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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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A MANO ARMATA

A MANO ARMATA

“Commissario, c’è stata una rapina a mano armata: vogliono noi” Trentin, come sempre, era piombato in ufficio dal suo superiore senza bussare, ma a questo il commissario Grieco ci era abituato.

Stavolta niente mezze parole, niente indovinelli dal suo braccio destro; gli sarebbe venuto da dire, come faceva un noto uomo guerrini_orso_maria_attore_001_jpg_epyupolitico: “E che c’azzecca con noi?”, ma lui non aveva un grande senso dell’umorismo: “Cosa c’entriamo noi? – domandò quindi semplicemente – mandino quelli dell’antirapina!”.

Alfonso Grieco, uomo di un po’ più di mezza età, era commissario capo della squadra omicidi alla questura di Milano da parecchio, forse troppo tempo e la sua mezza età oramai guardava preoccupata l’altra metà, quella meno bella, quella finale e che probabilmente era di certo anche molto meno di metà.

Nel suo cassetto, da mesi oramai, giaceva la domanda di pre – pensionamento: era lì fino da quando gli avevano sparato, da quando aveva rischiato di morire per mano di Salvatore Compare, detto Turiddu, o come diceva Trentin, l’ispettore suo braccio destro: “Compare Turiddu”.

Grieco non voleva più vedere brutture, ne era oramai stanco: uomini, donne, bambini, uccisi, violati, fatti a pezzi, era stanco di vedere solo morte e dolore intorno a sé, di poter solo dare alle famiglie delle vittime l’illusoria e misera consolazione di una giustizia che poi per questi è vendetta e null’altro e che consolazione non ne dà, ma forse aiuta a dormire, poi.
“No, vogliono noi perché c’è stato anche un omicidio durante la rapina”.

Ecco, dunque: ancora morti, ancora altro dolore, ma lui non era un poliziotto d’azione: lui era uno che indagava, analizzava, risolveva con abilità, esperienza e fortuna, magari e pertanto non aveva mai portato la pistola che giaceva anch’essa addormentata nel cassetto, accanto alla domanda di pensionamento. Quella volta, però, ebbe una spinta, una premonizione, forse, e prese l’arma e la mise in una fondina che attaccò col gancio apposito ai pantaloni; non ricordava neppure più se sarebbe stato in grado di togliere la sicura, di sparare, lui non era tipo da periodiche esercitazioni di tiro al poligono, né era sicuro se la sua arma fosse ancora in grado di farlo o, premendo il grilletto, sarebbe uscito solo uno sbuffo di polvere.

Di solito quando arrivavano loro: lui, Trentin e Jovine, magari anche il dottor Palermo e il tenente Marchetti, sul luogo del crimine non c’erano altri e loro potevano svolgere il proprio lavoro d’indagine e sopralluogo in santa pace, ma questa volta le cose erano mirko-ranu-ad-avanti-un-altrodiverse: davanti alla banca, accanto a un corpo pietosamente coperto da un lenzuolo (e Grieco si chiese chi aveva sempre un lenzuolo pronto), c’erano gli uomini dell’antirapina, bardati ed armati come se dovessero interpretare un telefilm poliziesco americano e c’era anche il magistrato ed altri funzionari che non conosceva e, comunque, preferì ignorare..

Ma non era tutto: al di là delle transenne, vale a dire del nastro teso dagli agenti primi intervenuti, c’era una folla di curiosi incoscienti e incuranti del fatto che quando volano pallottole queste non hanno mica un indirizzo e un destinatario scritti sopra e poi, subito dietro le strisce di nastro bicolore, c’erano giornalisti arroganti che volevano oltrepassare lo sbarramento, invocando il diritto di cronaca e cameraman e cronisti televisivi e freelance.

