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LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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LA MORTE DI MIMI’

LA MORTE DI MIMÌ

 

(Questa è una personale trasposizione dell’atto finale della Bohème di Giacomo Puccini in un’ambientazione moderna.)

 

Alberto, Mario e Michael erano tre amici che condividevano uno squallido bilocale dall’affitto carissimo e per di più in nero, in una zona situata a metà strada fra Lambrate e Città studi, il quartiere di Milano con il politecnico e diverse altre facoltà tecnico – scientifiche.

Alberto proveniva dall’Abruzzo, Mario dalla provincia di Cremona e Michael da quella di Sondrio; i primi due frequentavano la facoltà di architettura, covando entrambi il sogno di diventare il nuovo Gio Ponti, mentre l’ultimo studiava informatica con una decina d’anni di ritardo rispetto a quando la facoltà garantiva un lavoro sicuro: oramai gli informatici erano più dei medici ed anche di quelli ce n’erano molti più della richiesta del mercato.

Tutti e tre erano ragazzi poco più che ventenni che cercavano di diventare adulti autonomi e responsabili, ma pur sempre ragazzi che non disdegnavano quindi, in quanto tali, una partita a pallone, una serata in discoteca o un sabato in birreria.

Soldi pochi: le tasse universitarie erano da strangolo, tutti e tre provenivano da famiglie piccolo borghesi che già si svenavano per pagare loro gli studi, l’affitto, il vitto, così loro si adattavano a fare lavoretti saltuari e mal pagati, anche questi in nero, come volantinaggio porta a porta, collaborazione in traslochi e trasporti o montaggio di stand alle fiere, sempre più rare, al polo di Milano – Rho.

Essendo ragazzi con normali inclinazioni sessuali erano sempre alla ricerca di compagnie femminili: non della relazione fissa, che li avrebbe distratti e distolti dagli studi, ma l’amicizia senza impegni, come spesso si usa fra ragazzi, magari con qualche sporadico petting, per lo più nell’unica automobile che usavano a turno, una vecchia Renault di Mario e, prima ancora, di suo nonno, ora troppo avanti con l’Alzhaimer  per essere ancora in grado di condurre un’autovettura della quale, comunque e a sua insaputa, continuava a pagare bollo e assicurazione.

Il loro bilocale era ad un ultimo piano, talmente ultimo da essere quasi un abbaino, non si sa quanto abitabile, in un caseggiato grigio e vecchio di una periferia che stava velocemente per essere fagocitata, digerita e inglobata nella città.

Qui non si trovava più un tratto di terreno libero da anni oramai, mentre un tempo c’erano prati incolti e qualche orto abusivo da pensionati che produceva insalata, pomodori e patate aromatizzati al piombo degli scarichi delle automobili.

Come detto la discoteca, ma più ancora la birreria, erano per loro una scusa per rimorchiare ragazze, fossero esse amiche stabili o avventure di una sera.

Fra i tre Alberto era il più sognatore, il più romantico, anche se si vergognava un po’ della sua indole, che non era certo da ragazzi del terzo millennio.

Una sera in birreria proprio lui fu attratto da Domenica, detta Mimì, anche se al momento dell’incontro non conosceva ancora né il suo nome né il soprannome, che peraltro lei avrebbe poi dichiarato di odiare in ugual modo.

Domenica, un nome da campagna e da ragazza, anzi donna, campagnola, pensava e lei caratterialmente era tutt’altro che una ragazza di paese; il diminutivo Mimì non si discostava da tale attribuzione e di peggio ci sarebbe stato solo il chiamarla Menega!.

Ma ragazza di paese lo era comunque per nascita: un paese del quale voleva dimenticare perfino il nome, poche case sperse nella campagna del lodigiano, un paese che più paese non si può nella zona ancora superstite dell’agricoltura di quella parte sempre più industrializzata della Lombardia.

Mimì (mia dolce Mimì) all’aspetto era tutt’altro che dolce: capelli tinti di blu elettrico, piercing in forma di anellino al lato del labbro e di una narice, unghie dipinte con lo smalto nero come il colore del suo rossetto.

Eppure c’era qualcosa sotto quella crosta di ribellione, di schiaffo alle convenzioni, che Alberto seppe captare, pure se in forma indefinita.

C’era una tristezza, un dolore, ma anche tanta voglia di amare e essere amata nel profondo dell’anima.

Forzando la sua natura, tutto sommato, riservata, il giovane le si avvicinò, la invitò al tavolo dove stavano loro tre, anzi cinque, visto che i suoi inseparabili amici avevano già rimorchiato Alice e Noemi.

Mimì accettò senza parlare, solo lo seguì al tavolo, dove ci furono le presentazioni, inutili smancerie convenzionali che a lei non piacevano, tanto che alle mani protese da stringere, lei rispose con la propria alzata in un cenno che doveva essere di saluto.

Ma anche quel cinismo, a vedere di Alberto, era una posa, un atteggiamento per nascondere un grande turbamento interiore.

Bevvero un paio di birre, parlarono, risero e a poco, a poco anche la nuova venuta si lasciò andare e rise e parlò con loro; forse era alternativa, ma non certo antipatica.

Visto che in sei non potevano andare via sulla vecchia e unica vettura a disposizione, si salutarono lì, con la promessa di rivedersi il sabato seguente e con scambi dei numeri di cellulare.

Si rividero il sabato, tutti e sei e poi ancora la settimana seguente.

Una sera i due amici di Alberto si eclissarono con le rispettive compagne, oramai fisse e lui rimase solo con Mimì: “Usciamo? Facciamo quattro passi?” le propose; la notte era bella, stellata, non troppo fresca.

Mimì lo seguì senza una parola: passeggiarono, chiacchierarono, più che altro fu Alberto a farlo, raccontando i suoi sogni, i suoi progetti che ora comprendevano lo stare con lei, fino a che la ragazza scoppiò in lacrime: “Non possiamo – disse – non possiamo farlo: sono malata, conclamata e terminale”. Quel termine, conclamata, bastava da solo a raccontare la malattia, non la storia di Mimì; fu lei a farlo, senza nascondere nulla, una storia fatta di incomprensioni con la famiglia campagnola, l’abbandono della casa e del paese, le amicizie sbagliate il darsi a chiunque, le droghe.

