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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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IL PROFESSORE NUDO

IL PROFESSORE NUDO

 

(Questo non è un racconto tradizionale dei miei, ma un episodio, capitolo, riflessione, tratto da uno dei miei quattro volumi sulla scuola)

 

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In uno dei miei primi periodi di insegnamento post – laurea (in realtà ho iniziato a insegnare come supplente quando ero ancora studente universitario) ho avuto una esperienza di partecipazione a un corso d’aggiornamento in psicologia dell’insegnamento.

Dopo l’ultima lezione ci fu assegnato un “compitino” su frasi, citate, dei ragazzi.

Io scelsi quella di un’alunna (almeno, suppongo che fosse una femmina) che affermava che non avrebbe voluto mai fare l’insegnante.

Non ricordo poi con quale strano collegamento, feci un’affermazione che suscitò prima ilarità e poi discussione.

Dissi: “Un insegnante può andare in pizzeria con i suoi alunni, può andarci anche al cinema, ma mai in piscina, per non farsi vedere in costume da bagno, vale a dire, praticamente nudo”.

Il mio intendimento andava oltre la situazione citata; per me la nudità era intesa non tanto in senso fisico, bensì in senso lato: la nudità dell’anima, la debolezza di essere una persona umana e mortale.

I nostri alunni fanno due intervalli, a volte chiedono di andare in bagno, mentre noi insegnanti non abbiamo mai tempo per le nostre necessità fisiologiche, per cui credo che a molti ragazzi noi appariamo un po’ come una razza a parte, priva delle necessità dei ragazzi, dei loro familiari e di tutte le persone comuni (quando gli alunni mi chiedono di uscire ogni ora, io domando loro quante volte mi abbiano visto lasciare l’aula per andare in bagno e mi sento rispondere: ”E, ma lei è un prof!).

Che piacciamo o meno, agli alunni noi appariamo come una razza superiore, o forse soltanto diversa: deteniamo il sapere, abbiamo la possibilità di amministrare la giustizia in base a leggi da noi appositamente create (note, sospensioni, rimproveri), quindi non possiamo certamente fare pipì come tutti, né avere le caratteristiche fisiche degli umani.

Guai, allora, a mostrarsi nudi, ad apparire uguali agli altri: ne andrebbe del nostro prestigio e potere.

Il discorso, ovviamente, vale anche dall’altro punto di vista: io stesso, che ho fatto sport, frequentato palestre, dove mi sono spogliato e ho fatto saune e idromassaggi nudo in mezzo a decine di sconosciuti, sarei in imbarazzo a mostrarmi privo di abito ai miei alunni, così come lo sono stato, seppure in maniera limitata, quando Mario e Nadia, i gemelli miei ex alunni, vennero a trovarmi a Viareggio e facemmo un bagno in mare assieme.

Non che in quella occasione non avessi nulla addosso ma, anzi, indossavo un pudicissimo costume da bagno parigamba, ma ero, comunque, indifeso alla loro vista.

Tutto questo discorso è, volutamente, ampliato fino al paradosso, ma credo, come quando feci l’affermazione iniziale al corso, che ci sia molto di vero su cui meditare.

Alla fine di giugno, ultimi giorni di esami, ebbi la notizia che la collega di lettere che aveva lavorato con me due anni prima proprio mentre stava esaminando i miei ex alunni, aveva avuto un malore.

Ricoverata in ospedale entrò in coma; dopo una settimana si svegliò: il tempo di riconoscere e salutare il marito e il figlio e si riaddormentò per sempre.

Fui informato della sua morte un sabato sera alle dieci e mezza: il mattino dopo mi misi a sfogliare gli elenchi telefonici fino a rintracciare il numero telefonico di uno dei miei e suoi allievi.

Lui era già in vacanza, ma parlai con la madre e la informai dell’accaduto, perché ritenevo giusto farlo: con me erano stati un solo anno, ma con la collega di lettere avevano convissuto tre anni, gite e viaggi compresi.

Al funerale ebbi il piacere di vedere che una dozzina dei nostri ragazzi (gli altri, probabilmente, erano anch’essi già in villeggiatura) erano presenti in chiesa.

C’erano i piccoli Davide e Alan, il tenero Matteo (il mio preferito… anche se non si dovrebbe dire), le dolcissime Giulia e Cecilia, e poi ancora Andrea, Alessandro, pur convalescente da un’operazione, Claudia, Francesca, Daniele ed altri che ora mi sfuggono.

Mi fece piacere, pur nella tristezza dell’occasione, rivederli e salutarli, apprezzai il fatto che fossero venuti a dare l’ultimo saluto alla loro professoressa, ma in chiesa, dal fondo dove ero, guardavo attentamente il loro gruppo e la cassa e mi si stringeva il cuore, più che per la scomparsa della collega ed amica, per il fatto che ora la cara Franca, sempre ilare e con voglia di scherzare, ma che vidi poi piangere dopo gli esami di terza perché perdeva i suoi bimbi, fosse così indifesa, vulnerabile, debole rispetto a loro: adesso erano loro i più forti e lei era nuda ed umana rispetto ad essi che detenevano il potere della gioventù, della salute, della vita.

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Pubblicato da su luglio 18, 2016 in Racconti

 

