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IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

Raffaello aveva vent’anni.

Raffaello aveva lasciato gli studi perché non aveva mai avuto troppa voglia di studiare e di andare a scuola e così adesso lavorava: lavori saltuari e malpagati, ma che gli avevano consentito di andare a vivere da solo, di avere la propria indipendenza.

Il problema era stato quello di trovare un appartamento, anche piccolo, anche solo un monolocale, adatto alla cifra che lui poteva permettersi: fino ad allora gli appartamenti che aveva visto costavano, in affitto, più di quanto lui guadagnasse in un mese facendo il fattorino interno in una multinazionale, di giorno e consegnando pizze a domicilio di sera.

Poi trovò quell’occasione insperata: addirittura un trilocale più servizi a trecento euro al mese spese e riscaldamento compresi!

Forse il prezzo così basso avrebbe dovuto insospettirlo,  ma a vent’anni si è ingenui e ci si fa trascinare dagli entusiasmi e così firmò il contratto di getto, prima che ci ripensassero e si accorgessero che avevano, probabilmente, dimenticato un uno davanti alla cifra richiesta.

C’erano, perfino, alcuni mobili compresi nel prezzo: una cucina, modesta ma pulita in formica anni ‘70 con tavolo e quattro sedie scompagnate ma stabili, un mobiletto in bagno per gli asciugamani e i saponi vari per l’igiene personale; in sala c’erano un divano letto un po’ sbiadito e una poltrona rivolta verso un vecchio televisore a tubo catodico e in quella che si era scelta come camera da letto, c’era un letto alla francese, da una piazza e mezza, un comò e un guardaroba, oltre ad un tavolinetto da usare come comodino.

L’ultima stanza era totalmente vuota, ma tanto per lui era superflua, visto che non aveva figli, non aveva intenzione di averne, almeno in tempi brevi e non aveva ospiti da ricevere.

Forse col tempo avrebbe potuto magari arredarla e subaffittarla per fare qualche euro in più, o forse no, perché la propria libertà e indipendenza non hanno né prezzo, né compenso.

Appena trasferite le sue cose, libri, vestiti, lo stereo e i cd, la consolle coi videogiochi, girò la casa per vedere se tutto era in ordine: finalmente era venuto anche a lui il sospetto che sotto, sotto ci fosse una fregatura, ma la caldaia – scaldabagno funzionava bene, così come l’impianto idraulico ed elettrico ed erano anche a norma e infine non c’erano vicini rumorosi o pericolosi, quindi tanto meglio. Adesso che respirava l’indipendenza, un poco gli mancava casa sua, la cucina e le pulizie domestiche di mamma, ma in venti minuti avrebbe potuto essere là e magari auto – invitarsi a cena dai suoi.

Comunque fosse erano più i vantaggi della vita indipendente che non gli svantaggi.

Certo, a volte quando stava con i suoi, avrebbe avuto le occasioni per avventure galanti o decisamente piccanti: adesso, come sempre accade, aveva il modo, ma gli mancava il materiale principale.

C’è da dire che rispetto ai suoi coetanei Raffaello amava più leggere libri che non guardare la televisione o dedicarsi ai videogiochi, che pure aveva, così già dalla prima sera si mise seduto a letto con un libro e una pizza ancora tiepida portata a casa da dove lavorava: neppure gliela avevano fatta pagare.

Sdraiato in mutande tirò un lungo respiro, era quello dalla libertà, poi iniziò a leggere, fino a che non sentì un sordo brontolio provenire da un luogo che pareva essere sotto il suo letto.

Ecco, ci siamo – pensò – ecco la fregatura: tubature rumorose, magari vicini che vanno al cesso di continuo, anche di notte”.

