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LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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ULTIMO PIANO

ULTIMO PIANO

 

Gianfranco era un uomo piccolo e solo.

Entrambe le cose erano frutto del tempo: con gli anni tutti erano usciti dalla sua vita, famigliari, amici, anche solo i semplici conoscenti.

Alto, poi, non lo era mai stato, ma con gli anni, forse sotto il peso della vita e di tutto ciò che questa gli aveva portato, o meglio negato, sembrava che si fosse richiuso su se stesso.

Probabilmente aveva a che fare non con il suo animo, ma con la consunzione delle articolazioni date da una vita di lavoro.

Gianfranco, piccolo, solo e triste.

indexnnAbitava in una casa inversamente proporzionale a lui: mentre Gianfranco si rimpiccioliva, questa pareva diventare più grande, non fosse altro che per tutte le persone che ne erano uscite per sempre.

Ma pur così grande questa era ingombra di ricordi, di cose che mai l’uomo avrebbe buttate via oppure regalate, perché facevano parte di lui.

Una casa grande, probabilmente poco ordinata, data la mole di oggetti, libri, indumenti accumulatisi là dentro, sicuramente fredda.

L’appartamento era situato in un condominio che si avviava verso il secolo di vita, anche se nel tempo aveva subito numerose ristrutturazioni, che se non lo rendevano moderno o lussuoso, lo mostravano pretenzioso, come una vecchia nobile decaduta che mantiene l’eleganza nel vestire, nell’agghindarsi, nel truccarsi per nascondere le rughe e i segni dell’età.

Una palazzina borghese di quattro piani, nata senza ascensore, ma fortunatamente con un impianto di riscaldamento centralizzato che aveva visto il carbone, il gasolio ed ora funzionava a metano.

Eppure era insufficiente a scaldare l’appartamento dell’ultimo piano, così grande, così pieno di cose, ma vuoto di persone e d’amore.

Certo, gli appartamenti non sono così sensibili alle emozioni: era anche qui una questione pratica: sopra c’era solo un sottotetto gelato da cui il calore si disperdeva e poi tre lati dell’appartamento erano esposti ai venti, non appoggiati ad altre costruzioni, ed un lato era rivolto a nord ed anche questi contribuivano a disperdere il calore.

Ovviamente per le stesse motivazioni tanto era freddo d’inverno, tanto era rovente d’estate.

Fra le altre cose, i quattro piani a piedi, magari con le borse del supermercato o quelle di frutta e verdura del mercato settimanale, cominciavano a pesare a Gianfranco, contribuivano al suo rimpicciolirsi: forse prima di andarsene sarebbe stato risucchiato su se stesso.

Da quando, poi, l’uomo era in pensione, le giornate sembravano ancora più lunghe e pesanti da portare a conclusione.

Un po’ di televisione, ma non si può passare l’intera giornata seduti sulla poltrona sfondata a guardare programmi spesso insulsi; un po’ di lettura, ma anche in questo caso dopo un po’ i vecchi occhi stanchi di Gianfranco diventavano ancora più umidi e stanchi tanto da confondere la lettura delle parole.

Allora lui girava di stanza in stanza, come cercasse qualche cosa, forse i suoi anni migliori, se mai ce n’erano stati, per fare con loro conti e bilanci.

Se possibile usciva sul balcone, da cui si vedevano solo case e tetti fino a diventare insopportabili a guardarsi, oppure guardava indexdalla finestra sull’altro lato della casa: anche qui altre case, altri appartamenti, ma più vicini, molto, quasi intimi.

Incominciò, allora ad osservare meglio i vicini, gente con cui non aveva mai avuto contatti, della quale sapeva a mala pena il nome e neppure di tutti, gente che non aveva mai preso in considerazione, ma ora si rendeva conto che i pochi metri di distanza li rendevano quasi parte della sua vita.

Lui era più in alto, da lassù vedeva tutto e tutti, magari socchiudeva le persiane per non farsi sorprendere a guardare e spiare le vite degli altri.

Lui stesso, spesso, si rendeva conto di rubare qualcosa a quella gente, rubare la loro vita gelosamente racchiusa fra le mura della propria casa.

Al primo piano c’era una coppia di settantenni, rimasti soli dopo il matrimonio della figlia: litigavano spesso, urlavano, se lui lasciava i vetri socchiusi poteva ascoltare parola per parola le motivazioni di quei litigi, magari prendeva le parti di uno o dell’altra, a seconda delle motivazioni della discussione.

Sopra di loro stavano altri due coniugi, coetanei dei primi; anch’essi erano rimasti da soli dopo che i figli si erano fatti una famiglia e un’altra casa.

Loro, però, spesso avevano ospiti i figli a pranzo, magari la domenica, e a volte il nipotino rimaneva a dormire: lo capiva dal pigiamino o dalla sua biancheria stesi.

Quando non c’erano, le persiane chiuse lo testimoniavano, sapeva che andavano al mare, perché vedeva la signora che aveva preso un po’ di colore in viso e poi, nella stagione più calda, c’erano i teli da spiaggia stesi.

Un poco più a lato e sopra di questi, in realtà in un altro condominio, però confinante con quello, c’era gente più giovane: casa vecchia, gente vecchia, casa nuova, gente giovane.

Quelli di primo e secondo piano non li vedeva mai, anche perché i loro balconi erano ingombri di piante folte come foreste; li notava solo quando andavano in giardino a far giocare i bambini: li vedeva e li sentiva, sentiva il chiasso dei bambini che giocavano e le chiacchiere delle madri sedute a fumare e sorvegliarli… per modo di dire.

indexhhhAl terzo piano, invece, c’era una coppia con un bambino, ma il piccolo non c’era sempre: forse era figlio di uno solo dei due, verosimilmente separato, e il resto del tempo lo passava con l’altro genitore naturale.

Se era così doveva essere figlio dell’uomo, o sarebbe stato più tempo lì se fosse stata la donna la sua vera madre.

Questi avevano l’abitudine di girare nudi per casa, coppia e bambino, ed allora, quando li vedeva così svestiti Gianfranco chiudeva le persiane per non dare l’impressione del maniaco, oltre che del curioso impiccione.

