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…E RIDEVANO TUTTI

… E RIDEVANO TUTTI

 

C’erano tutti  i quattro figli di Mauro, due dei quali con le mogli e figli al seguito, ma mancava la consorte dell’uomo nonché madre dei suoi  figli: se n’era andata sei anni prima per un male di quelli che non colpiscono mai i ricchi, le persone cattive, gli intrallazzatori e i politici, un male che per la gente comune si chiama ancora “male incurabile”.

Mauro aveva ora convocato i suoi ragazzi ed allora era arrivato per primo Giulio dalla Germania con la moglie e due figli troppo biondi per poterli scambiare per ragazzini italiani; poi c’era Cesare giunto anch’egli con moglie e figlia, ma lui veniva solo dalla

Sardegna dove aveva messo su una piccola azienda vinicola e dopo di lui c’era Luigi, che aveva lasciato la propria consorte a casa con i bambini troppo piccoli per viaggiare e per quella occasione, soprattutto, anche se lui, il terzogenito, abitava a meno di settanta chilometri dalla residenza paterna ed infine c’era Gabriele, il più giovane, il più fragile, l’unico single, quello che ancora viveva con Mauro, da sempre.

L’uomo non aveva spiegato il motivo di quella convocazione urgente nelle sue telefonate, nelle sue e-mail, nei suoi s.m.s. come si usa adesso: solo aveva detto ai figli che era indispensabile che tornassero a casa al più presto e loro, dunque, erano arrivati. Mamma come detto non c’era più da troppo tempo: un tumore improvviso e devastante, una morte rapida, ma dolorosa per lei e i famigliari che, però, l’aveva forse sottratta all’umiliazione dell’invalidità.

Erano rimasti loro, cinque maschi sperduti senza la guida dell’unica donna, a quel tempo, della famiglia, senza il suo senso pratico, eppure se l’erano cavata  perché dovevano farlo, perché la crudeltà della vita, ma anche l’istinto, lo impongono, perché erano sempre stati una vera famiglia..

Ho il cancro” esordì senza tanti preamboli Mauro e d’improvviso calò il gelo, tutti tacquero e scesero le prime lacrime.  Una storia già vista, un dolore già provato un futuro che sembrava un passato. Mauro aveva settantotto anni: non pochi, ma neppure troppi ad avrebbe potuto avere ancora altro tempo per le cose che rimangono sempre indietro e per stare ancora accanto il più possibile, magari anche solo tramite la tecnologia, ai propri figli. Lui si era sempre definito un proletario, cioè uno che possiede solo la propria prole e ne era orgoglioso e ne godeva di tale possesso. Dopo l’annuncio drammatico e traumatico fu il momento della falsa speranza alla quale neppure lui credeva: “Faremo terapie, l’operazione, oramai si curano più della metà dei tumori, ci sono nuove scoperte ogni giorno…”.

Già, metà dei malati guariscono: sì, quelli ricchi, quelli che hanno soldi per le cliniche all’estero, quelli per cui nessun medico dice, o pensa: “In fondo non è più un ragazzino, la sua vita l’ha fatta, cosa può sperare? Ci son persone più giovani su cui concentrare fondi e tempo”.

Dopo Mauro presero la parola i figli, toccati nel profondo da quel dejà vu: solenni promesse di partecipare, di essere più presenti, di dare una mano al fratello minore nell’assistenza del malato, garanzie di mettere a disposizione fino all’ultimo risparmio, cose che si dicono, magari sincere a botta calda, ma poi…

Dopo, per alcuni minuti scese di nuovo un gelo imbarazzato: le madri portarono i figli in un’altra parte di quella casa oramai troppo grande, una si mise a cucinare per tutta quella gente, un’altra cominciò a mettere a posto, vale a dire a spostare cose da una parte all’altra; qualcuno piangeva dignitosamente in silenzio, nascosto. Giulio, il più lontano geograficamente fu il primo a romperlo, quel dannato silenzio: “In fondo è anche un modo per rivederci più spesso, non solo a matrimoni e funerali… – si morse la lingua a sangue: quella proprio non la doveva dire – riallacciamo i legami fra noi fratelli, fra i nostri figli  e i loro cugini”.

Cesare, suo fratello, gli rubò la parola e l’imbarazzo: “Del resto anche se la vita ci ha portati lontano, siamo sempre stati una famiglia molto unita, anche fra noi fratelli: abbiamo vissuto insieme, fatto vacanze insieme, giocato insieme e forse è ora di riprendere ad essere fratelli davvero come una volta. Oramai con l’aereo si fa prima che a spostarsi in città con la metropolitana”.

Mauro per un momento dimenticò la propria malattia e quel dolore che gli pulsava dentro sordo, solo un poco assopito dai farmaci, come un grosso leone sedato che ronfa di irrequietudine e vorrebbe tornare subito a sbranare e poi quell’altro dolore, quello per cui non esistono medicine, quella disperazione che si comprende solo quando la si prova, la consapevolezza della fine e lui ora capiva cosa aveva provato quella donna che aveva tanto amato fino all’ultimo momento.

