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PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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VIVERE ALLA GRANDE

VIVERE ALLA GRANDE

 

Antonino attraversò il piazzale dell’ospedale come in trance, a testa bassa; in una mano teneva aperto e disteso il foglio con l’esito delle analisi, nell’altra la busta stropicciata che lo conteneva, nel cuore il peso di quella sentenza, inderogabile, una sentenza di morte.
Poco oltre il piazzale dell’ospedale c’erano degli squallidi giardinetti, che ora gli sembravano ancora più squallidi e privi di ogni indexcolore, di ogni gioia; lì c’erano delle panchine di pietra, per lo più scarabocchiate con firme o frasi che non aveva nessuna voglia di leggere.
Si sedette, ma sarebbe più giusto dire che si accasciò su una di esse, sempre con foglio e busta nelle mani, senza sapere cosa fare, come reagire.
Quante volte nella sua vita ci aveva pensato alla morte, ma ora la poteva quasi vedere e toccare e non era come immaginarla; la vita di Antonino non si può dire che fosse stata una gran vita, ma piuttosto un grigio tirare avanti, però adesso anche quel noioso tran – tran gli sembrava una cosa preziosa, enorme, davanti alla prospettiva del nulla assoluto.
Cercò di estrarre un pensiero positivo fra tutti quelli che in quel momento gli intasavano la mente: in fondo era solo il momento del trapasso la cosa brutta, poi sarebbe stato tutto come un lungo sonno, uno di quelli senza sogni, uno di quelli dove non ti rendi conto di dormire né sai che fra qualche ora ti sveglierai.
Ma non era proprio così: lo aspettavano mesi di dolore, di terapie palliative, di processioni di amici, parenti e conoscenti che ti guardano con quello sguardo di commiserazione che ti fa venire voglia di cavare loro gli occhi.
E poi c’era lei, la Pinuccia, sua moglie: di sicuro lo avrebbe messo a letto, nutrito a brodini, fatto mille raccomandazioni salutistiche, ma cosa vuoi raccomandare a uno che sta morendo?
Ecco, quello che lui avrebbe voluto in quel disperato momento sarebbe stato di fare per una volta nella vita qualcosa di speciale, vivere alla grande almeno una volta nella vita prima di lasciarla definitivamente, prima della distruzione finale di tutto ciò che si è.

Una crociera? Un viaggio? Mettersi a scrivere, oppure a dipingere? No, lui non aveva doti stazartistiche, lui era sempre stato uno normale, vale a dire un mediocre, uno nella media.
Viaggiare? E vallo a spiegare alla Pinuccia che, di sicuro, avrebbe mosso mari e monti per fargli vivere un giorno o un’ora in più, per farglieli vivere male.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo era rimasto sulla panchina, quanti pensieri si fossero affollati nella sua testa nel frattempo.
In ospedale aveva spento la suoneria del cellulare: guardò il display, sei chiamate perse, tutte di uno stesso numero, quello di casa sua, la Pinuccia.
Ecco, adesso gli dispiaceva per lei, per come l’avrebbe presa; in fondo chi muore, muore e basta, ma lei doveva restare, affrontare un dolore più lungo.
Di certo si sarebbe vestita di nero forse per sempre, sarebbe andata in chiesa tutti i giorni e venuta al cimitero tutte le domeniche.
In fondo l’amava, l’amava ancora, l’amava davvero, nonostante tanti anni che avevano portato il loro rapporto alla noia, all’abitudine, allo spegnersi di ogni slancio e passione.
Come avrebbe fatto a dirglielo?
“Si cara, esco ora, avevo abbassato la suoneria perché in ospedale non si può. Non, non erano ancora pronte… si lo so, ma sai, forse è un bene, forse vuole dire che non c’è nulla di grave, altrimenti ti telefonano a casa, ti fanno passare davanti agli altri. Sì, fra poco arrivo; va bene, compero il pane. Un bacio, sì, ciao, no non faccio tardi”: vigliacco!
traMa certe cose mica si possono dire per telefono e se poi lei si fosse sentita male, sola in casa?
Antonino s’incamminò verso casa: non voleva neppure prendere il tram, vedere gente che gli sarebbe sopravvissuta, sentirli parlare di sciocchezze quotidiane mentre lui era lì, condannato, mentre lui aveva ideali più grandi, come vivere alla grande contro quell’ultima carognata della vita.
Chissà perché queste cose non capitano mai ai politici, ai ricchi, loro vivono a lungo e bene, loro hanno già comunque vissuto alla grande ed hanno a casa mogli giovani e sexi, altro che la Pinuccia con le calze arrotolate sulle caviglie gonfie, sopra le ciabatte sformate dai calli.
Ci volle un bel po’ ad arrivare a casa a piedi, con quel fiato che oramai non c’era quasi più.
“Sì, lo so che ci sto mettendo tanto, ma non passano tram, vengo a piedi. Non, non mi dimentico il pane. Ma no, non c’è nulla che ti nascondo, le analisi non me le hanno date e i tram non passano, tutto qui, Ciao amore” sempre più vigliacco.
Per tutta la strada quel chiodo fisso: come vivere alla grande per una volta, l’ultima, poi, purtroppo, la casa è lì davanti, è arrivato.
Sale a piedi, non prende l’ascensore, così ritarderà il momento dell’incontro – scontro con la Pinuccia.
Si accorge solo ora di avere ancora in mano il foglio dell’ospedale, si ferma a riprendere un po’ di fiato, piega il foglio, lo ripone nella busta stropicciata, la piega in due e se la nasconde nella tasca interna del cappotto.
Cerca di fare piano con le chiavi, apre la porta, entra in casa, la sente che armeggia in imagescucina, lei sente lui: “Mettiti le pattine, che ho appena passato la lucidatrice e dato la cera. Ti sei ricordato il pane?”.
L’ultima vigliaccheria: in silenzio gira su se stesso, esce, richiude la porta, ridiscende le scale e si ritrova per strada in quella maledetta città menefreghista e grigia, dove nessuno sa che stai per morire, dove a nessuno importa nulla.
Antonino si avvia verso la stazione: non sa ancora cosa farà, forse prenderà un treno, il primo che parte, per andare lontano, verso un luogo dove forse si può sfuggire al dolore.
Forse dovrebbe fare due biglietti, perché c’è la morte al suo fianco: anzi è dentro di lui insieme a quella voglia di vivere alla grande per sconfiggere il male e il nulla.
Il telefono squilla per l’ennesima volta, lui non risponde.

