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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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MISTERO ALL’IDROSCALO

MISTERO ALL’IDROSCALO

 

Accanto all’aeroporto Forlanini di Linate era sorto, un tempo, l’Idroscalo: un progetto ambizioso, un bacino artificiale da usare, appunto,come scalo per idrovolanti ad uso turistico, ma il progetto non era mai decollato ed allora l’Idroscalo era rimasto, ma era diventato il cosiddetto “mare di Milano”.

All’idroscalo, dalla primavera alla fine dell’estate, le famiglie milanesi, soprattutto quelle che non possono permettersi una vacanza vera o anche solo un week end al mare o al lago, vanno a pescare, a fare il bagno, a prendere il sole, magari a far navigare modelli di barche radiocomandati, a far giocare i bambini e dare loro l’illusione di una vacanza al mare: ci sono anche sdraio ed ombrelloni.

Si può anche noleggiare canoe e kayak.

E poi ci sono le manifestazioni sportive tutte legate all’acqua; gare di motonautica o di canottaggio alle quali si può assistere dalle ampie tribune.

L’idroscalo è un bacino artificiale stretto e lungo; la sua estremità verso la città costeggia l’aeroporto e l’ultima parte è anche interdetta all’accesso e al passaggio, mentre quella opposta ha da un lato le tribune, appunto e dall’altro la spiaggia che poi prosegue con una riva alta paradiso dei pescatori che possono anche sperare in catture gigantesche.

La testa verso la periferia è adibita al noleggio imbarcazioni e al loro alaggio.

Alle spalle della spiaggia c’è, separato quasi totalmente dal bacino principale, il cosiddetto “laghetto delle vergini”, un bacino invaso da vegetazione dove vivono anche grossi lucci, che pare un posto selvaggio e fuori dalla realtà e dove, a dire il vero, molte vergini hanno perso la loro caratteristica, dato l’isolamento e le ampie possibilità di privacy e riservatezza date dalla fitta vegetazione e dalla scarsa accessibilità a molti punti del piccolo bacino idrico.

I pescatori che arrivavano presto devono fare un po’ di rumore per farsi sentire, per non cogliere in flagrante ragazzi e ragazze in piena estasi amorosa e spesso ritrovavano cose curiose: caschi da motociclista, borse, zaini, ma spesso anche mutandine femminili.

 

* * *

 

Il commissario capo della omicidi di Milano, Alfonso Grieco, era seduto alla propria scrivania, quella vecchia, di legno col pianale ricoperto in pelle, quella che si era andata a riprendere al deposito mobili usati del comune, litigandosela col custode il cui scopo era solo quello di alzare il valore della mancia, perché a lui quelle cose moderne in freddo metallo non piacevano: non avendo altri affetti lui si affezionava alle sue cose, agli oggetti che era solito usare da anni.

Stava lì a rimuginare sugli ultimi casi risolti, a sistemare vecchi rapporti mai consegnati (e che forse mai lo sarebbero stati), quando, senza bussare come faceva sempre, entrò nel suo ufficio l’ispettore Trentin, suo braccio destro e oramai quasi un figlio per lui, anche se riusciva quotidianamente a fargli saltare la mosca al naso: “Capo, un caso strano per noi”.

“Strano? E quando mai abbiamo avuto un caso normale, un bell’omicidio tradizionale? A noi toccano scheletri, mummie, manicomi, nani, le cose più insolite e bizzarre. Sentiamo: cos’è questa volta, un alieno morto ammazzato? Uno zombi? Un vampiro col paletto nel cuore?”.

“A dire il vero non si sa…”.

“Come non si sa? C’è stato un omicidio sì o no?”.

“Forse…”. A questo punto Grieco si era stancato di scherzare e di quel gioco: lui non era uno da frizzi e lazzi: “Senti, dimmi tutto in una volta e facciamola finita o tiriamo sera con questo giochino; dimmi cos’è successo e basta!”.

“Vede commissario, non c’è il cadavere”.

“E allora perché mai dovrebbe essere un omicidio?”.

“Perché è già arrivato sul posto il dottor Palermo e dalla quantità di sangue che c’è sostiene che difficilmente una persona che ne ha perso tanto possa essere sopravvissuta”.

Grieco sospirò: “Andiamo…”, anche se non sapeva bene a fare cosa, visto che non c’era un cadavere da vedere, c’era però da coordinare le squadre intervenute: oltre al patologo, sicuramente la scientifica del tenente Marchetti.

Nel cortile del commissariato Jovine attendeva con la macchina in moto.

Ci volle un po’ per giungere sul posto: l’Idroscalo non è stato proprio fatto nel centro di Milano, mentre il commissariato Fatebenefratelli, sì. Oltrepassate le tribune e la testa del bacino, prima del grande parcheggio della spiaggia e della zona dei pescatori, trovarono l’accesso al laghetto.

Parcheggiarono quasi accanto alla presunta auto della presunta vittima, una vecchissima Simca con lo sportello lato guida spalancato e le chiavi inserite nel cruscotto, e la portiera non era stata aperta dagli agenti intervenuti, ma era stata trovata così dall’anziano pescatore che aveva dato l’allarme. Il sedile del guidatore era imbrattato di sangue, tanto, effettivamente e una sottile scia di questo continuava fuori dalla vettura per un breve tratto, per poi perdersi nella terra battuta.

Fu il commissario, in quanto responsabile dell’indagine, a chiamare il centoquindici, i vigili del fuoco, che intervenissero con un gommone e una squadra di subacquei per ispezionare il laghetto.

Data però la fitta vegetazione delle sue acque, forse sarebbe stato necessario dragarlo, visto che il corpo, se ce n’era uno, avrebbe potuto essere trattenuto sul fondo dalle alghe e non c’era poi così tanta visibilità; nulla escludeva, peraltro, che il presunto cadavere fosse stato gettato nel bacino principale e dragare l’intero Idroscalo era impensabile.

Se non altro ebbero fortuna in una cosa: nel cassetto del cruscotto c’erano il libretto di circolazione e la patente di Matilde Carozza, quarantasei anni, residente a Milano in una zona centralissima: zona da milionari, eppure aveva quel catorcio di autonon più in produzione da decenni.

Mentre la scientifica completava i rilievi, mentre una pattuglia rimaneva ad aspettare i vigili del fuoco e mentre il medico legale se n’era andato per mancanza di… pazienti,  Grieco diede ordine a Jovine di dirigersi verso la casa della vittima, in una traversa di corso Venezia.