Poi, quando la malattia si manifestò, tutto scomparve: gli amanti occasionali, quelli che l’avevano infettata, i paradisi chimici, ma oramai era tardi.

Così continuarono a vedersi, ad amarsi ma senza mai fare l’amore e Alberto la vide spegnersi a poco a poco, mentre s’accorgeva di amarla sempre di più.

Passarono i mesi, le stagioni, perché il tempo non si ferma, non dà retta a nessuno, rallenta e accelera come gli pare e piace, calpesta le persone e i loro sogni.

Loro sei, però, i tre ragazzi e le tre ragazze, restavano solidali come una roccia, sempre insieme, sempre a scherzare, anche se oramai i segni della malattia di Mimì erano evidenti per tutti, ma nessuno di loro le voltò mai le spalle.

Altro tempo passò, la malattia progrediva, anzi accelerava; Alberto e i suoi amici e le loro ragazze si sentivano così impotenti… tutto ciò che potevano fare era starle vicino come se niente fosse.

Poi finirono anche le serate in birreria: Mimì non ce la faceva più nemmeno ad uscire di casa e agli altri non andava di uscire a divertirsi senza di lei.

Mimì dovette abbandonare il suo monolocale e si trasferì nell’appartamentino dei tre studenti; anzi, furono loro tre a trasferirsi nella sala – tinello, lasciando a lei la loro camera da letto, un letto dal quale non era più in grado di alzarsi.

I suoi capelli erano ritornati del colore originale, neri; lo smalto e il rossetto altrettanto neri non erano più nemmeno un ricordo e adesso le labbra di lei erano pallide, esangui, sottili.

Le medicine costavano, anche se una parte era coperta dalla mutua, i ticket erano pesanti e su molti palliativi andava pagato il prezzo intero, perché la A.S.L. quelli non li passa.

Si tassarono tutti e tre, poi si unirono anche Alice e Noemi alla colletta.

Alberto avrebbe voluto pagare tutto lui, in fondo era la sua di ragazza, ma da solo non ci arrivava e poi Mimì era un bene comune: se per lui era la sua ragazza, per gli altri quattro era una loro amica.

Oramai non veniva più neppure il medico a visitarla: sarebbe stato inutile, era alla fine, tutto sommato la parte più pietosa della malattia.

Il più delle volte Alberto non andava proprio a dormire, ma passava le notti al suo capezzale tenendole la mano, bagnandole le labbra riarse con una pezzuola umida, iniettandole gli antidolorifici quando il dolore si faceva insopportabile.

Le due ragazze venivano al mattino, prima di andare all’università, ad aiutarla a lavarsi, cambiarsi, cose da donne, perché anche in punto di morte il pudore è una cosa che non scompare e alla quale il malato ha diritto.

Erano gli ultimi giorni: fuori l’aprile faceva esplodere la natura: i fiori sbocciavano, gli uccellini delle nuove covate cantavano mentre una ragazza di poco più che vent’anni stava morendo, invecchiando con l’inverno nelle ossa e nel cuore.

Arrivarono anche le due ragazze, ma era inutile tormentarla con le abluzioni quotidiane; accanto al suo letto Alberto le reggeva la mano che non pesava nulla in silenzio, con gli occhi umidi ma senza lacrime.

Lei era semi – seduta, non fosse altro che per respirare meglio; Michael e Mario erano in piedi, immobili, accanto alla porta, come due memnoni, i guardiani dei templi egizi.

Le ragazze si stringevano a loro e non riuscivano a trattenere le lacrime.

Mimì chiuse gli occhi; il respiro era lento, ma regolare.

“Dorme – disse qualcuno – lasciamola in pace” ed allora i due ragazzi e le ragazze uscirono, andarono nell’unica altra stanza in attesa: per quel giorno nessuno sarebbe andato alle lezioni.

Mimì tremava di freddo, così qualcuno prima di uscire dalla stanza le mise addosso il proprio giaccone invernale come coperta: altre in casa non ce n’erano più.

Alberto rimase, sfinito, sulla sedia accanto al letto: “Sono andati? – domandò Mimì con un filo di voce, senza aprire gli occhi. Poi accennò un sorriso malato – ho finto di dormire per restare sola con te, ma tu non guardarmi, devo essere un mostro” “Sei bella come… un’alba!”. Non è facile trovare parole sdolcinate in certi momenti.

“Hai sbagliato, dovevi dire come un tramonto – forse doveva essere un motto di spirito, ma c’era solo una rassegnata tristezza e consapevolezza nella sua voce –  ci sono tante cose che ti vorrei dire, ma non ho più tempo, per cui ti dirò solo la più importante: ti amo”. Poi tacque, reclinò il capo: “Mimì!” urlò Alberto. A quel grido tutti entrarono a precipizio nella stanza; Mimì raddrizzò la testa, aprì gli occhi a fatica, li guardò e fece loro un sorriso, un cenno di saluto, poi chiuse gli occhi per l’ultima volta.

Tutti si abbracciarono piangendo, singhiozzando senza oramai più ritegno, anche i ragazzi.

C’erano tante cose da fare: telefonate, gente da avvertire, formalità burocratiche, ma ora no: adesso era solamente il tempo del dolore.

 

 
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Pubblicato da su maggio 11, 2017 in Racconti

 

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IL RITORNO

IL RITORNO

…E poi tutto, improvvisamente, divenne buio.
Una notte di pioggia, di freddo, di visibilità scarsa, una notte da restare in casa al caldo, una notte da cibi invernali: polenta o minestrone, cibi caldi e fumanti e risa in famiglia ed euforia pensando alle imminenti ore di riposo sotto calde coperte.

3799-anteprima-tergistopE invece in quella notte c’era chi viaggiava in macchina, come Nicola, quarantenne agente di commercio, che ritornava da un viaggio di lavoro.

Avrebbe potuto fermarsi a dormire in un alberghetto sulla strada, ma era lontano da casa da giorni e aveva voglia di ritornarvi al più presto, fra le sue cose, fra i suoi affetti: la compagna, il gatto, gli oggetti, i mobili sì, anche gli oggetti: cose note che, oramai, erano parte stessa di lui.

Ma non c’era solo lui per la strada, nonostante quella notte che invitava a stare in casa al tepore e alla luce, invece che fuori, al freddo e al buio.