Luigi deglutì la commozione che gli serrava la gola e prese il testimone dai fratelli maggiori, ma fu interrotto da una delle cognate che annunciava che la cena era pronta. Per fortuna il tavolo della sala da pranzo era enorme, del resto un tempo lontano erano in sei a sedervi ogni giorno: bastava stringersi un po’ e ci si stava tutti, tutti stretti, come lo si è spesso solo nei grandi dolori. Cenarono parlando d’altro, delle scuole  dei figli, delle prime cotte di questi, coi chiamati in causa che arrossivano per l’imbarazzo e per il caldo di tutta quella gente che respirava in una sola stanza, per il calore dei cibi appena spadellati. Poi terminò la cena, ritornarono tutti nell’altra sala su divani e poltrone, coi ragazzi a dividersi queste a gomitate nei fianchi di fratelli e cugini; nessuno più toccò il tema il-cancro-di-papà, ma cominciarono i ricordi e gli aneddoti: i Natali passati insieme tanti anni prima, le vacanze al mare o in montagna di quando erano bambini, la colonia, le storielle vere o inventate, per arrivare poi alle barzellette e tutti parevano felici di essere di nuovo insieme e forse lo erano davvero in quell’istante, per quel breve istante, felici di ricordare momenti lontani e sereni e tutti ridevano, anche il protagonista, suo malgrado, di quella rimpatriata.

Mauro ricordò di quando era ragazzo e venne a mancare la sua nonna materna ed allora si ritrovarono tutti i cinque figli di nonna, compreso quello che viveva in Francia e che non vedevano da anni e lui cominciò a raccontare storie, storielle, trame di film con quel suo italiano oramai un po’ zoppicante e tutti si dimenticarono che erano lì per un motivo tutt’altro che allegro…

Ora come allora tutti ridevano, ridevano fino alle lacrime, ma qualcuno lo faceva mentre il suo cuore piangeva sangue.

 

 

 

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Pubblicato da su ottobre 24, 2017 in Racconti

 

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PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

 
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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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IL PROFESSORE NUDO

IL PROFESSORE NUDO

 

(Questo non è un racconto tradizionale dei miei, ma un episodio, capitolo, riflessione, tratto da uno dei miei quattro volumi sulla scuola)

 

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In uno dei miei primi periodi di insegnamento post – laurea (in realtà ho iniziato a insegnare come supplente quando ero ancora studente universitario) ho avuto una esperienza di partecipazione a un corso d’aggiornamento in psicologia dell’insegnamento.

Dopo l’ultima lezione ci fu assegnato un “compitino” su frasi, citate, dei ragazzi.

Io scelsi quella di un’alunna (almeno, suppongo che fosse una femmina) che affermava che non avrebbe voluto mai fare l’insegnante.

Non ricordo poi con quale strano collegamento, feci un’affermazione che suscitò prima ilarità e poi discussione.

Dissi: “Un insegnante può andare in pizzeria con i suoi alunni, può andarci anche al cinema, ma mai in piscina, per non farsi vedere in costume da bagno, vale a dire, praticamente nudo”.

Il mio intendimento andava oltre la situazione citata; per me la nudità era intesa non tanto in senso fisico, bensì in senso lato: la nudità dell’anima, la debolezza di essere una persona umana e mortale.

I nostri alunni fanno due intervalli, a volte chiedono di andare in bagno, mentre noi insegnanti non abbiamo mai tempo per le nostre necessità fisiologiche, per cui credo che a molti ragazzi noi appariamo un po’ come una razza a parte, priva delle necessità dei ragazzi, dei loro familiari e di tutte le persone comuni (quando gli alunni mi chiedono di uscire ogni ora, io domando loro quante volte mi abbiano visto lasciare l’aula per andare in bagno e mi sento rispondere: ”E, ma lei è un prof!).

Che piacciamo o meno, agli alunni noi appariamo come una razza superiore, o forse soltanto diversa: deteniamo il sapere, abbiamo la possibilità di amministrare la giustizia in base a leggi da noi appositamente create (note, sospensioni, rimproveri), quindi non possiamo certamente fare pipì come tutti, né avere le caratteristiche fisiche degli umani.

Guai, allora, a mostrarsi nudi, ad apparire uguali agli altri: ne andrebbe del nostro prestigio e potere.

Il discorso, ovviamente, vale anche dall’altro punto di vista: io stesso, che ho fatto sport, frequentato palestre, dove mi sono spogliato e ho fatto saune e idromassaggi nudo in mezzo a decine di sconosciuti, sarei in imbarazzo a mostrarmi privo di abito ai miei alunni, così come lo sono stato, seppure in maniera limitata, quando Mario e Nadia, i gemelli miei ex alunni, vennero a trovarmi a Viareggio e facemmo un bagno in mare assieme.

Non che in quella occasione non avessi nulla addosso ma, anzi, indossavo un pudicissimo costume da bagno parigamba, ma ero, comunque, indifeso alla loro vista.

Tutto questo discorso è, volutamente, ampliato fino al paradosso, ma credo, come quando feci l’affermazione iniziale al corso, che ci sia molto di vero su cui meditare.