Bussarono a lungo, aspettandosi che ad aprire la porta fosse un domestico filippino in giacca a righine, invece venne ad aprire, in pigiama celeste, un assonnato padrone di casa, marito della presunta vittima; erano le undici e quarantacinque del mattino. “Il signor Carozza?” domandò il commissario, mostrando il tesserino. “Gelmetti: Carozza è mia moglie, ma che succede?” domandò stropicciandosi occhi e guance, come a scacciare gli ultimi residui di sonno. “Dovrebbe vestirsi e venire con noi: le spiegherò strada facendo” rispose il commissario; “Venire dove?”.  “All’Idroscalo”, fu la laconica risposta del poliziotto. Giunti per la seconda volta al laghetto delle vergini fu mostrata all’uomo la vettura, che riconobbe senza esitazione, anche perché probabilmente era l’ultimo esemplare di una specie oramai estinta da ere: “Sì, è l’auto di mia moglie e prima di lei di suo padre: per questo non se n’era mai voluta liberare, ma cosa è successo?”.

“Speravamo ce lo dicesse lei – rispose il commissario – noi abbiamo trovato l’auto così, aperta, piena di sangue e nessun corpo: lei cosa sa dirci degli spostamenti recenti di sua moglie?”. “Boh? Mia moglie faceva quello che le pareva senza dirmi nulla; usciva con uomini molto più giovani di lei che manteneva, visto che era lei la padrona di tutto: un capitale enorme ereditato assieme alla Simca dal padre.  Andava, veniva, non mi diceva nulla. Voleva il divorzio, ma io questa soddisfazione non gliela volevo dare”. “Si rende conto che così dicendo lei attira i sospetti su se stesso? Glielo devo chiedere: ha un alibi per ieri sera e questa notte?”. “Dormivo, da solo, io. Non so perché ieri alle sei dopo aver preso un tè con Matilde mi è preso un sonno da non tenere gli occhi aperti. Sono andato a letto e mi avete svegliato voi stamattina”. “Quindi niente alibi?” lo incalzò il commissario. “Se la vuole mettere così, no: niente alibi. Che fa, mi arresta?”. “Per ora non ho elementi, a dire il vero nemmeno un reato, ma si tenga a disposizione e non lasci la città”. “E dove vuole che vada? I conti, le carte di credito, tutto è intestato a lei, compresi alcuni conti ai caraibi. Non ho una lira, spero solo che come marito di una donna ricca ci sia chi mi fa credito, altrimenti posso andare a sedermi fuori dal Duomo con il cappello in mano”.

I tre poliziotti riaccompagnarono il per nulla inconsolabile né preoccupato, se non per i soldi, vedovo, o presunto tale, a casa e poi fecero ritorno in ufficio, ma al commissario ronzava un’idea per la testa. Appena posate le natiche sulla sua sedia imbottita di pelle e tarli, Grieco fece una telefonata al dottor Palermo e si mise pazientemente ad aspettare una risposta; nel frattempo Trentin si adoperava nelle sue ricerche al computer sulla coppia.

Il giorno seguente il commissario ebbe delle importanti risposte, che andavano un po’ a smontare il suo castello d’ipotesi: vero che il marito non aveva nessuna firma sui conti, ma c’era una sostanziosa assicurazione sulla vita della moglie, non valida in caso di suicidio o omicidio da parte del beneficiario, ma comunque ci voleva un cadavere o una dichiarazione di morte presunta, roba lunga, anni.

Il dottor Palermo, invece gli comunicò che il sangue era fresco, non conservato, quindi non poteva essere come aveva ipotizzato Grieco che la donna avesse inscenato la propria morte con sacche del proprio sangue messe da parte, ma c’era un però: la donna era affetta da epatite C e questa provoca violente epistassi con copiosa emissione di sangue: si chiudeva un portone, ma rimaneva aperto un lucernario.

Nei giorni seguenti ci fu una discreta sorveglianza sul signor Gelmetti: in effetti stava seminando debiti come Pollicino le molliche di pane e stava chiedendo prestiti un po’ a destra e manca, non a banche o finanziarie, perché neppure metà casa era sua; la signora Carozza doveva essere una vera strega ed aveva fatto una preventiva separazione dei beni, che significava a lei tutto e al consorte nulla.

Del resto lui non si era mai premurato di lavorare in vita sua, faceva il principe consorte mantenuto ed ora se si ritrovava col deretano per terra un po’ se l’era cercata. Era da vedersi chi gli avrebbe fatto prestiti a lungo termine, anche perché, casa a parte, i conti erano perfino più vuoti di quello del commissario: evidentemente l’uomo aveva ragione sul capitale in paradio, anzi in paradisi, fiscali, nella fattispecie.

Subacquei e dragaggio del laghetto non avevano dato alcun risultato, a parte il ritrovamento di un paio di scarpe, riconosciute come quelle della scomparsa ed un’incazzatura degli ambientalisti per il disturbo arrecato a piante acquatiche e pesci.

Non aveva importanza: Grieco, che stavolta non poteva essere supportato dalla scientifica, aveva quella sua idea da seguire e in tal senso diede ordine al fido Trentin di effettuare ricerche.

Un taxista di piazzale Susa riconobbe la donna: probabilmente fino a lì era andata facendo l’autostop; la signora Carozza in Gelmetti non era poi così giovane ed avvenente da temere molestie.

All’indirizzo dove era stata portata risultava abitare un personal trainer, guarda caso, impiegato nella palestra frequentata dalla donna e, riguarda caso, sparito dal mattino del rinvenimento della vettura imbrattata di sangue.

Un altro taxista, però, ricordò di aver portato una coppia senza bagaglio alle partenze internazionali dell’aeroporto di Malpensa, dal quale risultavano partiti per il Venezuela e poi per Isla Margarita una coppia di passeggeri con prenotazione da oltre un mese: i signori Liberati, omen nomen…

Grieco pensò con una punta d’invidia agli amanti in quel paradiso caraibico, intenti a bere cocktail colorati, curare l’epatite della donna e rimpiangere solo una vecchia vettura ora in odore di demolizione.

Il presunto vedovo decaduto aveva subaffittato alcune stanze della casa a studenti, pur di sopravvivere fino alla dichiarazione di morte presunta e all’incasso dell’assicurazione, che sarebbe bastata a mala pena a coprire i debiti.

Ecco, forse il piano perfetto della presunta defunta aveva solo quella pecca: non era riuscita a fare incriminare il marito che alla lunga si sarebbe goduto almeno la vendita della casa: corso Venezia voleva dire qualche milione di euro.

Prove non ce n’erano, il caso sarebbe stato archiviato: nessun cadavere, nessun reato e dopo un po’sarebbe stato dimenticato, ma se non altro Grieco aveva visto per la prima volta l’idroscalo e il laghetto delle Vergini.