 

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Pubblicato da su settembre 14, 2016 in Racconti

 

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EMMA E ADOLFO

EMMA E ADOLFO

 

Che bello era stato quel giorno: quanta felicità! Ora il ricordo si è ingiallito come la fotografia: Emma in abito bianco e Adolfo col vestito nuovo scuro, la camicia intonsa e la cravatta a righe e le scarpe di vernice tirate a lucido.

Vecchi: Emma e Adolfo, ora non sono che due vecchi a cui sono rimasti i rimpianti o forse più nemmeno quelli.

I figli se ne sono andati lontani, hanno fatto le loro scelte, le loro esperienze, la loro famiglia e ad Emma rimane solo quel cfb_254403vecchio pieno d’acciacchi e ad Adolfo quella donna incartapecorita che non fa altro che brontolare e trascinare per la casa ciabatte che perdono i pezzi.

Lui per lei, lei per lui: chi altri li vorrebbe?

La sera vanno a letto presto, poi magari non dormono perché ai vecchi non serve molto sonno per recuperare il poco che spendono.

Si sdraiano, lei tira fuori dal cassettino del comodino il rosario e ne recita una parte, mentre lui sbuffa: ne ha sentiti per così di Ave, Pater, Gloria e Salve Regina nella sua vita, ma tutte quelle preghiere si devono essere perse per chissà quali strade, perché le disgrazie ci sono state, la vita è stata dura ed ha lasciato solo acciacchi e cicatrici indelebili.

Quei vecchi politici che non muoiono mai, che sembrano fatti di cera con tutti i loro lifting e massaggi e parrucchieri e trapianti di capelli e cliniche svizzere, loro di certo non lo dicono il rosario, eppure stanno sempre bene, diventano vecchi che sembrando dei quarantenni, fanno la bella vita.

Al diavolo la vecchia e le sue preghiere; Adolfo le gira le spalle: non è di certo più attratto da quel corpo che di femminile non ha più nulla, eppure le vuole bene, non il bene passionale di un tempo, ma l’abitudine a vedersela in giro, il bene che è non essere soli, poter scambiare due parole con qualcuno, ogni tanto.

Oh, se ne ha visti di suoi coetanei rimasti da soli! Non è mica bello essere soli quando si è vecchi: meglio allora andarsene insieme.

Ecco, Emma ha finito le sue preghiere serali: forse non chiede nulla, non cerca altro che di vivere in serenità con se stessa: del imagesresto male non ne ha mai fatto, che peccati deve mai avere sulla coscienza una vecchia?

Si spegne la luce flebile dell’unica lampadina del lampadario ed inizia il calvario: la tosse che le gocce non riescono a lenire, i frequenti viaggi in bagno, ma soprattutto i ricordi, che poi sono sempre dei rimpianti.

In cucina, sulla sua brandina, c’è Argo, un cane sovrappeso di razza incerta, in rapporto forse anche più vecchio dei suoi padroni; un tempo dormiva ai piedi del letto, ma adesso di notte russa e già è così difficile dormire che ci manca solo un cane asmatico!

Adolfo gli brontola dietro, anche se gli vuole bene: tocca sempre a lui portarlo giù e non una o due volte al giorno, ma quattro; Emma dice che lei ha da fare, che lui ha tempo e che gli fa bene per la circolazione fare le scale: sarà anche vero,  però gli pesano ogni anno di più quei quattro piani a piedi, sì perché la loro casa è vecchia e senza ascensore.

Un’altra notte è passata: Emma, in vestaglia e pantofole ha preparato il caffelatte per Adolfo e il tè per sé: ha preso quell’abitudine quando è andata, un milione di anni fa, a Londra a trovare la figlia che faceva un master là, oltremanica. Poi ha conosciuto un inglese che le ha fatto fare un paio di figli e buonanotte: andare a trovarla è troppo caro e troppo lontano per due canevecchi; lei viene in Italia d’estate, ma va al mare coi bambini, non a trovare quei due ruderi brontoloni: un paio di telefonate, ché dall’Italia costano meno che dall’estero e la promessa di portare loro i bambini, a farglieli vedere, ma intanto questi crescono e dei nonni italiani che parlano una lingua che loro neppure capiscono, non gliene frega nulla.

Finita la colazione lei sparecchia la tavola mentre Adolfo trascina il cane svogliato a fare la prima passeggiata del giorno: anche lui non ne può più di essere vecchio, probabilmente.

