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IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

Raffaello aveva vent’anni.

Raffaello aveva lasciato gli studi perché non aveva mai avuto troppa voglia di studiare e di andare a scuola e così adesso lavorava: lavori saltuari e malpagati, ma che gli avevano consentito di andare a vivere da solo, di avere la propria indipendenza.

Il problema era stato quello di trovare un appartamento, anche piccolo, anche solo un monolocale, adatto alla cifra che lui poteva permettersi: fino ad allora gli appartamenti che aveva visto costavano, in affitto, più di quanto lui guadagnasse in un mese facendo il fattorino interno in una multinazionale, di giorno e consegnando pizze a domicilio di sera.

Poi trovò quell’occasione insperata: addirittura un trilocale più servizi a trecento euro al mese spese e riscaldamento compresi!

Forse il prezzo così basso avrebbe dovuto insospettirlo,  ma a vent’anni si è ingenui e ci si fa trascinare dagli entusiasmi e così firmò il contratto di getto, prima che ci ripensassero e si accorgessero che avevano, probabilmente, dimenticato un uno davanti alla cifra richiesta.

C’erano, perfino, alcuni mobili compresi nel prezzo: una cucina, modesta ma pulita in formica anni ‘70 con tavolo e quattro sedie scompagnate ma stabili, un mobiletto in bagno per gli asciugamani e i saponi vari per l’igiene personale; in sala c’erano un divano letto un po’ sbiadito e una poltrona rivolta verso un vecchio televisore a tubo catodico e in quella che si era scelta come camera da letto, c’era un letto alla francese, da una piazza e mezza, un comò e un guardaroba, oltre ad un tavolinetto da usare come comodino.

L’ultima stanza era totalmente vuota, ma tanto per lui era superflua, visto che non aveva figli, non aveva intenzione di averne, almeno in tempi brevi e non aveva ospiti da ricevere.

Forse col tempo avrebbe potuto magari arredarla e subaffittarla per fare qualche euro in più, o forse no, perché la propria libertà e indipendenza non hanno né prezzo, né compenso.

Appena trasferite le sue cose, libri, vestiti, lo stereo e i cd, la consolle coi videogiochi, girò la casa per vedere se tutto era in ordine: finalmente era venuto anche a lui il sospetto che sotto, sotto ci fosse una fregatura, ma la caldaia – scaldabagno funzionava bene, così come l’impianto idraulico ed elettrico ed erano anche a norma e infine non c’erano vicini rumorosi o pericolosi, quindi tanto meglio. Adesso che respirava l’indipendenza, un poco gli mancava casa sua, la cucina e le pulizie domestiche di mamma, ma in venti minuti avrebbe potuto essere là e magari auto – invitarsi a cena dai suoi.

Comunque fosse erano più i vantaggi della vita indipendente che non gli svantaggi.

Certo, a volte quando stava con i suoi, avrebbe avuto le occasioni per avventure galanti o decisamente piccanti: adesso, come sempre accade, aveva il modo, ma gli mancava il materiale principale.

C’è da dire che rispetto ai suoi coetanei Raffaello amava più leggere libri che non guardare la televisione o dedicarsi ai videogiochi, che pure aveva, così già dalla prima sera si mise seduto a letto con un libro e una pizza ancora tiepida portata a casa da dove lavorava: neppure gliela avevano fatta pagare.

Sdraiato in mutande tirò un lungo respiro, era quello dalla libertà, poi iniziò a leggere, fino a che non sentì un sordo brontolio provenire da un luogo che pareva essere sotto il suo letto.

Ecco, ci siamo – pensò – ecco la fregatura: tubature rumorose, magari vicini che vanno al cesso di continuo, anche di notte”.

Altro respiro, ripose il libro a pagine in giù, appoggiò la pizza che stava mangiando con le mani, se le pulì dall’unto in un fazzoletto e si affacciò al bordo del letto, quindi alzò la coperta e guardò sotto a questo, giusto per controllare che non ci fossero macchie d’umido o addirittura perdite d’acqua. Dopo qualche istante gli occhi si abituarono al buio, visto che lui non possedeva una pila, ed allora vide…

Vide due occhi gialli che lo guardavano; balzò all’indietro, facendo cadere il romanzo di Stephen King dalla parte opposta del letto, fra questo e il muro; si stropicciò gli occhi in un buffo gesto infantile, quasi a scacciare un brutto sogno: non è possibile, pensava, sarà qualcosa di fosforescente, i mostri sotto il letto esistono solo fino ai cinque anni di età, dopo non ci credi più e spariscono.

Si sporse ancora con cautela e guardò di nuovo sotto il letto: la cosa era là, ringhiava in modo preoccupante, lo guardava con quegli occhi gialli e gli mostrava denti lunghi e poco tranquillizzanti.