 

 
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Pubblicato da su marzo 30, 2017 in Racconti

 

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IL BAMBINO FANTASTICO

IL BAMBINO FANTASTICO

Simone era un bambino fantastico e non solo per la sua simpatia e vivacità, ma anche e soprattutto nel senso che viveva in un mondo di fantasia tutto suo, dove la realtà e la fiaba si mescolavano in un insieme spesso difficile da distinguere e separare.

catturaPer lui i film, le storie dei suoi libri, i suoi strani personaggi erano veri, reali, non creati dalla sua immaginazione di bambino.
Il piccolo Simone non era ancora in età scolare, ma già dimostrava una parlantina, una fantasia e una proprietà di linguaggio da vendere.
Era nato tardi e quindi dopo di lui non erano venuti fratellini o sorelline, pertanto viveva come un principino, non sottovalutando il fatto che i suoi genitori erano abbienti e come figlio unico di una coppia non più giovanissima, aveva tutto il necessario, il superfluo e anche di più…
…tranne forse degli amici.

Mamma lo teneva forse un po’ troppo nella bambagia, come spesso avviene per i figli unici, ma di certo i “bambini di strada” nostrani sono più liberi e più felici, anche se si sbucciano le ginocchia e magari fanno a botte e a sera arrivano a casa lerci da far paura e magari con una crosta di sangue rappreso sotto il naso.
Simone no, era sempre impeccabile, lui, pulito, senza un segno, ma senza slanci, ma era un bambino pure lui, con gli stessi istinti dei bambini, ed allora si creava da sé gli amici che non aveva, solo che non erano il solito amico immaginario, ma un esercito di nani, gnomi, troll, giganti, elfi e quant’altro ed era lui che li comandava, o meglio li guidava.

Era assolutamente necessario quel piccolo esercito: gli serviva per combattere quegli altri, i mostri, i vampiri, gli zombi, le streghe, i dinosauri carnivori; sui draghi, invece, era incerto: non aveva ancora capito se erano buoni o cattivi, per cui ancora non arloli aveva inseriti nei suoi giochi, nel suo mondo, nelle sue fantasticherie ad occhi aperti.

Poi, a sera, raccontava a mamma e papà delle avventure quotidiane e lo faceva come se queste fossero state reali.

Il fatto è che le raccontava anche ai compagni dell’asilo ed alcuni di loro dopo un po’ si allontanavano spaventati, altri lo prendevano in giro e comunque tutti lo lasciavano da solo, solo coi suoi personaggi fantastici pur se un poco mischiati per genere e tradizioni.

Simone viveva in una cittadina dove spesso i cognomi si ripetono numerosi anche fra persone che non hanno alcun rapporto di parentela fra loro, così il caso volle che lui portasse lo stesso cognome e nome e fosse nato lo stesso giorno, mese ed anno di un bambino non solo benestante, ma ricco, figlio di una delle famiglie più ricche della cittadina e forse dell’intera regione e che il padre di Simone e il padre milionario fossero essi stessi omonimi.

* * *

Erano molti anni, oramai, che i rapimenti a scopo di riscatto non erano più in voga, ma quella banda di sbandati, reputando troppo difficili per loro perfino altri tipi di crimini, decisero un sequestro.
Fra l’altro così non avrebbero pestato i piedi alle organizzazioni criminali dedite allo spaccio, alle rapine dei portavalori e altre amenità simili.

Certo un sequestro di persona non è una bazzecola, va pianificato, organizzato pensato per bene, ma tutto ciò era decisamente al di sopra delle loro capacità; erano in tre, più la donna di uno di loro che avrebbe fatto da carceriera. Quando avevano deciso il imagesrapimento non avevano neppure preso informazioni economiche sulla famiglia e quando si riunirono per decidere il riscatto da chiedere a momenti vennero alle mani: erano passati da una cifra che non avrebbe neppure coperto le spese, ad una pari al bilancio di un piccolo stato.

Poi trovarono l’intesa, ma non avevano ancora deciso il bersaglio: un imprenditore? E poi chi avrebbe pagato se le firme le aveva solo lui? La moglie? E se il marito fosse stato lieto di liberarsene?

Un bambino, un bambino andava bene: non si sanno difendere, sono facili da trasportare, sono poco affidabili nel descrivere le persone anche se, comunque, avrebbero indossato tutti dei passamontagna.

Leggendo la cronaca locale sui giornali avevano scoperto di quella famiglia straricca con un unico figlio piccolo di nome Simone; la loro documentazione consistette nel cercare l’indirizzo sull’elenco telefonico, trascurando il fatto che i ricchi tengono alla privacy, così trovarono l’indirizzo della famiglia dell’altro Simone, quello non così ricco da valere un sequestro.

* * *

Simone era nel cortile dell’asilo alla guida di un esercito di troll intenti a scacciare un mostro… indefinibile, oltre l’immaginazione della maggior parte delle persone, oltre l’iconografia di tutti i mostri conosciuti e quegli uomini lo chiamarono, gli dissero di andare con loro, ma lui li vide con la stessa faccia del mostro inseguito dai troll e dai nani e corse a dirlo alla maestra, ma questa, conoscendo la sua fantasia, gli fece una carezza e non gli credette.dung
Alla sera lo raccontò alla mamma e al papà: “Oggi c’erano dei mostri che mi volevano rubare, ma i troll mi hanno difeso”. Anche mamma e papà sorrisero, ma un po’ preoccupati da quel figlio che non sapeva discernere realtà e fantasia.
La banda degli improvvisati delinquenti ci riprovò una settimana più tardi, ma stavolta invece di chiamare il bambino, approfittando di un momento in cui la maestra stava parlando al cellulare col fidanzato, o marito od amante che fosse, saltarono la cancellata, presero il bambino e lo portarono via.
Simone non si scompose più di tanto: in fondo aveva vissuto avventure ben più pericolose ed emozionanti, come quella volta che i pirati sulla nave fantasma trainata dai draghi volevano saccheggiare casa sua, ma gnomi e fate e maghi li avevano scacciati a colpi di incantesimi: “Io vi conosco, siete quelli della settimana scorsa; lasciatemi andare o chiamo l’esercito dei dinosauri buoni e dei giganti ad ammazzarvi di botte!”.
Sorrisero a quella immagine, ma c’era un problema: il piccolo era più sveglio e fisionomista di quanto pensassero: avuto il riscatto avrebbero dovuto ucciderlo, anche se non era previsto dal piano originale.
trollsMa il peggio per loro fu quando il telegiornale diede la notizia del rapimento: una telecamera del traffico li aveva ripresi mentre portavano via Simone (e meno male che avevano i passamontagna, seppure ancora col cartellino del prezzo sui quale alla scientifica stavano lavorando) e fu allora che scoprirono dello scambio di persona.
Le immagini mostrarono prima il questore, poi la famiglia del mancato sequestrato, tutti contenti, tranne i genitori di Simone… due.
I banditi non avrebbero avuto il loro riscatto e il bambino andava comunque eliminato e lo dissero litigando fra loro, urlando, tanto che anche Simone sentì.
Fu allora chiamò in aiuto i suoi amici, il suo esercito.
I rapitori stavano ancora litigando quando la porta della baracca dove si erano rifugiati cedette: un gigante l’aveva sfondata con un sol colpo di clava e dietro di lui una moltitudine di troll, gnomi e nani irruppe armata con ogni tipo di arma convenzionale e non.
Il più tonto dei troll aveva anche una bomba atomica che, fortunatamente, non sapeva come usare, così la brandì a mo’ di clava colpendo a destra e a manca nemici e compagni.gob
Uno dei rapitori schiattò sul colpo a quella visione incredibile, un altro impazzì e fuggì correndo e non se ne seppe mai più nulla.
La carceriera fu schiacciata da una trave del soffitto urtata dalla testa del gigante che la spezzò come uno stuzzicadenti, mentre l’ultimo fu calpestato da un brontosauro cavalcato da cinquecento gnomi.
Quando la polizia arrivò, grazie al cartellino del prezzo dei passamontagna, trovò la baracca semi crollata, tre dei quattro rapitori schiattati e il piccolo Simone che li aspettava seduto tranquillo su una poltrona sfondata da un’unghiata di un t – rex pentito.
Lui lo raccontò a tutti come erano andate le cose: lo disse ai poliziotti, lo disse a mamma e papà, ai nonni, ma non gli credettero.

