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…E RIDEVANO TUTTI

… E RIDEVANO TUTTI

 

C’erano tutti  i quattro figli di Mauro, due dei quali con le mogli e figli al seguito, ma mancava la consorte dell’uomo nonché madre dei suoi  figli: se n’era andata sei anni prima per un male di quelli che non colpiscono mai i ricchi, le persone cattive, gli intrallazzatori e i politici, un male che per la gente comune si chiama ancora “male incurabile”.

Mauro aveva ora convocato i suoi ragazzi ed allora era arrivato per primo Giulio dalla Germania con la moglie e due figli troppo biondi per poterli scambiare per ragazzini italiani; poi c’era Cesare giunto anch’egli con moglie e figlia, ma lui veniva solo dalla

Sardegna dove aveva messo su una piccola azienda vinicola e dopo di lui c’era Luigi, che aveva lasciato la propria consorte a casa con i bambini troppo piccoli per viaggiare e per quella occasione, soprattutto, anche se lui, il terzogenito, abitava a meno di settanta chilometri dalla residenza paterna ed infine c’era Gabriele, il più giovane, il più fragile, l’unico single, quello che ancora viveva con Mauro, da sempre.

L’uomo non aveva spiegato il motivo di quella convocazione urgente nelle sue telefonate, nelle sue e-mail, nei suoi s.m.s. come si usa adesso: solo aveva detto ai figli che era indispensabile che tornassero a casa al più presto e loro, dunque, erano arrivati. Mamma come detto non c’era più da troppo tempo: un tumore improvviso e devastante, una morte rapida, ma dolorosa per lei e i famigliari che, però, l’aveva forse sottratta all’umiliazione dell’invalidità.

Erano rimasti loro, cinque maschi sperduti senza la guida dell’unica donna, a quel tempo, della famiglia, senza il suo senso pratico, eppure se l’erano cavata  perché dovevano farlo, perché la crudeltà della vita, ma anche l’istinto, lo impongono, perché erano sempre stati una vera famiglia..

Ho il cancro” esordì senza tanti preamboli Mauro e d’improvviso calò il gelo, tutti tacquero e scesero le prime lacrime.  Una storia già vista, un dolore già provato un futuro che sembrava un passato. Mauro aveva settantotto anni: non pochi, ma neppure troppi ad avrebbe potuto avere ancora altro tempo per le cose che rimangono sempre indietro e per stare ancora accanto il più possibile, magari anche solo tramite la tecnologia, ai propri figli. Lui si era sempre definito un proletario, cioè uno che possiede solo la propria prole e ne era orgoglioso e ne godeva di tale possesso. Dopo l’annuncio drammatico e traumatico fu il momento della falsa speranza alla quale neppure lui credeva: “Faremo terapie, l’operazione, oramai si curano più della metà dei tumori, ci sono nuove scoperte ogni giorno…”.

Già, metà dei malati guariscono: sì, quelli ricchi, quelli che hanno soldi per le cliniche all’estero, quelli per cui nessun medico dice, o pensa: “In fondo non è più un ragazzino, la sua vita l’ha fatta, cosa può sperare? Ci son persone più giovani su cui concentrare fondi e tempo”.

Dopo Mauro presero la parola i figli, toccati nel profondo da quel dejà vu: solenni promesse di partecipare, di essere più presenti, di dare una mano al fratello minore nell’assistenza del malato, garanzie di mettere a disposizione fino all’ultimo risparmio, cose che si dicono, magari sincere a botta calda, ma poi…

Dopo, per alcuni minuti scese di nuovo un gelo imbarazzato: le madri portarono i figli in un’altra parte di quella casa oramai troppo grande, una si mise a cucinare per tutta quella gente, un’altra cominciò a mettere a posto, vale a dire a spostare cose da una parte all’altra; qualcuno piangeva dignitosamente in silenzio, nascosto. Giulio, il più lontano geograficamente fu il primo a romperlo, quel dannato silenzio: “In fondo è anche un modo per rivederci più spesso, non solo a matrimoni e funerali… – si morse la lingua a sangue: quella proprio non la doveva dire – riallacciamo i legami fra noi fratelli, fra i nostri figli  e i loro cugini”.