Altro respiro, ripose il libro a pagine in giù, appoggiò la pizza che stava mangiando con le mani, se le pulì dall’unto in un fazzoletto e si affacciò al bordo del letto, quindi alzò la coperta e guardò sotto a questo, giusto per controllare che non ci fossero macchie d’umido o addirittura perdite d’acqua. Dopo qualche istante gli occhi si abituarono al buio, visto che lui non possedeva una pila, ed allora vide…

Vide due occhi gialli che lo guardavano; balzò all’indietro, facendo cadere il romanzo di Stephen King dalla parte opposta del letto, fra questo e il muro; si stropicciò gli occhi in un buffo gesto infantile, quasi a scacciare un brutto sogno: non è possibile, pensava, sarà qualcosa di fosforescente, i mostri sotto il letto esistono solo fino ai cinque anni di età, dopo non ci credi più e spariscono.

Si sporse ancora con cautela e guardò di nuovo sotto il letto: la cosa era là, ringhiava in modo preoccupante, lo guardava con quegli occhi gialli e gli mostrava denti lunghi e poco tranquillizzanti.

D’istinto Raffaello allungò una mano dietro di sé, prese ciò che restava della pizza ai funghi e prosciutto e la lanciò al mostro; questi sembrò gradire, in quattro morsi divorò la pizza e poi si ritirò nell’angolo più buio sotto il letto e il suo ringhio si trasformò in un quieto ronfare: si era addormentato.

Adesso Raffaello, di logica, avrebbe dovuto lasciare quella casa e di corsa e senza voltarsi indietro, ma aveva pagato, con sacrificio, sei mesi di affitto anticipato, non aveva più il becco di un risparmio e un altro appartamento non avrebbe potuto permetterselo.

Poteva, è vero, ritornare a casa dai suoi genitori, ma dicendo cosa? “Sai, mamma, nella casa dove stavo c’era un mostro sotto il letto”.

Di certo la madre avrebbe concluso che da quando era andato a vivere da solo aveva iniziato a drogarsi e in modo pesante.

Decise di non dormire, di stare pronto a scappare, anzi si infilò sopra i boxer un paio di pantaloni da tuta, giusto per non trovarsi in strada con le chiappe al vento, o quasi, ma poi il sonno vinse la battaglia e, paura o no, si addormentò.

Si svegliò col chiarore dell’alba prima che suonasse la sveglia per recarsi al lavoro, diede rapido un’occhiata sotto il letto e nel buio non vide la cosa, ma la sentì ronfare come un gattino domestico che fa le fusa.

La sera, tornando a casa e prima di andare al pizza express, passò da un discount e prese una confezione gigante di crocchette per cani e dei piatti di plastica. Arrivato a casa riempì uno dei piatti usa e getta di croccantini, poi si chinò a guardare sotto il letto: il mostro era là coi suoi grandi occhi gialli spalancati, brontolava.

Buono che arriva la pappa” gli disse Raffaello e spinse il piatto verso di lui; in un attimo, qualunque cosa fosse quell’essere, ingoiò cibo e piatto.

Visto che brontolava ancora, Raffaello gli propinò una nuova razione e questa volta il mostro del letto si chetò e si addormentò; il ragazzo realizzò che avrebbe dovuto portare dalla pizzeria dei doggy bag o quello lo avrebbe mandato in rovina, del resto pochi possono dire di avere come animale domestico un mostro che vive sotto il letto.

Quando tornò dal lavoro serale tutto era tranquillo, la bestia faceva le sue fusa da sonno e il ragazzo mise in un’anta della cucina la borsa piena di bordi di pizza avanzati, si spogliò, andò in bagno e poi a letto col suo libro recuperato da dietro il letto.

Già, il bagno: chissà dove quella cosa espletava le proprie funzioni fisiologiche, ma forse un essere semi – fantastico ha un metabolismo diverso dagli animali e non espelle nulla, assimila tutto, anche la plastica dei piatti.

Avevano trovato quella sorta di patto fra di loro, quella strana convivenza, il mostro non pareva pericoloso, almeno fino a che lo si nutriva, del resto anche le bestie più feroci riconoscono chi le sfama; adesso il mostro non ringhiava nemmeno più quando lui si chinava a controllarlo.

Raffaello avrebbe voluto spostare il letto, vedere come era fatto in realtà, ma decise che era meglio non sfidare troppo la fortuna.