* * *

“Signore e signori buonasera e benvenuti a questa edizione straordinaria del telegiornale. Si è fortunatamente risolta in modo positivo la vicenda del rapimento avvenuto per errore del piccolo Simone T. di cinque anni. Un fortuito crollo della catapecchia dove i malviventi avevano rinchiuso il bambino ha ucciso tre di loro, mentre un quarto è ancora latitante. Illeso, invece, il piccolo protagonista di questa vicenda che avrebbe potuto concludersi tragicamente. Il bambino sostiene che a salvarlo e distruggere la baracca siano stati i suoi amici troll e gnomi e altre creature fantastiche e per una volta, felici che il bimbo sia salvo, scusateci ma vorremmo credere anche noi alle fiabe. Buonasera”.

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Pubblicato da su novembre 3, 2016 in Racconti

 

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I FANTASMI DI DENTRO

I FANTASMI DI DENTRO

Una volta è troppo: figuriamoci due.

Per certi versi fu come la prima volta, ma per altri fu diverso.

* * *

Erano ben quattro giorni che a Milano non moriva nessuno di morte violenta e questo era già un record. In via Fatebenefratelli, alla omicidi, ne approfittavano per rimettere in ordine vecchi rapporti mai terminati e archiviati, per aggiornare i file sul computer, ma questo lo facevano Trentin e Jovine, visto che il commissario Grieco neppure in mille anni avrebbe imparato ad usare un computer: lui aveva ancora, nell’antina della scrivania, una vecchia macchina per scrivere e neppure di quelle elettriche, ma una Underwood vecchia, forse più di lui.

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A dirla tutta era più che altro Jovine che si dannava al Pc, visto che Trentin aveva conosciuto una biondina della sezione minori…

Quando squillò il telefono e s’illuminò la spia, il commissario sapeva già di cosa si trattava: un omicidio, un’industria che non conosce crisi, che neppure l’imprenditore più farabutto riesce a portare all’estero.

Ci vollero un po’ di squilli prima che il commissario trovasse il bottone giusto da premere, eppure era facile, era quello accanto alla lucetta lampeggiante.

Era l’agente Scapece, il centralinista: “Signor commissario buongiorno – lui era sempre molto corretto e formale – c’è stato un omicidio in zona Niguarda, la mobile mi ha detto di avvertirla”.

“Va bene Scapece, grazie, cercami Jovine e Trentin e mandali giù alla macchina e buongiorno anche a te”. Anche Grieco era formale, vecchio stampo…

Niguarda, il quartiere dell’ospedale più grande di Milano e della Lombardia, un nosocomio dove c’è di tutto e coi medici migliori, ma il quartiere era periferia, con tutti i problemi di questa: pochi servizi, ospedale a parte, micro delinquenza, droga, case dormitorio, immigrazione, gente che faticava a tirare il prossimo stipendio o pensione o sussidio, terreno fertile, dunque, per i crimini e non solo i reati, cosiddetti, contro il patrimonio, ma anche quelli di frustrazione, di insoddisfazione di vivere.

Il tempo per il poliziotto di prendere soprabito e cappello, chiudere l’ufficio e scendere alla macchina, sempre quella con guasti condizionatore e riscaldamento, oltre ad un vetro che non scendeva e i due giovani aiutanti del capo, l’ispettore e l’agente, erano già lì ad aspettarlo: gran cosa la gioventù!

L’auto non era una dei quelle con le insegne della polizia, con la pantera sulle portiere: quella al massimo ci aveva dei graffi su di queste, ma era comunque dotata di radio e sirena, ma non c’era gran traffico e non ci fu bisogno di azionare quest’ultima, anche imagesperché le emicranie del vecchio poliziotto non s’accordavano coi suoni acuti e penetranti.

La scena del crimine era uno dei casermoni proprio davanti all’ospedale, all’inizio, o alla fine a seconda da dove si arriva, di viale Ca’ Granda, quattro piani senza ascensore, per lo più.

Davanti al cancello sostava la pattuglia che aveva risposto alla chiamata e che aveva avvertito la omicidi; i due agenti in divisa scattarono sull’attenti al presentarsi del loro superiore: “Buongiorno signor commissario: quarto piano, un uomo ucciso, pare sia stato il figlio minorenne che poi si è barricato in casa”.

Ti pareva: quarto piano e niente ascensore! Grieco salì seguito dai suoi due assistenti e dagli agenti con cui aveva appena parlato; sul ballatoio una donna anziana in vestaglia e pantofole spiava dalla porta semi aperta di casa sua: “Psst, signore – chiamò: era evidente che era una di quelle persone che sanno più o meno tutto di più o meno tutti i vicini – state attenti. Il ragazzo è matto, si droga, ma poveretto con tutte le botte che ha preso dal padre ubriacone, non dico che abbia fatto bene, ma c’era da aspettarselo…”.

Niente di nuovo, una classica storia di squallore periferico, di famiglie malmesse, per i giornali un caso da un paio di colonne nella cronaca milanese, non uno di quei bei – si fa per dire – delitti che poi al pomeriggio radunano esperti o pseudo tali sulle televisioni per soddisfare il voyeurismo di chi al dopo pranzo non ha nulla da fare: “Come si chiama il ragazzo?” chiese alla donna anziana.

“Carmine, ha diciassette anni; a quella età ai miei tempi i ragazzi andavano in giro ancora coi calzoni corti e altro che droga, era già tanto se rubavano una nazionale senza filtro al padre o al nonno!” e agitò le mani come dire: “Che tempi!” poi si rigirò verso l’interno del suo piccolo regno che Grieco immaginava fatto di cera, centrini e coperte patchwork.