Quando rientrano dopo una gara serrata a chi ansima di più sulle scale, sulla tavola al posto delle scodelle c’è una sfilata di boccette e scatolette (blister, li chiamano adesso): le gocce per gli occhi, quelle per la tosse, la mezza pastiglia per la pressione e poi quelle compresse a base di erbe per la circolazione, per quelle gambe di lei che si gonfiano come palloni pubblicitari.

Lei dispone tutto bene in ordine su di uno strofinaccio pulito con accanto il foglio con l’elenco e le ore delle medicine, non sia mai che ne dimentichino qualcuna, un foglio a righe scritto con una calligrafia un po’ tremolante, inclinata, una calligrafia d’altri tempi.

Da vecchi.

Ogni due giorni Adolfo durante la passeggiata con Argo si avventura fino alla piazza a prendere il giornale: comperarlo tutti i giorni costa troppo, le pensioni sono quello che sono e loro vengono da un’epoca dove si imparava a fare economia, così in attesa di mezzogiorno lui si mette al tavolo della cucina, sgomberato anche dalla succursale della farmacia comunale a leggere, brontolare contro tutto e tutti: ogni tanto gli scappa anche una bestemmia ed Emma gli lancia un urlo, poi si segna e dice un’Ave Maria anche per lui.

Intanto che lui si legge tutto il giornale, poi torna indietro nel caso che abbia dimenticato qualcosa, con quello che costa adesso indexun quotidiano, lei spazza, spolvera, rifà i letti, comincia a cucinare, perché i vecchi come loro mangiano a mezzogiorno in punto e alle sette di sera.

Giorni quasi tutti uguali, senza slanci, perché i vecchi come Emma ed Adolfo non vivono più la vita, la trascinano, cercano di fare passare il tempo come si fa alla stazione quando si aspetta un treno e il loro sarà l’ultimo che prenderanno, quando arriverà senza campanella e senza annuncio all’altoparlante.

Ogni tanto si vestono bene ed escono a braccetto: è quando vanno a salutare un conoscente vecchio come loro che li ha preceduti; da vent’anni non si sono persi un funerale, ma oramai anche quelli si sono diradati per mancanza di materiale; quando toccherà a loro, forse, non ci sarà più nessuno a venire a dargli l’ultimo saluto, forse neppure i nipoti inglesi ché venire in Italia in quattro costa troppo.

A tavola non parlano, non hanno più molto da dirsi dopo tanti anni, si guardano negli occhi,  poi distolgono lo sguardo, perché a volte vedono negli occhi dell’altro la propria disgregazione e allora, magari, gli scappa anche una lacrima.

Dopo pranzo vanno a riposare, ma non dormono, non ci riescono più, non leggono perché la vista è calata e forse ci vorrebbe un’operazione, allora pensano, poi Adolfo si alza, va alla finestra, guarda fuori i soliti tetti grigi e muri grigi e poi torna a letto e lei, Emma, forse pensa ai figli che non chiamano mai, ai nipoti a cui non importa dei nonni lontani.

Il sabato è diverso: c’è il mercato, ci vanno insieme, comprano un po’ di frutta da fare cuocere, meglio cotta, quando non si hanno più denti, poi un po’ di verdure per il minestrone, guardano tutto e non comprano niente: cosa può più loro servire a quell’età?

Sanno che un giorno uno dei due precederà l’altro, lo farà per insegnargli come si muore, ma non verrà a dirgli dove si va, sempre che si vada da qualche parte.

La domenica Emma va a messa, vorrebbe trascinare anche lui, ma da vecchio anarchico bevitore e bestemmiatore lui si rifiuta: l’accompagna vestito bene, per quanto ci si possa vestire bene con un abito vecchio di decenni, mano nella mano, poi l’aspetta anziani-perdono-la-vita-contemporaneamente_470633fuori dalla chiesa, su una panchina, estate e inverno e se piove entra nel bar di fronte alla chiesa, chiede un caffé e per un’ora legge il giornale a sbafo.

Ogni tanto, magari, andando a messa incontrano qualche vicino che durante la settimana non vedono mai, si salutano, frasi di circostanza, loro due a testa bassa perché si vergognano, si vergognano di essere ancora al mondo, di essere lì ad occupare inutilmente spazio, a dare fastidio, si vergognano di trascinare ostinatamente le loro vite oramai inutili.

La chiesa non è vicinissima: quando rientrano sono stremati, sono solo due poveri vecchi a cui tutto costa più fatica del dovuto.

La domenica invece del minestrone o della pastina magari mangiano i tortellini in brodo, perché vanno giù meglio che asciutti, o il pollo arrosto comperato il giorno prima al mercato: non entrambi, perché ai vecchi non occorre molto, poi si tolgono gli abiti buoni della festa, indossano informi vestiti che loro chiamano “da casa” e vanno a letto, non a leggere, non a dormire, a pensare, a rimpiangere.

È domenica, quando si alzeranno guarderanno un po’ di televisione, che almeno ci sia un po’ di musica, un balletto che li tenga un poco in allegria, che gli faccia tirare sera, quando consumeranno quello che è avanzato da mezzogiorno insieme alla frutta cotta che fa bene all’intestino, l’hanno detto anche alla televisione.

Dopo cena lei lava i piatti della sera, lui sta al tavolo e non dice nulla, la guarda, pensa cose che non vorrebbe pensare: lei almeno lavora in casa, lui si sente inutile, a parte portare giù Argo, che scopo ha oramai nella vita?