Grieco avrebbe voluto andarsene da quel caos nel quale era impossibile lavorare, magari tornarsene al suo ufficio, tirare fuori la famosa domanda e firmarla, ma era lì, era il suo lavoro (è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, avrebbe detto nel telefilm americano una voce fuori campo) era il suo senso del dovere che lo faceva rimanere, estraniandolo da tutto e tutti: magari la domanda l’avrebbe firmata dopo…

Era arrivato anche un tipetto tutto sussiegoso, un negoziatore, armato di megafono e di telefono cellulare ultima generazione: imagesquesti e gli agenti in tenuta d’assalto si occupavano dei rapinatori ancora dentro la banca, mentre Grieco e il patologo esaminavano il corpo della vittima, una guardia giurata, uno che probabilmente guadagnava perfino meno di un poliziotto per difendere i soldi delle banche.

Pensare ai morti: questo è il lavoro di un commissario della omicidi, mentre gli altri prevengono o cercano di limitare i danni, lui arriva sempre dopo, quando c’è da punire, mai da salvare.

Il negoziatore impettito e fiero di sé stava parlando al telefono con qualcuno dentro la banca; Grieco poteva sentirne solo metà di quella conversazione, l’altra mezza gli toccava ricostruirla dalle risposte di mister presunzione: “Tutto si può aggiustare, ma dovete stare calmi”.

Pausa di silenzio mentre il rapinatore gli diceva qualcosa, poi: “Il magistrato sta arrivando, è lui che ha l’ultima parola sulle trattative, io non posso promettervi nulla”.

Pausa; forse era odioso, ma il suo mestiere lo sapeva fare, senza anima, senza etica, pronto a mentire, ma lo sapeva fare: “Il più alto in carica? – si guardò intorno, come se fosse a un videotelefono, ma non c’era alcun bisogno di farlo – c’è qui un commissario della omicidi, anzi il commissario capo: glielo passo”. Lo tiravano dentro per i capelli in una fase che non era la sua, che non era sicuro di saper gestire: guardò il negoziatore con astio.

“Mi dica: no, come le ha detto il… collega, nessuno può garantirle nulla se non il magistrato che sta arrivando – (quale magistrato? Lì ce n’era già uno che non era intenzionato a dare né denaro, né aerei) – io posso solo riferirgli quando sarà qui le vostre richieste, ho capito, denaro, auto ed aereo”.

Non era vero, non si accettano le richieste di un rapinatore, semmai gli si fa sparare da un cecchino, ma si usa prendere tempo, come se i rapinatori possano nel frattempo morire di vecchiaia o possa intervenire un deus ex machina che invece non arriva mai.

Poi Grieco ebbe quell’uscita che fece fare al negoziatore tanti e tali gesti con le braccia da farlo assomigliare a un trampoliere rapina-banca-montepaschi-ostia-16-maggio-2014-0-2che cerca di prendere il volo dal nido: “Se rilascia le donne e, se ce ne sono, i bambini, entro io come ostaggio – pausa – va bene, porto anche un altro dei miei”.
Prima di doversi sorbire tutta la filippica da colui che l’aveva chiamato in causa, prese Trentin per un braccio e si avviò verso la banca; la porta si aprì ed uscirono tre donne, un’impiegata e due clienti e un bambino: quattro contro due, la convenienza c’era e poi un vecchio per un bambino era convenienza doppia.
Grieco entrò senza esitazione con Trentin, che invece di esitazioni ne aveva, ma avrebbe seguito il capo anche nella bocca dell’inferno.
“Le pistole, a terra!” impose l’uomo con voce oramai isterica: doveva essere un dilettante, aveva ucciso, non sapeva come uscirne, forse quella di chiedere auto, aereo e soldi l’aveva vista in un film.

Trentin depose la sua, Grieco disse: “Io sono un investigatore della omicidi, non la porto mai, i morti non sono un pericolo”.

L’altro gli credette, segno ulteriore che era un dilettante: il commissario tanto portava l’impermeabile e così non si vedeva il rigonfiamento al fianco destro, un po’ sul davanti.

A terra giaceva un altro uomo ancora incappucciato, mentre il suo interlocutore si era tirato il passamontagna sulla testa ed aveva il viso scoperto, singhiozzava sempre più isterico, brutta roba: “Io non ho fatto niente, è stato lui – e indicò il cadavere del complice – a uccidere la guardia di fuori e poi voleva uccidere anche me: è legittima difesa, no?”.