Grieco bussò alla porta, senza mettervisi davanti: non si sa mai: “Carmine, sono della polizia, non fare altre stupidaggini, apri la porta e arrenditi, sei giovane, minorenne, vedrai che le cose in qualche modo si sistemano”. Dall’interno si udì il rumore di una catenella che scorre e di una serratura che scatta; Grieco aprì la porta con circospezione e fece per entrare.

Trentin cercò di anticiparlo, ma il commissario lo spinse indietro con una mano e avanzò lentamente nello squallore di quella pistcasa dove, evidentemente, mancava la mano di una donna: si era dimenticato di chiedere alla vicina se ci fossero una madre, una sorella, altre persone in casa, ma oramai era tardi per le domande.

Grieco avanzò fino alla piccola cucina maleodorante: a terra c’era, prono, il corpo di un uomo in una cornice di sangue scuro e contro la parete opposta alla porta, accanto alla finestra che dava su un balconcino, c’era il ragazzo.

Carmine dimostrava, più o meno, la sua età: non molto alto, capelli scuri ricci e incolti, jeans enormi e portati fin troppo bassi, in mano una pistola a tamburo che vibrava leggermente, una situazione non troppo tranquilla, ma Grieco, quando voleva, sapeva essere tranquillizzante anche come tono di voce: “Ciao Carmine, sono il commissario Grieco, sappiamo che tuo padre ti picchiava, vedrai che il giudice ne terrà conto, ma ora appoggia la pistola sul tavolo prima che qualcun altro si faccia male”.
Il ragazzo titubò, poi si avvicinò al tavolo per ubbidire al consiglio di quel poliziotto così diverso da quelli con cui aveva avuto a che fare, ma a quel punto scattò l’imprevisto: uno degli agenti in divisa entrò troppo presto nella stanza e Trentin non fece in tempo a fermarlo; Carmine rialzò l’arma e partì un colpo, forse neppure voluto.

In un attimo in quattro gli furono addosso, lo gettarono a terra e lo disarmarono e nessuno s’accorse che Grieco teneva una mano sul ventre e che fra le dita si allargava una macchia rosso vivo. Il commissario sentì come se qualcuno l’avesse spinto indietro, poi un grande calore e solo dopo un dolore insopportabile, come neppure il suo peggior mal di testa.

Mentre gli agenti in divisa ammanettavano il ragazzo e lo portavano via, Grieco scivolò a terra, Trentin gridò lontano un miglio il suo nome e Jovine si paralizzò, poi portò le mani al volto e non riuscì a toglierle da lì.

Niguarda: se non altro l’ospedale era a meno di cento metri da lì, l’ambulanza arrivò in tre minuti o poco più…

Fuori dalla sala operatoria c’erano in tanti, troppi, tutti; c’erano Trentin e Jovine con gli occhi rossi, il sostituto Santambrogio, i dottori Palermo e Riva ed anche Marchetti con Remo Tosti, il suo braccio destro: non erano lì per lavoro, erano lì per lui, il capo dscf3857indiscusso, ma anche un padre, un amico, un collega, una persona che stimavano.

Nessuno tenne il conto delle ore, ma di sicuro parvero il doppio di quelle reali che, comunque, erano state già tante, un operazione importante, perforazione del colon, aveva detto il chirurgo, non era in pericolo di vita, anche se la convalescenza sarebbe stata lunga.

Sei, otto mesi, gli avevano detto, ma dopo tre mesi soltanto Grieco era alla sua scrivania, quella vecchia di legno e cuoio che si era litigata col guardiano del deposito del comune dove era stata mandata dopo la sostituzione con una moderna, di metallo, che a Grieco non piaceva.

C’era già passato, già una volta aveva rischiato la vita e ne era uscito con un esaurimento, ma questa era la seconda, che vuole dire due di troppo: non era depresso, ma ancora più intrattabile.

Durante la fase post – operatoria aveva visto di nuovo la morte in faccia, forse nei momenti di dolore più forte l’aveva anche invocata.

Aveva cinquantasette anni, la sua vita gli aveva dato ben poco sul piano personale: niente affetti, niente relazioni, niente al di fuori di quel suo maledetto lavoro che non gli piaceva, non gli era mai piaciuto e che ora gli aveva chiesto il conto.

Perché dunque continuare a vivere verso l’ultima parte della sua vita, quella meno bella? Non avrebbe lasciato nulla, soprattutto non avrebbe lasciato il suo bagaglio di emozioni, di idee, di esperienze a un figlio.

Poi prevalse l’istinto più forte che l’uomo possiede, quello di sopravvivenza, quello che ti fa lottare e lottare aiuta a guarire o almeno a vivere.

Però sentiva di non essere guarito: anche se glielo avevano predetto, continuava ad avere dolori all’addome, dove la cicatrice dell’intervento andava sbiancandosi e impallidendo ancora di più il ventre già bianco di sé, là dove non vede mai luce.

Dopo aver chiamato la morte, adesso c’era la paura, paura di questa e di anni fatti di un dolore che magari non se ne sarebbe mai andato definitivamente.

indexIl dottor Palermo e il dottor Riva gli avevano detto di rivolgersi a loro per qualunque problema, anche se non è bello farsi curare da dei patologi legali, ma non era questo, il fatto è che era una di quelle cose così riservate quel dolore, che era meglio parlarne con un estraneo, un anonimo dottore che non sa nulla di te, per il quale sei solo un cliente, non un paziente.

Ci andò come privato, a pagamento, ma gli avevano detto che quello era un bravo internista, primario ospedaliero; il professionista ascoltò la sua storia, esaminò lastre vecchie e nuove, referti, lo palpò, lo rigirò come una braciola e poi il suo responso: andava meglio del previsto, la guarigione era pressoché completa e il dolore? Il dolore era un riflesso che presto sarebbe sparito col ricordo di quella brutta avventura: un dolore fantasma, si chiamava.

Già, era quello, ma non come intendeva il medico: era un fantasma che l’aveva perseguitato, costretto a pensare e confrontarsi con se stesso, a pensare non alla pensione, ma al passo definitivo.

Un fantasma di dentro che forse non lo avrebbe lasciato mai più.

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Pubblicato da su ottobre 9, 2016 in Racconti

 

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UN UOMO MERAVIGLIOSO

UN UOMO MERAVIGLIOSO

Questa volta fu Jovine ad entrare, ma solo dopo aver bussato, nell’ufficio del commissario Grieco: chissà dov’era Trentin? Probabilmente dietro a qualche bella agente.

Di solito erano l’ispettore, oppure il centralinista, ad avvertire il commissario capo della omicidi di Milano che c’era un nuovo guerrini_orso_maria_attore_001_jpg_epyucaso: “Mi scusi capo, c’è stato un omicidio, pare, in un condominio in fondo a viale Suzzani, verso Sesto S. Giovanni, ai confini col parco nord”.