Cesare, suo fratello, gli rubò la parola e l’imbarazzo: “Del resto anche se la vita ci ha portati lontano, siamo sempre stati una famiglia molto unita, anche fra noi fratelli: abbiamo vissuto insieme, fatto vacanze insieme, giocato insieme e forse è ora di riprendere ad essere fratelli davvero come una volta. Oramai con l’aereo si fa prima che a spostarsi in città con la metropolitana”.

Mauro per un momento dimenticò la propria malattia e quel dolore che gli pulsava dentro sordo, solo un poco assopito dai farmaci, come un grosso leone sedato che ronfa di irrequietudine e vorrebbe tornare subito a sbranare e poi quell’altro dolore, quello per cui non esistono medicine, quella disperazione che si comprende solo quando la si prova, la consapevolezza della fine e lui ora capiva cosa aveva provato quella donna che aveva tanto amato fino all’ultimo momento.

Luigi deglutì la commozione che gli serrava la gola e prese il testimone dai fratelli maggiori, ma fu interrotto da una delle cognate che annunciava che la cena era pronta. Per fortuna il tavolo della sala da pranzo era enorme, del resto un tempo lontano erano in sei a sedervi ogni giorno: bastava stringersi un po’ e ci si stava tutti, tutti stretti, come lo si è spesso solo nei grandi dolori. Cenarono parlando d’altro, delle scuole  dei figli, delle prime cotte di questi, coi chiamati in causa che arrossivano per l’imbarazzo e per il caldo di tutta quella gente che respirava in una sola stanza, per il calore dei cibi appena spadellati. Poi terminò la cena, ritornarono tutti nell’altra sala su divani e poltrone, coi ragazzi a dividersi queste a gomitate nei fianchi di fratelli e cugini; nessuno più toccò il tema il-cancro-di-papà, ma cominciarono i ricordi e gli aneddoti: i Natali passati insieme tanti anni prima, le vacanze al mare o in montagna di quando erano bambini, la colonia, le storielle vere o inventate, per arrivare poi alle barzellette e tutti parevano felici di essere di nuovo insieme e forse lo erano davvero in quell’istante, per quel breve istante, felici di ricordare momenti lontani e sereni e tutti ridevano, anche il protagonista, suo malgrado, di quella rimpatriata.

Mauro ricordò di quando era ragazzo e venne a mancare la sua nonna materna ed allora si ritrovarono tutti i cinque figli di nonna, compreso quello che viveva in Francia e che non vedevano da anni e lui cominciò a raccontare storie, storielle, trame di film con quel suo italiano oramai un po’ zoppicante e tutti si dimenticarono che erano lì per un motivo tutt’altro che allegro…

Ora come allora tutti ridevano, ridevano fino alle lacrime, ma qualcuno lo faceva mentre il suo cuore piangeva sangue.

 

 

 

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Pubblicato da su ottobre 24, 2017 in Racconti

 

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LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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LO ZIO

LO ZIO

 

A Milano c’è una zona che fino a pochi anni fa era periferia: una periferia con ancora prati, poche botteghe familiari, persone che si conoscevano tutte fra di loro, che si salutavano ogni mattina dalla bicicletta con cui andavano al lavoro, gente che si aiutava in caso di bisogno.

uffici-delle-ferrovie-dello-stato-alla-stazione-di-porta-garibaldiC’era, in quel tempo, un numero elevato di piccole officine con pochi dipendenti: anch’essi arrivavano in bicicletta con già indosso la tuta blu e la molletta all’orlo dei pantaloni affinché non s’impigliassero nella catena e pure loro facevano parte di questo piccolo mondo antico.

Ora quel quartiere sta diventando la città della moda: hard discount e mini market hanno soppiantato il droghiere, la merciaia, il vinaio degli anni cinquanta.

Le piccole officine sono state spazzate via dalla grande industria, che a sua volta a spesso dovuto soccombere alla concorrenza straniera, e le biciclette sono state soppiantate dalle station wagon e dai fuoristrada.