Poi un giorno il giovane conobbe una ragazza: non che si fosse innamorato, ma lei si lasciava fare un po’ di tutto, era una facile e non si tratteneva dal prendere l’iniziativa; fu lei a proporgli di andare a casa sua per fare le cose con più privacy e completezza.

Raffaello nicchiava: era prudente invitare estranei col mostro sotto il letto? Ma i sensi, e non solo quelli, pulsavano forte come solo a vent’anni succede, così invitò Daria a consumare un rapporto completo nella sua alcova.

Fu una notte incredibile e Raffaello si dimenticò perfino del mostro, anche di nutrirlo.

Al mattino si svegliarono entrambi con la luce del sole, si scambiarono qualche effusione, poche a dire il vero, perché al mattino nessuno è mai molto gradevole alla vista né profumato, poi lei si alzò e cominciò a vestirsi, almeno fino a che non si rese conto che non trovava una scarpa: “Sarà finita sotto il letto, esclamò e si chinò per cercarla”.

Raffaello avrebbe voluto anticiparla, chinarsi lui a cercare sotto il letto, ma non fece in tempo. Daria alzò il bordo della coperta e lanciò un urlo: “c-cos’è qq-quella cosa?” e poi fu presa da una crisi isterica e iniziò a strillare; Raffaello cercò di tapparle la bocca: l’avrebbero sentita, avrebbero scoperto il mostro, avrebbe perso la sua casa e la sua indipendenza, ma lei si strappò dalle labbra la sua mano, lo morse e riprese a strillare, allora lui, non sapendo più come farla stare zitta, la spinse sotto i letto: lei smise subito di strillare e dopo poco il mostro cominciò a ronfare.

Il pericolo era scampato, ma Raffaello non avrebbe più potuto portare ragazze a casa. Presto, probabilmente, avrebbe comperato un’auto usata, magari coi sedili reclinabili.

Riguardo al mostro, quello non era un problema, i mostri sotto il letto non sono mai un problema, basta non scordarsi di dargli da mangiare pizza e croccantini.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Racconti

 

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DOTTORE, MI AIUTI!

DOTTORE, MI AIUTI!

Quante ne ha viste e ne deve vedere uno psichiatra!

Quante ne aveva viste e ne avrebbe dovute vedere Ruggiero Lamanna, professione psichiatra esercitata come libero professionista.

Ma la storia di Ugo, il suo ultimo paziente, era veramente pazzesca, veramente al limite.

dsm-vNon appena aveva ricevuto per il primo incontro quell’uomo problematico, verosimilmente psicotico, aveva capito che non sarebbe stata una passeggiata fare qualcosa per lui.

Non era il suo abbigliamento, anonimo, non odori particolari, tic, niente di così plateale, almeno per la gente comune, ma lui non era gente comune, lui era del mestiere e c’era un insieme di piccoli indizi, forse una sensazione, ma temeva che i problemi del suo paziente nuovo fossero peggio delle peggiori aspettative.

Eppure Ugo era una persona gentile, educata, sicuramente di una certa cultura, ma sembrava, oltre che disturbato, disperato, veramente disperato, come uno che non dorme da giorni e che non vive da mesi.

Aveva due occhiaie come chi ha proprio smesso di dormire ed anche se era pettinato e pulito, lavato e stirato, aveva un’aria trasandata, forse… emotivamente.

Salutò cortesemente, dandogli una mano diafana e tremolante: “Buongiorno, dottore, mi aiuti, sono disperato!”.

Il nuovo paziente aveva una voce fra l’esausto e il rassegnato: solo ad ascoltarlo ti tirava in terra: “Mi dica, mi esponga il suo problema con calma e chiarezza: sono qui per ascoltarla ed aiutarla, se possibile”; la voce del dottor Lamanna era professionalmente pacata e tranquillizzante come quella di un ipnotizzatore.

Ugo iniziò il racconto: “è da mesi che mi segue”.

“Chi la segue?”.4mini03lupomannaro

“La cosa”.

“La cosa?”.

