito e la biancheria intima di ricambio; poi aggiunse una felpa in più, perché può succedere di bagnarsi, macchiarsi, che faccia più freddo del previsto.

Ci ripensò: meglio una camicia pesante e un golfino, così se avesse avuto caldo o freddo avrebbe potuto adeguare il proprio abbigliamento.

Un paio di ciabatte ci voleva per forza:  con l’avanzare dell’età era aumentato in progressione geometrica il numero delle sue visite notturne in bagno e non era il caso di infilarsi ogni volta le scarpe.

Già, le scarpe: le previsioni del tempo lo davano incerto e variabile, con probabilità uguali di sole, pioggia, neve e allora meglio portare anche un paio di scarpe di ricambio.

Quando si è giovani si va alla ventura, ce ne si frega di piedi bagnati, di indumenti macchiati, ma l’età rende prudenti: dolori, problemi respiratori, dignità di chi, avendo perso con gli anni la gradevolezza esteriore, voleva almeno mantenere la dignità dell’abbigliamento.

Ecco, era più o meno pronto, c’era tutto… Tutto? Macchè: le medicine, quella per il cuore, per la prostata, per la digestione, per la pressione e gli analgesici.

Poteva mettere un paio di pillole per tipo in una scatoletta, ma poi come riconoscerle? Meglio le confezioni originali e complete.

Un’occasione come un festeggiamento meritava di essere ricordata, così prese la macchina fotografica col suo carica-batterie.

E non doveva scordarsi il caricatore anche per il telefono cellulare: quelli si scaricano sempre sul più bello.

Adesso sì c’era tutto… o quasi. Gli occhiali! Se si fossero rotti quelli che portava sarebbe stato praticamente da bastone bianco e cane guida! Così mise in valigia anche quelli vecchi, con in aggiunta quelli per leggere, visto che le vecchie lenti non erano multifocali.

Già che c’era prese anche i coprilenti da sole: vedi mai che il tempo fosse stato clemente e il sole è bello, ma a una certa età ti fa piangere gli occhi.

Ovviamente ogni paio aveva il suo porta occhiali rigido.

Basta! Tirò la cerniera, chiuse tutto e si ritenne soddisfatto… per un paio di giorni.

Certo che cinque ore di viaggio sono tante, allora meglio portarsi dietro un libro e anche il lettore Mp3 per il viaggio, ovviamente anche per quest’ultimo doveva portare il carica batterie, perché c’era anche il ritorno.

Adesso sì che era soddisfatto!

Attendeva quell’occasione come un bambino attende l’epifania: era curioso di vedere la faccia, soprattutto dei bambini, ai regali, era desideroso di rivedere tutti, quasi temendo che quella potesse essere l’ultima occasione.

Se l’avesse detto l’avrebbero preso in giro, ma loro non sanno cosa vuol dire vedere la propria vita accorciarsi come una sigaretta accesa.

Questa idea lo intristiva, ma del resto lui in occasione di tutte le festività era sempre stato triste, fin da ragazzino: le feste sono belle, ma poi c’è il giorno dopo, dove ci si rende conto che tutto il tempo di attesa, tutta la preparazione, sono durati un attimo ed ora è tutto finito e la festa lascia il posto alla noia e alla malinconia quotidiana di vivere.

Questo era lui, era così, forse per questo era rimasto sempre single e solo: la gente ha bisogno e voglia di allegria, non di tristezze.

Caspita! A momenti dimenticava: va bene la camicia di ricambio, ma se si fosse macchiato i pantaloni, o peggio se se li fosse strappati?

Ricordava, tanti anni prima, il primo giorno di un lavoro, una fiera di settore con un amico; era arrivato, come al solito suo, con largo anticipo, poi l’amico era venuto allo stand a chiamarlo per farsi aiutare a portare della merce.

Lui era uscito, aveva preso da terra due grosse borse e, nel rialzarsi, i pantaloni gli si erano aperti dal cavallo all’interno del ginocchio!

Aveva dovuto telefonare alla madre che gli portasse un ricambio e aveva sostituito i pantaloni lì, nel parcheggio, fra due macchine.

La stessa cosa, più o meno, era successa il giorno del diploma, al momento di uscire di casa, tipico della sua sfortuna, ma anche della sua ansia e goffaggine.