C’erano altri che viaggiavano nell’oscurità: comparivano all’improvviso dalla nebbia fradicia d’acqua, con i fari come occhi spalancati di meraviglia nel vedere altri occhi puntarsi su di loro, brevemente, per poi essere nuovamente ingoiati dalla notte e dalla nebbia, dalla pioggia e dal freddo.

E in quella notte c’era in giro anche Salvatore, su quel catorcio di camioncino buono, oramai, solo per lo sfasciacarrozze, se solo il suo proprietario avesse avuto la possibilità di acquistarne poi uno nuovo.
I freni: malconci, un faro andato, la frizione oramai all’osso e l’avantreno cigolante.

E per tutti c’era quella brutta curva, l’unica sulla strada diritta come uno spaghetto, una curva da affrontare con prudenza, soprattutto con un mezzo in quelle condizioni e con la strada viscida di nebbia.

Ma anche Salvatore aveva fretta di arrivare a casa, mettersi a tavola e poi a letto ed allora pigiò sul pedale dell’acceleratore ed 07462085ebeae6773de826afa9752aaffrontò quella curva troppo, troppo forte.

Nicola vide all’improvviso le luci, anzi la luce superstite, venirgli incontro, sempre più vicina, sempre di più.

…Poi tutto, improvvisamente, divenne buio.

Si svegliò con un sapore metallico in bocca e con ogni parte del corpo che gli doleva, soprattutto il braccio destro.

Non sapeva dov’era, che giorno e mese fossero, non ricordava nulla, l’unica cosa che percepiva era il dolore al braccio.
Istintivamente portò il sinistro a massaggiarsi quello dolorante, ma non trovò altro che una manica vuota e ripiegata su se stessa: allora cominciò a urlare.

Furono lunghi giorni di cure (non era stato solo il braccio a rimanere offeso nell’incidente), di incontri con psicologi, di riabilitazione.

Riabilitazione un piffero! Come si fa a riabilitare un braccio che non c’è più?

Gli avevano ventilato la possibilità, più avanti, di mettere una protesi.

Poteva essere un aiuto per ritrovare una certa autonomia, ma non era più il suo di braccio.

Forse solo chi porta una protesi dentaria può capire cosa vuol dire saper di non aver più una parte di sé, ma i denti, i capelli, non sono certo paragonabili a un braccio.

La depressione era inevitabile.

imagesTornò finalmente a casa, dalla sua compagna, e si rese conto presto che non aveva perso solo un arto nell’incidente; è difficile rimanere vicino a un uomo che deve essere lavato, aiutato a vestirsi, a cui andava tirata su la cerniera dei pantaloni, che poteva portare solo mocassini ed anche quelli non sempre riusciva a infilarseli da solo.

Non poteva durare e non durò; appena trovata una badante, Viola se ne andò, lo lasciò solo con la sua depressione.

Poi perse anche il lavoro: vero che coi soldi dell’assicurazione poteva acquistare un’auto con comandi speciali, ma un agente di commercio senza un braccio, gli fecero capire, non era una bella presentazione per la ditta, quindi gli offrirono una buona liquidazione purché si togliesse dai piedi, lui e il suo moncherino.

Badante va bene, ma Nicola imparò presto ad essere autonomo, per non dover dipendere dagli altri in tutto e per tutto; e poi

Nicola non voleva più vedere nessuno, non voleva leggere la pietà negli occhi del prossimo, voleva stare solo, solo col suo dolore.

E così un giorno prese la sua nuova auto, quella col cambio automatico e se ne andò, partì da solo, senza avvertire neppure la badante, andò alla ricerca di se stesso, ovunque fosse finito, forse in un inceneritore insieme al suo braccio maciullato.

immagine-023Oramai si era abbastanza impratichito con la protesi, non prima di aver rischiato di operarsi da solo di appendicite solo per essersi infilato gli slip.

Ora portava solo pantaloni con l’elastico, senza cerniera lampo o bottoni e scarpe chiuse col velcro e continuava a considerare quella specie di giratubi che era la sua nuova mano come un alieno, un parassita che era lì, appiccicato al suo corpo senza farne veramente parte.

Il fatto era che insieme al braccio gli avevano amputato anche la voglia di vivere o anche solo di sorridere.

Era partito senza meta, si ritrovò al mare, nel paese dove aveva passato le sue estati dell’infanzia, dell’adolescenza, della prima giovinezza, anni felici e spensierati, gli anni della pesca subacquea, del tennis, della sala giochi, tutte cose per le quali servivano due mani.

A questo pensiero gli si riempirono, una volta di più, gli occhi di lacrime.

Era giunto in quel luogo al tramonto, un tramonto repentino di inizio primavera; il viaggio era durato una vita: aveva paura a guidare da dopo l’incidente, non si sentiva a suo agio a stringere il volante con la pinza d’acciaio, era in difficoltà a tirare fuori i soldi per pagare l’autostrada, anche se la donna al casello, visto il suo handicap, aveva atteso con pazienza.

Una forza misteriosa l’aveva condotto in quel luogo, dove era stato felice e il ricordo di una felicità perduta per sempre gli provocò una fitta di dolore da qualche parte dentro di sé.

Lì aveva conosciuto colei che se n’era andata non appena lo aveva visto in difficoltà, ma lì aveva avuto anche i suoi ultimi veri amici, quelli della fanciullezza, della spensieratezza.

Nella penombra che avanzava a tamburo battente, in cima alla scogliera del porto, intravedeva le acque nere e minacciose e se ne sentiva attratto irresistibilmente; ebbe un capogiro, allora si voltò e si diresse verso una delle poche pensioni aperte in quella stagione.

L’indomani c’era un pallido sole primaverile; stretto nel giaccone, con la protesi sprofondata nella tasca di questo, osservava, da una delle panchine sulla passeggiata a mare, un gruppo di donne che giocava a tombola in spiaggia, mentre bambini piccoli, spiaggianon ancora in età scolare, raccoglievano palettate di sabbia umida.

Poi, nel pomeriggio, arrivarono da scuola i più grandicelli armati di pallone; il tutto gli infondeva una malinconica serenità.

Tornò al porto, guardò di nuovo le acque, ma con spirito diverso: forse nella vita poteva ricominciare a trovare dei valori sull’onda dei ricordi; forse la vita andava al di là di un arto mancante.

Aveva solo quarant’anni e ancora una ventina davanti a lui potevano essere anni validi in cui vivere attivamente.