“Lo so dov’è viale Suzzani” grugnì il commissario mentre si infilava il suo vecchio trench, che poco aveva da invidiare all’impermeabile del tenente Colombo per il fatto di essere fuori moda e stazzonato dall’uso e dalla mancanza di una donna che se ne prendesse cura.

* * *

Non è una cosa nuova, capita sempre così: un uomo meraviglioso, magari un po’ canaglia, perché alle donne piacciono le canaglie, forse perché danno l’idea di essere più maschi, più virili; lei pensa che sia il grande amore, quindi un matrimonio rapido (a volte, magari, per riparare un impiccio), poi arriva la verità insieme al primo schiaffo, se va bene, oppure un pugno in faccia, ma dopo, però, ci sono i pianti di lui, le scuse, le promesse… fino alla volta seguente.
Adesso l’ex uomo meraviglioso era lì, sul pavimento, con due pallottole nel petto e altre tre o quattro un po’ dappertutto sparse nella cucina dell’appartamento al quarto piano di viale Suzzani; dal barattolo bucato dello zucchero scendeva ancora un po’ di contenuto.

Una donna, per amore, per una parvenza di tranquillità famigliare, può anche sopportare le percosse, magari mentendo a se stessa, dicendosi che in fondo, in fondo, se lo meritava, che forse era una moglie deludente, non una brava compagna e madre e serva e tutto ciò che una donna dovrebbe essere dopo il matrimonio, almeno nell’immaginario degli uomini meravigliosi e veri maschi, ma i figli no, i figli non si toccano e invece…

Tre figli, tre maschi alla cadenza classica di due anni uno dall’altro: adesso avevano, almeno all’apparenza, otto, dieci e dodici anni e tutti e tre portavano sul viso e sulla schiena i segni dell’educazione che l’uomo meravigliosamente macho intendeva dare loro.

Quello che non si vedeva erano le cicatrici lasciate nella loro anima, nel loro carattere, nella loro vita appena iniziata.images

* * *

Arrivarono più o meno in contemporanea tutte le vetture, da quella del patologo, il dottor Palermo, a quella con il commissario e i suoi due aiutanti, al furgone della scientifica con il tenente Marchetti e l’agente Tosti e poi, un po’ scostato, il furgone scuro dell’istituto di medicina legale ed infine una pattuglia con due agenti in divisa.
L’ascensore era guasto, come accadeva almeno duecento giorni all’anno là dentro, per cui quando arrivarono all’ultimo piano, il luogo del delitto, il commissario Grieco sbuffava come un mantice: i suoi cinquantasette anni si facevano sentire ed anche la recente ferita all’addome.

Diedero una rapida occhiata alla scena del delitto senza entrare materialmente nella cucina, visto che erano ancora in corso i rilievi della scientifica, Trentin prese alcuni appunti, Jovine scattò alcune foto, poi lasciarono campo libero agli uomini di Marchetti, quelli in tuta bianca, prima e da ultimo al patologo.

Il trio dei poliziotti si spostò nel piccolo salotto che fungeva anche da sala da pranzo, da sala tv e da camera da letto per uno dei bambini, il maggiore, visto che, oltre la camera matrimoniale, c’era solo un’altra cameretta molto piccola con un letto a castello e un guardaroba e nessuno spazio per un secondo letto; spesso il confine fra piccola borghesia e miseria è molto sottile e dove c’è miseria economica c’è anche miseria umana.

Ma gli uomini meravigliosi non sono disposti a fare sacrifici, magari a trovarsi un secondo lavoro, per dare un po’ più di benessere o almeno di serenità alla famiglia.

Aggressive parent

Trentin passò un blocchetto per appunti a Jovine, mentre lui era stato spedito a sentire i vicini di casa: loro sapevano tutto da sempre: impossibile non sentire i mobili rovesciati, i pianti e le grida dei bambini, le urla della donna e del marito ubriaco non potevano passare inosservati o inascoltati, ma ovviamente ognuno si faceva i fatti propri, anche perché quell’uomo faceva paura a tutti, non solo a moglie e figli.

La sola volta che un vicino si era azzardato a suonare il campanello, a cercare di intervenire, si era ritrovato con un labbro spaccato e un braccio rotto e allora e da allora tutti facevano finta di nulla e, nel caso di urla e pianti, alzavano il volume della radio o della televisione per coprirli e dare un alibi alle proprie coscienze.

A Grieco non erano certo sfuggiti i segni sul viso dei bambini e della madre e a lei non era sfuggito il fatto che lui li avesse visti: “Sa, i bambini, giocano, litigano con gli amichetti, ne hanno sempre qualcuna…” non ci credeva neanche lei alla sua bugia maldetta e lo sguardo del poliziotto la indusse a non continuare con altre dello stesso genere: perfino ora che era morto lo difendeva da brava moglie.

Ma ci provò comunque a continuare a mentire, a difenderlo: “Eravamo qui tranquilli, come sempre, quando hanno bussato, doveva essere un conoscente di mio marito – abbassò il capo, come vergognandosi – sa, lui era un uomo meraviglioso, ma aveva il vizio del gioco e non solo di quello e doveva dei soldi, credo a quell’uomo. Io non l’ho neppure visto in faccia; quando ho sentito che discutevano e che volavano anche brutte parole per le creature, ho mandato i bambini di là in cameretta, e io sono andata in camera nostra mentre loro discutevano, poi si sono spostati in cucina dove c’era la pistola di mio marito: lo so che era illegale che ce l’avesse, ma doveva pure difendersi, da quella brutta gente, lui non era mica come loro, era un uomo perbene. Litigavano, poi quell’altro, che non so come si chiamasse, ha preso l’arma ed ha sparato a mio marito”.

La neo vedova cominciò a piangere sommessamente; forse un milione di anni prima doveva essere stata una bella donna, ma maltrora era scialba, i capelli non curati, nessun trucco, nessuna cura per se stessa, solo un po’ di fondotinta per cercare di coprire i lividi sul viso.

“Signora, non insulti la mia intelligenza: la storia non sta in piedi, un balordo che per mandare due colpi a segno in una stanza di tre metri ne sbaglia quattro? non esiste proprio! sa benissimo che io so che lui picchiava lei e i bambini, mi dica come è andata veramente”.

Grieco era un poliziotto, un poliziotto vero, uno che credeva nella giustizia, non nella legge con i suoi cavilli, compromessi e sotterfugi; lui non era per i giustizieri e la giustizia fai da te, ma in certi casi la capiva e probabilmente l’avrebbero capita anche in un tribunale: figuriamoci in un paese dove nessuno sta mai in prigione troppo a lungo, dove i ricchi, i delinquenti in guanti bianchi, trovano sempre un certificato medico che testimonia che loro, poverini, in galera ci stanno male, dove gli assassini più efferati dopo pochi anni hanno la semi – libertà, figuriamoci una persona che uccide un aguzzino e un violento… forse con un bravo avvocato quella poteva essere perfino legittima difesa, ma già, gli avvocati bravi se li possono permettere solo i farabutti e i ricchi.