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VERSO IL SOLE

VERSO IL SOLE

Quando Ferruccio aveva solo tre anni, si ammalò, si ammalò gravemente, ma nessuno se ne accorse mai.
Mentre la madre, seduta su un plaid posato sull’erba del prato appena fuori del paese di montagna dove passavano la villeggiatura dell’intero mese di luglio, stava lavorando ai ferri per fare un golfino nuovo al suo piccolino, mentre suo fratello index2maggiore giocava a pallone con gli amici poco distante e sua sorella leggeva un libro, lui correva per il prato, quando, ad un tratto, stramazzò al suolo di colpo: una forma improvvisa quanto fulminante di infiammazione del midollo spinale che, probabilmente, se fosse sopravvissuto, lo avrebbe costretto su di una sedia a rotelle per il resto dei suoi anni.
Ma il piccolo, piombato a terra senza capirne il motivo, vide che quello che a lui era sempre apparso solo come un tappeto verde, era invece una cosa viva: poteva sentire l’erba crescere, osservare le formiche muoversi in file ordinate, udire l’intera terra vibrare.
Da quel giorno amò in maniera assoluta la natura.
Sdraiato a terra a fatica si voltò sulla schiena, guardò il sole, lo sentì caldo e fu subito sicuro che lo avrebbe guarito, che sarebbe stato in grado di alzarsi di nuovo.
E così fu.
“Ferruccio, cosa fai per terra? Alzati che ti sporchi tutto!” Così dicendo la madre lo prese per una manina e lo sollevò… e lui si alzò e camminò.
Il piccolo Ferruccio divenne un adolescente, poi un ragazzo, quindi un uomo e, forse, dimenticò per anni l’episodio in sé, ma gli grande-sfida-verona-bambino-carrozzinarimase sempre dentro quell’amore per la natura, un amore che era fatto soprattutto di rispetto e venerazione, un riconoscimento alle sue potenzialità.
Fu dopo i quarant’anni, nella seconda parte della sua vita, che Ferruccio si ammalò nuovamente, però questa volta si ammalò di una di quelle malattie che quasi mai lasciano scampo.
I medici, comunque, lo esortarono a non perdere la speranza e gli prospettarono tutta una serie di terapie chimiche, radianti, chirurgiche.
Sulle prime lui accettò, ma ben presto si rese conto di quale calvario, di quale sofferenza, di quale strazio per lui e per chi gli stava vicino fosse quel rituale di appuntamenti, di attese, di terribili postumi delle cure e così, di punto in bianco, smise di sottoporsi ad ogni terapia e ogni tipo di esami.
Fu allora che ricordò quella misteriosa ed immediata guarigione che aveva avuto nei suoi primi anni di vita, di come la luce e il calore del sole avevano ridato vita alle sue gambe morte ed allora decise di farlo di nuovo, di affidarsi al sole: era sicuro che questo ancora una volta avrebbe combattuto per lui, avrebbe bruciato le cellule cattive, gli avrebbe ridato modo di gioire, di soffrire, ma comunque di vivere.
Il grosso problema è che si era in quella stagione, che a Milano dura quasi sei mesi, in cui il sole sparisce per giorni, per settimane, dietro un cielo grigio di polveri, nuvole e nebbie.
Per guarire, invece, lui avrebbe avuto bisogno di un sole caldo e luminoso, non di un astro più spento e malato di lui.
Così, all’improvviso, senza dire nulla a nessuno, sparì, deciso ad andare verso il sole.
images7Affrontò il viaggio, l’ultimo di tanti, con le forze ridotte al lumicino, da solo, sulla sua vecchia automobile, che avrebbe dovuto essere oramai sostituita, ma un moribondo non pensa certo a cambiare la macchina.
Decise di andare verso sud, spostandosi sulla costa orientale, alla ricerca del sole di allora, quello della sua infanzia.
I primi cento chilometri furono terribili, col freddo e il riscaldamento dell’auto irrimediabilmente guasto, con una nebbia che non dava idea di potersi mai più diradare.
Stette male, più volte dovette fermarsi nelle aree di parcheggio e dare di stomaco ed altrettante dovette sostare agli autogrill per un caffé forte e dolce che gli ridesse un briciolo di energia.
Dopo fu un po’ più facile, una volta fatta l’abitudine alla temperatura dell’abitacolo e allo stress della guida in quelle condizioni.
Al chilometro centocinquanta ci fu l’incidente: doveva essere accaduto da non più di un’ora, quando lui, dopo una lunga coda, arrivò alla sua altezza; due auto erano quasi abbracciate e arrampicate a metà sul guardrail.
Negli ultimi cinquanta metri prima del groviglio, agenti della stradale e volontari, segnalavano il rallentamento con fiaccole fluorescenti.
Le ambulanze stavano arrivando in quel momento; a terra, pietosamente coperti da teli, c’erano quattro mucchi di carne e ossa: uno era molto piccolo.
Ferruccio ricacciò in gola un conato e un singhiozzo.
Ora la coda di auto si era sciolta e il traffico era tornato di nuovo a scorrere, ma ancora non c’era traccia di diradamento della nebbia e delle nubi.
I chilometri si susseguivano sul contachilometri con un piccolo rumore meccanico che sembrava martellare nella testa dell’uomo.
Era sfinito, aveva consumato in poche ore le energie che gli erano rimaste, forse, per un mese.images99
Si avvicinava la sera, che non era certo l’ideale per cercare il sole.
Si fermò in un’area di parcheggio, prese dal sedile posteriore un vecchio plaid polveroso e tarlato, ricordo di avventure giovanili e reduce da generazioni di automobili, vi si avvolse e si addormentò.
Si svegliò prima dell’alba, con un freddo pungente.
Stette nuovamente male e a fatica raggiunse il più vicino autogrill.
Dopo due caffé doppi recuperò un po’ di forze.
Ora il cielo e la nebbia parevano aprirsi leggermente.
Ancora qualche centinaio di chilometri, poi decise di lasciare l’autostrada e portarsi sulla panoramica costiera.
Ora non c’era più nebbia e le nubi svanivano sotto un sole appena tiepido.
Ancora decine di “tic” della rotella numerata sul cruscotto, altri giri di lancetta dell’orologio; ora il sole era alto e caldo, il cielo images5sgombro e terso.
Accostò l’auto, che si fermò con un sobbalzo e un sospiro, alla sinistra della strada, in un punto in cui c’era uno spiazzo sterrato e a fatica scese sulla spiaggia sassosa.
Oramai non aveva più forze: più che sedersi a terra, vi si accasciò.
A poche decine di metri da lui dei bambini in età prescolare giocavano felici sotto il tepore del sole.
Sorrise.
Adesso non gli importava più di morire, sapeva che oramai era troppo tardi, ma almeno aveva raggiunto e visto ancora il sole, ne aveva goduto il tepore.
Chiuse gli occhi e sorrise per l’ultima volta.
Il chiasso dei bambini si spense per sempre nelle sue orecchie.

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Pubblicato da su novembre 7, 2014 in Racconti

 

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TULLIO IL BUGIARDO

Tullio il bugiardo

 

Margherita non era una brutta donna, ma non si poteva neppure dire che fosse una bellezza.

Era, inoltre, arrivata all’età di trentasei anni senza essere mai stata con un uomo.

In tutti i sensi.

Era una donna colta, amante del bello, a suo modo brillante, solo che era totalmente incapace di valorizzarsi.

Era timida e vestiva, di conseguenza, abiti che la facevano passare inosservata: gonne oltre il ginocchio, stile anni ‘50, ampi maglioni che non ne mettevano certo in risalto le forme, e poi capelli pettinati all’indietro e raccolti in una crocchia che ormai nessuna donna più usava farsi; infine, non adoperava nessun tipo di trucco, né rossetto, né fondotinta, né altro.