Allora riaprì tutto, mise quindi un paio di pantaloni di emergenza; poi, già che c’era c’infilò anche una copertina di pile: vedi mai che avesse fatto freddo e il fratello non avesse avuto abbastanza coperte…

Per non girare per casa in pigiama, il pudore è un’atra cosa che aumenta con l’età, prese anche il leggero accappatoio di microfibra, poi, finalmente, chiuse tutto; ah, no, l’apparecchietto per la pressione.

Ora sì!

Ma il giorno dopo gli venne in mente che doveva mangiare in treno, allora mise due tramezzini, una bottiglietta d’acqua, poi avrebbe aggiunto un piccolo thermos di caffé e poi la pancera e poi l’agenda e la rubrica e il rasoio e la schiuma da barba, il dopobarba e lo spazzolino da denti e poi, e poi…

 

* * *

 

Alla stazione lo attendeva una nipote col marito e il figlioletto più piccolo per mano; il treno era in perfetto orario, lui scese fra gli ultimi.

Quando Cristina, Massimiliano e il piccolo Giosuè lo videro comparire sulla banchina sudato e sbuffante coi due grossi trolley e la borsa a tracolla, scoppiarono a ridere: tre bagagli per due giorni scarsi! Guglielmo non se ne curò, non si offese: loro non sapevano, non potevano ancora capire cosa significa diventare vecchi.

 

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Pubblicato da su giugno 8, 2017 in Racconti

 

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L’ULTIMO GIORNO A KIPARISSIA

L’ULTIMO GIORNO A KIPARISSIA

Quando non si ha più null’altro, ci restano ancora i ricordi.

Era stato un brutto periodo: due anni tremendi; la malattia e la morte di mia madre solo dieci mesi prima e così da due anni non facevo una vacanza.

A fatica convinsi il mio miglior amico, Stefano, a fare quel viaggio insieme, un itinerario strambo: dapprima una puntata in Liguria a ricuperare delle cose che avevo lasciato lì durante l’ultima vacanza, poi una settimana in Toscana a casa di mia sorella, quindi una puntata a Pompei, poi l’imbarco pe rla Grecia e, al ritorno su, in Trentino, per vedere il lago di Resia, quello col campanile che vi spuntava nel mezzo a testimoniare il paese morto e sommerso che riposava là sotto.

Partimmo una mattina di metà luglio: malgrado la mia modesta Dyane 6, peraltro stracarica di bagagli, in due ore e mezza scarse arrivammo in Liguria; la sorella di uno zio acquisito, presso la quale avevo passato le estati, i Natali e le Pasque di oltre una decina di anni, ci aveva trovato una camera da una signora nel suo stesso condominio.

Quasi subito litigammo, io e Stefano, sì, perché vivere insieme ventiquattro ore al giorno, se non ci si è abituati, è una dura prova per chiunque.

Il giorno prima di quando avremmo lasciato il paese per spostarci più a sud, con l’inganno lo trascinai a fare una lunga passeggiata a mezza costa, fino a un promontorio, dalla cui sommità si vedeva solo mare azzurro e sole: se fosse stata una giornata di tramontana invernale, si sarebbe vista Genova alla nostra destra,La Speziaa sinistra e, forse,la Corsicadi fronte.

Nonostante la bellezza di quella veduta, eravamo ancora in tensione.

Al ritorno, quando eravamo già quasi in paese, sentii il mio amico urlare alle mie spalle: ”Ma dove hai gli occhi? Ti è passato un serpente a pochi centimetri dai piedi!”.

A parte che non ho gli occhi di dietro – gli risposi piccato e astioso – qui di serpenti non ce ne sono; chissà cos’hai visto… magari una lucertola”.

Lui non replicò, forse lo fece borbottando fra sé un “e già, io sono scemo…” ma la cosa finì lì.

Il giorno dopo partimmo: un’ora di autostrada ed giungemmo in Versilia.

Ci fermammo anche qui alcuni giorni, giusto il tempo di una nuova discussione quando in una retromarcia lui mi schiantò un parafango con relativo fanalino contro la casa dei vicini e poi se la prese con me, dicendo che lo innervosivo quando guidava.

Lasciammo anche la casa di mia sorella: giungemmo a Pompei, dove non chiudemmo occhio la notte a causa di un violento litigio fra il cuoco del campeggio dove avevamo preso un bungalow e il suo compagno more uxorio.

Poi, il giorno seguente, dopo decine di foto agli scavi, via per Brindisi: l’imbarco, la notte passata per terra, prima sul ponte, poi sulla moquette di un corridoio e, infine, l’arrivo a Igoumenitsa: finalmentela Grecia!