Si coricano e dopo un po’ inizia un silenzio assordante, ma entrambi, Emma ed Adolfo, sanno che presto arriverà il ticchettio della pendola della cucina, quella che implacabile conta loro il tempo, segnala i secondi che passano, conta quelli, sempre di meno, che rimangono a loro da vivere.

Poi, finalmente, arriva il sonno, il solo che abbia pietà di loro.

 

 

 
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Pubblicato da su settembre 1, 2016 in Racconti

 

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LA STANZA IN FONDO AL CORRIDOIO

LA STANZA IN FONDO AL CORRIDOIO

Guglielmo amava la musica, per questo aveva frequentato il conservatorio e si era diplomato, almeno fino ad un certo livello, perché studiare musica non ha quasi mai fine.

La sua carriera di musicista, però, non era mai decollata: anche lì per emergere ci vogliono conoscenze e raccomandazioni; aveva fatto concorsi, domande per le grandi orchestre dove, peraltro, sarebbe stato solo un puntino disperso senza identità, ma le orchestre sono poche, i candidati tanti, buona parte dei quali con parenti musicisti, con amici altolocati e lui era sempre lì, imagesappena dopo quelli scelti, i vincitori dei concorsi.

Suonare non è lasciare qualcosa di scritto, il giudizio è soggettivo degli esaminatori e, pertanto, inappellabile; che ci siano stati favoritismi, pastette, nepotismi non era dimostrabile, quindi nessuna possibilità di ricorsi e così addio ai sogni di una vita fatta di musica.

C’era, come seconda possibilità, l’insegnamento nelle scuole, non certo al conservatorio, visto che lui non era un orchestrale, ma solo un diplomato.

 

Non era ciò che Guglielmo aveva sperato per il suo futuro nella e con la musica, ma bisogna pur campare, anche insegnando a suonare un flauto di plastica a ragazzini che non ne hanno nessuna voglia, che preferiscono i rapper nostrani a Mozart, a Puccini, a Chopin.

Ma anche nella scuola ci sono concorsi da fare, i posti sono pochi, i candidati tanti, ognuno con tante classi, così un solo insegnante copre il fabbisogno, a volte, di un intero istituto.

Insegnamento sì, ma supplenze a tempo determinato, sempre dietro ad altri disillusi dalla musica come lui, gente di cinquanta, a volte sessant’anni che ancora non aveva un lavoro fisso.

Ma bisogna pur campare, come detto, così dava anche lezioni di violino a casa, mal visto dai vicini che poco sopportavano le stecche dei piccoli musicisti che, spesso, di suonare non avevano voglia, che venivano spinti da genitori che sfogavano su di loro i desideri che non avevano potuto realizzare di persona, che sognavano figli musicisti da esibire ad amiche ed amici.

La maggior parte degli alunni privati di Guglielmo avrebbe smesso di studiare strumento non appena avesse raggiunto l’età per potersi ribellare alle imposizioni familiari.

Poi, un giorno, Guglielmo trovò l’amore nella sua vita grigia: Carolina.
I primi tempi fu tutto rose e fiori e musica, lei amava la musica, era affascinata dal potere che aveva Guglielmo di eseguirle all’istante qualsiasi pezzo, romanza, almeno fintanto che i vicini non bussavano alle pareti di casa.

Furono anni, se non proprio felici, almeno sereni.

Poi, però, tramontato l’entusiasmo e la passione, sorsero i problemi; Carolina amava sì la musica, ma anche la bella vita, lo shopping, i ristoranti, le serate a teatro, ai concerti, preferibilmente rock, tutte cose inconciliabili con lo stipendio di un precario, pur leggermente migliorato dalle lezioni private.

Lei non lavorava, non lo aveva mai fatto e non aveva intenzione di rischiare le sue belle unghie in un lavoro manuale.

Cominciarono i dissapori e la parola che girava più spesso in casa loro era “fallito”.

Già, la casa, l’unica cosa buona che Guglielmo aveva, l’unico suo punto stabile di riferimento, una grande casa ereditata dai genitori che adesso non c’erano più.

La casa era dunque grande, fresca d’estate, calda d’inverno, scura, perché alcune stanze non venivano usate ed avevano sempre le persiane chiuse.

C’era un lungo corridoio, perfettamente diritto, con porte su entrambi i lati; subito all’inizio, c’era un grande salone sulla destra,casa-vecchia-p-2-corridoio ricavato da due stanze, con una finestra e una porta finestra che dava su un terrazzo un tempo fiorito, ora deposito di vasi di terracotta vuoti.

Poi c’era uno studio, due camere e, in fondo, proprio di fronte alla porta d’ingresso, un ripostiglio stracolmo: Guglielmo era una di quelle persone che non buttavano via nulla, legato al passato ed alle cose di questo ed anche ciò era motivo di discussione con Carolina, la donna che aveva sposato forse mille anni prima, ma che lui ancora amava: lui, lui solo, lei non aveva più alcun interesse al matrimonio con un mediocre incapace di darle la vita che lei voleva ed allora quel tipo di uomo lo trovò altrove.

La casa, la casa continuava sull’altro lato, quello alla sinistra dell’ingresso: un piccolo disimpegno con l’attaccapanni stracolmo di giacche e giubbotti che a Guglielmo, complici gli anni, non andavano più bene, poi la grande cucina – tinello, il bagno, l’unico dell’appartamento, e poi altre due camere; l’ultima in fondo al corridoio era la camera matrimoniale, il cuore di una casa, di una famiglia.