Alla fine di giugno, ultimi giorni di esami, ebbi la notizia che la collega di lettere che aveva lavorato con me due anni prima proprio mentre stava esaminando i miei ex alunni, aveva avuto un malore.

Ricoverata in ospedale entrò in coma; dopo una settimana si svegliò: il tempo di riconoscere e salutare il marito e il figlio e si riaddormentò per sempre.

Fui informato della sua morte un sabato sera alle dieci e mezza: il mattino dopo mi misi a sfogliare gli elenchi telefonici fino a rintracciare il numero telefonico di uno dei miei e suoi allievi.

Lui era già in vacanza, ma parlai con la madre e la informai dell’accaduto, perché ritenevo giusto farlo: con me erano stati un solo anno, ma con la collega di lettere avevano convissuto tre anni, gite e viaggi compresi.

Al funerale ebbi il piacere di vedere che una dozzina dei nostri ragazzi (gli altri, probabilmente, erano anch’essi già in villeggiatura) erano presenti in chiesa.

C’erano i piccoli Davide e Alan, il tenero Matteo (il mio preferito… anche se non si dovrebbe dire), le dolcissime Giulia e Cecilia, e poi ancora Andrea, Alessandro, pur convalescente da un’operazione, Claudia, Francesca, Daniele ed altri che ora mi sfuggono.

Mi fece piacere, pur nella tristezza dell’occasione, rivederli e salutarli, apprezzai il fatto che fossero venuti a dare l’ultimo saluto alla loro professoressa, ma in chiesa, dal fondo dove ero, guardavo attentamente il loro gruppo e la cassa e mi si stringeva il cuore, più che per la scomparsa della collega ed amica, per il fatto che ora la cara Franca, sempre ilare e con voglia di scherzare, ma che vidi poi piangere dopo gli esami di terza perché perdeva i suoi bimbi, fosse così indifesa, vulnerabile, debole rispetto a loro: adesso erano loro i più forti e lei era nuda ed umana rispetto ad essi che detenevano il potere della gioventù, della salute, della vita.

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Pubblicato da su luglio 18, 2016 in Racconti

 