Vedemmo qualsiasi tipo di rovine: dalla medioevale Mistra col vento che fischiava e ci esaltava al pensiero di essere lì, a Epidauro col suo teatro, e Patrasso, Micene, Corinto e il suo stretto, poi Atene e l’acropoli e, ancora, Sparta e il Peloponneso.

A Kalamata dormimmo, per la prima e unica volta, in macchina: Stefano sul sedile posteriore, io davanti, con un vaso greco alto quasi quanto me abbracciato, perché non c’era altro posto e con il volante piantato nelle costole.

In fondo non fu molto peggio di quella camera con bagno che ci affittò una signora greca: un umido sotterraneo col pavimento in cemento, il tubo della doccia che usciva dal soffitto e nessun piatto su cui salire e fuori dalla porta un asino che ragliava, la capra che belava e un maiale che grugniva; però, al di là di un enorme cespuglio di fichi d’India, c’era quel mare azzurro, così diverso dai nostri e sprofondato verso l’infinito dell’orizzonte.

Sull’ultimo dito del Peloponneso, dopo aver forato uno pneumatico su una strada dove passavano sì e no tre auto al giorno e col cric che non teneva il peso della macchina stracarica, compensato però dal fatto di una spettacolare visita a grotte dai colori inaspettati, decidemmo di fermarci a fare una settimana di mare.

La spiaggia non era proprio da cartolina: era una distesa di alghe essiccate, ma il mare, se non altro, era pulito.

Il primo giorno giungemmo in spiaggia con pallone e frisbee, facemmo il bagno e dopo iniziammo a giocare a calcio con ragazzi di chissà dove, così, senza parole.

A metà della partita io ebbi la mia consueta tachicardia, mi fermai e mi sedetti a guardare gli altri col cuore che mi schizzava dal petto; accanto a me c’era un bambino riccio e biondo, bello come un putto rinascimentale: forse aveva otto o nove anni, forse più otto che nove; guardava la partita con le gambe incrociate e il mento sulle mani, col desiderio di giocare negli occhi.

Anni prima, a Natale, a Pasqua, quando andavo in Liguria, la mattina alle nove ero già in spiaggia ad aspettare gli amici; spesso, prima di loro, giungevano gruppi di altri ragazzi più giovani e cominciavano a giocare a pallone: io li guardavo con la stessa aria di quel bambino, aspettando che qualcuno mi dicesse: “Vuoi giocare?” ma io ero troppo grande e loro troppo egoisti, come sono tutti gli adolescenti, e non me lo chiedevano mai ed allora io guardavo loro con lo stesso sguardo che aveva adesso quel bambino.

La partita finì, il mio cuore matto si calmò, allora presi il pallone, andai da lui e gli chiesi se voleva giocare con me.

Gli chiesi… mi esprimevo per metà a gesti, come un sordomuto, per metà come un italiano deficiente di quelli che parlano agli stranieri coi verbi all’infinito, convinti che così sia più facile per loro capire.

Tu – gli feci cenno col dito – vuoi giocare?” gli feci capire indicando il pallone; lui spalancò gli occhioni marroni e si portò incredulo la mano al petto con un gesto che significava: “Io?”.

Entrambi agitammo la testa a dire sì, gesto internazionale.

A quei tempi, seppure studente universitario, già insegnavo e se lo facevo era perché amavo i bambini e la semplicità che presto avrebbero perso.

“Io – mi presentai, portando anch’io la mano al petto – Marco”. Lui mi sorrise: “Io Ieneo”, mi rispose con lo stesso gesto: mi ero fatto il primo e unico amico di quella vacanza, che forse nei nostri sogni prometteva ben altro e quel sorriso era un souvenir che a distanza di tanti anni porto con me; giocammo: io in porta, fatta con le classiche due ciabatte di gomma, lui a tirare; a volte mi esibivo in parate spettacolarmente scenografiche che lo stupivano e lo inducevano a muti cenni d’ammirazione, altre mi tuffavo, ma fingevo un tiro imparabile per farlo segnare: lui era felice e di riflesso anch’io.

Alla fine ci salutammo con un reciproco “Ciao”, vocabolo internazionale; non so neppure se fosse greco, tedesco o di chissà dove, ma non lo rividi più per il resto della settimana.