Quando venivano le giornate di festa: Pasqua, Natale e così via, spesso sentiva le persone festeggiare, sedersi chiassosamente e felicemente a tavola insieme ed allora lui che era solo, ma li sentiva, li vedeva, si sentiva un po’ parte di quelle feste, un po’ di famiglia.

A volte erano in tanti da dover lasciare le finestre socchiuse per cambiare l’aria ed allora sentiva, o provava ad indovinare, i profumi della cucina, del cibo: inconfondibile l’arrosto, invitanti le lasagne, stuzzicanti i sughi.

Col tempo prese l’abitudine di stendere uno strofinaccio da cucina sulla libreria che aveva sotto la finestra della camera, apparecchiava l’angusto spazio, portava lì cibo e bevande, non certo ricercati e appetitosi come quelli dei suoi vicini, ma così pranzava in compagnia, era meno solo, meno triste.

Le loro vite erano diventate le sue, senza il loro permesso, come un ladro lui rubava la loro intimità sapeva dei loro peccati, lafinestrasul-cortileentrava nelle loro case, ma se non altro adesso non era più così solo.

Rubava le esistenze altrui per necessità, per sopravvivere, per sconfiggere la malinconia della solitudine.

Forse, se lo avessero saputo, l’avrebbero scacciato dalle loro vite, magari denunciato per furto, furto di vite altrui.

A volte lui stesso non sapeva più se chiamarsi Rossi, Bianchi, Calascibetta o Antonini: forse era un po’ tutto e un po’ niente, ma adesso aveva tante famiglie, anche se per loro lui era solo l’uomo senza nome dell’ultimo piano.

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Pubblicato da su agosto 21, 2016 in Racconti

 

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LA VITA E’ MERAVIGLIOSA

LA VITA È MERAVIGLIOSA

Fu il diciotto del mese di marzo che Luca Ojardi scoprì, per la prima volta, che la vita è meravigliosa.

Luca da tempo era rimasto da solo e a fargli compagnia, oramai, c’era soltanto la televisione, quella scatola di finto legno, oramai dalla forma un po’ antiquata, con le sue pubblicità, le telepromozioni, i litigi, veri o finti che fossero, fra giovanotti e ragazze che, pare, non avessero altro da fare nella vita che venire a sciorinare i loro panni, sporchicci, peraltro, davanti a uomo-maturo-che-si-rade-davanti-allo-specchio-63738962centinaia di migliaia di persone.

Luca la mattina si alzava, andava in bagno, senza alcuna fretta, si lavava, si radeva, si vestiva e poi, mentre si scaldava il caffé, accendeva la televisione che non avrebbe più spenta fino all’ora di andare a letto: anzi, tante volte si addormentava davanti alla sua unica compagna, la testa appoggiata sugli avambracci mentre dall’altra parte quella gente strana blaterava a nessuno.

Tutto sommato lui non si curava più di tanto di cosa trasmettessero, pur di sentire una voce che rompesse il monotono silenzio dello squallido monolocale dove il disordine e la sporcizia stavano piano, piano, vincendo la loro guerra privata e presto avrebbero alzato la loro bandiera sulla collina di piatti accumulati nel lavello; da tempo Luca non aveva più neppure la forza di opporsi alla loro avanzata.

Ogni tanto, più per abitudine che per altro, cambiava canale, non fosse altro che per controllare se le pile del telecomando funzionassero ancora.

Fu così che il giorno in questione capitò casualmente su un canale, che non sapeva neppure quale fosse, dove era in onda una trasmissione a carattere scientifico: quella era diversa dai tronisti litigiosi e dagli aspiranti ballerini, così prestò attenzione agli argomenti che vi si stavano trattando.
Se non altro sarebbe servito a distrarlo dai suoi pensieri, oramai sempre più frequenti e sempre più frequentemente neri, dai indexbilanci sulla sua vita, come era stata e come era diventata: squallida e piatta.

Il presentatore, sempre che quello fosse il termine che si usava ancora, aveva un’aria seria e professionale e gli fu subito simpatico; parlava di un accordo economico fra le nazioni occidentali, quasi un patto d’onore, che avrebbe scongiurato la povertà e la miseria e avrebbe, in questo modo, ridotto drasticamente anche i reati.

Lui, Luca, era stato prima partigiano e poi sindacalista, ma non di quelli che pensano solo la proprio tornaconto, imboscati pronti a riciclarsi e a vendersi al miglior offerente, bensì uno di quelli che aveva proposte tanto concrete da essere avversate un po’ da tutti: ora quelli avevano scoperto ciò che lui aveva sempre proposto, ma non era geloso o arrabbiato, solo soddisfatto che qualcosa, alla fine, si muovesse.

Poi il presentatore simpatico passò ad alto: ora si parlava di salute e delle nuove, recentissime scoperte che avevano finalmente sconfitto malattie prima ritenute incurabili.

A Luca s’inumidirono gli occhi: troppi dei suoi cari e dei suoi amici se n’erano andati prematuramente e ora c’erano, finalmente, le cure che per loro erano, però, oramai inutili.

Piangeva e sorrideva nel pensare a quanto dolore veniva evitato a molte persone.
partigianoScordò il disordine della sua casa, le difficoltà del suo vivere e tirare avanti, perché era riuscito a veder realizzato, prima di andarsene per sempre, ciò che aveva sognato e sperato per tutta una vita troppo rivolta agli altri per essere felice.

Ma la trasmissione condotta da quell’angelo in completo blu, non era ancora finita: c’erano altre meraviglie, si erano risolti, almeno in parte, grandi problemi sull’ambiente, sulla famiglia…
Già, la famiglia: anche lui ne aveva avuta una, ma si era dissolta da tempo insieme al suo idealismo anacronistico.

Lei se n’era andata coi loro due figli, stanca della sua mediocrità e lui non li aveva più rivisti, né loro lo avevano più cercato.

Luca pianse ancora: perché la gente non può essere felice per questo breve soggiorno sulla terra?
Perché tutti cercano di complicarsi la vita e di essere infelici, come quegli imbecilli che non facevano altro che litigare davanti ad una telecamera, ignorando quali sono i veri problemi esistenziali?

Se non altro nel suo dissidio con la sola donna che avesse mai amato, dissidio dovuto al suo pensare sempre agli altri, c’era stata una dignità, una totale riservatezza: mai un’alzata di voce, mai un insulto anche se poi il risultato era stato quello che era stato.