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VERSO IL SOLE

VERSO IL SOLE

Quando Ferruccio aveva solo tre anni, si ammalò, si ammalò gravemente, ma nessuno se ne accorse mai.
Mentre la madre, seduta su un plaid posato sull’erba del prato appena fuori del paese di montagna dove passavano la villeggiatura dell’intero mese di luglio, stava lavorando ai ferri per fare un golfino nuovo al suo piccolino, mentre suo fratello index2maggiore giocava a pallone con gli amici poco distante e sua sorella leggeva un libro, lui correva per il prato, quando, ad un tratto, stramazzò al suolo di colpo: una forma improvvisa quanto fulminante di infiammazione del midollo spinale che, probabilmente, se fosse sopravvissuto, lo avrebbe costretto su di una sedia a rotelle per il resto dei suoi anni.
Ma il piccolo, piombato a terra senza capirne il motivo, vide che quello che a lui era sempre apparso solo come un tappeto verde, era invece una cosa viva: poteva sentire l’erba crescere, osservare le formiche muoversi in file ordinate, udire l’intera terra vibrare.
Da quel giorno amò in maniera assoluta la natura.
Sdraiato a terra a fatica si voltò sulla schiena, guardò il sole, lo sentì caldo e fu subito sicuro che lo avrebbe guarito, che sarebbe stato in grado di alzarsi di nuovo.
E così fu.
“Ferruccio, cosa fai per terra? Alzati che ti sporchi tutto!” Così dicendo la madre lo prese per una manina e lo sollevò… e lui si alzò e camminò.
Il piccolo Ferruccio divenne un adolescente, poi un ragazzo, quindi un uomo e, forse, dimenticò per anni l’episodio in sé, ma gli grande-sfida-verona-bambino-carrozzinarimase sempre dentro quell’amore per la natura, un amore che era fatto soprattutto di rispetto e venerazione, un riconoscimento alle sue potenzialità.
Fu dopo i quarant’anni, nella seconda parte della sua vita, che Ferruccio si ammalò nuovamente, però questa volta si ammalò di una di quelle malattie che quasi mai lasciano scampo.
I medici, comunque, lo esortarono a non perdere la speranza e gli prospettarono tutta una serie di terapie chimiche, radianti, chirurgiche.
Sulle prime lui accettò, ma ben presto si rese conto di quale calvario, di quale sofferenza, di quale strazio per lui e per chi gli stava vicino fosse quel rituale di appuntamenti, di attese, di terribili postumi delle cure e così, di punto in bianco, smise di sottoporsi ad ogni terapia e ogni tipo di esami.
Fu allora che ricordò quella misteriosa ed immediata guarigione che aveva avuto nei suoi primi anni di vita, di come la luce e il calore del sole avevano ridato vita alle sue gambe morte ed allora decise di farlo di nuovo, di affidarsi al sole: era sicuro che questo ancora una volta avrebbe combattuto per lui, avrebbe bruciato le cellule cattive, gli avrebbe ridato modo di gioire, di soffrire, ma comunque di vivere.
Il grosso problema è che si era in quella stagione, che a Milano dura quasi sei mesi, in cui il sole sparisce per giorni, per settimane, dietro un cielo grigio di polveri, nuvole e nebbie.
Per guarire, invece, lui avrebbe avuto bisogno di un sole caldo e luminoso, non di un astro più spento e malato di lui.
Così, all’improvviso, senza dire nulla a nessuno, sparì, deciso ad andare verso il sole.
images7Affrontò il viaggio, l’ultimo di tanti, con le forze ridotte al lumicino, da solo, sulla sua vecchia automobile, che avrebbe dovuto essere oramai sostituita, ma un moribondo non pensa certo a cambiare la macchina.
Decise di andare verso sud, spostandosi sulla costa orientale, alla ricerca del sole di allora, quello della sua infanzia.
I primi cento chilometri furono terribili, col freddo e il riscaldamento dell’auto irrimediabilmente guasto, con una nebbia che non dava idea di potersi mai più diradare.
Stette male, più volte dovette fermarsi nelle aree di parcheggio e dare di stomaco ed altrettante dovette sostare agli autogrill per un caffé forte e dolce che gli ridesse un briciolo di energia.
Dopo fu un po’ più facile, una volta fatta l’abitudine alla temperatura dell’abitacolo e allo stress della guida in quelle condizioni.
Al chilometro centocinquanta ci fu l’incidente: doveva essere accaduto da non più di un’ora, quando lui, dopo una lunga coda, arrivò alla sua altezza; due auto erano quasi abbracciate e arrampicate a metà sul guardrail.
Negli ultimi cinquanta metri prima del groviglio, agenti della stradale e volontari, segnalavano il rallentamento con fiaccole fluorescenti.
Le ambulanze stavano arrivando in quel momento; a terra, pietosamente coperti da teli, c’erano quattro mucchi di carne e ossa: uno era molto piccolo.
Ferruccio ricacciò in gola un conato e un singhiozzo.
Ora la coda di auto si era sciolta e il traffico era tornato di nuovo a scorrere, ma ancora non c’era traccia di diradamento della nebbia e delle nubi.
I chilometri si susseguivano sul contachilometri con un piccolo rumore meccanico che sembrava martellare nella testa dell’uomo.
Era sfinito, aveva consumato in poche ore le energie che gli erano rimaste, forse, per un mese.images99
Si avvicinava la sera, che non era certo l’ideale per cercare il sole.
Si fermò in un’area di parcheggio, prese dal sedile posteriore un vecchio plaid polveroso e tarlato, ricordo di avventure giovanili e reduce da generazioni di automobili, vi si avvolse e si addormentò.
Si svegliò prima dell’alba, con un freddo pungente.
Stette nuovamente male e a fatica raggiunse il più vicino autogrill.
Dopo due caffé doppi recuperò un po’ di forze.
Ora il cielo e la nebbia parevano aprirsi leggermente.
Ancora qualche centinaio di chilometri, poi decise di lasciare l’autostrada e portarsi sulla panoramica costiera.
Ora non c’era più nebbia e le nubi svanivano sotto un sole appena tiepido.
Ancora decine di “tic” della rotella numerata sul cruscotto, altri giri di lancetta dell’orologio; ora il sole era alto e caldo, il cielo images5sgombro e terso.
Accostò l’auto, che si fermò con un sobbalzo e un sospiro, alla sinistra della strada, in un punto in cui c’era uno spiazzo sterrato e a fatica scese sulla spiaggia sassosa.
Oramai non aveva più forze: più che sedersi a terra, vi si accasciò.
A poche decine di metri da lui dei bambini in età prescolare giocavano felici sotto il tepore del sole.
Sorrise.
Adesso non gli importava più di morire, sapeva che oramai era troppo tardi, ma almeno aveva raggiunto e visto ancora il sole, ne aveva goduto il tepore.
Chiuse gli occhi e sorrise per l’ultima volta.
Il chiasso dei bambini si spense per sempre nelle sue orecchie.

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Pubblicato da su novembre 7, 2014 in Racconti

 

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TULLIO IL BUGIARDO

Tullio il bugiardo

 

Margherita non era una brutta donna, ma non si poteva neppure dire che fosse una bellezza.

Era, inoltre, arrivata all’età di trentasei anni senza essere mai stata con un uomo.

In tutti i sensi.

Era una donna colta, amante del bello, a suo modo brillante, solo che era totalmente incapace di valorizzarsi.

Era timida e vestiva, di conseguenza, abiti che la facevano passare inosservata: gonne oltre il ginocchio, stile anni ‘50, ampi maglioni che non ne mettevano certo in risalto le forme, e poi capelli pettinati all’indietro e raccolti in una crocchia che ormai nessuna donna più usava farsi; infine, non adoperava nessun tipo di trucco, né rossetto, né fondotinta, né altro.

Ovviamente s’era trovata un impiego come semplice segretaria, della quale aveva il classico aspetto, anche se avrebbe potuto puntare ad un lavoro più gratificante e importante.