Un braccio non era tutto: si vive soprattutto col cuore e con la testa e non solo intesi come organi.

Tornò alla pensione, si cambiò, indossò una tuta, anzi una maglietta a mezza manica e lasciò in camera il giaccone.

Uscì ed iniziò a correre sul lungomare e mano, mano che i metri passavano, cominciò a sentirsi di nuovo vivo: stava correndo verso il ritorno alla propria vita.

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Pubblicato da su gennaio 21, 2017 in Racconti

 

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IL PROFESSORE NUDO

IL PROFESSORE NUDO

 

(Questo non è un racconto tradizionale dei miei, ma un episodio, capitolo, riflessione, tratto da uno dei miei quattro volumi sulla scuola)

 

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In uno dei miei primi periodi di insegnamento post – laurea (in realtà ho iniziato a insegnare come supplente quando ero ancora studente universitario) ho avuto una esperienza di partecipazione a un corso d’aggiornamento in psicologia dell’insegnamento.

Dopo l’ultima lezione ci fu assegnato un “compitino” su frasi, citate, dei ragazzi.

Io scelsi quella di un’alunna (almeno, suppongo che fosse una femmina) che affermava che non avrebbe voluto mai fare l’insegnante.

Non ricordo poi con quale strano collegamento, feci un’affermazione che suscitò prima ilarità e poi discussione.

Dissi: “Un insegnante può andare in pizzeria con i suoi alunni, può andarci anche al cinema, ma mai in piscina, per non farsi vedere in costume da bagno, vale a dire, praticamente nudo”.

Il mio intendimento andava oltre la situazione citata; per me la nudità era intesa non tanto in senso fisico, bensì in senso lato: la nudità dell’anima, la debolezza di essere una persona umana e mortale.

I nostri alunni fanno due intervalli, a volte chiedono di andare in bagno, mentre noi insegnanti non abbiamo mai tempo per le nostre necessità fisiologiche, per cui credo che a molti ragazzi noi appariamo un po’ come una razza a parte, priva delle necessità dei ragazzi, dei loro familiari e di tutte le persone comuni (quando gli alunni mi chiedono di uscire ogni ora, io domando loro quante volte mi abbiano visto lasciare l’aula per andare in bagno e mi sento rispondere: ”E, ma lei è un prof!).

Che piacciamo o meno, agli alunni noi appariamo come una razza superiore, o forse soltanto diversa: deteniamo il sapere, abbiamo la possibilità di amministrare la giustizia in base a leggi da noi appositamente create (note, sospensioni, rimproveri), quindi non possiamo certamente fare pipì come tutti, né avere le caratteristiche fisiche degli umani.

Guai, allora, a mostrarsi nudi, ad apparire uguali agli altri: ne andrebbe del nostro prestigio e potere.

Il discorso, ovviamente, vale anche dall’altro punto di vista: io stesso, che ho fatto sport, frequentato palestre, dove mi sono spogliato e ho fatto saune e idromassaggi nudo in mezzo a decine di sconosciuti, sarei in imbarazzo a mostrarmi privo di abito ai miei alunni, così come lo sono stato, seppure in maniera limitata, quando Mario e Nadia, i gemelli miei ex alunni, vennero a trovarmi a Viareggio e facemmo un bagno in mare assieme.

Non che in quella occasione non avessi nulla addosso ma, anzi, indossavo un pudicissimo costume da bagno parigamba, ma ero, comunque, indifeso alla loro vista.

Tutto questo discorso è, volutamente, ampliato fino al paradosso, ma credo, come quando feci l’affermazione iniziale al corso, che ci sia molto di vero su cui meditare.

Alla fine di giugno, ultimi giorni di esami, ebbi la notizia che la collega di lettere che aveva lavorato con me due anni prima proprio mentre stava esaminando i miei ex alunni, aveva avuto un malore.

Ricoverata in ospedale entrò in coma; dopo una settimana si svegliò: il tempo di riconoscere e salutare il marito e il figlio e si riaddormentò per sempre.

Fui informato della sua morte un sabato sera alle dieci e mezza: il mattino dopo mi misi a sfogliare gli elenchi telefonici fino a rintracciare il numero telefonico di uno dei miei e suoi allievi.

Lui era già in vacanza, ma parlai con la madre e la informai dell’accaduto, perché ritenevo giusto farlo: con me erano stati un solo anno, ma con la collega di lettere avevano convissuto tre anni, gite e viaggi compresi.

Al funerale ebbi il piacere di vedere che una dozzina dei nostri ragazzi (gli altri, probabilmente, erano anch’essi già in villeggiatura) erano presenti in chiesa.

C’erano i piccoli Davide e Alan, il tenero Matteo (il mio preferito… anche se non si dovrebbe dire), le dolcissime Giulia e Cecilia, e poi ancora Andrea, Alessandro, pur convalescente da un’operazione, Claudia, Francesca, Daniele ed altri che ora mi sfuggono.

Mi fece piacere, pur nella tristezza dell’occasione, rivederli e salutarli, apprezzai il fatto che fossero venuti a dare l’ultimo saluto alla loro professoressa, ma in chiesa, dal fondo dove ero, guardavo attentamente il loro gruppo e la cassa e mi si stringeva il cuore, più che per la scomparsa della collega ed amica, per il fatto che ora la cara Franca, sempre ilare e con voglia di scherzare, ma che vidi poi piangere dopo gli esami di terza perché perdeva i suoi bimbi, fosse così indifesa, vulnerabile, debole rispetto a loro: adesso erano loro i più forti e lei era nuda ed umana rispetto ad essi che detenevano il potere della gioventù, della salute, della vita.

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Pubblicato da su luglio 18, 2016 in Racconti

 

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LA MORTE DELLA BELLEZZA IN QUATTRO TEMPI

LA MORTE DELLA BELLEZZA IN QUATTRO TEMPI

 

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Nel cortile di Giuliano c’era un albero, uno solo.

A dire la verità il cortile era abbastanza grande e ben tenuto da potersi definire un giardino, solo che non c’era la vegetazione di un giardino, a parte un tappeto erboso, ma solo quell’albero, con ai suoi piedi erba mista a pacciame, a seconda del periodo dell’anno.