La casa era arredata con mobili vecchi, non vintage, ma mobili dei primi del novecento, ereditati anch’essi dai genitori di Guglielmo e prima ancora dai genitori dei genitori, mobili scuri, pesanti, polverosi, quei tipi di mobili che avevano sempre odore di vecchio, di libri vecchi, di legno vecchio, di escrementi di tarli. Un po’ tutta la casa aveva quell’odore di vecchio, di tempo passato, di tappezzerie un tempo preziose, ora scure e polverose.

E tutta la casa era sempre buia, tranne il salone all’ingresso, dove Guglielmo riceveva i suoi alunni.

L’ultima allieva in ordine di tempo era una bambina minuta, Elisabetta, molto dotata e portata per la musica, probabilmente, in prospettiva, perfino più del suo maestro; dopo la prima lezione, la sera a cena padre e madre le chiesero come fosse andata questa: c’è sempre anche un poco d’apprensione da parte dei genitori a lasciare una bambina di dodici anni sola in casa di un uomo adulto.

Già sola, perché di Carolina in quella casa non c’era più traccia; Guglielmo non aveva detto nulla ai vicini, ma loro l’avevano vista spesso salire sulla Mercedes scura con quell’uomo che subito, senza neppure allontanarsi, la baciava, ed allora avevano capito 73che lei non c’era più, che vi era rimasto quell’uomo grigio e chiuso come le finestre della loro casa, che probabilmente lei se n’era andata con quello della Mercedes per avere una vita più brillante.

Quando dopo la prima lezione fu chiesto alla bambina come fosse andata, “C’è uno strano odore” aveva risposto Elisabetta ai genitori, alzando le spalle.

Già, c’era quell’odore di chiuso, di finestre mai aperte, di libri e mobili vecchi, appena coperto, ma forse peggiorato, dall’odore di pino del liquido lavapavimenti che lui stesso usava, visto che le faccende domestiche le faceva di persona, soprattutto ora che Carolina non c’era più (non che lei avesse mai fatto qualcosa in casa: era una questione di unghie laccate), e c’era insieme anche l’odore del deodorante alla lavanda che Guglielmo spruzzava in abbondanza quando arrivavano i suoi allievi a lezione.

Ma c’era anche qualcosa d’altro, un altro cattivo odore di fondo sotto a questi più identificabili

Ora Guglielmo aveva smesso di lavorare nelle scuole, da tempo non lo avevano più chiamato, adesso viveva solo delle sue lezioni di musica.

Non usciva quasi mai, se lo faceva era sempre un po’ trasandato, con un giaccone liso, un cappello che era stato del padre, non aveva neppure più la sua lunga sciarpa bianca di seta, che era l’unica cosa luminosa in una vita scura e grigia; un saluto mormorato fra i denti ai vicini e null’altro.

Adesso anche la donna che faceva le pulizie nel condominio, che spazzava le scale e spolverava i mancorrenti e le porte dell’ascensore si lamentava dell’odore che usciva da quella casa buia: che aprisse un poco le finestre, che si liberasse di un po’ di vecchiume! Ma lui era legato a tutto, ai ricordi, anche a quelli dolorosi.

Guglielmo campava a mala pena con i suoi cinque allievi, ma se le cose non fossero migliorate, se non avesse resa più accogliente quella casa, forse presto il loro numero sarebbe calato; più che campare, sopravviveva, sia economicamente, che moralmente; anche la musica, oramai, era diventata solo una routine, anch’essa un modo di sopravvivere, non più la sua musa, 58715-1la sua filosofia e poesia di vita.

Quando un uomo si lascia andare in quel modo, quando perde la dignità propria e quella del proprio ambiente, è una cosa molto triste, è una vita non vita. Elisabetta era dotata, migliorava, sentirla era una delizia per i genitori, la madre impiegata postale, il padre capitano di pubblica sicurezza.

La ragazzina suonava per i parenti, per gli amici, ma al momento di andare a lezione da Guglielmo s’intristiva: la cosa era palese ed allora il padre e la madre l’affrontarono: “Il tuo maestro di violino si comporta male con te? Ti fa discorsi strani, sconvenienti, ti tocca, ti dà fastidio?” era palese che il sospetto fosse quello, visto che il disagio della figlia superava la voglia d’imparare e progredire.

“No, lui è bravo, gentile, corretto, ma è la sua casa… puzza”. Sì, in effetti quell’odore di vecchio l’aveva sentito anche il padre la prima volta, quando aveva accompagnato la figlia ed aveva preso accordi con Guglielmo per orari e costi, ma non pensava che la figlia fosse così schizzinosa da non voler andare per via di quell’odore: decise di accompagnare

Elisabetta alla prossima lezione per constatare di persona se le condizioni igieniche della casa fossero veramente peggiorate; sapeva che spesso le persone sole si lasciano andare, diventano perfino disposofobiche, conservano, oltre ai ricordi, anche la spazzatura.

item_223972Già dal pianerottolo si sentiva quel misto vomitevole di odore di vecchio, di pino, di lavanda e… qualcosa d’altro; entrarono e l’uomo capì subito, in fondo era un poliziotto e quell’odore veramente insopportabile era per lui inconfondibile. Anche Guglielmo capì, capì che era la fine. “Dove?” domandò il capitano, in quel momento più quello che non il padre di Elisabetta che era stata lasciata fuori con la raccomandazione di tornare subito a casa.