Ovviamente s’era trovata un impiego come semplice segretaria, della quale aveva il classico aspetto, anche se avrebbe potuto puntare ad un lavoro più gratificante e importante.

La vita di Margherita era un po’ come il suo aspetto: non si poteva dire che fosse infelice, ma neppure felice.

Viveva sola, senza neppure un animale da compagnia, e terminato l’orario d’ufficio correva subito a casa: alcuni lavori domestici, una cena veloce ed insipida come lei, poi un libro ed alle dieci e mezza era già a letto e questo per tutti i giorni delle settimane, dei mesi e degli anni della sua vita, compresi i sabati e le domeniche.

Margherita non poteva, però, prevedere che a trentasei anni, dopo oltre otto di lavoro nello stesso posto, la sua vita sarebbe cambiata con la rapidità e l’irruenza di un temporale estivo.

Era stato appena assunto, nella sua stessa società, un nuovo funzionario, Tullio e, non appena lo vide, Margherita sentì per la prima volta nella sua vita un tuffo al cuore.

Non avrebbe saputo descrivere cosa fosse quell’emozione, perché mai prima di allora ne aveva provata un’altra di uguale intensità: quello era amore, amore a prima vista, il più devastante e anche il peggiore.

Ovviamente Margherita tenne tutto dentro di sé, com’era nel suo carattere schivo, ma la sua vita cambiò: ora, a casa, passava le serate e le notti a pensare a quell’uomo bellissimo, un uomo che non solo non l’aveva mai guardata, ma neppure si era mai accorto di lei e quel pensiero le faceva accendere un fuoco nel ventre.

Tullio aveva trentasette anni, era un frequentatore di palestre ed happy hour e vestiva sempre con estrema eleganza.

Intellettivamente era un mediocre con la capacità, però, di affascinare le persone, soprattutto quelle di sesso femminile.

Lui era riuscito a superare alcuni esami universitari solamente grazie al suo charme; riusciva sempre a farsi prestare denaro un po’ da chiunque, visto che il suo tenore di vita ne richiedeva quantità sempre maggiori, e quando si era presentato per l’impiego, era stato assunto al volo, riuscendo a convincere il capo del personale di avere capacità che, invece, non possedeva affatto.

Era stato fin da subito l’idolo delle impiegate di sesso femminile che gli sbavavano dietro, al punto di svolgere parte del suo lavoro mentre lui andava a fare shopping o a giocare a tennis.

Poi, un giorno, finalmente, guardò anche Margherita… e Margherita si sentì morire.

Non si sa per quale motivo, con tante ragazze a disposizione, Tullio cominciò a corteggiare proprio lei: più volte la invitò a cena, cosa che lei sempre rifiutò con cortesia, poi le mandava fiori, l’attendeva all’uscita per offrirle passaggi a casa che lei non accettava, visto che abitava a pochi isolati dall’ufficio.

Ma alla fine anche la timida Margherita cedette.

Quell’uomo le piaceva troppo e lei aveva avuto così poco dalla vita… e solo ora se ne rendeva conto.

Accettò per la prima volta un invito al ristorante, dove lei non era mai stata, neppure per le cene di fine anno al liceo, né per quelle fra colleghi; poi fu la volta di un teatro (lui sapeva che il teatro fa più colpo del cinema: i film sono roba da adolescenti) e, infine, venne anche il giorno in cui fecero l’amore, la prima volta in assoluto per la donna, una delle tante per Tullio.

Nonostante Margherita fosse troppo felice, per la prima volta, forse, nella sua vita, continuava a chiedersi cosa mai un uomo tanto meraviglioso trovasse in lei.

Sapeva dei suoi piccoli problemi di denaro ed arrivò a pensare, vergognandosene, che lui mirasse a quello: non che Margherita ne avesse molto da parte, ma quei mesi di felicità sarebbero valsi, comunque, ogni centesimo e, se lui glielo avesse chiesto, lei gli avrebbe dato tutti i suoi risparmi.

Ma Tullio non le chiese mai nulla, tanto meno del denaro.

Cercò allora di meritarsi le attenzioni dell’uomo: cambiò pettinatura, rifece il proprio guardaroba con abiti più moderni, anche se non proprio spregiudicati e cominciò a truccarsi.

Anche così Margherita non poteva dirsi bella, ma carina ora sì, interessante ora sì.

Poi, durante un week-end passato insieme in montagna e dopo una notte di passione, mentre lei, sveglia, lo guardava dormire e guardava il suo corpo nudo, abbronzato, notò quel piccolo segno bianco inequivocabile: un anello all’anulare sinistro.

Non appena l’uomo si svegliò, Margherita, quasi in lacrime, gliene chiese conto.

Sai, aspettavo il momento buono per parlartene, le disse lui carezzandole le guance ed asciugandole al tempo stesso le lacrime, è vero, ho una moglie, ma stiamo per separarci e, non appena sarò libero,io e te  andremo a vivere insieme.”

E margherita gli credette e passarono altri mesi della loro relazione; lui la rassicurava che le pratiche erano sì lunghe, ma procedevano bene: ancora pochi mesi e poi… e lei gli credette.

Un mattino, mentre lui era in bagno a fare la doccia, dai suoi pantaloni cadde il portafogli: all’interno c’era la foto di una graziosa biondina e di due bambini.

Ancora una volta Margherita sentì un tuffo al cuore, ancora una volta, piangendo, gli chiese ragione.

“E’ proprio questo il motivo per cui le pratiche vanno a rilento, si giustificò lui, sai quando ci sono i figli di mezzo… ci sono problemi legali, gli alimenti, e se non te ne ho parlato fin ora era per non turbarti e non farti preoccupare” e ancora una volta Margherita gli credette, perché voleva farlo.

Ma i mesi passarono, ne passarono tanti da fare altri due anni e nulla di nuovo accadeva: ora la vita di Margherita non era più così felice e neppure serena.

Sempre giustificazioni, risposte vaghe, week-end saltati all’improvviso per problemi di famiglia… e così Margherita si ammalò.

Cadde in una depressione tremenda: non le riusciva più di mangiare, di dormire, dovette chiedere anche una lunga aspettativa al lavoro.

E un giorno vide lui, il suo amato, presentarsi a casa sua con una elegante valigia in mano ed un pacco nell’altra.

Sono venuto a vivere con te, non ti lascio più, ma voglio che tu guarisca”, furono le sue parole… e lei ci credette.

Nel pacco che lei aprì senza ansia, visto che la malattia le aveva tolto ogni slancio emotivo, c’era un gattino, un micino vivo.