Adesso era quasi la fine dell’inverno e Giuliano, che abitava in quel condominio fino da un’età in cui non ci sono ancora ricordi, guardava l’albero al momento ancora nudo e spoglio: era la prima cosa che faceva al mattino, guardare l’albero come per scorgervi un cenno di rinascita della natura, della vita e dei sensi.

E quella mattina notò dei piccoli rigonfiamenti in cima ai rami più sottili e giovani, gli abbozzi delle prime gemme.
In tutti quegli anni di osservazioni aveva imparato che quando cominciano a comparire queste, bastano poi pochi gradi di temperatura in più e qualche giorno di sole con pochi minuti di luce che crescevano ogni giorno e le gemme avevano un’evoluzione incredibilmente rapida.

* * *

Primo tempo.

primavera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto come previsto: sole, luce, pallido tepore e le gemme diventano sempre più numerose, poi s’ingrossano, si aprono, nascono le prime foglioline che presto non si possono più contare, che s’ingrandiscono quasi a vista d’occhio.

Le foglie ora fanno la funzione di… foglie: sono verdi, quindi operano la fotosintesi, ripetono l’eterno miracolo di trasformare acqua e anidride carbonica, attivate dalla luce e dalla clorofilla, in sostanza organica, glucosio, che diventa steli, ramoscelli, rami, tronco.

Poi nel ciclo della pianta sbocciano i fiori: è oramai primavera sia astronomicamente che biologicamente; l’albero nel cortile di Giuliano è un florilegio di colori: il marrone scuro del legno, il verde brillante delle foglie, più scuro sopra e più chiaro nella pagina inferiore, i fiori rosa, gli stami gialli.

E siccome i fiori hanno la funzione riproduttiva, poi arriva chi li deve aiutare a trovare altri fiori, altre piante della stessa specie: gli insetti; api gialle e nere, farfalle variopinte e poi cicale e grilli, che cantano le une di giorno e gli altri di notte..

* * *

Secondo tempo.

estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora le giornate hanno già quasi raggiunto la loro massima durata, si è vicini al solstizio d’estate: fa caldo.

I fiori dell’albero nel cortile, che ora è più allegro, che dà un tocco di bellezza al grigio condominio, stanno sfiorendo, punteggiando il verde monotono dell’erba ai piedi della pianta di macchie bianche e rosa, ma al posto di questi, del loro sacrificio, iniziano a spuntare i primi frutti col loro colore rosso acceso.

Con i frutti arrivano anche gli uccelli, a volte chiassosi, ma simbolo di vita in un cortile che altrimenti parrebbe quello dell’ora d’aria di un carcere; gli uccelli, invece, sono proprio il simbolo della libertà: vanno, vengono e non hanno colpe per cui li si possa imprigionare, anche se qualcuno lo fa.

Ci sono piccoli passeracei, merli nero – brillanti, colombi, tordi e perfino un pappagallo sfuggito da una qualche gabbia: chissà se saprà affrontare le temperature più rigide quando verrà il momento?

Giuliano è spesso triste, ma da un po’ di tempo ha trovato il rimedio alla tristezza: la bellezza, seppure quella modesta bellezza in scatola: nei momenti di malinconia, di rimpianto, di magone, come si dice a Milano, si affaccia alla finestra, guarda i colori dei fiori, delle foglie, dei frutti, vede volare gli insetti, le leggiadre farfalle, gli uccelli casinisti, forse si sente di fare un po’ parte di quel mondo, che tutto sia stato preordinato solo per lui.

Così le giornate passano più serene, per quanto possibile, più veloci.

Troppo veloci.

* * *

Terzo tempo.

autunno2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La bellezza, la felicità, le stagioni, la vita, sono tutti concetti effimeri.
In un attimo, dopo un inverno che pareva infinito, sono volate la primavera e l’estate, gli uccelli non si vedono più perché l’albero ha esaurito i frutti.

Loro, i pennuti, hanno fatto il loro compito eterno: se gli insetti servono a portare il polline altrove, ad altre piante, ad altri fiori, loro hanno avuto il compito di portare lontano i semi, creare altra vita laddove vita non c’era ed ora sono andati verso altre mete misteriose, guidati da un istinto eterno, immutabile.

Come fanno i bambini che non conoscono dolore per anni, non conoscono il brutto degli addii definitivi fino a che, nella loro adolescenza, uno dei nonni non se ne andrà per sempre, tutti:

Giuliano e chi sa guardare, vedono che parte della vita se ne è andata, ha lasciato il campo a quella che verrà.

Sono morti i grilli e le cicale e le farfalle, altri ne nasceranno, ma ora il giardino, l’albero, sono un poco più tristi.

Resiste ancora per un po’ una certa bellezza, non più quella esplosiva di primavera ed estate, ma quella dai colori più tenui, spenti, silenziosi e un po’ malinconici dell’autunno.

Se tira vento, se la pioggia batte forte, è una cascata di colori, di foglie marroni, gialle, alcune ancora in parte verdi.

C’è chi trova questo momento, questi colori perfino più belli di quelli estivi accecanti, ma è l’ultimo alito di questa, l’ultimo respiro.

* * *

Quarto ed ultimo tempo.

inverno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piano, piano, poi sempre più velocemente la vita scompare, il giardino torna ad essere un cortile, muore la bellezza.
È proprio così,

Giuliano lo ha scoperto osservando quei quattro momenti, quei quattro atti ripetitivi ed immutabili che uccidono la bellezza, forse perché all’uomo non è concesso di adagiarsi e di goderne troppo a lungo.

Forse un’Entità superiore ha deciso che il compito dell’uomo è la contemplazione sua, dell’Entità, per questo è stato creato, non per godere delle cose belle, ma effimere della natura.

Anche l’uomo come gli insetti, i fiori, i frutti, le foglie, gli uccelli, ha un suo compito preciso e terminato questo anche l’uomo muore, per liberare un posto, perché altri debbano venire a contemplare una transitoria bellezza, perché possano soddisfare l’ego di chi l’ha creata.

Anche l’uomo comincia a morire in quattro tempi e la prima a morire è sempre la bellezza della gioventù.

vecchio-giovane

 
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Pubblicato da su gennaio 31, 2016 in Racconti

 

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IL GATTO SUL LETTO

IL GATTO SUL LETTO

 

Questa, si dice, è una storia vera: qui verrà raccontata come una novella.