 

“La stanza in fondo al corridoio” mormorò rassegnato e a mezza voce l’uomo; nella stanza in fondo, la più buia, quella che era stata la camera matrimoniale, c’era Carolina, o almeno quello che ne restava, con ancora stretta intorno al collo la sciarpa di seta bianca di colui che l’aveva così tanto amata.

 
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Pubblicato da su novembre 19, 2015 in Racconti

 

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LA DOLCE MORTE

LA DOLCE MORTE

 

Seduto sulla scomoda sedia d’alluminio, Marzio aveva tutto il tempo che voleva per pensare, ricordare, ripensare.

Ripensava alla sua storia con Irene, storia sfociata, poi, in un grande amore e in un matrimonio che duravano ancora con un sentimento immutato, anche se…

Rimpianti pochi, forse solo per quei figli che non erano venuti, ma egoisticamente questo aveva dato loro più tempo per il loro amore.

Anni che erano passati, volati, sempre insieme, senza stare un solo giorno o una sola notte lontani.

Marzio si girò leggermente su un fianco: dopo un po’ la scomodità di quella sedia cominciava a diventare insopportabile; come avrebbe desiderato in quel momento la sua vecchia poltrona e il puff poggiapiedi!

Si girò ancora una volta, poi ripiombò nei pensieri e nei ricordi: forse è banale, ma a chi ha vissuto un grande amore pare che questo sia stato il più grande e inimitabile del mondo.

Però ci deve essere da qualche parte un’entità soprannaturale invidiosa della felicità degli uomini, per cui quando un amore è troppo bello e troppo perfetto questo decide di rovinare tutto.

Nel loro caso l’ostacolo alla loro felicità aveva la forma di un furgone di Dio sa quale marca che era sbucato da una stradina laterale senza fermarsi; poco importa che avesse torto, che l’assicurazione avesse pagato senza battere ciglio: quello che importava era che Irene era entrata in coma, sette anni di sonno senza sogni, senza pensieri, senza amore.

E da sette anni Marzio era lì, per quasi metà della giornata, su quella sedia in alluminio da ospedale, un ospedale che non curava, non lo faceva più, non dava nemmeno speranze né sentenze.

Il cervello era andato, chissà dove e Irene non si sarebbe più svegliata, sarebbe passata dal sonno alla morte in un tempo indefinibile: mesi, anni, secoli… nessuno lo poteva dire.

Marzio si alzò, si mise le mani sulle reni e si stirò la schiena; poi prese una garza bagnata e inumidì le labbra screpolate di sua moglie, poi vi posò un bacio al quale lei non rispose: non lo avrebbe fatto mai più.

L’uomo ebbe un conato di pianto, sì, un conato, perché il singhiozzo gli venne da dentro: uno, uno solo, senza lacrime, perché di quelle non ne aveva più.

Col tempo il dolore diventa una callosità dell’anima, almeno all’apparenza; in realtà si incista come un cancro in un luogo ben preciso fra il cuore e la gola e preme, preme…

E quel dolore Marzio non voleva perderlo, perché oramai era l’unico sentimento che gli era rimasto: perderlo per poi ripiombarvi non sarebbe stato possibile né sopportabile da alcuno.

A volte, sempre più raramente, venivano parenti o amici a trovarli, in realtà a trovare lui, perché quella persona nel letto, in grado solo di respirare, ed anche quello grazie ad una macchina, per loro altro non era che un elemento dello spoglio arredamento della stanza.

Tutti cercavano parole inutili e stantie di conforto verso Marzio, tutti avevano un consiglio (“Vai a casa – Devi pensare a te stesso – Finirai con l’ammalarti e un malato non può curarne un altro eccetera, eccetera).

Ma quello su cui convenivano quasi tutti era che lui avrebbe dovuto avere il coraggio di far staccare la spina, interrompere quella lunga, doppia agonia, che Irene meritava una morte dignitosa: era stata una persona, non doveva finire come una pianta da balcone.

A queste parole Marzio, a volte si arrabbiava, cacciando tutti dalla stanza, altre riusciva a ritrovare da chissà quale parte ancora una buona quantità di lacrime.

Estrasse dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di cotone (lui era ancora della generazione di coloro che non usano quelli di carta, la generazione degli inseparabili, il cui amore dura tutta la vita), si asciugò gli occhi e questo gesto gli aumentò, come sempre, la crisi di pianto.

Per fortuna lì dentro, almeno lì, si poteva piangere senza pudore, anche se oramai era l’unico a farlo: gli altri, parenti e amici, avevano gettato la spugna da tempo.

Entrò un medico: lo conosceva bene, lo conosceva da sette anni, per almeno trecento giorni all’anno e due volte al giorno, più le emergenze era entrato in quella camera a prendersi cura di entrambi.

Lo vide col fazzoletto in mano, gli mise una mano sulla spalla, poi versò alcune gocce misteriose in un bicchiere e gliele porse.

Marzio le mandò giù: sapeva che quello era una sorta di analgesico per l’anima; fra poco gli sarebbe passata la crisi di pianto, poi si sarebbero assopiti insieme lui e il suo dolore.

Quando si fu calmato uscì dalla stanza, andò in fondo al corridoio ed uscì  sul terrazzino ad accendersi una sigaretta; aveva smesso trent’anni prima, ma da tre aveva ripreso.

Fumò mezza sigaretta, poi la spense e ne accese un’altra, la finì e rientrò.

Anche il dottore gli aveva ventilato, anche se non proprio apertamente, la possibilità di staccare il respiratore: eutanasia, dal greco, letteralmente, dolce morte.