La vita di Margherita era un po’ come il suo aspetto: non si poteva dire che fosse infelice, ma neppure felice.

Viveva sola, senza neppure un animale da compagnia, e terminato l’orario d’ufficio correva subito a casa: alcuni lavori domestici, una cena veloce ed insipida come lei, poi un libro ed alle dieci e mezza era già a letto e questo per tutti i giorni delle settimane, dei mesi e degli anni della sua vita, compresi i sabati e le domeniche.

Margherita non poteva, però, prevedere che a trentasei anni, dopo oltre otto di lavoro nello stesso posto, la sua vita sarebbe cambiata con la rapidità e l’irruenza di un temporale estivo.

Era stato appena assunto, nella sua stessa società, un nuovo funzionario, Tullio e, non appena lo vide, Margherita sentì per la prima volta nella sua vita un tuffo al cuore.

Non avrebbe saputo descrivere cosa fosse quell’emozione, perché mai prima di allora ne aveva provata un’altra di uguale intensità: quello era amore, amore a prima vista, il più devastante e anche il peggiore.

Ovviamente Margherita tenne tutto dentro di sé, com’era nel suo carattere schivo, ma la sua vita cambiò: ora, a casa, passava le serate e le notti a pensare a quell’uomo bellissimo, un uomo che non solo non l’aveva mai guardata, ma neppure si era mai accorto di lei e quel pensiero le faceva accendere un fuoco nel ventre.

Tullio aveva trentasette anni, era un frequentatore di palestre ed happy hour e vestiva sempre con estrema eleganza.

Intellettivamente era un mediocre con la capacità, però, di affascinare le persone, soprattutto quelle di sesso femminile.

Lui era riuscito a superare alcuni esami universitari solamente grazie al suo charme; riusciva sempre a farsi prestare denaro un po’ da chiunque, visto che il suo tenore di vita ne richiedeva quantità sempre maggiori, e quando si era presentato per l’impiego, era stato assunto al volo, riuscendo a convincere il capo del personale di avere capacità che, invece, non possedeva affatto.

Era stato fin da subito l’idolo delle impiegate di sesso femminile che gli sbavavano dietro, al punto di svolgere parte del suo lavoro mentre lui andava a fare shopping o a giocare a tennis.

Poi, un giorno, finalmente, guardò anche Margherita… e Margherita si sentì morire.

Non si sa per quale motivo, con tante ragazze a disposizione, Tullio cominciò a corteggiare proprio lei: più volte la invitò a cena, cosa che lei sempre rifiutò con cortesia, poi le mandava fiori, l’attendeva all’uscita per offrirle passaggi a casa che lei non accettava, visto che abitava a pochi isolati dall’ufficio.

Ma alla fine anche la timida Margherita cedette.

Quell’uomo le piaceva troppo e lei aveva avuto così poco dalla vita… e solo ora se ne rendeva conto.

Accettò per la prima volta un invito al ristorante, dove lei non era mai stata, neppure per le cene di fine anno al liceo, né per quelle fra colleghi; poi fu la volta di un teatro (lui sapeva che il teatro fa più colpo del cinema: i film sono roba da adolescenti) e, infine, venne anche il giorno in cui fecero l’amore, la prima volta in assoluto per la donna, una delle tante per Tullio.

Nonostante Margherita fosse troppo felice, per la prima volta, forse, nella sua vita, continuava a chiedersi cosa mai un uomo tanto meraviglioso trovasse in lei.

Sapeva dei suoi piccoli problemi di denaro ed arrivò a pensare, vergognandosene, che lui mirasse a quello: non che Margherita ne avesse molto da parte, ma quei mesi di felicità sarebbero valsi, comunque, ogni centesimo e, se lui glielo avesse chiesto, lei gli avrebbe dato tutti i suoi risparmi.

Ma Tullio non le chiese mai nulla, tanto meno del denaro.

Cercò allora di meritarsi le attenzioni dell’uomo: cambiò pettinatura, rifece il proprio guardaroba con abiti più moderni, anche se non proprio spregiudicati e cominciò a truccarsi.

Anche così Margherita non poteva dirsi bella, ma carina ora sì, interessante ora sì.

Poi, durante un week-end passato insieme in montagna e dopo una notte di passione, mentre lei, sveglia, lo guardava dormire e guardava il suo corpo nudo, abbronzato, notò quel piccolo segno bianco inequivocabile: un anello all’anulare sinistro.

Non appena l’uomo si svegliò, Margherita, quasi in lacrime, gliene chiese conto.

Sai, aspettavo il momento buono per parlartene, le disse lui carezzandole le guance ed asciugandole al tempo stesso le lacrime, è vero, ho una moglie, ma stiamo per separarci e, non appena sarò libero,io e te  andremo a vivere insieme.”

E margherita gli credette e passarono altri mesi della loro relazione; lui la rassicurava che le pratiche erano sì lunghe, ma procedevano bene: ancora pochi mesi e poi… e lei gli credette.

Un mattino, mentre lui era in bagno a fare la doccia, dai suoi pantaloni cadde il portafogli: all’interno c’era la foto di una graziosa biondina e di due bambini.