Il conduttore parlava ora di un terzo mondo che non era più tale, di gente che non aveva più bisogno di lasciare il proprio paese per sopravvivere, poi parlò di altre tecnologie nuove, di scoperte meravigliose, di mezzi di trasporto sicuri che non avrebbero più insanguinato le strade.

Proprio adesso doveva essere scoperto tutto ciò?abschied_von_gestern_N

Ora che lui non ne poteva più godere, ora che era troppo tardi, eppure sapere di lasciare un mondo migliore ai suoi nipoti che non aveva mai visti, ma anche a tutti gli altri bambini, i cittadini di domani, gli era di consolazione: aveva vissuto tanto, ma quegli ultimi attimi valevano tutti i suoi centosei anni e gli spiaceva un poco lasciare un mondo finalmente vivibile.

Gli scese un’ultima lacrima, l’ultima di tante, ma la prima di gioia nella sua vita, il cuore gli scoppiava di felicità, poi smise di scoppiare e anche di battere.

Nel lavello la pila di piatti sporchi crollò sotto il suo stesso peso.

Solo alla morte non si era trovato un rimedio.

Ma forse è meglio così.

pianto

 
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Pubblicato da su maggio 6, 2016 in Racconti

 

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BLATTE

BLATTE

E un giorno Lauro si accorse di essere rimasto solo, veramente, totalmente e inequivocabilmente solo; i suoi genitori erano morti, come è nella logica delle cose, data la sua e loro età; un po’ meno logico che sua moglie se ne fosse andata dall’oggi all’… oggi: lui era andato al lavoro ed al ritorno lei non c’era più, la camera era in disordine, i cassetti del comò e le ante dell’armadio aperte, i suoi vestiti migliori erano spariti, così come la grande Samsonite con le ruote color rosso lacca e nemmeno una parola, un biglietto, un messaggio.

Era rimasta la gatta, che, non essendo sterilizzata, al primo calore se n’era scappata sui tetti in cerca di felicità e non era più index777tornata; restava, in un angolo della cucina, la sua ciotola vuota, quella con le decalcomanie di gatto Silvestro su tutta la circonferenza.

Anche la sua salute sembrava averlo lasciato: ogni giorno nuovi acciacchi, ma forse anche questo rientrava nella biologia umana, come la morte dei genitori.

Lauro aveva un lavoro noioso, ripetitivo, mal pagato, ma che almeno gli consentiva di tirare avanti, di pagare l’affitto, le bollette, la spesa e le medicine e quasi null’altro; neppure la casa era sua: tre locali ingombri di ricordi, affitto bloccato, almeno per la parte ufficiale, che raddoppiava quasi con quella che doveva pagare in nero.

L’alloggio si era a mano, a mano degradato: avrebbe avuto bisogno di una ritinteggiata, di alcune manutenzioni alle persiane, agli infissi, di una pulita a fondo; lui faceva quello che poteva, compatibilmente con la voglia e la salute: faceva il bucato ogni quindici giorni, stirava tutto, dalle lenzuola alle calze e le mutande, spolverava… a volte, lavava i piatti più o meno ogni sera, ma ci sarebbe voluta comunque la mano di una donna, se non una moglie, almeno di una donna ad ore, che lavasse i pavimenti, riordinasse, pulisse i vetri che erano talmente sporchi da non avere bisogno di tendine per garantire la privacy.

Quando sotto il tavolo della cucina cominciava a formarsi un tappeto di briciole e lanugine, Lauro prendeva la scopa, radunava lo sporco, ma poi non lo raccoglieva, perché la sua schiena gli impediva di chinarsi con la paletta alzasporco, così spazzava la montagnola fino alla porta finestra che dava sul balconcino e cercava di buttare tutto fuori, dove il vento e gli uccelli avrebbero fatto sparire il tutto, ma c’era un gradino e anche i binari delle persiane che fermavano la gran parte dello sporco.

Certo avrebbe potuto comperare una paletta di quelle col manico lungo, così non ci sarebbe stato bisogno di chinarsi, ma era una di quelle spese che lui considerava superflue, rinunciabili e quindi andava avanti così.

Non si può dire che la sua casa fosse un immondezzaio, questo no, ma non era neppure una di quelle che si vedono nelle pubblicità dei detergenti igienizzanti per pavimenti.

Venne l’estate, la prima dopo che quella là se n’era andata (fra l’altro con metà del suo già modesto conto in banca), un’estate di sofferenza, da passare in città, con il caldo, l’umidità, le zanzare; ovviamente Lauro non possedeva né un condizionatore, né indexzanzariere alle finestre e detestava l’odore degli zampironi, oltre ad avere una vera fobia per gli insetticidi che considerava altamente cancerogeni e lui stava diventando sempre più ipocondriaco.

D’estate esplode la natura: i fiori, le piante, gli insetti e così una notte alzandosi per andare in bagno, all’accendere della luce vide uno scarafaggio, una schifosissima blatta che si allenava ai cento metri piani nella sua cucina.

Riuscì a schiacciarla, con ribrezzo, poi si strofinò la suola della ciabatta più volte contro il binario della persiana, quindi andò in bagno, orinò e infine ritornò a letto.

L’indomani il cadavere dell’insetto era ancora lì: sospirando Lauro prese da sotto il lavello della cucina la paletta, si chinò, ricevendo un ululato di sirena dalla sua schiena, lo raschiò dal pavimento e lo gettò dal balcone.

Questo si affacciava sul cortile di un altro palazzo, un palazzo demolito oramai da anni ed il cortile sembrava una giungla post – atomica, malata, con erbacce ingiallite che in alcuni punti sfioravano il metro d’altezza: case di periferia, case da poveri.

Appena la blatta toccò terra, da un cespuglio sbucò un ratto enorme che se la mangiò: Lauro a quella vista ebbe un rigurgito acido, che non si trasformò in un conato solo perché era a stomaco vuoto, poi prese il mocio e diede una passata al punto dove era stato spiaccicato l’immondo, quindi si preparò e andò al lavoro.

ratto-2Erano gli ultimi giorni prima dei suoi quindici di ferie da passare in città, in quell’appartamento maledetto, fra blatte e ratti carnivori.