Margherita pianse di felicità e tenerezza su quell’esserino, stringendoselo al seno.

Furono lunghi mesi durante i quali Tullio non la lasciò mai, giorno e notte: prima in ospedale, dove dovette essere ricoverata per un collasso nervoso, poi a casa.

Lui le faceva la spesa, pensava alla casa, al pranzo, non andava più neppure a fare footing o in palestra, per starle vicino.

Così lentamente, Margherita cominciò ad uscire dal corridoio buio dove la sua vita si era rifugiata e ricominciò a sorridere e a vivere; finalmente la donna guarì: ora stava bene, dormiva, mangiava, era di nuovo felice e avevano perfino progettato di festeggiare insieme la guarigione e il capodanno imminente.

Poi, la sera del trentun dicembre, mentre lei, trepidante, finiva di truccarsi per uscire, squillò il telefono: era lui.

Scusami, amore, ma purtroppo c’è un contrattempo: devo andare con mia moglie a una festa a casa del mio avvocato, per mettere a punto gli ultimissimi dettagli per la separazione. Dopo sarò tutto tuo ed avremo tantissimi capodanni insieme”.

Margherita si specchiò: nella sua toeletta da gran sera si sentì ancora più stupida, ma questa volta lei non gli credette.

Eppure nemmeno allora ebbe il coraggio di lasciarlo.

Aveva capito che, trascorso il pericolo per la sua salute, della quale lui si sentiva responsabile, tutto ricominciava come prima, che lui non avrebbe mai lasciato sua moglie, probabilmente infelice quanto lei, e i suoi figli; lui andava preso così, perché lui era Tullio il bugiardo.  

 

 
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Pubblicato da su luglio 14, 2012 in Racconti

 

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LA BAMBOLA GIAPPONESE

LA BAMBOLA GIAPPONESE

 

Gabriele era un uomo solo, solo in tutti i sensi: lo era perché viveva da solo da quando i suoi genitori erano mancati, ed era solo perché aveva pochi amici e non una donna o una ragazza che gli avesse mai detto d’amarlo e che avesse scelto di passare la sua vita con lui.

Così gli anni erano trascorsi un po’ tutti uguali e quella gran canaglia che è il tempo aveva fatto danni irrimediabili: se una volta Gabriele aveva almeno quella che si chiama “la bellezza dell’asino”, vale a dire la giovinezza, ora con questa se n’erano andati molti capelli, colorando d’argento i rimanenti, una buona parte della vista, che lo costringeva ad antiestetici occhiali spessi come fondi di bicchiere, ed era invece comparso un rotolo adiposo intorno alla vita e ai fianchi che faceva sembrare la sua non eccelsa statura ancora più ridotta.

Così lui si avvicinava alla boa del mezzo secolo con più rimpianti che rimorsi, con ben pochi slanci, anche se a volte un sorriso, una mano innocentemente sfiorata, gli rifacevano battere il cuore come vent’anni prima, per poi ripiombarlo, chiarito con se stesso il malinteso, nella monotona vacuità della sua piatta vita.

Oltre a tutto, la solitudine è così possessiva che pian piano ti abitua a lei, ed è talmente gelosa da farti desiderare lei sola.

Rimaneva, dunque, solo quella magra consolazione che viene definita “altri interessi”: il cinema al sabato pomeriggio, da solo, ovviamente, un po’ di brutta pittura e, soprattutto, la lettura: libri, ma in particolar modo molte riviste di viaggi, scienza e tecnologia per capire, aggiornarsi e sognare.

Un giorno gli capitò un articolo che parlava di certe bambole giapponesi costruite in modo da sembrare vere. Pare che in Giappone abbiano una vera passione per le studentesse adolescenti, così quasi tutte queste bambole riproducevano proprio quell’età e quell’abbigliamento. L’articolo era accompagnato da diverse fotografie e, effettivamente, risultava difficile distinguere quelle bambole da ragazzine vere. Alla fine dell’articolo c’era anche l’indirizzo di un negozio, anzi, dell’unico negozio dove si potevano trovare queste bambole in Italia.

Non era certo il tempo che mancava a Gabriele, così un pomeriggio decise di andare a cercare il negozio dell’articolo, per soddisfare la sua curiosità e vedere di persona se quelle bambole adolescenti erano così verosimili come sembrava dalle fotografie.

Il negozio era in centro, ma in una viuzza un poco nascosta; era la tipica bottega di articoli orientali, compresi misteriosi cibi in scatola, la maggior parte a base di pesce o crostacei, altri veramente indecifrabili. C’era poi tutta una serie di paraventi, lampadari e abat-jour in carta di riso, le immancabili tende di bambù, i classici dipinti orientali su seta, nonché una serie di spade e pugnali di ogni dimensione, ma delle bambole neppure l’ombra.

Gabriele si vergognava a domandare alla commessa, che se pure italiana mostrava la tipica cortesia orientale, temendo di fare la figura del vecchio morboso. Così per quella volta se ne andò, non senza avere acquistato alcune inutili cartoline riproducenti giardini, alberi di pesco in fiore e minuscoli uccelli variopinti.

Ma le bambole non smettevano di ossessionarlo: teneva la rivista sul comodino da notte e continuava a rileggersi l’articolo ogni sera prima d’addormentarsi. Poi sognava, sognava di tenere per mano una ragazzina giapponese con la divisa del college: la giacca blu coi bottoni dorati, in stile marina militare, la minigonna, sempre blu, con due bande bianche verso l’orlo, i calzettoni bianchi al ginocchio e le scarpette basse di vernice nera. E fra i calzettoni e l’orlo della gonna spuntavano alcuni centimetri di quella pelle così liscia e chiara che solo le ragazze giapponesi possiedono, e la studentessa leccava lentamente un cono gelato e gli sorrideva con gratitudine e malizia…

Tornò al negozio, questa volta portando con sé la rivista con l’articolo sulle bambole; lo mostrò alla commessa chiedendo, timidamente, se per caso fossero esaurite, visto che non le vedeva esposte.

La ragazza gli rispose, con la consueta cortesia, che le bambole erano nel retro e, se voleva seguirla gliele avrebbe mostrate volentieri.

Gabriele rimase un po’ interdetto: un conto è guardare un articolo esposto in mezzo ad altri mille, ma farsi condurre nella stanza delle bambole era più impegnativo e lui non era certo né di voler acquistare una di quelle bambole, né di potersela permettere: a quanto aveva intuito dovevano essere molto, molto care.