“Io la chiamo così: non l’ho mai vista, ma so che mi segue e mi vuole sbranare, perché lei è feroce, si nutre di carne e sangue umano, allora io mi faccio seguire in periferia, nelle zone più povere e buie, dove è pieno di senzatetto, così lei sbrana loro e lascia in pace me, ma la sera dopo rincomincia a seguirmi, perché non è mai sazia. Finora sono riuscito a salvarmi, ma tutto quel sangue, tutti quei morti ce li ho io sulla coscienza!”.

Non riuscì a continuare, scoppiò in singhiozzi irrefrenabili che il medico non riusciva ad arginare con alcuna parola, con nessuna arma della sua esperienza professionale; poi Ugo scappò via, forse sarebbe ritornato, forse no.

Di persone disturbate il dottor Lamanna ne aveva viste, ma questo era proprio un caso al limite: forse se non fosse tornato sarebbe stato meglio, la vedeva dura guarirlo, forse non si sarebbe potuto evitare un ricovero in una struttura specializzata.

Ed invece il suo paziente tornò, dopo una settimana, all’ora prevista.

Si vedeva subito che stava ancora peggio della volta precedente.

Aveva con sé un grosso involto, probabilmente un libro dentro ad un sacchetto di plastica di quelli da boutique.

Si sedette sulla poltrona che aveva mostrato di preferire al divanetto – dormeuse classico degli psichiatri o degli psicoanalisti e non attese domande, cominciò subito a parlare, ciancicando nel frattempo con le mani la sommità della busta di plastica:

“Questa volta sono state prostitute, tre in una settimana; i barboni hanno una loro rete, si passano la voce e sembrano essere spariti, forse hanno cambiato città o si sono nascosti in qualche fabbrica abbandonata. Le prostitute, invece, devono lavorare e si prendono i loro rischi: quelle tre poverette non ce l’hanno fatta ed è colpa mia. Forse dovrei lasciarlo fare, lasciare che sbrani me, ma poi, comunque, andrebbe da qualcun altro, quindi…”.

mirrors4“Scusi – lo interruppe il terapeuta – ma la scorsa volta è fuggito senza darmi modo di parlarle: ma perché lei esce di sera, se pare che la cosa, come la chiama lei, giri solo con il buio?”.

“È il mio lavoro – rispose lui stancamente – guardiano notturno in un museo, sorvegliante non armato, giusto per dissuadere sbandati dall’introdursi nella struttura, magari solo per dormire al coperto.

Oh, lo capisco, so che non mi crede, per questo le ho portato questo…”; così dicendo aprì la borsa di plastica e ne estrasse un grosso album da fotografie, lo aprì: era pieno di ritagli di giornali, parlavano tutti, effettivamente, di senzatetto, di tossicodipendenti, di prostitute trovati morti, uccisi in modo truculento, ma data la natura delle vittime, nessuno si sbatteva più di tanto e perfino i giornali non accennavano all’ipotesi di un serial killer.

Tantomeno di una bestia semi umana, un mostro sbrana persone.

“Mi crede ora?” domandò con poche speranze.

Il dottor Lamanna esaminò attentamente il volume e i ritagli che conteneva: era tutto più chiaro: un classico caso di transfert.
Il suo paziente era stato attratto da quelle notizie, forse proprio per misericordia, perché nessuno si curava di quel popolo di invisibili ed allora si era convinto che l’autore degli omicidi fosse una cosa innaturale e che fosse lui ad attirarla: qualcuno così avrebbe avuto la colpa di quelle morti indifferenti a tutti gli altri e non vendicate.

Il dottor Lamanna guardò e riguardò l’album fino al suono del timer che segnalava la fine della visita: “Ci pensi, tornerò, se riesco, mi aiuti o è finita, lei è la mia ultima speranza” disse Ugo, ma non ci credeva neppure lui e s’avviò all’uscita.

Non tornò più. Lo trovarono in un vicolo della periferia estrema, sgozzato, il ventre squarciato, il fegato e altri organi mancavano; non c’era quasi più sangue eppure sul luogo del ritrovamento del cadavere non ce n’era così tanto a terra.
Il dottor Lamanna lesse la notizia sui giornali e rimase sconvolto: questo non si spiegava, questo non era un transfert, questo 12era fuori dal razionale.