* * *

Se c’è un luogo più brutto e triste perfino di un camposanto, questo è senza dubbio un ospizio per anziani.

Gente che ha lavorato una vita, persone che hanno fatto sacrifici per crescere i figli, farli studiare, dare loro una posizione, questi sono i ricoverati.

Uomini e donne che forse, dopo aver sistemato, come si suol dire, i figli, speravano di godersi con loro l’ultimo veccbrandello di vita, nonostante una miseria di pensione, ma si sa che i vecchi non hanno troppe esigenze e basta loro poco per sopravvivere, per scambiare un raggio di sole per una giornata estiva e un sorriso per amore.

Purtroppo, però, i figli dimenticano, dimenticano in fretta tutti quei pannolini cambiati loro, le notti insonni di una madre a mettere la pezzuola bagnata sulle loro fronti brucianti di febbre.

Scordano i sacrifici e masticano imprecazioni perché debbono integrare la retta dell’ospizio, perché la pensione di mamma e papà non è sufficiente.

Spesso attendono solo che quell’ingombrante presenza se ne vada per sempre: un attimo di dolore, è vero, qualche lacrima soprattutto per i presenti, ma dopo una vita di libertà e di risparmio mensile: vuoi mettere…

Almeno fino a quando i loro, di figli, non li rinchiuderanno a loro volta in uno di quei luoghi grigi e maleodoranti di feci, di urina, di disinfettanti, di vecchiaia e di morte.

In fondo, quando si parte per un viaggio, si aspetta sempre il treno in una sala d’attesa: ecco, un ospizio è come una brutta sala d’attesa dove si aspetta di partire per l’ultimo viaggio, quello senza ritorno.

E quei vecchi, con le loro piccole manie, con quei gesti un poco da matti, molti di loro, magari, già fuori di testa, danno proprio fastidio, ne danno anche a chi li accudisce giorno e notte al posto di quei figli e nipoti smemorati ed ingrati.

I vecchi, in quanto tali, appartengono ad un’altra epoca, una dove c’era senz’altro più educazione e rispetto e per questo anche quando se ne vanno lo fanno con discrezione, in silenzio, sulle punte dei loro poveri piedi deformi e doloranti.

Eppure, anche in questi luoghi senza speranza, chi ha così poco si accontenta di ancora meno e gli basta quasi nulla per essere felice, per sentirsi ancora una persona viva e dignitosa.

Può essere la televisione, magari il varietà del sabato sera perché è spensierato, anche se a molti altri pare sciocco; basta loro solamente un sorriso, magari da un visitatore sconosciuto, una parola buona, un piccolo gesto d’affetto, una carezza.

Nel ricovero della nostra storia a dare un po’ di gioia ai vecchi e alle vecchie (anche se il sesso delle persone qui è indifferente, oramai) che aspettano l’ultimo treno, è da poco arrivato un gatto, un grosso gattone tigrato, comparso misteriosamente e all’improvviso da chissà dove e subito diventato il beniamino dei degenti e solo per questo tollerato da inservienti e personale dell’ospizio.

Più di una volta qualche vecchietta si era nascosta dentro nel fazzoletto un po’ della carne macinata (più facile gattoda mangiare per chi non ha denti) del suo pranzo non certo sopraffino e ricercato e neppure abbondante, e, senza farsi vedere, l’aveva poi portata al micio.

Morfeo, l’avevano chiamato, perché lo si vedeva per lo più addormentato su un calorifero, o magari sul vecchio e mastodontico televisore della sala comune, ma mai sui letti dei ricoverati.

Probabilmente quell’odore di vecchi lo infastidiva: si sa, i gatti hanno molto più olfatto degli umani.

Eppure un giorno, inaspettatamente, degenti e inservienti videro il gatto acciambellato  sul letto di un vecchio paziente non più auto – sufficiente e molto malato, tanto da avere i giorni contati; la sua malattia? un male incurabile: vecchiaia.

Il gatto era addormentato in fondo al letto, di fianco ai piedi dell’uomo; chissà se lui se n’era accorto: difficile, con la mascherina dell’ossigeno sul volto e cervello e un piede già sul predellino dell’ultimo treno.

Il giorno seguente il letto era vuoto: il vecchio era partito per sempre, si spera verso un mondo migliore e il gatto non era più né sul letto, né nella stanza.

Tutto normale: un vecchio muore e un gatto, che è uno spirito libero, decide di andare a dormire da qualche altra parte e difatti lo rividero sdraiato nuovamente sul televisore con la coda a penzoloni davanti allo schermo e lì ritornò a dormire per diversi giorni a seguire.

mortPoi, improvvisamente, il gatto sparì dal televisore e fu visto su un altro letto, di una donna, questa volta, anch’essa al termine del suo soggiorno nel ricovero e in questo mondo.

E il giorno seguente la donna era spirata.

Ma anche stavolta nessuno trovò nulla che fosse al di fuori della normalità.

Eh già, un luogo come quello è proprio come una stazione: c’è chi arriva, c’è chi parte lasciando il proprio posto ad altri e nessuno si stupisce se in una sala d’aspetto le persone cambiano sempre, anche se c’è qualcuno che rimane un po’ più a lungo di altri, in attesa di un treno in ritardo ma che, comunque, o prima o dopo arriverà, oh, se lo farà, perché quel tipo di treno non viene mai soppresso.

Ci fu  poi un periodo di calma, là dentro: per quasi un mese nessun degente venne a mancare: una rarità.

Il gatto alternava televisore e caloriferi, ma un bel giorno, ancora una volta, ricomparve sul letto di una degente, solo che lei non pareva essere giunta alla fine ed era felice di quella compagnia notturna: da quando troppi anni prima il suo unico amato l’aveva preceduta nell’altro mondo, nessun essere vivente aveva mai più diviso il letto con lei.

Anche se la donna, come detto, pareva stare bene, la sera si addormentò e non si svegliò più: la trovarono il mattino seguente con un’espressione serena, ma senza più fiato, né anima.

E il gatto se n’era andato dalla stanza.

Stavolta qualcuno notò quella curiosa coincidenza: per tutti gli ultimi decessi l’animale, che fino ad allora aveva disdegnato i letti dei degenti, era comparso per l’ultima loro notte sulle lenzuola dei partenti.

La cosa fu ancora più evidente dopo altri quattro casi.

E divenne argomento universale di conversazione all’undicesimo.