Erano esposte su di uno scaffale: alcune in piedi, altre sedute, altre ancora con le gambe accavallate a lasciare intravedere immacolate mutandine di cotone.

Erano ancora più reali di quanto sembravano in fotografia.

Ed erano anche più care di quanto avesse potuto immaginare.

Se torna la settimana prossima, lo sorprese la commessa, le mostrerò un’assoluta primizia: venga e non se ne pentirà

Così fece: visse tutta la settimana come durante un attacco febbrile.

Non riusciva più a mangiare, né a dormire: pensava solo alle bambole, alla giapponesina col gelato che gli faceva oscillare la mano nella sua avanti e indietro, alla primizia che non riusciva a immaginare cosa fosse. Quando si presentò al negozio vide che c’erano due clienti, due vecchie impellicciate che toccavano ogni articolo condendo l’esame con una serie di rochi “oh” di meraviglia.

Attese che uscissero prima di entrare. “Sono contenta che sia tornato, lo accolse la commessa, e non si preoccupi, non voglio venderle nulla, solo mostrarle in anteprima i nuovi arrivi.

Nel retro, sullo scaffale c’erano ancora le bambole della volta precedente, per cui rimase un attimo deluso, fino a che la ragazza non lo condusse in un’ulteriore stanza; qui c’era una serie di bambole a grandezza naturale, femmine e anche qualche maschio, ma, oltre l’altezza, lo colpì il realismo che riusciva a superare perfino quello delle loro sorelle più piccole.

Belle vero?” lo sorprese la commessa risvegliandolo dal suo stupore e facendolo sussultare, “ma provi a toccarle”.

Era incredibile: la consistenza e il calore erano quelli di una vera persona; gli sembrava di carezzare il braccio di una ragazzina in catalessi.

Si azzardò a domandarne il prezzo: era veramente pazzesco e non avrebbe mai potuto permetterselo, ma poi la vide, lei, la quindicenne del sogno, e gli parve che gli sorridesse con la stessa malizia dietro la frangetta corvina completata da due codini sbarazzini. “Vede, lo risorprese la commessa facendolo sobbalzare di nuovo, sono disegnate al computer in modo da riprodurre ogni particolare di una persona reale. La pelle è di una sostanza sintetica indistinguibile dalla pelle vera e l’imbottitura è fatta con un particolare tipo di silicone che riproduce la stessa consistenza dei muscoli umani; è il medesimo che si usa per rifare i seni in chirurgia plastica. Anche sotto gli abiti ogni particolare è identico al reale, tranne che per una cosa: le nostre bambole non hanno, come dire, aperture; capisce cosa intendo, sono un’opera d’arte e non volevamo che diventassero un articolo da porno shop. So che il prezzo è molto alto, ma se è veramente interessato le posso fare delle agevolazioni sul pagamento”.

Lo ricondusse nella parte principale del negozio dove, nel frattempo, erano entrate altre due anziane signore che stavano esibendosi in tutto il loro repertorio di “Oh” meravigliati.

Fattolo accomodare su una sedia di fronte alla piccola scrivania che reggeva anche il registratore di cassa, gli mostrò delle tabelle di una finanziaria con rateizzazioni in due, quattro, sei anni: non gliene fregava nulla, lui pensava solo alla bambola nel retro, quella di cui si era innamorato all’istante. Disse che ci avrebbe pensato, ma già sapeva come sarebbe andata a finire…

La commessa gli propose, nel frattempo, di sceglierne una (erano tutte diverse una dall’altra) e, senza impegno, l’avrebbe tenuta da parte per quindici giorni: il tempo di decidere e, eventualmente, procurarsi i documenti necessari al finanziamento. Lui indicò la sua preferita: “Bene, il suo nome è Yuko: ogni bambola è diversa, ogni bambola ha un suo nome, ma, ovviamente lei la può chiamare come vuole e non credo che si offenderà”, concluse con un sorriso la commessa prima di congedarlo con la squisitezza che la caratterizzava.

Prima della scadenza dei quindici giorni Yuko si era stabilita nella casa e nella vita di Gabriele.

Da quel momento la sua vita cambiò: licenziò la donna che settimanalmente veniva a fare i lavori domestici e pian piano allontanò i pochi amici, non voleva che nessuno mettesse più piede in casa sua, non voleva dividere Yuko con nessuno e non voleva mostrare la sua debolezza.

Col tempo la bambola occupò sempre più la sua vita: le parlava a lungo, a tavola apparecchiava anche per lei, servendole cibi che poi finivano regolarmente in pattumiera.

Le aveva acquistato vestiti e biancheria nuovi e, la prima volta che la spogliò per cambiarla rimase interdetto: il suo corpo, in ogni particolare, era proprio come quello di una persona vera: i capezzoli lievemente turgidi come naturale durante l’adolescenza, la lieve e morbida peluria pubica, il rilievo del pube stesso, la sodezza dei glutei. Prima di rivestirla la carezzò e baciò a lungo sul corpo e sulle labbra, cercando di penetrare con la lingua quelle labbra incredibilmente vere ma irrimediabilmente saldate, vergognandosi del fatto di esserne visibilmente eccitato.

Cominciò a farle il bagno una volta alla settimana, lavandole i capelli, capelli autentici, ovviamente, come nelle bambole di una volta, e pettinandoglieli a lungo e lei gli sorrideva sempre con malizia: forse era affetto, forse compassione.

La notte la portava nel suo letto, dopo averla spogliata e rivestita con un corto baby doll; poi, al buio, le infilava le mani sotto la camiciola e la carezzava a lungo ovunque.

Per Natale e per il suo compleanno (vale a dire il giorno dell’acquisto) le faceva regali adatti alla sua età presunta: un braccialettino, un monile da caviglia, un Walkman con cuffie che le applicava quando lui usciva, affinché la musica le facesse compagnia.

Ma lui usciva sempre meno: un po’ perché aveva chiesto il pensionamento anticipato per stare più tempo con la sua amata, un po’ perché non stava molto bene.

La sera si sedeva sul divano, con la bambola abbracciata a lui (la sua consistenza permetteva di metterla in qualsiasi posizione si volesse) e Gabriele le commentava i programmi che vedevano insieme. E lei lo guardava e sorrideva.

Nel frattempo la salute dell’uomo peggiorava, la malattia avanzava inesorabile: sarebbe stato necessario un suo ricovero in ospedale, aveva sentenziato il medico, ma lui non poteva farlo, perché non voleva lasciare Yuko sola. Chi si sarebbe occupato di lei, chi le avrebbe preparato da mangiare, l’avrebbe lavata, cambiata, pettinata?