Rientrò la sera, distrutto, mangiò un piatto di minestrone di due giorni prima freddo di frigo e poi andò direttamente a letto, tanto in televisione davano solo repliche, tirò indietro il lenzuolo e sotto c’era una blatta che scorazzava nel suo letto; la gettò a terra con la ciabatta, la uccise, quindi cambiò le lenzuola, ma non chiuse occhio tutta notte: se le sentiva camminare addosso, dappertutto, entrare ed uscire da tutti i suoi orifizi: naso, bocca, orecchie.

Al mattino gettò anche quel cadavere di scarafaggio dalla finestra e il solito ratto, o forse un suo famigliare, sbucò veloce a nutrirsene.

Quando quella notte Lauro si alzò alle urla della sua vescica e accese la luce, l’anticamera era invasa da almeno una dozzina di quelle schifezze innominabili; le inseguì con la scopa, le eliminò tutte, ma chissà quante altre si nascondevano negli angoli bui, dentro gli stipiti, nell’intercapedine della persiana, così il giorno seguente si risolse ad acquistare, a caro prezzo, un insetticida apposito che, ne era sicuro, gli avrebbe fatto venire il cancro e per di più puzzava di piscio di gatto.

Ma oramai era convinto che il danno fosse fatto, che almeno una blatta, forse la regina, gli si fosse infilata in corpo: la sentiva camminare, roderlo, sentiva il suo fegato divorato dall’insetto antropofago.

Il giorno seguente niente blatte, sterminate dallo spray cancerogeno, ma sopravviveva quella dentro di lui, solo che adesso si era news26832spostata nel rene sinistro, sentiva le fitte, e poi fu il turno del colon ad ospitarla e del collo, della spalla, del petto, vicino al cuore.

Erano fitte terribili, gli pareva di vedere le mandibole dello scarafaggio divorarlo dall’interno pezzo per pezzo.
Non ne poteva più, doveva combatterlo; disegnò malamente una figura di corpo umano sulla quale segnò con crocette i punti dove aveva individuato la bestia, poi le unì con una crocetta e esaminò il percorso: era sicuro che la prossima tappa sarebbe stato il suo polso sinistro e difatti il giorno appresso gli doleva talmente tanto da non riuscire a stringere il pugno.

Prese allora un taglierino affilato, lo disinfettò con l’ alcool, del quale poi se ne cosparse anche il polso, quindi strinse fra i denti un fazzoletto per non urlare e tagliò…

Dentro il polso così come in ogni parte dentro di lui, naturalmente, non c’era nulla, nessun insetto, o meglio qualcosa c’era: c’erano un grande vuoto e un grande dolore, quello che qualcuno chiama ipocondria con troppa faciloneria, ma c’erano anche vasi sanguigni e fra questi una vena importante che cominciò a sanguinare abbondantemente.

In fondo l’operazione era riuscita: con il sangue fluiva via tutto, anche il dolore; a terra si formava una pozza rosso scuro sempre più grande e a Lauro parve che da ogni angolo spuntassero schifosissime blatte a nutrirsi della sua vita che si andava coagulando a terra, ma forse era solo l’ultimo delirio, forse le blatte non c’erano mai state se non nella sua anima malata e ferita.

polso-tagliato

 
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Pubblicato da su aprile 12, 2016 in Racconti

 

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UN PRINCIPE PER AMICO

UN PRINCIPE PER AMICO

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L’amico del cuore di Mattia era un principe bellissimo, si chiamava Igor, aveva i capelli biondi come il grano maturo e gli occhi azzurri come il mare d’estate, ma a volte i capelli erano neri e gli occhi nocciola.
Poteva essere alto come un gigante o piccolo come Mattia, tanto lui lo aveva creato e dunque lui poteva decidere di giorno in giorno quale aspetto il suo amico dovesse avere durante i loro giochi

* * *

Pertanto questa corte decide che nella causa di separazione che Cristina Martini e Giorgio Santerni il di loro figlio Mattia di anni sei venga affidato ad entrambi i genitori a settimane alterne. Così è deciso e pertanto la causa è chiusa” aveva sentenziato il giudice che si credeva un Salomone e non capiva, evidentemente, nulla di bambini, del loro bisogno d’amore e che questi non sono valige sempre pronte a spostarsi da un luogo all’altro.
Un amore a settimane alterne non raddoppia, ma dimezza e poi mamma Cristina e papà Giorgio dovevano lavorare: una per indexmantenersi, l’altro per pagare gli alimenti e così lui, quando non era a scuola, era affidato a donne di servizio o baby sitter e quelle non avevano né tempo, né voglia di giocare con lui e di dargli amore: loro l’avevano già una famiglia con dei figli propri.

A scuola c’erano le maestre e loro un poco di bene gliene volevano, un po’ lo ascoltavano, ma oltre ai loro figli, a scuola avevano tanti altri bambini a cui dare retta e non potevano essere tutte per lui.

Ma per fortuna una sera era arrivato il principe Igor a giocare con lui, ad ascoltarlo, a consolarlo quando era triste, a dividere con lui i suoi giochi e i suoi momenti di felicità.

Mattia aveva un piccolo dilemma, il primo della sua giovane vita: doveva presentare Igor ai suoi genitori oppure tenerlo tutto per sé?

Mamma e papà l’avevano sempre riempito di raccomandazioni standard e distratte: non dare confidenza a sconosciuti, non accettare nulla da loro, quando ti fai un nuovo amico, faccelo conoscere, facci conoscere i suoi genitori.

Ma forse Igor era diverso: lui non era un estraneo, lui viveva con Mattia in entrambe le sue case; a volte era sì un po’ strambo: dormiva sotto il letto oppure in piedi dentro l’armadio a muro o gli compariva mentre era a gabinetto o stava facendo il bagno, mettendolo un po’ in imbarazzo, ma solo un po’, perché era il suo amico del cuore, l’unico che lo ascoltava e non era curioso, né pettegolo, ma forse mamma e papà non sarebbero stati d’accordo che lui avesse un amico che stava insieme a lui anche in quei momenti così intimi.