Il livello del pianto della donna aumentò; i tre bambini stavano in un angolo della sala abbracciati l’uno all’altro, non piangevano, parevano spenti, forse erano morti dentro da tempo, incapaci oramai di soffrire, gioire, provare emozioni che non fossero il dolore fisico e la paura.

Il commissario attese paziente che il pianto cessasse o che almeno calasse d’intensità.

La donna si alzò: “Che stupida, non le ho neppure offerto un caffé” si diresse verso la cucina ingombra di persone, ma un agente le sbarrò la strada, quella era la scena di un crimine. La donna tornò a sedersi e ricominciò a piangere; il figlio maggiore si staccò dai fratelli, adesso era lui l’uomo di casa e s’avvicinò in silenzio alla madre, non la abbracciò, le mise solo una mano sulla spalla, poi guardò con ostilità quell’uomo anziano che stava facendo piangere sua madre, proprio come faceva suo padre

Grieco si sentiva in imbarazzo, con quello sguardo che lo trivellava, ma doveva fare il suo lavoro, quello per cui era pagato, quello per cui era lì: “Mi racconti come è andata veramente”.

La donna era alla fine delle lacrime che è umanamente possibile produrre, probabilmente: “Le botte potevo sopportarle, del resto non ero una brava moglie né una brava madre, ma i bambini no, i miei bambini non si toccano, è da quando sono piccoli che indexprendono botte di ogni tipo e loro sono bravi, non fanno nulla per meritarle, anche a scuola fanno il loro dovere, allora ho preso la sua pistola e gli ho sparato”. Chissà in quale luogo remoto, ma qualche lacrima ancora riuscì a trovarla.

Fu allora, però, che Grieco notò qualcosa, un particolare, quello che fa di un poliziotto un bravo poliziotto; si rivolse ai bambini: “Mi date, per piacere, un foglio e una penna?”. Il maggiore dei tre ragazzini aprì un cassetto della credenza, ne estrasse un quaderno ad anelli, uno dei suoi di scuola, ne prese un foglio e poi estrasse da un astuccio una Bic nera e porse il tutto con ostilità all’uomo: “Signora dovrebbe, per piacere, scrivermi brevemente come sono andate le cose” e girò verso di lei foglio e penna; proprio come pensava.

La donna faticava ad impugnare la biro e la teneva fra pollice e anulare: impossibile tirare il grilletto di una pistola con quella mano fratturata e guarita male, probabilmente uno dei tanti regali dell’uomo meraviglioso.
Allora capì e lei, mentre un agente la prendeva per un braccio, ma senza metterle le manette, come gli aveva ordinato il suo superiore, si girò verso Grieco; improvvisamente il suo sguardo era diventato duro, forse troppo tardivamente: “Nessuno si deve azzardare a toccare i miei figli” e quello era un ammonimento per tutti, anche per lui, poi non disse più nulla.

Fino a quel momento aveva fatto poco per loro, ma adesso sacrificava la propria libertà per difenderli.

Quale? Chi dei bambini aveva sparato al padre, perché era quella la verità che Grieco aveva visto con un attimo di ritardo.

Solo una donna, oppure un bambino poteva sbagliare quattro colpi su sei, eppure continuare a sparare per difendere, probabilmente, non se stesso, ma la madre e i fratelli.

Il più probabile era il maggiore, quello che ora era diventato l’uomo di casa, ma nessuno lo avrebbe mai saputo, la madre avrebbe taciuto, sostenuto la propria versione per difendere, forse troppo tardi, o forse mai troppo tardi, le sue creature, come tre-fratelli-felici-che-si-siedono-sul-recinto-37712677una lupa scopertasi tale solo ora.

Grieco, con tutta la sua esperienza, non avrebbe mai saputo e creduto possibile che anche un bambino di soli otto anni può trovare nel dolore e nella disperazione la forza di tirare un grilletto.
Il commissario era stanco da morire del suo lavoro, di un lavoro che lo metteva a contatto con troppe vittime, alcune morte, altre vive.

Adesso gli toccava arrestare una persona che sapeva innocente, ma sapeva anche che era giusto così: in fondo era stata lei a farsi illudere da un uomo che credeva meraviglioso: aveva le sue colpe, ne era conscia ed avrebbe pagato per questo.

Forse non è mai troppo tardi per diventare una buona mamma. I bambini seguivano la madre portata via dai poliziotti con lo sguardo perso nel vuoto, sempre stretti come un unico essere in un angolo della stanza, senza dire nulla, come avevano concordato.

Il dolore li aveva uniti come una persona sola e se non avesse funzionato la versione della madre, allora si sarebbe fatto avanti il fratello maggiore, il vero uomo di casa.

Presto sarebbero arrivati gli assistenti sociali per prendersi cura dei tre ragazzini.

In quell’appartamento c’erano ora un cadavere e forse altri quattro morti, morti dentro per sempre.

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Pubblicato da su settembre 26, 2016 in Racconti

 

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GIALLO: MORTE DI UN PRESIDE

MORTE DI UN PRESIDE

 

Se un dirigente scolastico non è integerrimo come si crede, può succedere che venga ucciso e molti suoi peccati vengano a galla e ad ognuno di essi è legato un sospetto, o magari più di uno.

forse troppi, questa volta, per il commissario Grieco: possibile che debba gettare la spugna?

C’è anche un sedicente colpevole mitomane ad ingarbugliare l’indagine

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Pubblicato da su marzo 23, 2014 in romanzo giallo

 

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AI SENSI DI LEGGE

AI SENSI DI LEGGE

 

Carlo fu svegliato di soprassalto al mattino presto, o almeno presto per lui: erano a mala pena le sei e lui dormiva profondamente dopo una notte agitata dai suoi mille problemi fisici ed esistenziali.

Carlo – la voce dall’altra parte del filo era piagnucolante, anzi proprio singhiozzante e al primo istante fece casa_soqquadro3fatica a riconoscere Tito, il suo miglior amico da oltre vent’anni .- Carlo, aiutami, mi sta sfasciando casa..” e riprese a singhiozzare.

Carlo aveva la pressione bassa: appena sveglio faceva fatica a ingranare sia fisicamente che psichicamente.

Si grattò la testa quasi a stimolare la corteccia pensante: “Calmati e parla bene che non si capisce una mazza; chi ti sta sfasciando casa, come, perché?”.

Era sempre stato così Tito: si perdeva in un bicchier d’acqua, non era capace di reagire, di prendere le decisioni appropriate.

A parole era un rivoluzionario, uno di quelli che da soli sarebbero in grado di risolvere i problemi del mondo, ma poi si faceva mettere i piedi in testa da chiunque ed allora spesso chiamava lui in aiuto, il suo amico del cuore fino dai tempi delle scuole medie.