Gabriele si aggravò sempre più: oramai era vicino al termine del suo viaggio, ma era sereno, perché il suo amore per Yuko e quello di lei per lui aveva reso felici quegli ultimi anni, aveva riempito la sua solitudine.

Quando si sentì vicino alla fine, con un ultimo sforzo si sdraiò sul letto con la sua amata accanto: la carezzò a lungo un’ultima volta, poi, con un lungo coltello da cucina le trafisse il petto piangendo. Nessun altro era degno di averla dopo di lui.

Mentre l’uomo moriva, la bambola moriva con lui, perdeva la sua imbottitura, spandendo silicone sulle coperte, afflosciandosi, deformandosi.

Solo il suo viso rimaneva intatto e continuava a sorridergli con sbarazzina malizia.


 
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Pubblicato da su giugno 27, 2012 in Racconti

 

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ESPRIMI UN DESIDERIO

 

Esprimi un desiderio…

 

(racconto segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves – Cn)

 

Emilio amava la natura, lo sport, la contemplazione.

Spesso, da quando era rimasto solo al mondo, il sabato o la domenica, andava in montagna a fare lunghe passeggiate in mezzo ai boschi.

Portava appesa alla cintura una custodia con un piccolo binocolo e, quando il bosco si apriva sulla visione dall’alto di una vallata, si metteva con questo ad osservare il panorama.

Sovente osservava grossi rapaci, ai quali non avrebbe saputo dare un nome, volare alti e quella visione lo emozionava in un turbine di sensazioni.

Un giorno, durante una di queste escursioni, gli parve di sentire, poco lontano dal sentiero, un lamento; con cautela s’inoltrò nel folto, fino ad un crepaccio quasi invisibile, ricoperto com’era di vegetazione e di rami, dove un uomo stava appeso ad una radice, penzolando pericolosamente nel vuoto.

Aiutami, ti prego, implorò quello strano tipo, sono un genio e, se mi salvi, esaudirò un tuo desiderio”.

Emilio stava già per soccorrerlo, ma quell’implorazione lo bloccò: “Se sei veramente un genio, ribatté, perché non ti salvi da solo?”.

Dovresti saperlo, è una regola fissa: chi ha dei poteri non può mai usarli per se stesso!”.

Anche se, evidentemente, il tipo era un po’ fuori di testa, non poteva certo lasciarlo in quella situazione e quindi, con la massima cautela per evitare di fare la stessa fine, gli porse una mano e lo trascinò in salvo.

Guarda che prima non scherzavo: mi chiamo Alfio e sono veramente un genio, solo che sono ancora un apprendista di terza categoria, per cui, come promesso, esaudirò un tuo desiderio, qualsiasi esso sia, solo che non potrà essere più di uno e che durerà solo un giorno, dall’alba al tramonto. Puoi chiedermi denaro, donne, lusso e godertelo per un giorno, ma alla sera tutto svanirà, compreso quello che, se vuoi il denaro, questo ti avrà procurato: mi spiace ma non posso fare di più!

Emilio non credette neppure per attimo ad una sola parola di quel mentecatto, ma non valeva la pena, proprio per il suo stato mentale, di perdere tempo a ribattere. In fondo era un ometto innocuo e divertente nella sua folle inventiva.

Questi passò quasi un’ora a raccontargli dell’organizzazione gerarchica e burocratica del suo mondo: era talmente preciso da essere quasi convincente.

Poi cominciò a farsi tardi: nei boschi viene scuro presto, ed i due si salutarono, ma prima di sparire (come l’uomo avesse fatto, quello sì era un mistero) il sedicente genio porse al suo salvatore un biglietto con inciso in rilievo un numero, evidentemente telefonico, ma molto strano, mai visto “Non ti preoccupare, gli disse, la chiamata è a mio carico e, ricorda, in qualsiasi momento puoi richiedere quanto ti spetta, ma un solo desiderio e per un giorno solo”.

Poi, come detto, sparì, quasi risucchiato dalla fresca penombra del bosco.

Era stata una bella avventura, simpatica e divertente, ma, chissà per quale motivo, Emilio non la volle mai raccontare a nessuno.

Mise, comunque, il biglietto da visita del suo nuovo amico nel portafogli e, nel corso degli anni, ogni volta che cambiava il portamonete, lo trasferiva dal vecchio al nuovo, quasi costretto da una forza misteriosa.

Col tempo, pian piano, dimenticò l’accaduto, il genio e la sua offerta.

Poi, si sa, la vita va come deve andare e non è sempre fortunata per tutti; Emilio ebbe meno di quanto avrebbe meritato: condusse una vita di stenti, sempre al limite della sopravvivenza, solo, mai ebbe un amore, mai un successo per alcuna delle sue iniziative.

Passavano anni tutti uguali, senza slanci, senza emozioni.

Anche le passeggiate ecologiche si diradarono fino a sparire dalla sua vita di uomo prima maturo, poi anziano, poi decisamente vecchio, soprattutto di dentro.

Arrivò alla pensione, con un assegno da fame che lo costringeva a rinunciare a quasi tutto ciò che avrebbe reso un poco meno triste il suo inevitabile declino.

E poi Emilio si ammalò.

Una malattia di quelle che non lasciano scampo ad un uomo anziano, anche perché non si spreca mai molto tempo a curare un vecchio con poche prospettive davanti a sé.

Un giorno Emilio, nel pagare il ragazzo che gli aveva portato a domicilio quel poco di spesa che poteva permettersi, si vide scivolare in mano il famoso biglietto del genio: “Ricorda, un solo desiderio, per un solo giorno, ma qualsiasi cosa tu voglia, telefonami..” gli ritornarono alla mente le ultime parole dell’uomo.

Stava per gettare, finalmente dopo decenni, il bigliettino, ma poi ci ripensò: “In fondo cosa ci posso rimettere? Al limite risponderà qualcuno che mi prenderà in giro: non è certo questo che mi ucciderà...”,

Si trascinò stancamente e non senza fatica e dolore alla cabina all’angolo (da tempo non aveva più il telefono, che non si poteva più permettere e che, d’altra parte, era totalmente inutile alla sua solitudine).

Durante il breve percorso, che a lui parve eterno, si trovò a fantasticare, come quando era giovane: quante volte, prima di addormentarsi e a luce spenta, restava al buio a pensare, immaginando vincite miliardarie e pensando a cosa avrebbe potuto realizzare con quel denaro.

Oppure s’inventava avventure favolose che solo in quel modo avrebbe potuto vivere.