Chissà quanti anni aveva il principe Igor? Non glielo aveva mai chiesto: era grande, cioè piccolo più o meno come Mattia, ma era saggio, molto più di un principe di sei anni, soprattutto perché sapeva ascoltarlo senza stancarsi mai e comparire soprattutto nei momenti in cui Mattia era più triste, aveva più bisogno, impedendogli con la sua presenza di mettersi a piangere.

C’era sempre quel fatto dei genitori: essendo principe Igor doveva essere figlio di un re ed una regina, ma dove vivevano? Perché non si preoccupavano che il principino passasse le sue notti in un armadio o sotto un letto? E poi i re e le regine vivono nei

Mother together with the son. It kisses the son on a forehead. Probably it is ill.

Mother together with the son. It kisses the son on a forehead. Probably it is ill.

castelli, ma nella città dove stava Mattia di castelli non ce n’erano; forse il principe Igor era anche lui figlio di un re e una regina separati che non avevano troppo tempo per occuparsi di lui.

Mattia insegnò al principe tanti giochi ed altrettanti questi ne insegnò a lui: stavano proprio bene insieme, Mattia si riteneva fortunato ad aver un amico con il quale non litigava mai, non come i compagni di scuola sempre pronti a fare a botte: una volta Pietro gli aveva storto due dita solo perché era arrabbiato con Nicolò.

Se quello era un principe, Mattia si sentiva un cavaliere ed insieme compivano imprese mirabolanti.

Ma che vantaggio c’è ad aver un amico tanto simpatico e disponibile se non lo puoi presentare agli altri? Così Mattia decise di parlarne a Dorotea, la donna che faceva i mestieri a casa del padre, una donna grande e grossa, con un vocione da orco, che quando lui le parlò del principe proruppe in una grossa risata da scuotere i vetri e se ne andò a spicciare in un’altra stanza scuotendo la testa e continuando a ridere.

Quella fu l’unica volta che Mattia vide Igor triste: non si tratta così un principe, non si ride di lui.

Dai sei agli otto anni Mattia visse sballottato da una casa all’altra, trascinandosi dietro lo zainetto della scuola, la borsa dei suoi giochi preferiti ed il suo amico principe che lo seguiva su un bellissimo cavallo celeste con la criniera d’oro.

Poi qualcosa cambiò: sentiva i suoi genitori litigare al telefono, la mamma non sembrava contenta quando lui andava da lei, poi seppe che le era stato offerto un nuovo lavoro in un’altra città e che Mattia impediva il suo trasferimento; ne parlò anche con Igor che scosse la testa in modo severo, partecipando al suo dispiacere per quell’ennesimo rifiuto.

Spesso, quando era da papà, lui chiamava una ragazza a fargli compagnia la sera dopo cena, ma quella lo infilava a letto imagesminacciandolo di prenderlo a schiaffi se si fosse azzardato ad alzarsi e si sbatteva sul divano a guardare la televisione masticando chewing gum.

E poi ci fu un altro mutamento di situazione: spesso la sera veniva a casa di papà una signora bionda, bella e buona, che lo abbracciava, lo baciava, gli portava dei regali e a volte veniva a cena, a volte stava lì anche a dormire.

Poi, un giorno, andò con papà in macchina a casa di mamma a prendere tutte le sue cose, i vestiti, i giochi, i libri e lui rimase sempre a casa del padre, perché la mamma si trasferiva in un’altra città per il suo nuovo lavoro.

Anche la mamma, prima, quando Mattia era a casa sua, certe volte faceva venire un signore a mangiare e dormire, ma quello era antipatico, non lo abbracciava, neppure gli dava retta.

Quando andò a vivere definitivamente con papà Giorgio, anche la signora bionda venne ad abitare con loro:

“Ti posso chiamare mamma?” le chiese un giorno timidamente Mattia, perché un bambino di otto anni ha bisogno sì di un indexprincipe per amico, ma anche di una mamma; lei lo abbracciò, lo baciò e pianse: “Ma certo, amore mio: da oggi sarò la tua mamma”.

Sai, ti voglio dire un segreto – le sussurrò un giorno Mattia nell’orecchio: non che ci fosse qualcuno che li ascoltasse, ma i segreti si dicono sottovoce – io ho un amico principe, si chiama Igor”.

Lei non rise, non scosse la testa, sembrava interessata davvero: “Se vuoi te lo faccio conoscere, ma non puoi incontrare il re e la regina, perché quelli non li conosco neppure io”.

Oh, sì: ho sempre sognato di conoscere un vero principe!” gli rispose entusiasta la sua nuova mamma.

Mattia partì di gran carriera, girò tutta la casa, guardò nell’armadio e sotto il letto, dietro la tenda della doccia, ma Igor non c’eraindex44 più, se n’era andato, perché oramai Mattia non aveva più bisogno di lui, ora aveva finalmente una mamma ad ascoltarlo. Igor non c’era più, ma anche se c’era mamma – nuova e lui era finalmente felice, un po’ gli dispiacque: stava bene con lui, gli voleva bene.

A volte è dura diventare grandi se questo vuole dire perdere la fantasia.

 

 
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Pubblicato da su marzo 7, 2016 in Racconti

 

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MO’ VENE NATALE…

MO’ VENE NATALE…

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E arriva così anche quel giorno: di solito il 22 dicembre, l’ultimo prima delle vacanze di Natale.

www-buon-natale-amoreOsservo i miei alunni e questi hanno già negli occhi la festa, assaporano le dormite più lunghe al mattino, i più golosi pensano al pranzo natalizio, ma tutti indistintamente aspettano frementi i regali ed i giochi con gli amici.

Molti pensano che vedranno zii e cuginetti e nonni che, magari, vivono lontani; se non arrivasse in fretta la campanella dell’uscita non li terresti più fermi.

Guardo con tanta malinconia i loro sogni ad occhi aperti e ricordo i miei di Natali, e non parlo di molti anni fa.

Fino a quando c’era ancora mia mamma si iniziava per tempo a preparare l’albero, il presepe, i pacchetti infiocchettati, e poi alla vigilia arrivavano dalla Toscana i nipotini (ora sposati entrambi e con figli) e la sera si cenava a casa mia con loro, con mio fratello, con gli altri nipoti ed eravamo tanti, proprio come si deve essere a Natale, e dopo cena c’era lo scambio dei regali.