Certo quel poveretto aveva risolto definitivamente il proprio problema.

Ora che il morto non era un disadattato, un senzatetto o un senza nome forse qualcuno, comunque, avrebbe indagato; certo la faccenda non era spiegabile e le cose inspiegabili a lui davano fastidio.

Rifiutava categoricamente l’idea della “cosa” che si nutriva di persone, ma se, solo per pura ipotesi, così fosse stato ora la bestia era fuori, libera ed in cerca di nuove prede.

C’era da pensarci.

Il professionista uscì dallo studio un po’ tardi: aveva avuto pazienti dopo l’orario d’ufficio; era una serata fredda, nebbiosa, buia, poca gente in giro.

Lui andava al suo ambulatorio a piedi, doveva percorrere strade poco frequentate e ad un certo punto sentì dei passi dietro di sé, passi pesanti, passi non umani e un brontolio simile ad un ruggito.

Fu a questo punto che cominciò a correre terrorizzato, doveva andare verso un luogo dove liberarsi del suo inseguitore, magari verso un posto frequentato da drogati…

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Pubblicato da su marzo 23, 2015 in Racconti

 

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IL MOSTRO NELL’OMBRA

IL MOSTRO NELL’OMBRA

 

Yul avanzava a fatica nell’intrico del bosco. Era ancora giorno, ma il sottobosco era talmente fitto che c’era già quasi buio e nel buio c’era qualcosa, qualcosa forse d’inquietante, qualcosa che forse lo seguiva, forse lo precedeva, forse lo aspettava o forse non si era ancora accorta di lui. Eppure Yul non aveva paura, e si stupiva quasi di non averne. L’unica cosa che lo infastidiva era più che altro il fatto di non ricordare: perché era nel bosco, dove andava, da dove veniva? Erano tutte domande senza risposta perché non ricordava assolutamente nulla del suo passato, recente o remoto che fosse.

Pensò come era strana la vita e come erano strani i meccanismi della mente: ricordava cosa erano gli alberi, cos’era un bosco, tutte le parole della sua lingua, ma non sapeva nulla delle ultime ore, o degli ultimi giorni, o mesi, perché non aveva neppure la cognizione del tempo.

C’era, però, in lui quell’istinto innato che lo portava ad andare avanti. Era, più che un unico istinto, un insieme di vari istinti: fame, sete, conservazione, curiosità. Prima o poi il bosco sarebbe finito ed oltre quello ci doveva essere un altro mondo con tutte le risposte e, forse, con i suoi ricordi.

Ma c’era il grosso punto interrogativo di quell’altra presenza: poteva rappresentare un pericolo per Yul? E chi poteva dirlo, fintanto che non avesse scoperto l’identità dell’altro. Ma Yul continuava ad essere tranquillo, seppure innervosito dalla propria amnesia; forse era incoscienza o forse, invece, piena coscienza di se stesso.

Il buio si faceva sempre più intenso, scendeva, insieme alla nebbia, a folate come una colata d’inchiostro, ma Yul riusciva ancora a vedere, perlomeno a vedere ciò che era necessario, vale a dire gli alberi e il terreno, così da non farsi colpire al volto dai rami più bassi o da non rompersi una gamba in una buca magari nascosta dalle foglie cadute dagli alberi secolari.

Oramai erano diverse ore che stava camminando: non poteva quantificarle, ma la cognizione del tempo era un altro dei sensi che il bosco gli aveva acuito; decise, così, di fermarsi un attimo a riprendere le forze e raccogliere le idee. Più che essere stanco aveva molta fame: nel bosco doveva pur esserci qualcosa di commestibile, ma quegli alberi non erano certo piante da frutto, per cui doveva puntare su qualcosa di vivente, anche se fino ad allora non aveva visto nessun animale, piccolo o grande che fosse: forse le due presenze in movimento avevano spaventato tutte le creature, evidentemente non abituate ad intrusioni estranee nel loro habitat.