Ancora una volta Margherita sentì un tuffo al cuore, ancora una volta, piangendo, gli chiese ragione.

“E’ proprio questo il motivo per cui le pratiche vanno a rilento, si giustificò lui, sai quando ci sono i figli di mezzo… ci sono problemi legali, gli alimenti, e se non te ne ho parlato fin ora era per non turbarti e non farti preoccupare” e ancora una volta Margherita gli credette, perché voleva farlo.

Ma i mesi passarono, ne passarono tanti da fare altri due anni e nulla di nuovo accadeva: ora la vita di Margherita non era più così felice e neppure serena.

Sempre giustificazioni, risposte vaghe, week-end saltati all’improvviso per problemi di famiglia… e così Margherita si ammalò.

Cadde in una depressione tremenda: non le riusciva più di mangiare, di dormire, dovette chiedere anche una lunga aspettativa al lavoro.

E un giorno vide lui, il suo amato, presentarsi a casa sua con una elegante valigia in mano ed un pacco nell’altra.

Sono venuto a vivere con te, non ti lascio più, ma voglio che tu guarisca”, furono le sue parole… e lei ci credette.

Nel pacco che lei aprì senza ansia, visto che la malattia le aveva tolto ogni slancio emotivo, c’era un gattino, un micino vivo.

Margherita pianse di felicità e tenerezza su quell’esserino, stringendoselo al seno.

Furono lunghi mesi durante i quali Tullio non la lasciò mai, giorno e notte: prima in ospedale, dove dovette essere ricoverata per un collasso nervoso, poi a casa.

Lui le faceva la spesa, pensava alla casa, al pranzo, non andava più neppure a fare footing o in palestra, per starle vicino.

Così lentamente, Margherita cominciò ad uscire dal corridoio buio dove la sua vita si era rifugiata e ricominciò a sorridere e a vivere; finalmente la donna guarì: ora stava bene, dormiva, mangiava, era di nuovo felice e avevano perfino progettato di festeggiare insieme la guarigione e il capodanno imminente.

Poi, la sera del trentun dicembre, mentre lei, trepidante, finiva di truccarsi per uscire, squillò il telefono: era lui.

Scusami, amore, ma purtroppo c’è un contrattempo: devo andare con mia moglie a una festa a casa del mio avvocato, per mettere a punto gli ultimissimi dettagli per la separazione. Dopo sarò tutto tuo ed avremo tantissimi capodanni insieme”.

Margherita si specchiò: nella sua toeletta da gran sera si sentì ancora più stupida, ma questa volta lei non gli credette.

Eppure nemmeno allora ebbe il coraggio di lasciarlo.

Aveva capito che, trascorso il pericolo per la sua salute, della quale lui si sentiva responsabile, tutto ricominciava come prima, che lui non avrebbe mai lasciato sua moglie, probabilmente infelice quanto lei, e i suoi figli; lui andava preso così, perché lui era Tullio il bugiardo.  

 

 
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Pubblicato da su luglio 14, 2012 in Racconti

 

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LA BAMBOLA GIAPPONESE

LA BAMBOLA GIAPPONESE

 

Gabriele era un uomo solo, solo in tutti i sensi: lo era perché viveva da solo da quando i suoi genitori erano mancati, ed era solo perché aveva pochi amici e non una donna o una ragazza che gli avesse mai detto d’amarlo e che avesse scelto di passare la sua vita con lui.

Così gli anni erano trascorsi un po’ tutti uguali e quella gran canaglia che è il tempo aveva fatto danni irrimediabili: se una volta Gabriele aveva almeno quella che si chiama “la bellezza dell’asino”, vale a dire la giovinezza, ora con questa se n’erano andati molti capelli, colorando d’argento i rimanenti, una buona parte della vista, che lo costringeva ad antiestetici occhiali spessi come fondi di bicchiere, ed era invece comparso un rotolo adiposo intorno alla vita e ai fianchi che faceva sembrare la sua non eccelsa statura ancora più ridotta.

Così lui si avvicinava alla boa del mezzo secolo con più rimpianti che rimorsi, con ben pochi slanci, anche se a volte un sorriso, una mano innocentemente sfiorata, gli rifacevano battere il cuore come vent’anni prima, per poi ripiombarlo, chiarito con se stesso il malinteso, nella monotona vacuità della sua piatta vita.

Oltre a tutto, la solitudine è così possessiva che pian piano ti abitua a lei, ed è talmente gelosa da farti desiderare lei sola.

Rimaneva, dunque, solo quella magra consolazione che viene definita “altri interessi”: il cinema al sabato pomeriggio, da solo, ovviamente, un po’ di brutta pittura e, soprattutto, la lettura: libri, ma in particolar modo molte riviste di viaggi, scienza e tecnologia per capire, aggiornarsi e sognare.

Un giorno gli capitò un articolo che parlava di certe bambole giapponesi costruite in modo da sembrare vere. Pare che in Giappone abbiano una vera passione per le studentesse adolescenti, così quasi tutte queste bambole riproducevano proprio quell’età e quell’abbigliamento. L’articolo era accompagnato da diverse fotografie e, effettivamente, risultava difficile distinguere quelle bambole da ragazzine vere. Alla fine dell’articolo c’era anche l’indirizzo di un negozio, anzi, dell’unico negozio dove si potevano trovare queste bambole in Italia.