Poi, il giorno di Natale, andavamo tutti dalla suocera di mia sorella e si ripetevano il pranzo e lo scambio di regali-natale-emozione3nuovi doni, e poi, finite le interminabili portare e il panettone e il torrone, c’era anche la classica tombola.

Certo un modo poco alternativo di festeggiare la ricorrenza, ma così deve essere: poi ci si prende in giro per tutto ciò, ma in fondo siamo tutti troppo attaccati almeno a quest’ultima tradizione.

A Santo Stefano,  infine, c’era il terzo festeggiamento a casa di mia zia, in provincia di Bergamo, ed anche lì il pranzo, i doni e tanta gente vociante ed ebbra di gioia.

Si finiva quella tre giorni gonfi di cibo, stremati, ma felici: si sarebbe voluto che il tutto non finisse mai, che si ripetesse ogni giorno dell’anno.

Poi è morta la mamma, ma io ho cercato di mantenere la tradizione famigliare sobbarcandomi tutto da solo la dolce fatica del pranzo della vigilia e di parte di quello di Natale, nonché il compito di acquistare tutti i regali, ma c’era, almeno in me, un velo di tristezza in più, perché nulla poteva essere più come prima.

C’era sì ancora tanta gente a tavola, ma anche un posto vuoto.

Poi, come sapete, se n’è andato in silenzio e nel silenzio anche mio padre… e allora tutto è veramente finito.

91078_1100165_Cimitero_c_8818466_mediumI nipoti sono rimasti a festeggiare con le mogli e le loro famiglie, altri parenti sono mancati, comprese la zia di Bergamo e la suocera di mia sorella e il tavolino della sala sul quale troneggiava fino quasi a Pasqua l’albero addobbato di luci sfere e ghirlande, è vuoto da allora.

Così da tre anni il giorno di Natale sono solo; se il tempo, la salute e le forze lo permettono vado al cimitero del paesino dove sono tutti: mamma, papà, zia e zii e nonni e un cugino e là, nel silenzio di quel piccolo camposanto, rivivo per un attimo il Natale in famiglia, mi sembra quasi di sentire le risa, le chiacchiere, ma poi il silenzio, il freddo e la solitudine mi ripiombano addosso come un sudario.

E’ vero che ho più volte ricevuto inviti da conoscenti per il giorno e il pranzo di Natale, ma, credetemi, è peggio vedere le altre famiglie riunite, si sente maggiormente la mancanza di quelli che non ci sono più e il fatto di non avere vicina la propria.

Allora ci si dicono quelle frasi tipo: ”In fondo è un giorno come un altro”; canta Roberto Vecchioni: ”Non c’è giorno così lungo che non venga sera…”.

E’ vero, però è dura.

Perché ho confessato tutto questo? Non per me, lo sapete, ormai, che io non mi antepongo mai agli altri: non sono l’unico al mondo che passa dei Natali tristi e nostalgici, ci sono molti anziani, emarginati, immigrati o pranzo-di-natale_2emigrati nella mia situazione, anzi, peggio.

Allora vi prego, quando sarete a tavola a festeggiare, felici, inebriati dalla confusione, dedicate un secondo a pensare a chi è solo, a chi soffre di malinconia proprio in questo giorno che dovrebbe essere felice per tutti: sarà per loro e per me il più bel regalo di Natale, per alcuni forse il solo.

 

 
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Pubblicato da su dicembre 22, 2013 in Racconti

 

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IL BICCHIERE DI TE’

IL BICCHIERE DI TÈ

Mauro ricevette la telefonata alle nove di sera, mentre era sprofondato nella sua poltrona preferita  a vedersi un telefilm poliziesco: ”Buonasera professore, scusi per l’ora; mi ha dato il suo numero una conoscente, avrei bisogno di ripetizioni di inglese per mio figlio e mi hanno detto che lei è la persona adatta: è disponibile?”.

Seguì una serie di notizie pratiche tipo: la scuola del ragazzo, l’indirizzo di Mauro, il costo delle ripetizioni (molto modesto, peraltro), eccetera.

Era una voce, quella della donna, che non gli era piaciuta: una voce priva di emozioni, priva di sentimenti, priva… priva, insomma.

StudenteIl pomeriggio seguente all’ora stabilita si presentarono la donna che gli aveva telefonato la sera prima con il figlio che aveva bisogno di ripetizioni: ne aveva visti tante e tanti in tutti quegli anni di carriera che aveva alle spalle.

Gioele, il ragazzo, era alto per i suoi tredici anni, snello, con lunghi capelli lisci e lucenti come quelli delle pubblicità in televisione e profondi occhi neri: profondi e tristi.

Si capiva subito che era diverso, diverso ed emarginato: a breve l’uomo ne avrebbe avuto conferma, del resto tanti anni d’insegnamento ti abituano a capire le persone; psicologia militante, la definiva lui.

La madre, invece, Mauro la etichettò subito al primo sguardo, ma ne aveva già avuto sentore durante la telefonata della sera prima e questa era solo la conferma, come “un manico di scopa”.

Era una di quelle donne rigide fuori e dentro, senza praticamente labbra, con uno sguardo severo e per nulla dolce, il contrario, certamente della “bella, dolce, cara mammina” che cantavano nella pubblicità del miele in televisione tanti anni prima.

Per tutto il tempo, breve ma che a lui parve infinito, della loro conversazione, la donna non fece altro che denigrare il figlio, che ascoltava a testa bassa, probabilmente facendo uno sforzo sovraumano per trattenere le lacrime, definendolo un lazzarone, poco intelligente, croce della famiglia, fino ad alludere apertamente ai suoi diversi gusti sessuali: “Pensi che l’ho sorpreso un giorno, nudo, in camera sua che guardava delle riviste con uomini nudi e si toccava; ah, ma gliele abbiamo suonate quella volta, gliele abbiamo suonate così com’era, 20110417_violenza_minorinudo, gli abbiamo fatto passare la voglia di fare il pervertito sotto il nostro tetto. Credo abbia ancora le cicatrici delle cinghiate che gli abbiamo dato! Noi, io e suo padre, siamo persone rispettabili”.

Abbiamo: era un lavoro metodico e di gruppo, sospettava Mauro: la donna che ordinava e il marito che eseguiva tutto, compreso massacrare di botte il figlio solo perché era diverso dalle loro aspirazioni.