Ma in questo quartiere c’è ancora qualche via corta e abbastanza tranquilla, anche se girato l’angolo c’è il frastuono dei locali alla moda, quelli del brunch, dell’happy hour, dove persone finte proletarie e finte malvestite, con jeans stracciati che costano più di un completo da ufficio, trascorrono i fine settimana che loro definiscono “alternativi”.

In una di queste vie dove il tempo ha rallentato, più o meno a metà di essa, c’è una palazzina sorta al posto di una di quelle officine di cui si diceva poco fa, costruita intorno alla metà degli anni sessanta con la pretesa di essere un po’ più elegante delle vecchie case degli anni trenta che l’affiancavano e la fronteggiavano.

La facciata è ricoperta di eleganti piastrelle rettangolari rosso scuro, ma ora non ha più quell’aspetto così medio borghese, imbrattata com’è di scritte e graffiti che non la diversificano più così tanto dal resto delle case della stessa via.

I condòmini di questa palazzina sono quasi tutti imparentati fra di loro, salvo un paio di famiglie.

Una di queste era, fino a poco tempo fa, composta da due giovani sposi, conviventi con la nonna del marito e index2suo figlio, uno zio il cui cervello era, da tempo, o forse da sempre, emigrato altrove.

Spesso succede che i matti siano simpatici e divertenti, ma lo zio in questione non lo era affatto e destava avversione già al primo impatto.

Vestiva, estate e inverno, uno stesso paio (o forse più paia tutte uguali) di pantaloni che arrivavano a mala pena alle caviglie; portava sempre un cappello di feltro verde troppo piccolo per la sua testa ed aveva costantemente fra le labbra un lungo bocchino armato di sigaretta (il più delle volte spenta).

Nella stagione più fredda indossava un vecchio cappotto fuori moda di un marrone indefinibile (quello che, una volta, si definiva “color can che scappa”), mentre dalla tarda primavera e per tutta l’estate il suo abbigliamento era costituito, oltre dai pantaloni suddetti, da una camicia azzurra (o forse più camicie tutte uguali) a mezza manica.

Mai rinunciava, comunque, al cappello verde con la corta piuma infilata nella fascia.

I capelli, almeno da quanto s’intravedeva sotto il suo copricapo, erano corti e radi, e portava una barba, senza baffi, che gli contornava il viso in un modo che aveva un ché di osceno.

La sua malattia mentale emergeva, fra l’altro, dal fatto che, per strada, spesso parlava, brontolando, fra sé e sé, con una voce stridula e che, forse nei periodi peggiori, prelevava dai tergicristalli delle auto in sosta gli indeximmancabili volantini pubblicitari, li stracciava in quattro parti e li gettava a terra: si poteva capire se lui era passato poco prima, dalla lunga scia di carta a terra, quasi che l’uomo fosse un Pollicino cresciuto di età, ma mai di testa.

Per il resto, comunque, pareva tranquillo.

Successe un bel giorno che la sposina rimase incinta: l’appartamento non era molto grande ed era necessario attrezzare per tempo una cameretta per il bambino in arrivo (e per il fratellino che sarebbe arrivato un paio d’anni più tardi).

Alberto, il giovane marito e futuro padre, si diede, allora, da fare per trovare un appartamentino in zona per la nonna e lo zio matto; in poco tempo ne trovò uno in un’altra palazzina dignitosa, situata nella strada vicina e a non più di duecento metri dalla loro, così che potesse continuare ad occuparsi dei parenti, che, per età e salute mentale, non erano certo autonomi.

Trovò anche una gentile e dolce signora ucraina che accettò di dare una mano ai due, nonostante lo zio non piacesse molto neppure a lei; in compenso la donna anziana era deliziosa e l’accolse come una figlia.

Naturalmente tutte le domeniche e le festività varie, madre e figlio venivano invitati a pranzo dal premuroso nipote.

Poi, finalmente, venne al mondo il bambino, un maschietto, e allora lo stato mentale dello zio peggiorò; la diagnosi fu semplice: gelosia.