Non era certo il tempo che mancava a Gabriele, così un pomeriggio decise di andare a cercare il negozio dell’articolo, per soddisfare la sua curiosità e vedere di persona se quelle bambole adolescenti erano così verosimili come sembrava dalle fotografie.

Il negozio era in centro, ma in una viuzza un poco nascosta; era la tipica bottega di articoli orientali, compresi misteriosi cibi in scatola, la maggior parte a base di pesce o crostacei, altri veramente indecifrabili. C’era poi tutta una serie di paraventi, lampadari e abat-jour in carta di riso, le immancabili tende di bambù, i classici dipinti orientali su seta, nonché una serie di spade e pugnali di ogni dimensione, ma delle bambole neppure l’ombra.

Gabriele si vergognava a domandare alla commessa, che se pure italiana mostrava la tipica cortesia orientale, temendo di fare la figura del vecchio morboso. Così per quella volta se ne andò, non senza avere acquistato alcune inutili cartoline riproducenti giardini, alberi di pesco in fiore e minuscoli uccelli variopinti.

Ma le bambole non smettevano di ossessionarlo: teneva la rivista sul comodino da notte e continuava a rileggersi l’articolo ogni sera prima d’addormentarsi. Poi sognava, sognava di tenere per mano una ragazzina giapponese con la divisa del college: la giacca blu coi bottoni dorati, in stile marina militare, la minigonna, sempre blu, con due bande bianche verso l’orlo, i calzettoni bianchi al ginocchio e le scarpette basse di vernice nera. E fra i calzettoni e l’orlo della gonna spuntavano alcuni centimetri di quella pelle così liscia e chiara che solo le ragazze giapponesi possiedono, e la studentessa leccava lentamente un cono gelato e gli sorrideva con gratitudine e malizia…

Tornò al negozio, questa volta portando con sé la rivista con l’articolo sulle bambole; lo mostrò alla commessa chiedendo, timidamente, se per caso fossero esaurite, visto che non le vedeva esposte.

La ragazza gli rispose, con la consueta cortesia, che le bambole erano nel retro e, se voleva seguirla gliele avrebbe mostrate volentieri.

Gabriele rimase un po’ interdetto: un conto è guardare un articolo esposto in mezzo ad altri mille, ma farsi condurre nella stanza delle bambole era più impegnativo e lui non era certo né di voler acquistare una di quelle bambole, né di potersela permettere: a quanto aveva intuito dovevano essere molto, molto care.

Erano esposte su di uno scaffale: alcune in piedi, altre sedute, altre ancora con le gambe accavallate a lasciare intravedere immacolate mutandine di cotone.

Erano ancora più reali di quanto sembravano in fotografia.

Ed erano anche più care di quanto avesse potuto immaginare.

Se torna la settimana prossima, lo sorprese la commessa, le mostrerò un’assoluta primizia: venga e non se ne pentirà

Così fece: visse tutta la settimana come durante un attacco febbrile.

Non riusciva più a mangiare, né a dormire: pensava solo alle bambole, alla giapponesina col gelato che gli faceva oscillare la mano nella sua avanti e indietro, alla primizia che non riusciva a immaginare cosa fosse. Quando si presentò al negozio vide che c’erano due clienti, due vecchie impellicciate che toccavano ogni articolo condendo l’esame con una serie di rochi “oh” di meraviglia.

Attese che uscissero prima di entrare. “Sono contenta che sia tornato, lo accolse la commessa, e non si preoccupi, non voglio venderle nulla, solo mostrarle in anteprima i nuovi arrivi.

Nel retro, sullo scaffale c’erano ancora le bambole della volta precedente, per cui rimase un attimo deluso, fino a che la ragazza non lo condusse in un’ulteriore stanza; qui c’era una serie di bambole a grandezza naturale, femmine e anche qualche maschio, ma, oltre l’altezza, lo colpì il realismo che riusciva a superare perfino quello delle loro sorelle più piccole.

Belle vero?” lo sorprese la commessa risvegliandolo dal suo stupore e facendolo sussultare, “ma provi a toccarle”.

Era incredibile: la consistenza e il calore erano quelli di una vera persona; gli sembrava di carezzare il braccio di una ragazzina in catalessi.

Si azzardò a domandarne il prezzo: era veramente pazzesco e non avrebbe mai potuto permetterselo, ma poi la vide, lei, la quindicenne del sogno, e gli parve che gli sorridesse con la stessa malizia dietro la frangetta corvina completata da due codini sbarazzini. “Vede, lo risorprese la commessa facendolo sobbalzare di nuovo, sono disegnate al computer in modo da riprodurre ogni particolare di una persona reale. La pelle è di una sostanza sintetica indistinguibile dalla pelle vera e l’imbottitura è fatta con un particolare tipo di silicone che riproduce la stessa consistenza dei muscoli umani; è il medesimo che si usa per rifare i seni in chirurgia plastica. Anche sotto gli abiti ogni particolare è identico al reale, tranne che per una cosa: le nostre bambole non hanno, come dire, aperture; capisce cosa intendo, sono un’opera d’arte e non volevamo che diventassero un articolo da porno shop. So che il prezzo è molto alto, ma se è veramente interessato le posso fare delle agevolazioni sul pagamento”.