Questa volta una sola, singola lacrima sfuggì agli sforzi del ragazzino: certamente quelle sulla schiena non erano le uniche cicatrici permanenti che il giovane avrebbe portato per sempre.

La scopa vivente aveva detto il tutto con astio, ma quasi con soddisfazione, come se umiliare e picchiare a sangue un figlio fosse un piacere sublime e non un doloroso, anche se sbagliato, modo di educarlo.

Se non s’impegna, se non capisce – continuò la donna – scopa con quel suo fare acido e malevolo – lei lo picchi pure, l’autorizzo io, gliele suoni da santa ragione, perché ha saputo dare solo delusioni e dolori alla sua famiglia…”.

E lei, e la sua famiglia cosa avevano dato a lui? Si può alla sua età vivere senza amore, senza l’amore e la comprensione di una mamma? Per fortuna, alla fine, la donna se ne andò e lo lasciò solo con quel ragazzo spaventato, umiliato, infelice, diverso ed emarginato.

Sarebbe stato difficile ricostruirgli un’autostima, ridargli un morale, ma Mauro ci avrebbe provato, perché lui era così: missionario ad ogni costo, Don Chisciotte e paladino delle cause perse. Perse? Forse, ma giuste quello di sicuro.

Rimasti finalmente soli iniziò la lezione d’inglese: inizialmente a Gioele pareva dovesse, da un momento all’altro, cascare a terra la mandibola da tanto che il suo muso era lungo; era stato umiliato, svergognato davanti ad un estraneo, erano state messe a nudo le sue debolezze, le sue difficoltà, la sua palese diversità, della quale, peraltro, a Mauro non importava nulla.

gayInsegnava da anni, aveva avuto alunni di ogni razza e religione, vegetariani e onnivori, neri e gialli, atei ed ebrei, perché mai avrebbe dovuto sconvolgerlo il fatto che quel ragazzo triste preferisse la compagnia, magari la parvenza d’amore di una persona del proprio sesso?

Sovente chi non riceve amore in casa propria, se lo va a cercare altrove, un amore qualunque, di qualsiasi tipo esso sia, ma dubitava che il giovane ne avesse mai avuto né fra le mura domestiche, né fuori di esse, perlomeno non un amore vero, dato col cuore.

Contrariamente a quello che gli aveva detto la madre, il ragazzo era sveglio e intelligente e capiva e recepiva in fretta, bastava solo non spaventarlo più di quanto la vita e la famiglia avessero fatto fino ad allora.

Ad un certo punto Gioele tradusse una frase in modo perfetto e Mauro fece per mettergli una mano sulla spalla: a quel gesto il fanciullo scattò indietro e lo guardò con aria di terrore “Bravo – gli disse con calma e dolcezza l’uomo – non era facile e l’hai tradotta in modo perfetto!”.

Poi riallungò la mano e la pose prima sulla sua spalla e poi sul capo, per dargli una carezza; stavolta Gioele lo lasciò fare: aveva capito che non era un’aggressione quella dell’uomo, non le solite botte a cui era abituato a casa.

Prima che l’ora finisse il giovane riuscì perfino a fare un mezzo sorriso e a mormorare un “Grazie”  al suo insegnante e, forse, nuovo amico.

Mauro immaginò che anche a scuola la sua palese diversità fosse pretesto per umiliazioni e angherie dei compagni.

Tornò la volta seguente ed entrare in quella casa, con quella persona che non lo aggrediva mai né fisicamente, né col tono della voce, gli pareva come può sembrare ad un carcerato uscire di prigione.

Lì nessuno ce l’aveva con lui, nessuno lo sgridava, lo criticava, gli rinfacciava di essere quello che era e di non essere ciò che si voleva che lui fosse.

Oramai Gioele aveva preso un minimo di confidenza ed anche Mauro era più sciolto con lui: prima gli sembrava che ogni suo gesto, ogni sua parola potessero infrangere in mille pezzi quel ragazzino così fragile.

A metà lezione Mauro si girò verso il suo alunno e gli chiese: “Vuoi qualcosa da bere? Ho del tè freddo, se ti imagespiace”.

Gioele lo guardò incredulo, addirittura in un modo buffo, con gli occhi spalancati che sembravano quelli di un personaggio dei cartoni animati: “Vu… vuole offrirmi del tè?”.

“Sì, un bicchiere di tè, se lo vuoi: non è una cosa così strana; se hai sete, se hai fame, non hai che da chiederlo, qui sei come a casa tua”, poi si accorse della gaffe: no, lì doveva stare meglio che a casa sua e, infatti alle parole “casa tua” il fanciullo ebbe un piccolo sussulto, poi fece quel suo curioso accenno di sorriso e mormorò sottovoce “Grazie”.

Mauro si alzò, andò in cucina, prese un bicchiere, lo guardò: era pulito, ma macchiato di calcare, come tutto ciò che non si usa da troppo tempo; ne prese un altro, stessa cosa, allora aprì uno sportello della credenza e ne estrasse una pila di bicchieri di plastica colorata ancora sigillata: forse erano stati acquistati per una qualche festa, ma quale? Lì non era mai festa.

Gli seccava un po’ offrire da bere al ragazzo in un bicchiere di plastica, gli sembrava di emarginarlo ancora di più, che potesse pensare che lui era un qualcosa d’infetto che non poteva, dunque, accedere alle stoviglie comuni.

In settimana, al mercato, Mauro avrebbe comperato un bicchiere di vetro nuovo, senza macchie di calcare, ma per il momento…

Portò bicchiere e bottiglia, versò una dose di tè freddo al suo ospite e gli mise accanto la bottiglia: “Quando vuoi, serviti”, ma sapeva che non avrebbe mai preso autonomamente quell’iniziativa: forse era una trappola solo per poi punirlo.

È difficile cambiare le abitudini di chi ha subito troppo, oltre il meritato e l’immaginabile.

Anche quella lezione finì, Gioele ripose libri, quaderni e astuccio nello zaino, poi si girò verso Mauro con quel suo sguardo triste: “Posso tenere il bicchiere?” chiese.