Le persone deboli, gli animali, i malati, sono spesso gelosi dell’attenzione che i bambini attirano da parte di tutti e che viene sottratta a loro.

Così lo zio, ogni volta che il piccolo neo-arrivato veniva portato in mezzo ai parenti, cominciava a brontolare fra sé, con quella voce stridula e, spesso, prendeva il suo cappello e se ne andava a caccia di volantini da disperdere per il quartiere.

Come detto, dopo un paio d’anni Raffaele, il primogenito di Alberto, ebbe un fratellino, Fulvio, e a questo punto lo zio era veramente esasperato: nessuno più in famiglia s’accorgeva di lui, né gli parlava, neppure l’anziana imagesmadre che, quando si ritrovavano per i loro pranzi festivi, era tutta in brodo di giuggiole per i due pronipoti.

Così, il più delle volte, lo zio scemo rifiutava gli inviti a pranzo e andava a sfogare la sua rabbia sulla pubblicità da parabrezza.

Trascorsero alcuni anni e Raffaele cominciò la scuola elementare, Fulvio l’asilo e, nelle riunioni familiari, i due bambini tenevano ancora più banco, recitando poesiole, raccontando le loro piccole grandi avventure scolastiche, uscendosene con battute che, per il loro candore e spontaneità, suscitavano ilarità ed applausi nei parenti e rabbia nello zio.

Altro tempo passò; i radi e corti capelli dello zio spuntavano ormai grigi da sotto il cappello, sempre lo stesso, e nuove manie si aggiungevano al suo dossier: da un po’ di tempo, ad esempio, quando si recava in farmacia per i suoi periodici acquisti di tonnellate di psicofarmaci per sé ed altre medicine varie per la madre, oramai ultra novantenne, faceva incetta di pasticche alla menta che alternava alle sigarette fumate col bocchino.

Nessuno in famiglia aveva mai pensato di limitargli alcunché: né fumo, né medicine, né caramelle; d’altra parte, diciamocelo chiaramente, non si può voler bene o preoccuparsi più di tanto di una persona con la quale non si può comunicare e una sua eventuale dipartita sarebbe stata solo una liberazione per tutti, anche se nessuno l’avrebbe ammesso apertamente.

Se la madre viveva insieme a lui e se il nipote e la moglie se ne occupavano, era solo per senso di responsabilità e dovere familiare.

Gli anni passavano anche per i due bimbi, cresciuti ignorando totalmente lo zio che consideravano alla stregua di un abituale oggetto d’arredamento; coi bambini è così: per farsi amare occorre amarli.

Venne, infine, il tempo della prima comunione di Raffaele, per la quale si organizzò un rinfresco in casa con tutti i parenti, una dozzina in tutto, compresi la bisnonna e lo zio.

Questo era, però, troppo per la mente malata dell’uomo: per lui non c’era mai stato un rinfresco o un festeggiamento.

Andò così dal farmacista abituale e, oltre le medicine e le Valda, chiese, con quella sua voce simile a un velenogessetto su una lavagna d’ardesia: “Topi, tanti: veleno!”.

Molto imprudentemente il farmacista gli credette ed acconsentì alla sua richiesta.

Ma non c’erano topi a casa dello zio: c’era, invece, una macedonia con panna da condire col topicida a casa del nipote. Ne mangiarono tutti in abbondanza, compreso lo zio stesso.

I primi malori comparvero nel giro di un paio d’ore.

La prima a morire fu la donna più anziana, seguita dal pronipote ultimogenito.

Le ambulanze arrivavano a schiera nella tranquilla via, ma c’era ben poco da fare, data la quantità di veleno ingerita dai commensali.

Ad uno ad uno morirono tutti, vomitando sangue e fra spasmi tremendi, ancor prima di giungere in ospedale.

Si salvò solo, grazie ad una lavanda gastrica impietosa, lo zio matto che, dopo l’avvelenamento, divenne ancora più scemo.

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Pubblicato da su febbraio 8, 2014 in Racconti

 

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