Una, una che non conosco. È qui con una mazza e mi spacca tutto”.

“E tu chiama… oh, all’inferno: arrivo”.

Si vestì in tutta fretta ed uscì di corsa senza il tempo di lavarsi, ma quello era il meno: mica doveva andare a donne, ma senza neppure bere un caffé e per lui che aveva la pressione bassa era un problema ingranare senza un po’ di caffeina che gliela tirasse su quel tanto da essere in grado di ragionare e di agire.

Tito abitava abbastanza vicino: non c’era bisogno di prendere l’automobile o altri mezzi di trasporto.t6

Fece la strada di corsa, rallentando al passo quando cominciò a girargli la testa.

La casa del suo amico era al piano terreno di un piccolo condominio a due piani, cinque famiglie in tutto, affittuari, tranne il proprietario dell’immobile che occupava da solo tutto l’ultimo piano.

Erano tutti in strada, un paio di donne in vestaglia, gli uomini vestiti in qualche modo, come chi è svegliato al mattino presto da una calamità naturale e tutti guardavano male il povero Tito: chissà cosa aveva combinato per scatenare le ire di quella belva impazzita.

Carlo accelerò il passo, raggiunse il gruppetto di condomini impotenti.

Ma che è successo?”  chiese fra un ansimare e l’altro, sperando che ciò che diceva fosse intelligibile.

Tito riprese a singhiozzare più forte: “Giuro, non lo so… dormivo… ha suonato, mi ha spinto a terra e con una mazza ha cominciato a sfasciare tutto, tutte le mie cose..” non riuscì a continuare. “Ma avete chiamato la polizia?”  domandò con senso pratico Carlo – risolve, come lo chiamava Tito.

Intervenne una donna di mezza età stringendosi la vestaglia alla gola, un po’ per il fresco mattutino, un po’ per pudore davanti all’estraneo: “Certo, cosa crede? – rispose con malagrazia, offesa che si mettesse in dubbio la capacità di intervenire di loro gente per bene, di quelli a cui non sfasciano la casa – ma hanno detto che c’è la polizia_4_8-300x225visita di un capo di stato ed al momento tutte le pattuglie disponibili sono all’aeroporto perché si temono disordini. Han detto che manderanno qualcuno appena possibile”.

Carlo borbottò una serie di imprecazioni e male parole: “Già, appena possibile e intanto quella sfascia tutto!”.

Ciò detto partì come una furia; se Tito era un temporeggiatore, lui era fumino, s’incendiava subito e spesso non si riusciva a fermarlo e neppure lui riusciva a fermarsi.

“Carlo, no” gli gridò Tito, che ora si cominciava a pentire d’averlo chiamato e, magari, de metterne a repentaglio l’incolumità, quindi partì dietro di lui.

La porta del modesto bilocale del piano terreno era socchiusa; Carlo la spalancò del tutto con un calcio: con tutto quel casino non era proprio il caso di formalizzarsi.

Rimpianse di non avere una pistola, ma col suo carattere si sarebbe messo nei guai più di una volta: la sua teoria era che se si ha un’arma bisogna essere disposti ad usarla.

La donna era alta, oltre un metro e ottanta, di età indefinibile, poteva avere venticinque anni come cinquanta; borbottava cose senza senso e nel frattempo sollevava una grossa mazza, lunga non meno di un metro e sicuramente con un peso che ne avrebbe reso difficile l’uso anche a lui, che pure era un uomo di trentasette anni bene in forma, e con quella menava botte terrificanti a mobili, oggetti, muri, pavimenti.

“Ehi!” urlò Carlo furibondo un po’ per tutto: per aver perso il sonno, per non aver bevuto il caffé, per non aver svuotato la vescica che ora gli doleva, per il male che stavano facendo al suo amico del cuore.

Ehi – ripeté – parlo con te brutta stronza schizzata col cervello in pappa, smettila subito o ti rompo la testa con la tua stessa mazza del cazzo!”.

La donna si fermò ansimando, si appoggiò con entrambe le mani alla mazza e li guardò con occhi assenti.

Ma chi è, la conosci? bisbigliò all’amico che l’aveva raggiunto, sfidando la propria pavidità – non è che è una che ti sei fatto ed ora si vendica?”.

Scoppiò a ridere, lo fecero entrambi, era un riso nervoso, come spesso accade nelle situazioni drammatiche. “No, ti giuro…” e giù di nuovo a ridere.

Intanto la polizia non arrivava, perché i cittadini pare abbiano solo dei doveri, non dei diritti; eppure le tasse le pagavano loro, non il capo di stato in visita ufficiale per farsi una cena a spese dei contribuenti con un altro paio di centinaia di parassiti.

La donna alzò lo sguardo verso di loro, ma non era ben sicuro che li vedesse, borbottò qualcosa , poi li ammonì puntando verso di loro l’indice della destra: “Vi faccio bruciare da Dio!”. Ecco, un’invasata religiosa, pensò Carlo.

“E io ti spacco il culo! – le rispose l’uomo simulando una calma che non aveva.

Va bene che quella era armata ed era forte, una forza data dalla follia, ma lui era un uomo, andava in palestra, aveva fatto anche arti marziali per alcuni anni.

La pazza estrasse un accendino dal vestito sformato e lungo fino alle caviglie che indossava: “Bruceremo, bruceremo tutti nelle fiamme dell’inferno!”.

Ora proprio Carlo non la reggeva più: era uno di quei momenti in cui ringraziava di non avere un’arma sotto mano: “Comincia a bruciare tu, peccatrice di sto cazzo, almeno la fai finita!”  le urlò imbestialito.

Fu un attimo: dall’altra tasca la donna estrasse una bottiglietta di non si sa cosa, se la versò addosso, avvicinò 2227089836l’accendino e in un attimo fu una torcia vivente, senza emettere altro suono che risa di follia.

Tito fece per slanciarsi a fare non si sa bene cosa, ma Carlo lo fermò: “Lasciala bruciare, nessuno la rimpiangerà. Tanto quella i soldi per ripagarti i danni non ce li ha”.

Fuori, intanto, si sentivano finalmente le prime sirene della polizia e, forse, di un’ambulanza: proprio come nei telefilm americani, arrivano i nostri… quando tutto è finito; quando il primo agente entrò il corpo aveva oramai smesso di bruciare ed era una massa fumante e maleodorante.

Il poliziotto si fece raccontare cosa fosse successo, ci pensò un po’, poi chiamò un collega: “Ai sensi di legge vi devo arrestare per istigazione al suicidio ed omissione di soccorso di questa poveretta”.

A Tito venne di nuovo da piangere, a Carlo venne, invece, da ridere e rideva ancora anche mentre gli mettevano le manette.

WCENTER 0WIFCHMJOH  -  ( Luca Toni - ambulanza cantiere edile1.jpg )

 
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Pubblicato da su gennaio 8, 2014 in Racconti

 

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