“Vuoi tenere quel bicchiere di plastica? – gli domandò incredulo l’uomo- non so cosa te ne faccia, ma io lo butterei via, quindi se ti fa piacere portalo via”. Questa volta il sorriso del ragazzo fu più aperto: aveva ricevuto un dono!

Tornò e ritornò; poi, un giorno arrivò con la testa bassa: “Ho dimenticato di segnare i compiti; adesso mi punisce?”.

Era già pronto a sfilarsi la maglietta per ricevere le botte a cui era abituato.

Mauro si alzò, ma non prese né cinghia, né bacchette, né altro, bensì il telefono cordless: “Dai, svelto, telefona a un compagno o a una compagna e fatteli dare!”.

Gioele era incredulo: prese il diario, esaminò i pochi numeri di telefono che vi aveva segnato, poi lasciò cadere l’agenda sulla scrivania con scoramento: “Ho solo numeri di cellulari e quelli costano…”.

A volte quella remissività, quella mancanza di nerbo, infastidivano Mauro, ma era da capire: si mise a ridere “Oh, puoi capire, dopo sarò rovinato. Dai, fessacchiotto, muoviti e telefona”.

Telefonò, e poi bevve il tè dal bicchiere di vetro nuovo, nuovo che Mauro gli aveva comperato, ma che non era come quello di plastica della prima volta, perché le prime volte hanno tutto un altro significato.

Appena era arrivato a casa, facendo tutta la strada col bicchier in mano per non rovinarlo mettendolo nello zaino, l’aveva riposto sulla sua libreria; lì nessuno l’avrebbe toccato, perché lui era costretto a fare personalmente tutte le pulizie in camera sua: spazzare, spolverare, rifare il letto, lavare i vetri.

Quello era il suo talismano, il suo portafortuna: un regalo, un regalo che una persona gli aveva fatto senza chiedere nulla in cambio, un gesto che gli aveva fatto capire che anche uno come lui, uno diverso, può avere delle persone che lo amano senza chiedere nulla in cambio, che lo trattano da persona normale.

Le giornate di ripetizione scorrevano più o meno uguali, Gioele migliorava, anzi era proprio bravo; un giorno, orgoglioso, gli fece vedere la fotocopia di una verifica in cui aveva preso nove e mezzo, poi gliela regalò: in qualche modo aveva ricambiato il dono del bicchierino di plastica.

Un altro giorno arrivò nuovamente con quell’aria triste che Mauro gli aveva visto all’inizio del loro rapporto e quando l’uomo gli pose la mano sulla spalla Gioele fece una smorfia di dolore; di nuovo, pensò Mauro e fu assalito da un impeto di rabbia, sì, anche verso il ragazzo che accettava tutto così passivamente.

Poi gli sollevò la maglietta: i segni erano brutti, ma non sanguinavano; Mauro pensò che se una frustata era simile a una bruciatura, forse poteva andar bene una crema dopo sole, quella dell’estate prima.

Gli spalmò con delicatezza le spalle e la schiena, poi gli mise dei fazzolettini di carta a riparare la maglietta, che non avesse a sporcarsi di crema, che non desse adito a un pretesto per nuove botte.

imAllora, finalmente, fecero lezione d’inglese e Gioele parve meno sofferente, almeno nel corpo.

Cosa importano le botte, l’astio verso di me a casa, pensava il ragazzo: ora sono più forte, ora c’è chi pensa a me, adesso ho il mio portafortuna, il bicchiere di plastica”.

Mauro avrebbe voluto, un giorno o l’altro, prendere il fanciullo per le esili spalle, scuoterlo, parlargli, spiegargli la vita e come affrontarla, ma ne sarebbe stato capace? Lui come l’aveva vissuta la sua di vita, lui che si ritrovava a cinquant’anni solo, senza avere mai assaporato appieno il calore di un affetto, se non di un amore.

E poi sapeva che il ragazzo doveva arrivare da solo alla sua strada, che non voleva lezioni e consigli:

Due strade nel bosco trovai

E scelsi la meno battuta

Ed è per questo

Che sono diverso”

Diceva una poesia del poeta inglese Frost; la strada di Gioele non era solo la meno battuta, ma la più accidentata e lui l’aveva scelta, oppure gliela aveva indicata il destino, ma adesso doveva percorrerla da solo, senza una mano a condurlo: solo in questo modo avrebbe imparato a camminare attraverso gli ostacoli della vita.

Adesso a scuola Gioele era diventato uno dei più bravi e non solo in inglese, ma in tutto, perché aveva preso coscienza di sé e poi perché sulla libreria aveva quell’oggetto magico, quel dono.

Aveva anche imparato a rinchiudersi in camera sua a casa e a non fare nulla che desse motivo ai suoi per picchiarlo e infatti non successe più.

Aveva imparato a vivere da solo e con se stesso, solo un cruccio gli restava: a breve sarebbe finita la scuola e non avrebbe più rivisto l’unica persona che lo amava e che lui amava, ma anche questo aveva imparato: che se una persona ha un ricordo, se ha un oggetto apotropaico, se sa che da qualche parte c’è qualcuno che pensa a lui, non è mai solo e mai lo sarà.

L’ultima lezione fu uno strazio: entrambi avevano voglia di piangere, ma non lo volevano fare per non addolorare l’altro; poi la lezione finì, perché nella vita tutto finisce, anche la vita stessa, prima o poi lo fa.

Al momento dell’addio si abbracciarono stretti da non respirare e rimasero così a lungo.

Poi Mauro avvicinò le labbra all’orecchio di Gioele e gli disse quelle uniche parole che non gli aveva mai detto: “Non buttarti mai via, non scegliere un falso calore nelle persone: ama chi vuoi, uomo o donna, giovane o bacvecchio, ma  fallo per prima cosa col cuore”.

Va bene”  rispose Gioele, poi se ne andò.

Non si videro mai più; il ragazzo fece un istituto tecnico, si diplomò col massimo dei voti, trovò un lavoro e se ne andò a vivere da solo subito dopo la maturità.

Portò via poche cosa, del resto poche ne aveva, da quella casa fredda e inospitale, però portò con sé il suo bicchierino di plastica: quello lo avrebbe accompagnato e protetto per tutta la vita, come le ultime parole del suo maestro ed amico.

 
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Pubblicato da su febbraio 9, 2013 in Racconti

 

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