C’era chi sosteneva che il gatto rubasse il respiro ai moribondi, chi diceva fosse, come si credeva nel medioevo, il demonio venuto a riscuotere il suo tributo, chi sosteneva, invece, che fosse un angelo reincarnato in quel corpo animale e al quale era affidato il compito di accompagnare i viaggiatori in carrozza.

I più pragmatici parlavano di odore di morte percepito dall’animale, mentre qualcuno sosteneva che il micio potesse avere il dono di vedere la nera signora con la falce e che tentava di spaventarla, senza riuscirci, con la sua presenza sul letto.

O magari era solamente pietà, perché chi aveva vissuto da solo gli ultimi anni, non morisse altrettanto solo.lett

Nessuno allontanò mai il gatto, ma tutti un po’ lo temevano, temevano, una sera o l’altra, di vederlo acciambellato sul letto, il proprio letto: qualcuno, magari, lo sperava perfino.

* * *

Si dice che in più di un ospizio per anziani spesso sia comparso dal nulla un gatto e che questo dormisse solo sul letto di chi stava morendo e solo per l’ultima notte: nessuno ha mai chiarito, scientificamente, il mistero.

 

 
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Pubblicato da su maggio 19, 2013 in Racconti

 

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L’UOMO DEGLI UCCELLI

L’UOMO DEGLI UCCELLI

 

Che quello fosse un bambino non comune, anzi unico, lo si era visto fino dalla nascita, ma quanto fosse speciale lo si sarebbe capito poco dopo.

Era così strano che tutti pensavano che neppure fosse normale, con quegli occhi unici, con le pupille non rotonde, ma ovali in senso verticale, come un gatto, come un rettile, come un uccello rapace.

occhiNel suo paese era circolata perfino la voce che lui fosse un incrocio fra un umano, dato che la madre la conoscevano tutti e tutti l’avevano vista ingrossarsi durante la gestazione, e un alieno.

Chiacchiere di paese, dove non c’è, spesso, altro da fare che spettegolare su tutto e tutti.

Anche se così diverso, gli furono riservate tutte le cure e i trattamenti di un bambino neonato, compreso il battesimo e compreso dargli un nome.

I genitori avevano pensato a Falco, ma poi, dato il suo sguardo, data la sua diversità e per non far parlare la gente a vanvera, optarono per un più comune Franco, che in fondo, in fondo, era assonante a Falco.

Il battesimo fu una bella cerimonia e, siccome era primavera avanzata, i famigliari del battezzando vollero che il tutto: cerimonia e rinfresco, si svolgesse all’aperto.

Nel paese di alta collina, o se si vuole di bassa montagna, dove vivevano, c’era una chiesa principale, la parrocchia, poi una un po’ più periferica ed infine, poco fuori dal paese, in mezzo ad un prato, una piccola chiesetta raramente in uso, se non per qualche cerimonia tipo matrimoni o, appunto, battesimi.

Tutto questo aveva un costo che, forse, i genitori di Franco, gente semplice per istruzione e ceto socio – economico, non potevano permettersi, ma era il loro primo e, verosimilmente, unico figlio, data la loro età avanzata e le fatiche e le cure che avevano dovuto sopportare per procreare almeno un discendente.

Così, facendo anche dei debiti, che avrebbero comunque onorato come era nella loro educazione morale, vollero la chiesetta nel prato, la cerimonia all’aperto, perché gli invitati erano tanti, quasi tutto il paese, i gazebo col rinfresco servito da camerieri in guanti bianchi ed anche un volo di colombe, colombelle candide che fossero di buon auspicio per la vita del festeggiato.

Tutto fu perfetto, anche la giornata, tiepida e soleggiata, solo che nel momento clou del battesimo un paio delle bianche colombe venne a posarsi sul petto del piccolo Franco.

Lui si destò dal suo sonno infantile, sorrise e allungò le manine verso gli uccelli che, per nulla spaventati, si lasciarono sfiorare da quelle appendici rosee e grassocce.

Poi volarono via, ma una piuma rimase sulla culla e Franco la prese, la strinse nel pugno e non la volle lasciare piuma_05a nessun costo.

Poi tutti mangiarono, brindarono e lui si riaddormentò, si assopì con la sua piuma bianca fra le mani.

Passarono gli anni, forse troppo in fretta, perché sembra che rispetto al passato il tempo abbia accelerato, e il neonato divenne un bimbetto, imparò a camminare, a parlare e, strano per un bimbo così piccolo, a fischiare, ma non fischi volgari e assordanti, ma modulati, modulati come un canto di uccelli, forse di pettirossi o di usignoli o rondini o melodiosi merli.

Per il suo terzo compleanno, vista la sua passione per i volatili, gli regalarono una gabbietta con una coppia di verzellini: lì in paese erano fin troppi i cacciatori di frodo, quelli che catturavano gli uccelli con le reti e quindi fu facile procurarsi la coppia di volatili.

Franco dapprima fu felice del dono: passava ore col naso praticamente dentro le sbarre a guardare i suoi amici, fischiava e loro rispondevano; poi, col passare dei giorni, s’intristì a vederli lì costretti in quel piccolo spazio mentre avrebbero avuto diritto al cielo intero per i loro canti e giochi.

Così un giorno, eludendo la sorveglianza della madre, aprì lo sportellino e quelli volarono via, felici.

Lui fu sgridato, minacciato di non fargli mai più un regalo, ma il giorno seguente i due uccellini tornarono, si posarono sul davanzale, cinguettarono e lui rispose col suo fischio imitatore, poi volarono in alto, dove non potevano essere visti.

Ma tornarono, tornarono spesso, evitando le insidie di reti e doppiette e l’anno seguente tornarono con una coppia di uccelli più piccoli: la loro progenie che venivano a presentare all’amico che aveva ridato loro la libertà.

Altri anni passarono, altre stagioni, altre nidiate di canterini piumati ed anche Franco cominciava a non essere più un pulcino ridicolo di uomo.

stormoArrivarono per lui gli anni in cui s’incomincia a formare il carattere, la personalità, anche al di là di quella che è l’educazione e l’apprendimento famigliare: otto, nove anni e in un tranquillo paese, un piccolo borgo dove tutti si conoscono, lui, come i coetanei, era più fuori casa che dentro questa: non c’erano pericoli e quindi neppure necessità di sorveglianza da parte della madre.