Era difficile concentrarsi con i tremendi crampi della fame che gli facevano brontolare rumorosamente le budella, ma Yul cercò di ritrovare il suo sangue freddo e ricordare qualcosa.

E qualcosa ricordò: c’era forse stata una guerra terribile, ma non molto di recente, forse prima che Yul venisse al mondo o forse quando era piccolo. Ricordava vagamente che dopo la guerra c’era stato il tempo sufficiente per modificazioni genetiche che avevano creato generazioni di mutanti: che fosse un mutante quello che si trovava con lui nel bosco? Ora era più vicino, talmente vicino da sentirne l’odore acutamente selvaggio, un misto di odore di feci, urina e carne marcia, come l’alito di una fiera carnivora: forse l’altro avrebbe potuto essere un normalissimo puma o un altro animale selvatico.

Gli venne da pensare che forse era a causa delle mutazioni che lui aveva perso la memoria, o forse era stato per qualche trauma o per il digiuno che, dalla fame che provava, sembrava durare da parecchio tempo.

Ora era proprio notte fonda, una notte senza luna e senza stelle. E poi c’era la nebbia e la temperatura si era abbassata bruscamente. Ma Yul non aveva freddo. E non aveva paura della bestia che si avvicinava, anche se ora ne sentiva i passi che spezzavano i rami a terra e quelli più bassi degli alberi. Dal rumore che faceva avanzando non era certo un essere piccolo e neppure lui aveva paura, altrimenti non avrebbe fatto tutto quel baccano. D’altra parte era stupido andare a caccia facendosi sentire a centinaia di metri di distanza.

Forse era proprio la stupidità del suo avversario che lo tranquillizzava. Ma in realtà la motivazione non era neppure quella: sapeva che non doveva avere paura, punto e basta.

Ora la bestia ansimava, forse per la stanchezza, ruggiva piano, con un sordo brontolio: era probabile che anche l’altro avesse fame e che i continui urti contro i rami gli avessero provocato delle ferite, non gravi, ma fastidiose.

Yul avanzava, l’altro avanzava, prima o poi si sarebbero incontrati o scontrati: prima o poi sarebbero usciti dal bosco e, forse, lo scontro sarebbe avvenuto in uno spazio più ampio.

Era ora di riprendere il cammino: il riposo lo aveva un po’ rinfrancato; al buio aveva allungato la mano e catturato qualcosa di viscido che subito aveva portato alla bocca. Non era male, ma era troppo poco per lenirgli la terribile fame. Si alzò e riprese il cammino nella direzione che l’istinto gli dettava; sulla sua stessa linea, a poche centinaia di metri avanzava anche la cosa, la bestia, il mostro.

Ora il bosco si faceva meno fitto, stava finendo: fra poco sarebbe sbucato probabilmente su una radura, fra poco il buio della notte che si avviava alla fine gli avrebbe mostrato l’avversario che avanzava nell’ombra.

Ora Yul vedeva finalmente lo spazio aperto, quell’interminabile intrico di alberi e rampicanti era

Giunto al termine: Yul levò al cielo il capo, scoprendo la terribile dentatura, alzò anche le enormi braccia pelose ed urlò, urlò la sua soddisfazione, la sua potenza e la sua fame.

E poi vide finalmente quell’altro: non aveva sbagliato, era proprio un mutante, come Yul del resto, solo di una specie inferiore, meno intelligente e meno evoluta; era alto due metri, con zanne ed artigli da predatore, ma insignificante e poco pericoloso per i tre metri e mezzo d’altezza di Yul. Ora capì perché non aveva paura: perché nessuno poteva competere con lui.

Con due balzi fu addosso alla bestia: per lui fu un gioco sopraffarla, sbranarla e con essa cominciare a placare la sua terribile fame.

Di nuovo levò il capo verso la luce dell’alba imminente e ululò la sua vittoria e la sua soddisfazione. E ricordò, finalmente chi era: un cacciatore, un predatore di mutanti.

Se sei tu il mostro che si nasconde nell’ombra, non avrai mai bisogno d’aver paura.

 
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Pubblicato da su aprile 15, 2011 in Racconti

 

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