Ora, come allora, pur convinto dell’insensatezza di quella telefonata che stava per fare, si ritrovò a pensare cosa avrebbe potuto chiedere come desiderio: magari di poter ancora accarezzare la pelle vellutata di una giovane donna?

Oppure di avere ancora la forza di fare un’altra passeggiata fra i boschi? O, ancora, un pranzo luculliano, l’ultimo pasto del condannato? “Tutte cretinate, concluse, buone solo a dare illusioni che poi fanno più male.

Comunque telefonò. “Grazie per la chiamata, rispose una cortese voce femminile, la sua richiesta è stata registrata e sarà evasa al più presto. Nulla le sarà addebitato per la chiamata”.

Se non altro quello era vero, l’apparecchio gli restituì le monetine introdotte, ma chissà chi aveva chiamato? Tornò lentamente a casa: non si può dire che fosse deluso, poiché mai aveva pensato che sarebbe successo qualcosa.

Entrando nel suo monolocale lo vide subito: lo stesso ometto di allora, per nulla invecchiato, lo attendeva seduto sul bordo del letto mal rifatto e che avrebbe avuto bisogno di lenzuola nuove. “Salve, lo accolse, grazie ancora per avermi salvato la vita; mi hai finalmente chiamato ed eccomi qui, almeno mi potrò sdebitare. Allora, hai deciso qual è il tuo desiderio? A proposito, mi dispiace, ma sono sempre di terza categoria, per cui la regola non è cambiata: un solo desiderio e per un sol giorno”.

Allora era tutto vero! Dopo una vita sfortunata, almeno ora avrebbe potuto concludere alla grande. “Ora devo farti la domanda ufficiale, come vuole il protocollo, ESPRIMI UN DESIDERIO”, disse il genio con voce stentorea.

Ed allora Emilio decise: “Voglio rivedere un’ultima volta i miei genitori,che sono le uniche persone che mi hanno veramente amato, e trascorrere con loro un ultimo giorno, se così deve essere”. “Bene, bella scelta che ti fa onore, concluse il genio, domani il tuo desiderio sarà esaudito ed io sarò libero dal mio impegno. Ora, ti prego, restituiscimi il biglietto da visita”.

Prese il rettangolino di cartone che gli fu porto e sparì con uno sbuffo.

L’indomani Emilio si svegliò di buon’ora: i vecchi, si sa, non dormono molto; accanto al letto, su due sedie di paglia, le sue ultime rimaste, c’erano la madre e il padre, più giovani di lui, potevano avere un’età intorno alla cinquantina.

La madre prese ad accarezzargli il capo con pochi capelli canuti, come era solita fare anche quando lui non era già più un bambino, anche se ora lui si sentiva il bambino di un tempo, mentre il padre le stringeva con amore la mano libera, sorridendo al figlio.

Per l’intera giornata stettero insieme ed Emilio non finiva più di raccontare decenni di vita, evitando i ricordi spiacevoli: la madre continuava a carezzarlo e, quando ebbe uno dei suoi accessi di tosse, gli andò a prendere un quadretto di cioccolato, come quando era piccolo.

Poi, con tristezza, Emilio si rese conto che la luce scemava, che il giorno, quel giorno magico se ne andava.

Il suo era un letto grande, da una piazza e mezza: un po’ stretti, ma si sdraiarono tutti e tre vicini, stringendosi le mani, Emilio in mezzo e i genitori ai suoi lati e pian piano, serenamente, tutti e tre si addormentarono. Per sempre.

 
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Pubblicato da su dicembre 25, 2011 in Racconti

 

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LA DOLCE MORTE

LA DOLCE MORTE

 

Seduto sulla scomoda sedia d’alluminio, Marzio aveva tutto il tempo che voleva per pensare, ricordare, ripensare.

Ripensava alla sua storia con Irene, storia sfociata, poi, in un grande amore e in un matrimonio che duravano ancora con un sentimento immutato, anche se…

Rimpianti pochi, forse solo per quei figli che non erano venuti, ma egoisticamente questo aveva dato loro più tempo per il loro amore.

Anni che erano passati, volati, sempre insieme, senza stare un solo giorno o una sola notte lontani.

Marzio si girò leggermente su un fianco: dopo un po’ la scomodità di quella sedia cominciava a diventare insopportabile; come avrebbe desiderato in quel momento la sua vecchia poltrona e il puff poggiapiedi!

Si girò ancora una volta, poi ripiombò nei pensieri e nei ricordi: forse è banale, ma a chi ha vissuto un grande amore pare che questo sia stato il più grande e inimitabile del mondo.

Però ci deve essere da qualche parte un’entità soprannaturale invidiosa della felicità degli uomini, per cui quando un amore è troppo bello e troppo perfetto questo decide di rovinare tutto.

Nel loro caso l’ostacolo alla loro felicità aveva la forma di un furgone di Dio sa quale marca che era sbucato da una stradina laterale senza fermarsi; poco importa che avesse torto, che l’assicurazione avesse pagato senza battere ciglio: quello che importava era che Irene era entrata in coma, sette anni di sonno senza sogni, senza pensieri, senza amore.

E da sette anni Marzio era lì, per quasi metà della giornata, su quella sedia in alluminio da ospedale, un ospedale che non curava, non lo faceva più, non dava nemmeno speranze né sentenze.

Il cervello era andato, chissà dove e Irene non si sarebbe più svegliata, sarebbe passata dal sonno alla morte in un tempo indefinibile: mesi, anni, secoli… nessuno lo poteva dire.

Marzio si alzò, si mise le mani sulle reni e si stirò la schiena; poi prese una garza bagnata e inumidì le labbra screpolate di sua moglie, poi vi posò un bacio al quale lei non rispose: non lo avrebbe fatto mai più.

L’uomo ebbe un conato di pianto, sì, un conato, perché il singhiozzo gli venne da dentro: uno, uno solo, senza lacrime, perché di quelle non ne aveva più.

Col tempo il dolore diventa una callosità dell’anima, almeno all’apparenza; in realtà si incista come un cancro in un luogo ben preciso fra il cuore e la gola e preme, preme…

E quel dolore Marzio non voleva perderlo, perché oramai era l’unico sentimento che gli era rimasto: perderlo per poi ripiombarvi non sarebbe stato possibile né sopportabile da alcuno.

A volte, sempre più raramente, venivano parenti o amici a trovarli, in realtà a trovare lui, perché quella persona nel letto, in grado solo di respirare, ed anche quello grazie ad una macchina, per loro altro non era che un elemento dello spoglio arredamento della stanza.