Ma Marzio quella eventualità non la voleva neppure sentire dire: sarebbero andati avanti così, fino alla fine di uno, dell’altro o di entrambi.

Certo era dure, sette anni su una sedia, a parlare a un corpo che non rispondeva, a baciare una donna che non ti corrispondeva.

Quando si guardava allo specchio, ed inevitabilmente lo doveva fare per radersi la barba, vedeva ogni volta qualche capello bianco in più e qualche grammo di peso in meno.

Aveva perso una dozzina di chili in quei sette anni: difficile mangiare con quella cosa che premeva fra cuore e gola e minacciava di esplodere: era più che dolore, più che disperazione, era l’ineluttabilità delle cose che non si possono cambiare.

Certo, dopo tanto tempo, qualche volta ci aveva pensato anche lui a dare una morte dolce e soprattutto dignitosa a quella donna che se n’era andata chissà dove e chissà quando; lui avrebbe forse ricominciato a vivere quello che gli restava, ammesso e non concesso che una vita senza Irene fosse ancora vita.

Eppure una volta, durante una delle sue ormai più frequenti crisi, lui le aveva messo una mano sul collo, aveva sentito pulsare l’arteria sotto la pelle sottile e gli sarebbe bastato premere un po’ più forte per liberarla da quel corpo inutile.

Poi, invece, le aveva stretto la mano piccola e diafana nella sua e con l’altra aveva premuto il pulsante del campanello d’emergenza.

Marzio era stanco, di una stanchezza mortale: forse avevano ragione quelli che gli dicevano che era ora che lui pensasse un po’ a se stesso: sette anni senza una vacanza, un cinema, un ristorante, nulla.

Avevano ragione, ma come potevano pensare che tutto ciò fosse più importante della sua Irene?

Allora li cacciava dalla stanza, si chiudeva dentro con lei e si lasciava andare al pianto, fino a che arrivava il dottore col suo miracoloso rimedio antidolore per l’anima.

Ma piano, piano col passare del tempo, anche lui cominciò  a convincersi che, in barba a tutte le leggi e le religioni, la dolce morte era l’unica soluzione.

Il medico si offrì di assisterlo: non ci sarebbero state conseguenze per nessuno dei due: che muoia una persona che oramai è già morta da anni non desta sospetti, non scandalizza nessuno.

Nella stanza erano solo loro, più la cosa nel letto; Marzio piangeva, il dottore gli cinse le spalle: “Lo so che fa male, ma va fatto, per Irene e anche per te che hai diritto di vivere, non di restare a morire piano, piano, con lei in questa stanza”.

La mano dell’uomo si protese verso la spina alla quale erano collegate tutte le macchine: Marzio la fermò “Soffrirà?”.

“Quello è escluso: da tanto, oramai, non soffre più, stia tranquillo” Gli rispose con stanca dolcezza.

No, non se ne fa nulla, se non sente dolore lasciamo tutto com’è: non è un’atrocità lasciarla vivere”:

“Ma…” tentò di dire il medico, poi fece un gesto dall’alto in basso con la mano, come quando si scaccia un insetto o un pensiero cattivo, che era come dire: “è inutile parlare con chi non sente” ed uscì dalla stanza bianca e muta.

No, forse era un egoista, ma Marzio non poteva rinunciare a vederla, toccarla, baciarla anche così com’era: era poco, ma era più di niente.

Forse non parlava, non capiva, certamente non lo avrebbe fatto mai più, ma, per lo meno, era lì ed era viva, biologicamente nessuno poteva negare che lo fosse; il resto era filosofia.

Molti avrebbero giudicato sbagliato ciò che aveva fatto, altri sicuramente avrebbero approvato, ma nessuno poteva dire quale fosse la cosa giusta, non senza trovarsi nella sua situazione.

Era certo che ne sarebbe nata una polemica sui giornali, che se ne sarebbero fatti dibattiti in televisione: tutto questo, però, a lui passava sopra e lontano milioni di miglia.

Irene respirava quasi impercettibilmente, ma regolarmente: non soffriva, quello era l’essenziale, quello era sicuro: quello no, non lo avrebbe tollerato, non sarebbe stato capace di farla soffrire per il proprio egoismo.

La baciò, le carezzò i capelli precocemente ingrigiti e uscì sul terrazzo in fondo al corridoio ad accendersi una sigaretta.

 
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Pubblicato da su agosto 11, 2011 in Racconti

 

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IN SILENZIO

Era una normale scena di vita familiare: Augusto semi – sdraiato sul divano, con fra le mani un libro le cui pagine mancanti alla fine non si decidevano a diminuire, un po’ assopito, un po’ assorto in tanti, troppi pensieri, mentre Milena alacremente scorreva delle carte relative al suo lavoro seduta al tavolo della sala, quello bello, di cristallo e con le sedie di acciaio e cuoio.

Questa era la loro vita: si amavano, ma con quel tanto di stanchezza che dà l’abitudine.

Fra di loro c’era un’ombra, forse solo una velatura: quella dei sogni mai realizzati e soprattutto di quei figli mai venuti a darti una garanzia di prosecuzione della tua vita, dei tuoi ideali, delle tradizioni familiari, anche se poi spesso non è così.

Chissà se anche Milena ora stava pensando a quello, mentre scorreva le carte col dito inumidito, con gli occhiali da lettura che le erano scivolati lentamente sulla punta del naso, coi suoi capelli ingrigiti perché non aveva mia il tempo per il parrucchiere.