“Questo lo vedremo, ma ora lasci l’arma a terra e si consegni: avrà tutte le attenuanti del caso, magari anche la legittima difesa”. Mentiva, ovviamente.

2011-12-42404_1-jpgL’uomo cominciò a tremare: “No, non è vero, lei e quelli fuori mi volete morto perché ho ucciso uno dei vostri, ma io vi ammazzo tutti!”.

A parte che una guardia giurata tecnicamente non era uno dei loro, “ho ucciso”, aveva detto, quindi si era tradito, forse se ne era accorto, forse no, ma comunque la mano che teneva l’arma tremava pericolosamente ed era puntata alla testa di Trentin, che essendo più giovane del commissario, forse lui giudicava più pericoloso.

Lui aveva messo il giovane ispettore in quella situazione di pericolo, toccava a lui tirarlo fuori.
Grieco starnutì: “Allergia, mi scusi, ma devo soffiarmi il naso”; sbottonò l’impermeabile come per estrarre dai pantaloni il fazzoletto e invece fece per la prima volta ciò che non aveva mai fatto in tanti anni.

* * *

Il commissario stava cenando con minestrone surgelato davanti al televisore, acceso ma muto come un pesce, o come un colpevole; se l’era sempre chiesto: che cosa avrebbe provato se mai fosse venuto il momento?

Alcuni, dopo, fanno ricorso a un terapeuta, ma lui, che pure era un uomo pacifico e non violento, era sereno.

Era stata in pericolo la vita di Trentin, un ragazzo a cui voleva bene, con una vita davanti, non poteva fare altro; fosse stato per rapinaautodifesa, forse non avrebbe sparato.

E poi glielo doveva: una volta Trentin aveva ucciso per lui: adesso sarebbero stati pari, ma in queste cose è meschino pesare l’equilibrio.

Nessuno è mai pari e certe cose si fanno e si rifanno senza pensare ai bilanci.

Per una volta la vittima era la sua, ma riuscì a dormire senza incubi perché chi minaccia i tuoi amici non merita di vivere.

E alla domanda di pre – pensionamento nel cassetto quella notte non pensò neppure un istante.

 
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Pubblicato da su dicembre 12, 2016 in Racconti

 

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Yin e Yang

YIN E YANG

“Io sono Yin”

“Io sono Yang”

“Io il nero”

“Io sono il bianco”

“Io sono l’oscurità, la notte”

“Io sono la luce, il giorno”

“Io sono il male”

“Io sono il bene”

“Io sono te”

“Io sono te”

Un giorno Fulvio era per strada, assorto da mille pensieri, come tutti: il lavoro, i conti e le bollette in scadenza, quello che c’era da fare in casa e per la casa, per evitare che questa vada in malora.

Sempre assorto nei suoi pensieri attraversò tre o quattro incroci a passo svelto: probabilmente i semafori gli davano il via libera, altrimenti sarebbe stato travolto, ma ci sono cose che si fanno in automatico, tanto sono ripetitivamente quotidiane.

Poi, casualmente, alzò la testa e vide se stesso, o meglio, un’altra versione di se stesso, anzi, il suo esatto negativo.

Che fosse lui non c’erano dubbi, figuriamoci se una persona non è in grado di riconoscere se stessa, ma allo stesso tempo non poteva essere il riflesso in una vetrina, perché quello era il suo esatto contrario e non solo un contrario speculare: lui aveva i capelli biondi, quell’altro li aveva neri, lui portava una giacca color panna, data la stagione primaverile avanzata, l’altro indossava un completo grigio antracite: tutto in quell’altro lui era uguale e contrario ma quegli occhi…

Il suo alter ego gli sorrise con un sorriso osceno e malato e poi sparì e il suo sorriso non era cordiale: metteva i brividi, non era umano.

Scomparsa quell’assurda visione, Fulvio se ne dimenticò in fretta e ripiombò nei suoi pensieri, nei suoi impegni, nelle sue frustrazioni.

Quella fu la prima occasione in cui vide l’altro se stesso, ma non sarebbe stata certamente l’ultima: ormai ogni volta che usciva incontrava quella versione di Fulvio al contrario.