Tutti cercavano parole inutili e stantie di conforto verso Marzio, tutti avevano un consiglio (“Vai a casa – Devi pensare a te stesso – Finirai con l’ammalarti e un malato non può curarne un altro eccetera, eccetera).

Ma quello su cui convenivano quasi tutti era che lui avrebbe dovuto avere il coraggio di far staccare la spina, interrompere quella lunga, doppia agonia, che Irene meritava una morte dignitosa: era stata una persona, non doveva finire come una pianta da balcone.

A queste parole Marzio, a volte si arrabbiava, cacciando tutti dalla stanza, altre riusciva a ritrovare da chissà quale parte ancora una buona quantità di lacrime.

Estrasse dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di cotone (lui era ancora della generazione di coloro che non usano quelli di carta, la generazione degli inseparabili, il cui amore dura tutta la vita), si asciugò gli occhi e questo gesto gli aumentò, come sempre, la crisi di pianto.

Per fortuna lì dentro, almeno lì, si poteva piangere senza pudore, anche se oramai era l’unico a farlo: gli altri, parenti e amici, avevano gettato la spugna da tempo.

Entrò un medico: lo conosceva bene, lo conosceva da sette anni, per almeno trecento giorni all’anno e due volte al giorno, più le emergenze era entrato in quella camera a prendersi cura di entrambi.

Lo vide col fazzoletto in mano, gli mise una mano sulla spalla, poi versò alcune gocce misteriose in un bicchiere e gliele porse.

Marzio le mandò giù: sapeva che quello era una sorta di analgesico per l’anima; fra poco gli sarebbe passata la crisi di pianto, poi si sarebbero assopiti insieme lui e il suo dolore.

Quando si fu calmato uscì dalla stanza, andò in fondo al corridoio ed uscì  sul terrazzino ad accendersi una sigaretta; aveva smesso trent’anni prima, ma da tre aveva ripreso.

Fumò mezza sigaretta, poi la spense e ne accese un’altra, la finì e rientrò.

Anche il dottore gli aveva ventilato, anche se non proprio apertamente, la possibilità di staccare il respiratore: eutanasia, dal greco, letteralmente, dolce morte.

Ma Marzio quella eventualità non la voleva neppure sentire dire: sarebbero andati avanti così, fino alla fine di uno, dell’altro o di entrambi.

Certo era dure, sette anni su una sedia, a parlare a un corpo che non rispondeva, a baciare una donna che non ti corrispondeva.

Quando si guardava allo specchio, ed inevitabilmente lo doveva fare per radersi la barba, vedeva ogni volta qualche capello bianco in più e qualche grammo di peso in meno.

Aveva perso una dozzina di chili in quei sette anni: difficile mangiare con quella cosa che premeva fra cuore e gola e minacciava di esplodere: era più che dolore, più che disperazione, era l’ineluttabilità delle cose che non si possono cambiare.

Certo, dopo tanto tempo, qualche volta ci aveva pensato anche lui a dare una morte dolce e soprattutto dignitosa a quella donna che se n’era andata chissà dove e chissà quando; lui avrebbe forse ricominciato a vivere quello che gli restava, ammesso e non concesso che una vita senza Irene fosse ancora vita.

Eppure una volta, durante una delle sue ormai più frequenti crisi, lui le aveva messo una mano sul collo, aveva sentito pulsare l’arteria sotto la pelle sottile e gli sarebbe bastato premere un po’ più forte per liberarla da quel corpo inutile.

Poi, invece, le aveva stretto la mano piccola e diafana nella sua e con l’altra aveva premuto il pulsante del campanello d’emergenza.

Marzio era stanco, di una stanchezza mortale: forse avevano ragione quelli che gli dicevano che era ora che lui pensasse un po’ a se stesso: sette anni senza una vacanza, un cinema, un ristorante, nulla.

Avevano ragione, ma come potevano pensare che tutto ciò fosse più importante della sua Irene?

Allora li cacciava dalla stanza, si chiudeva dentro con lei e si lasciava andare al pianto, fino a che arrivava il dottore col suo miracoloso rimedio antidolore per l’anima.

Ma piano, piano col passare del tempo, anche lui cominciò  a convincersi che, in barba a tutte le leggi e le religioni, la dolce morte era l’unica soluzione.

Il medico si offrì di assisterlo: non ci sarebbero state conseguenze per nessuno dei due: che muoia una persona che oramai è già morta da anni non desta sospetti, non scandalizza nessuno.

Nella stanza erano solo loro, più la cosa nel letto; Marzio piangeva, il dottore gli cinse le spalle: “Lo so che fa male, ma va fatto, per Irene e anche per te che hai diritto di vivere, non di restare a morire piano, piano, con lei in questa stanza”.

La mano dell’uomo si protese verso la spina alla quale erano collegate tutte le macchine: Marzio la fermò “Soffrirà?”.

“Quello è escluso: da tanto, oramai, non soffre più, stia tranquillo” Gli rispose con stanca dolcezza.

No, non se ne fa nulla, se non sente dolore lasciamo tutto com’è: non è un’atrocità lasciarla vivere”:

“Ma…” tentò di dire il medico, poi fece un gesto dall’alto in basso con la mano, come quando si scaccia un insetto o un pensiero cattivo, che era come dire: “è inutile parlare con chi non sente” ed uscì dalla stanza bianca e muta.

No, forse era un egoista, ma Marzio non poteva rinunciare a vederla, toccarla, baciarla anche così com’era: era poco, ma era più di niente.

Forse non parlava, non capiva, certamente non lo avrebbe fatto mai più, ma, per lo meno, era lì ed era viva, biologicamente nessuno poteva negare che lo fosse; il resto era filosofia.

Molti avrebbero giudicato sbagliato ciò che aveva fatto, altri sicuramente avrebbero approvato, ma nessuno poteva dire quale fosse la cosa giusta, non senza trovarsi nella sua situazione.

Era certo che ne sarebbe nata una polemica sui giornali, che se ne sarebbero fatti dibattiti in televisione: tutto questo, però, a lui passava sopra e lontano milioni di miglia.

Irene respirava quasi impercettibilmente, ma regolarmente: non soffriva, quello era l’essenziale, quello era sicuro: quello no, non lo avrebbe tollerato, non sarebbe stato capace di farla soffrire per il proprio egoismo.

La baciò, le carezzò i capelli precocemente ingrigiti e uscì sul terrazzo in fondo al corridoio ad accendersi una sigaretta.

 
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Pubblicato da su agosto 11, 2011 in Racconti

 

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