Anche quelli di Augusto si erano diradati e scoloriti: li vide, con la sua immagine un po’ smagrita (era dimagrito parecchio, in verità, negli ultimi mesi), nel riflesso dello schermo del televisore spento, allora decise di accendere l’apparecchio, non foss’altro che per cancellare quell’immagine che lo immalinconiva e ne aumentava i rimpianti in quella giornata strana, fatta di presenze e di silenzi.

Appena lo schermo s’illuminò, tolse il sonoro, perché quel silenzio non doveva essere turbato da grida, slogan, pubblicità.

Il silenzio era forse l’ultimo vero legame che li univa, perché dopo tanti anni non c’è più bisogno di parole per capirsi, per leggersi dentro.

Augusto non aveva idea di che canale fosse quello su cui si era sintonizzato, né che cosa trasmettesse, ma la tivù accesa era, se non altro, un pretesto per chiudere definitivamente quel libro ben lungi dall’essere terminato.

Fuori scorreva il traffico, scorreva la vita, ma lì dentro, coi doppi vetri, nulla penetrava e c’era solo quel silenzio assoluto, tanto da essere assordante, cioè da farti entrare in un mondo che solo i sordi possono capire: quello delle proprie emozioni e delle voci di dentro.

Milena ogni tanto sospirava, poi ritornava il silenzio, almeno fino a quando cominciò la musica…

Iniziò piano, dolcissima e triste; Augusto controllò lo schermo, sul quale era accesa l’immagine dell’altoparlante sbarrato: ma allora da dove venivano quei suoni? E poi che strumenti erano a suonarla?

Lui non era proprio un musicologo, ma almeno sapeva distinguere un violino, un flauto, un oboe, magari, ma qui non distingueva nulla.

Da fuori non poteva provvenire, dal televisore neppure: alzò il capo e vide che sua moglie continuava imperterrita il suo lavoro, non dando segno di essersi accorta di nulla, né di sentire la musica, altrimenti gli avrebbe detto quel suo “Spegni” che era esso stesso una musica.

Già, lei non sopportava di lavorare se non in silenzio e nel silenzio, ma non era nel suo carattere aggredirlo verbalmente, così anche un imperativo suonava sempre come una musica, detto da lei.

Passato il primo momento di sconcerto, Augusto capì, perché lo si capisce sempre, anche se a nessuno è dato dirlo, fare un cenno agli altri: è qualcosa di troppo intimo per condividerlo: sono le regole non scritte di quello strano gioco a cui tutti siamo soggetti.

Augusto si alzò, girò alle spalle di Milena, non prima di aver spento il televisore, ma non quella musica.

Passando le carezzò lievemente la testa e lei rispose a sua volta con una carezza sulla mano del marito, ma che pareva più un riflesso, come quando si guarda qualcuno senza vederlo.

Augusto andò in camera da letto, si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto.

Fu aggredito da tanti pensieri, ma riuscì a respingergli.

Gli scese un’unica lacrima: un po’ gli spiaceva, ma poi si abituò all’idea e si rese conto che non era poi così… così… così…

La musica lo aveva seguito e nel soggiorno era tornato il silenzio interrotto solo, ogni tanto, dal sospiro di lei.

Lei, come l’avrebbe presa? Mah! In fondo come tutti e presto si sarebbe abituata anche lei a quel silenzio ancora più fondo.

Augusto cercò di sentire il proprio respiro, il proprio battito, ma trovò solo la musica.

Cinquantacinque anni: che bilancio poteva fare? Ma poi, perché doveva fare un bilancio: comunque mica poteva tornare indietro, ricominciare daccapo.

E poi, se anche avesse potuto, sarebbero passati di nuovo i decenni e si sarebbe di nuovo trovato a segnare “Dare e Avere” di una vita, magari accompagnato da quella colonna sonora che era quella di tanti film, di tante emozioni, di tanti ricordi, che era tutto e nulla, che era un’orchestra ed era nulla, che aveva mille autori e non ne aveva alcuno.

Milena fece un piccolo colpo di tosse, ma il suo suono fu inghiottito dalla musica.

E dal silenzio.

Anche se non lo udiva, riuscì a regolare il proprio respiro e, piano, piano, a spegnere i pensieri ad uno ad uno, come candeline su una torta.

Quel momento non aveva bisogno di ricordi, di rimpianti, magari di rimorsi.

Ricordò un aforisma di Osacr Wilde: “è meglio, nella vita, avere rimorsi che rimpianti” sorrise, un ultimo amaro sorriso.

No, quel momento andava affrontato con altro spirito, con altri pensieri, meglio ancora senza di questi, cercando solo di regolare il proprio respiro, ora calmo, sul ritmo di quella musica dolce e triste.

E di quel silenzio tutt’intorno, quasi ad abbracciare la musica, la sua compagna, lui stesso.

Certo non era facile pensare al dopo: appunto, quindi meglio non pensarci e pensare al momento.

La casa era in silenzio ed anche in penombra, ma fra le liste della tapparella filtrava un filo di luce che s’infiochiva, come andando verso il crepuscolo.

Ma non era il crepuscolo: era metà mattina.

Allora Augusto chiuse gli occhi, cancellò definitivamente i pensieri e le immagini e si fece solo avvolgere dalla musica, fintanto che questa si fece solo un soffio, poi cessò per sempre.

E fu il silenzio.

 
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Pubblicato da su maggio 31, 2011 in Racconti

 

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