Poi cominciò a vederlo, per brevi attimi, anche in casa, nel corridoio, oppure seduto a gambe incrociate sul tavolo della cucina o, magari, sopra il televisore o sul tetto dell’armadio guardaroba in camera da letto.

Oramai quell’individuo gli appariva quotidianamente, gli sorrideva con i suoi occhietti freddi e privi di bontà, ma non era un sorriso cordiale, sembrava più un ringhio: pochi minuti, il tempo perché Fulvio si abituasse alla sua presenza, poi spariva, non con effetti speciali come lampi o nuvole di fumo, semplicemente un momento c’era e quello dopo non c’era più.

Fu dopo un paio di mesi dal loro primo incontro che il, chiamiamolo così, Fulvio – due gli parlò; la voce era la stessa dell’originale, solo atona, totalmente priva di sentimenti ed emozioni. “Io sono Yin, il nero, il male, il tuo negativo, l’altra parte di te stesso, la più forte, la peggiore, secondo  la morale comune, ma proprio per questo la migliore”.

“Io sono Yang…”, tentò di dire un’altra voce senza volto alle spalle di Yin, ma fu subito sopraffatta: “Taci tu, nullità!” gli impose Yin; e la parte Yang di Fulvio non osò più parlare.

Era mattina ed era l’ora di recarsi al lavoro; Fulvio si lavò, si vestì (si era già fatto la barba la sera precedente) e si guardò allo specchio per controllare se tutto fosse a posto nel suo abbigliamento.

La sua immagine riflessa, però, non era vestita: non solo quell’altro lui era completamente nudo, ma anche visibilmente eccitato.

Fulvio se ne vergognò, come se, invece che davanti allo specchio, fosse stato in mezzo alla folla: “Guardami – gli intimò la sua immagine Yin – ascolta me, segui me, non quell’altro ed io ti farò felice, proverai sensazioni nuove e stupende”.

Poi scomparve, come sempre ed allora lo specchio gli rimandò la sua consueta immagine scialba, con indosso quel ridicolo spezzato da quattro soldi, la camicia bianca col colletto fuori moda, la cravatta regimental in tonalità blu scuro.

Fulvio era stufo di quel grigiore: in certi momenti si sentiva come una nuvola di fumo emessa dalla marmitta di una vecchia automobile.

In ogni caso andò al lavoro; probabilmente anche se non lo avesse fatto nessuno se ne sarebbe, comunque accorto.

Il mattino seguente Fulvio si destò al terzo trillo della sveglia, resistette all’impulso di girarsi dall’altra parte e riprendere a dormire, quindi scostò le coperte ed infilò i piedi nudi nelle vecchie pantofole che stavano perdendo l’imbottitura, andò in bagno a svuotare la vescica ed infine in cucina a prepararsi il primo caffè della giornata; in attesa che la miscela salisse nella moka, accese il televisore sul primo TG del mattino.

“UN FEROCE DELITTO SI È CONSUMATO NELLA NOTTE A MILANO: UNA GIOVANE DONNA È STATA RITROVATA CADAVERE IN UN PICCOLO PARCO DI UNA ZONA RESIDENZIALE. GLI INQUIRENTI SI SONO LASCIATI ANDARE SOLO AD UNA BREVE DICHIARAZIONE, DALLA QUALE, PERÒ, PARREBBE CHE LA DONNA SIA STATA VIOLENTATA, TORTURATA E QUINDI FATTA A PEZZI. ORRORE E TERRORE SI SONO LEVATI NON SOLO DAI RESIDENTI DELLA ZONA, MA DALLA CITTÀ TUTTA…”

Fulvio rimase colpito da quella notizia di prima mattina: sconvolto e a disagio e non solo perché Milano era anche la sua città, ma perché qualcosa dentro di lui lo tormentava, nonostante non conoscesse la vittima e non abitasse poi così vicino al luogo del crimine; terminò il suo caffè, si lavò, si vestì ed automaticamente andò al grande specchio dell’armadio guardaroba.