I suoi coetanei si trovavano nella piazza per scambiarsi figurine, per raccontarsi di ciò che avevano visto in televisione, dei cartoni animati spaziali, oppure andavano all’oratorio a giocare a pallone, sempre che i più grandi, quelli delle medie, lasciassero loro il campetto di polvere e sassi per un po’ di tempo; Franco no, non andava con loro, non amava la compagnia dei coetanei e, appena poteva aprire la porta di casa, cos’ come anni prima aveva aperto lo sportello della gabbietta ai verzellini, correva via come un fulmine, usciva dal paese e s’arrampicava su per i prati, fino ad arrivare ad un colle abbastanza alto.

Qui si sedeva a terra, spesso con un filo d’erba fra i denti ed osservava gli uccelli in volo; a volte erano rapaci, falchi, poiane, per lo più, altre stormi infiniti di tordi o di storni, altre ancora le rondini appena ritornate dai paesi caldi che si raccontavano di quelle terre lontane con i loro stridii che solo loro e, forse, Franco, capivano.

Il bambino rimaneva lì fino a che poteva, fino all’ora di rientrare senza correre il rischio di prenderle per il ritardo e per aver fatto preoccupare la madre; era affascinato dal volo, dalle traiettorie spericolate, dal carosello composto di figure preordinate che solo loro sapevano fare.

E poi loro, gli uccelli, non erano prigionieri di orari, di abiti, di mura: avevano tutto il cielo, tutto il mondo, forse tutto l’infinito per muoversi, scappare via, vedere cose nuove, strane, meravigliose.

Oh, come avrebbe voluto anche lui avere le ali, poter volare via, poter andare a salutare da vicino le nuvole, farsi scaldare dal sole, bere la pioggia prima che questa toccasse terra.

Era così bello quel pensiero e così insoddisfacente la realtà, che sovente scoppiava a piangere, tanto lassù nessuno lo poteva vedere, prendere in giro, solo loro, i suoi amici pennuti, ma loro sapevano mantenere il segreto, non lo avrebbero detto a nessuno e non lo avrebbero preso in giro per le sue lacrime.

A volte i più piccoli e coraggiosi, come solo i deboli, a volte, sanno essere, scendevano fin nei suoi pressi, gli zampettavano intorno e, se lui tendeva loro una mano, gliela becchettavano delicatamente.

A volte qualcuno di loro veniva a bere le sue lacrime dalle sue guance.

A furia di osservarli, Franco aveva imparato a riconoscere le varie specie solo da come volavano, anche da distanze impensabili che solo lui, con quegli occhi speciali, riusciva a raggiungere con lo sguardo.

E col passare degli anni anche i suoi rapporti con gli uccelli divennero sempre più speciali: oramai non c’era specie che non si fidasse di lui, che non venisse a posarsi ai suoi piedi o sulla sua spalla: granivori o rapaci non faceva differenza e quando erano lì, con lui, nessuno attaccava gli altri, convivevano pacificamente insieme in nome dell’amicizia con Franco.

Lui aveva imparato anche, col tempo, il linguaggio di ognuno di loro e li sapeva richiamare tutti: nessuno avrebbe potuto dire se si comprendevano reciprocamente.

Passarono anche gli anni della fanciullezza, dell’adolescenza, il bambino divenne prima uomo e poi uomo maturo, ma mai perse quel suo speciale rapporto con i suoi amici.

Mai, neppure, gli passò quella voglia di volare via, di non avere vincoli, gabbie, convenzioni.

Guardava i migratori andarsene ai primi avvisi d’autunno, che lassù arrivava un po’ prima e volava via con il imagesspensiero anche lui con loro: solo con il pensiero, però, perché aveva imparato i loro nomi, il loro volo, i loro linguaggi, ma non a volare come loro.

Franco non lasciò mai il paese dove era nato e cresciuto, non ebbe mai amici perché era troppo diverso, troppo speciale, troppo chiacchierato.

A volte gli pareva di scoppiare, come se fosse stato vestito da un abito troppo stretto e quell’abito era il mondo dove viveva, mentre quell’altro, il cielo, era molto più vasto, più libero.

Era riuscito a trovare lavoro come guardia forestale, così aveva più tempo per stare lontano dal paese, dalle case degli umani, di coloro che non aveva mai veramente considerati propri simili.

Aveva anche, così, modo di scovare le trappole, le reti illegali e distruggerle salvando così centinaia di vite dei suoi amici e inimicandosi, però, ancora di più buona parte dei suoi compaesani.

Non si ammalò mai, ma divenne vecchio, come tutti.

Provò piccoli e grandi dolori: la morte dei suoi genitori, ma anche quello di trovare, a volte, piccoli amici strozzati dal laccio di una trappola che lui non era riuscito ad individuare in tempo, ma il dolore più grande fu quello di non essere mai volato via dal paese, magari verso l’Africa insieme ai migratori stagionali.

Ed un autunno, quando fu realmente molto, molto vecchio (nessuno ricordava più quanti anni avesse veramente), sentì che era giunto il momento di lasciare il paese e quel mondo che non era mai stato del tutto suo.

A fatica salì per l’ultima volta sulla sua collina, si sdraiò sull’erba che cominciava ad ingiallire e con gli occhi semi chiusi guardò il cielo, salutò l’ultima volta i suoi amici, poi chiuse gli occhi per sempre.

Allora vennero tutto: gli storni chiassosi, i tordi, le poiane e le rondini che avevano ritardato la loro partenza per poterlo salutare e tutti insieme lo sollevarono, erano centinaia, e lo portarono via, lassù, dove nessuno avrebbe potuto scorgerli da terra, nessuno con degli occhi umani.

Nessuno in paese lo vide mai più, ma cosa strana, non fu mai ritrovato neppure il suo corpo.

* * *

Mamma – chiese un bambino del paese – dove è finito il vecchio matto, quello degli uccelli?”  e la madre rispose “È volato in cielo, tesoro, è volato via con loro”.

Forse è l’immaginazione e l’innocenza che hanno solo i bambini, ma il piccolo guardò in alto e per un attimo gli sembrò di vedere un uomo con un enorme paio d’ali volare via felice verso l’infinito e i suoi misteri.

uccelli

 
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Pubblicato da su febbraio 2, 2013 in Racconti

 

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