D’istinto Raffaello allungò una mano dietro di sé, prese ciò che restava della pizza ai funghi e prosciutto e la lanciò al mostro; questi sembrò gradire, in quattro morsi divorò la pizza e poi si ritirò nell’angolo più buio sotto il letto e il suo ringhio si trasformò in un quieto ronfare: si era addormentato.

Adesso Raffaello, di logica, avrebbe dovuto lasciare quella casa e di corsa e senza voltarsi indietro, ma aveva pagato, con sacrificio, sei mesi di affitto anticipato, non aveva più il becco di un risparmio e un altro appartamento non avrebbe potuto permetterselo.

Poteva, è vero, ritornare a casa dai suoi genitori, ma dicendo cosa? “Sai, mamma, nella casa dove stavo c’era un mostro sotto il letto”.

Di certo la madre avrebbe concluso che da quando era andato a vivere da solo aveva iniziato a drogarsi e in modo pesante.

Decise di non dormire, di stare pronto a scappare, anzi si infilò sopra i boxer un paio di pantaloni da tuta, giusto per non trovarsi in strada con le chiappe al vento, o quasi, ma poi il sonno vinse la battaglia e, paura o no, si addormentò.

Si svegliò col chiarore dell’alba prima che suonasse la sveglia per recarsi al lavoro, diede rapido un’occhiata sotto il letto e nel buio non vide la cosa, ma la sentì ronfare come un gattino domestico che fa le fusa.

La sera, tornando a casa e prima di andare al pizza express, passò da un discount e prese una confezione gigante di crocchette per cani e dei piatti di plastica. Arrivato a casa riempì uno dei piatti usa e getta di croccantini, poi si chinò a guardare sotto il letto: il mostro era là coi suoi grandi occhi gialli spalancati, brontolava.

Buono che arriva la pappa” gli disse Raffaello e spinse il piatto verso di lui; in un attimo, qualunque cosa fosse quell’essere, ingoiò cibo e piatto.

Visto che brontolava ancora, Raffaello gli propinò una nuova razione e questa volta il mostro del letto si chetò e si addormentò; il ragazzo realizzò che avrebbe dovuto portare dalla pizzeria dei doggy bag o quello lo avrebbe mandato in rovina, del resto pochi possono dire di avere come animale domestico un mostro che vive sotto il letto.

Quando tornò dal lavoro serale tutto era tranquillo, la bestia faceva le sue fusa da sonno e il ragazzo mise in un’anta della cucina la borsa piena di bordi di pizza avanzati, si spogliò, andò in bagno e poi a letto col suo libro recuperato da dietro il letto.

Già, il bagno: chissà dove quella cosa espletava le proprie funzioni fisiologiche, ma forse un essere semi – fantastico ha un metabolismo diverso dagli animali e non espelle nulla, assimila tutto, anche la plastica dei piatti.

Avevano trovato quella sorta di patto fra di loro, quella strana convivenza, il mostro non pareva pericoloso, almeno fino a che lo si nutriva, del resto anche le bestie più feroci riconoscono chi le sfama; adesso il mostro non ringhiava nemmeno più quando lui si chinava a controllarlo.

Raffaello avrebbe voluto spostare il letto, vedere come era fatto in realtà, ma decise che era meglio non sfidare troppo la fortuna.

Poi un giorno il giovane conobbe una ragazza: non che si fosse innamorato, ma lei si lasciava fare un po’ di tutto, era una facile e non si tratteneva dal prendere l’iniziativa; fu lei a proporgli di andare a casa sua per fare le cose con più privacy e completezza.

Raffaello nicchiava: era prudente invitare estranei col mostro sotto il letto? Ma i sensi, e non solo quelli, pulsavano forte come solo a vent’anni succede, così invitò Daria a consumare un rapporto completo nella sua alcova.

Fu una notte incredibile e Raffaello si dimenticò perfino del mostro, anche di nutrirlo.

Al mattino si svegliarono entrambi con la luce del sole, si scambiarono qualche effusione, poche a dire il vero, perché al mattino nessuno è mai molto gradevole alla vista né profumato, poi lei si alzò e cominciò a vestirsi, almeno fino a che non si rese conto che non trovava una scarpa: “Sarà finita sotto il letto, esclamò e si chinò per cercarla”.

Raffaello avrebbe voluto anticiparla, chinarsi lui a cercare sotto il letto, ma non fece in tempo. Daria alzò il bordo della coperta e lanciò un urlo: “c-cos’è qq-quella cosa?” e poi fu presa da una crisi isterica e iniziò a strillare; Raffaello cercò di tapparle la bocca: l’avrebbero sentita, avrebbero scoperto il mostro, avrebbe perso la sua casa e la sua indipendenza, ma lei si strappò dalle labbra la sua mano, lo morse e riprese a strillare, allora lui, non sapendo più come farla stare zitta, la spinse sotto i letto: lei smise subito di strillare e dopo poco il mostro cominciò a ronfare.