Il penultimo giorno prima di volgere nuovamente a nord, chiesi al mio compagno di viaggio se la mattina seguente sarebbe stato disposto ad alzarsi un po’ prima delle sue consuete undici, perché volevo andare oltre il promontorio a fare pesca subacquea almeno una volta.

Lui acconsentì di malavoglia ad alzarsi alle otto; giungemmo alla nuova spiaggia, dove c’erano diversi nudisti, che ci scioccarono e un po’ ci scandalizzarono: in quegli anni in Italia non ci si era abituati.

Su questa spiaggia si affacciava un camping e, mentre passavamo davanti al suo ingresso, ne uscì il mio piccolo amico straniero.

Mi guardò sorpreso e mi salutò con entusiasmo: “Ciao, Marco”.

Si ricordava il mio nome! Risposi con altrettanto entusiasmo“Ciao, Ieneo”.

Da allora non lo rividi mai più, ma ho scritto questo ricordo per lui, perchè alla fine, al di là di ruderi, chiese, templi o musei, il vero tesoro del viaggiare è quel tipo di rapporto umano che si riesce a instaurare con altre persone, di tutte le nazionalità, di tutte le età e culture.

Per tutto il giorno Stefano mi tenne il broncio perché lo aveva fatto alzare presto, ma non m’importava, io ero felice per aver rivisto il mio piccolo putto straniero.

Era l’ultimo giorno a Kiparissia, Peloponneso, ma non l’ultimo in Grecia.

Il giorno seguente partimmo; ci fermammo ancora ad Olimpia, poi proseguimmo di nuovo a nord ma, giunti a Patrasso, decidemmo di imbarcarci lì, stremati da tremila chilometri percorsi in venti giorni: ne avremmo risparmiati così altri duecento; pagammo una differenza ridicola e caricammo auto, armi e bagagli sul traghetto.

Ancora una notte in mare; questa volta andò meglio, perché invece della moquette trovai un divanetto in un corridoio su cui sdraiarmi per poche ore di sonno; la mattina seguente un inserviente mi fece alzare, dicendo che non potevo stare lì, ma mi ci aveva fatto stare, con comprensione, per tutta la notte.

Giungemmo a Brindisi, risalimmo lungo l’Adriatica: Cupra marittima, dove dormimmo, Rimini dove pranzammo, poi Rovigo, Trento, Bolzano, sempre più lontani dalla Grecia, dal piccolo Ieneo.

Giungemmo a Resia, col lago omonimo, Reschensee, e quello gemello del lago della Muta, col campanile che spuntava nel mezzo del primo.

Tre giorni a rimpinzarci di speck, polenta e uova, poi il ritorno passando dallo Stelvio, dove noi vestiti da turisti che venivano della Grecia, trovammo trenta centimetri di neve; Bormio, Milano, casa, dove mi attendeva una brutta sorpresa: il portone parato a lutto, perché era mancata un’anziana condomina che conoscevo da sempre e il giorno seguente ci sarebbe stato il funerale.

Andò meglio al mio amico Stefano che, quando giungemmo a casa sua per scaricare i suoi bagagli e il vaso gigante, vi trovò i genitori che erano appena arrivati dalla campagna per accoglierlo e ripartire con lui per la casa dei nonni.

Avevamo litigato, fatto la pace, vissuto emozioni comuni, ma ora la vacanza e l’estate erano finite, forse lo era anche il meglio della nostra amicizia, perché avevamo vissuto in quel mese il meglio delle emozioni comuni; il giorno seguente, per il funerale della signora Carmen, arrivò anche mio padre dalla Toscana: tutto ritornava al proprio posto, era l’inizio, anche se non ancora astronomico, dell’autunno, la fine dell’avventura, forse della giovinezza.

Di quei trentatrè giorni non ci rimanevano che poche cose: un po’ d’abbronzatura, alcune decine di fotografie, e poi a Stefano il vaso greco e a me il ricordo di quel piccolo amico rivisto per l’ultima volta nell’ultimo giorno a Kiparissia.

Non so se, a distanza di tanti anni Stefano, o sua mamma, abbiano ancora il vaso; io per parte mia, ho vivo il dolce ricordo di quel bambino straniero, del quale non ho mai saputo altro che il nome e che ancora non ho capito se fosse greco, tedesco, oppure…

* * *

Le persone viaggiano per stupirsi dei fiori, dei monti, dei fiumi, dei mari, delle stelle e poi passano accanto a se stesse senza provare meraviglia (S: Agostino).

 
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Pubblicato da su luglio 13, 2011 in Racconti

 

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