Fulvio – Yin era là dentro, nudo e ricoperto di sangue, gli occhi fiammeggianti di cattiveria e lussuria: “Allora, è stato bello stanotte? Non mi dire che non ti è piaciuto; cosa c’è di meglio che essere padrone della vita e della morte degli altri? Ce la siamo proprio goduta eh! Hai fatto bene a darmi retta: seguimi e vedrai che ci divertiremo insieme e prima di quanto immagini”. Il Fulvio nudo scomparve e ricomparve, al suo posto, il grigio ometto dai grandi occhiali e dai pochi capelli; questo alzò il capo, lo guardò e gli parlò: “Sei stato proprio cattivo stanotte: Yin ti porterà alla rovina. Che ti aveva fatto quella poveretta, come hai potuto, per il tuo piacere, portarla via all’affetto della sua famiglia, dei suoi amici?”.

Anche Yang scomparve e lo lasciò solo con la rivelazione di ciò che aveva fatto, o meglio, che aveva fatto quell’altra parte di lui… Non trascorse neppure una settimana, quando, alla televisione, dettero la notizia.

“MILANO, DOPO L’EFFERATO DELITTO DELLA SCORSA SETTIMANA, DELITTO PER IL QUALE LA POLIZIA BRANCOLA ANCORA NEL BUIO, IERI NOTTE, POCO PRIMA DELLE DICIANNOVE, UNA BAMBINA DI SOLI DODICI ANNI È SCOMPARSA. IL SUO CADAVERE È STATO RITROVATO QUESTA MATTINA ALL’ALBA DA UN PENSIONATO CHE PORTAVA A SPASSO IL CANE. L’UOMO È STATO COLTO DA MALORE; LA POLIZIA AFFERMA CHE LE CONDIZIONI DELLA PICCOLA ERANO ADDIRITTURA PEGGIORI DI QUELLE DELLA VITTIMA DELLA SCORSA SETTIMANA. SI COMINCIA GIÀ A PARLARE DI UN SERIAL KILLER. DAL NOSTRO INVIATO SUL POSTO…”

Anche stanotte ce la siamo spassata eh – gli disse l’uomo nello specchio – ed è stato anche meglio dell’altra volta. Ah, quelle tenere carni, così dolci da mordere, così facili da lacerare così dolci da mangiare. Mi sa che dovremmo provare con un neonato, dev’essere il massimo!”.

L’immagine di Yang comparve per un attimo, mentre Fulvio rovesciava la sua colazione dallo stomaco direttamente sul pavimento; poi Yin nudo, eccitato, grondante sangue, entrò nel campo visibile dello specchio e cacciò via Yang urlando in modo selvaggio.

A volte una persona normale, una che come tutti noi cela in sé il giorno e la notte, la luce e il buio, il bianco e il nero, il bene e il male e, dopo anni di frustrazioni, di difficoltà, può vedere, un bel giorno, prevalere la sua parte oscura: la peggiore.

Qualcuno, di quelli che hanno studiato il fenomeno, lo chiamerebbe schizofrenia, oppure paranoia, o psicosi: forse, invece, solitudine e umiliazione per quello che si vorrebbe essere e non si é.

Lo presero al quindicesimo delitto, sì, perché prima o poi anche i più feroci e astuti assassini un errore lo commettono.

Non lo misero neppure in carcere, ma direttamente in un manicomio: vai in prigione senza passare dal via e non ritiri i duecento dollari.

Qui, nella sua cella imbottita, perché non si facesse del male, Yin gli parlava in continuazione, lo faceva direttamente dentro la sua testa, senza bisogno di mostrarsi dentro a uno specchio e gli ricordava il loro breve, ma intenso, periodo di gloria.

Ogni tanto anche Yang tentava d’intervenire, di dire la sua opinione, ma la parte oscura oramai aveva definitivamente preso il sopravvento e lo zittiva subito e lui, il bianco, il bene, la ragione, si ritirava in buon ordine, sì, perché fra bene e male il secondo vince sempre, perché lui non ha scrupoli a giocare sporco.

“Io sono Yang”

“Io sono Yin”

“Io sono il giorno”

“Io sono la notte”

“Io sono te”

“Io sono te”

“Io sono il bene”

“Io sono il male e il male è piacevole, per questo sono e sarò sempre il più forte”.

 
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Pubblicato da su aprile 2, 2011 in Racconti

 

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