Lo ricondusse nella parte principale del negozio dove, nel frattempo, erano entrate altre due anziane signore che stavano esibendosi in tutto il loro repertorio di “Oh” meravigliati.

Fattolo accomodare su una sedia di fronte alla piccola scrivania che reggeva anche il registratore di cassa, gli mostrò delle tabelle di una finanziaria con rateizzazioni in due, quattro, sei anni: non gliene fregava nulla, lui pensava solo alla bambola nel retro, quella di cui si era innamorato all’istante. Disse che ci avrebbe pensato, ma già sapeva come sarebbe andata a finire…

La commessa gli propose, nel frattempo, di sceglierne una (erano tutte diverse una dall’altra) e, senza impegno, l’avrebbe tenuta da parte per quindici giorni: il tempo di decidere e, eventualmente, procurarsi i documenti necessari al finanziamento. Lui indicò la sua preferita: “Bene, il suo nome è Yuko: ogni bambola è diversa, ogni bambola ha un suo nome, ma, ovviamente lei la può chiamare come vuole e non credo che si offenderà”, concluse con un sorriso la commessa prima di congedarlo con la squisitezza che la caratterizzava.

Prima della scadenza dei quindici giorni Yuko si era stabilita nella casa e nella vita di Gabriele.

Da quel momento la sua vita cambiò: licenziò la donna che settimanalmente veniva a fare i lavori domestici e pian piano allontanò i pochi amici, non voleva che nessuno mettesse più piede in casa sua, non voleva dividere Yuko con nessuno e non voleva mostrare la sua debolezza.

Col tempo la bambola occupò sempre più la sua vita: le parlava a lungo, a tavola apparecchiava anche per lei, servendole cibi che poi finivano regolarmente in pattumiera.

Le aveva acquistato vestiti e biancheria nuovi e, la prima volta che la spogliò per cambiarla rimase interdetto: il suo corpo, in ogni particolare, era proprio come quello di una persona vera: i capezzoli lievemente turgidi come naturale durante l’adolescenza, la lieve e morbida peluria pubica, il rilievo del pube stesso, la sodezza dei glutei. Prima di rivestirla la carezzò e baciò a lungo sul corpo e sulle labbra, cercando di penetrare con la lingua quelle labbra incredibilmente vere ma irrimediabilmente saldate, vergognandosi del fatto di esserne visibilmente eccitato.

Cominciò a farle il bagno una volta alla settimana, lavandole i capelli, capelli autentici, ovviamente, come nelle bambole di una volta, e pettinandoglieli a lungo e lei gli sorrideva sempre con malizia: forse era affetto, forse compassione.

La notte la portava nel suo letto, dopo averla spogliata e rivestita con un corto baby doll; poi, al buio, le infilava le mani sotto la camiciola e la carezzava a lungo ovunque.

Per Natale e per il suo compleanno (vale a dire il giorno dell’acquisto) le faceva regali adatti alla sua età presunta: un braccialettino, un monile da caviglia, un Walkman con cuffie che le applicava quando lui usciva, affinché la musica le facesse compagnia.

Ma lui usciva sempre meno: un po’ perché aveva chiesto il pensionamento anticipato per stare più tempo con la sua amata, un po’ perché non stava molto bene.

La sera si sedeva sul divano, con la bambola abbracciata a lui (la sua consistenza permetteva di metterla in qualsiasi posizione si volesse) e Gabriele le commentava i programmi che vedevano insieme. E lei lo guardava e sorrideva.

Nel frattempo la salute dell’uomo peggiorava, la malattia avanzava inesorabile: sarebbe stato necessario un suo ricovero in ospedale, aveva sentenziato il medico, ma lui non poteva farlo, perché non voleva lasciare Yuko sola. Chi si sarebbe occupato di lei, chi le avrebbe preparato da mangiare, l’avrebbe lavata, cambiata, pettinata?

Gabriele si aggravò sempre più: oramai era vicino al termine del suo viaggio, ma era sereno, perché il suo amore per Yuko e quello di lei per lui aveva reso felici quegli ultimi anni, aveva riempito la sua solitudine.

Quando si sentì vicino alla fine, con un ultimo sforzo si sdraiò sul letto con la sua amata accanto: la carezzò a lungo un’ultima volta, poi, con un lungo coltello da cucina le trafisse il petto piangendo. Nessun altro era degno di averla dopo di lui.

Mentre l’uomo moriva, la bambola moriva con lui, perdeva la sua imbottitura, spandendo silicone sulle coperte, afflosciandosi, deformandosi.

Solo il suo viso rimaneva intatto e continuava a sorridergli con sbarazzina malizia.


 
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Pubblicato da su giugno 27, 2012 in Racconti

 

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