Il pericolo era scampato, ma Raffaello non avrebbe più potuto portare ragazze a casa. Presto, probabilmente, avrebbe comperato un’auto usata, magari coi sedili reclinabili.

Riguardo al mostro, quello non era un problema, i mostri sotto il letto non sono mai un problema, basta non scordarsi di dargli da mangiare pizza e croccantini.

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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Racconti

 

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EMMA E ADOLFO

EMMA E ADOLFO

 

Che bello era stato quel giorno: quanta felicità! Ora il ricordo si è ingiallito come la fotografia: Emma in abito bianco e Adolfo col vestito nuovo scuro, la camicia intonsa e la cravatta a righe e le scarpe di vernice tirate a lucido.

Vecchi: Emma e Adolfo, ora non sono che due vecchi a cui sono rimasti i rimpianti o forse più nemmeno quelli.

I figli se ne sono andati lontani, hanno fatto le loro scelte, le loro esperienze, la loro famiglia e ad Emma rimane solo quel cfb_254403vecchio pieno d’acciacchi e ad Adolfo quella donna incartapecorita che non fa altro che brontolare e trascinare per la casa ciabatte che perdono i pezzi.

Lui per lei, lei per lui: chi altri li vorrebbe?

La sera vanno a letto presto, poi magari non dormono perché ai vecchi non serve molto sonno per recuperare il poco che spendono.

Si sdraiano, lei tira fuori dal cassettino del comodino il rosario e ne recita una parte, mentre lui sbuffa: ne ha sentiti per così di Ave, Pater, Gloria e Salve Regina nella sua vita, ma tutte quelle preghiere si devono essere perse per chissà quali strade, perché le disgrazie ci sono state, la vita è stata dura ed ha lasciato solo acciacchi e cicatrici indelebili.

Quei vecchi politici che non muoiono mai, che sembrano fatti di cera con tutti i loro lifting e massaggi e parrucchieri e trapianti di capelli e cliniche svizzere, loro di certo non lo dicono il rosario, eppure stanno sempre bene, diventano vecchi che sembrando dei quarantenni, fanno la bella vita.

Al diavolo la vecchia e le sue preghiere; Adolfo le gira le spalle: non è di certo più attratto da quel corpo che di femminile non ha più nulla, eppure le vuole bene, non il bene passionale di un tempo, ma l’abitudine a vedersela in giro, il bene che è non essere soli, poter scambiare due parole con qualcuno, ogni tanto.

Oh, se ne ha visti di suoi coetanei rimasti da soli! Non è mica bello essere soli quando si è vecchi: meglio allora andarsene insieme.

Ecco, Emma ha finito le sue preghiere serali: forse non chiede nulla, non cerca altro che di vivere in serenità con se stessa: del imagesresto male non ne ha mai fatto, che peccati deve mai avere sulla coscienza una vecchia?

Si spegne la luce flebile dell’unica lampadina del lampadario ed inizia il calvario: la tosse che le gocce non riescono a lenire, i frequenti viaggi in bagno, ma soprattutto i ricordi, che poi sono sempre dei rimpianti.

In cucina, sulla sua brandina, c’è Argo, un cane sovrappeso di razza incerta, in rapporto forse anche più vecchio dei suoi padroni; un tempo dormiva ai piedi del letto, ma adesso di notte russa e già è così difficile dormire che ci manca solo un cane asmatico!

Adolfo gli brontola dietro, anche se gli vuole bene: tocca sempre a lui portarlo giù e non una o due volte al giorno, ma quattro; Emma dice che lei ha da fare, che lui ha tempo e che gli fa bene per la circolazione fare le scale: sarà anche vero,  però gli pesano ogni anno di più quei quattro piani a piedi, sì perché la loro casa è vecchia e senza ascensore.

Un’altra notte è passata: Emma, in vestaglia e pantofole ha preparato il caffelatte per Adolfo e il tè per sé: ha preso quell’abitudine quando è andata, un milione di anni fa, a Londra a trovare la figlia che faceva un master là, oltremanica. Poi ha conosciuto un inglese che le ha fatto fare un paio di figli e buonanotte: andare a trovarla è troppo caro e troppo lontano per due canevecchi; lei viene in Italia d’estate, ma va al mare coi bambini, non a trovare quei due ruderi brontoloni: un paio di telefonate, ché dall’Italia costano meno che dall’estero e la promessa di portare loro i bambini, a farglieli vedere, ma intanto questi crescono e dei nonni italiani che parlano una lingua che loro neppure capiscono, non gliene frega nulla.

Finita la colazione lei sparecchia la tavola mentre Adolfo trascina il cane svogliato a fare la prima passeggiata del giorno: anche lui non ne può più di essere vecchio, probabilmente.

Quando rientrano dopo una gara serrata a chi ansima di più sulle scale, sulla tavola al posto delle scodelle c’è una sfilata di boccette e scatolette (blister, li chiamano adesso): le gocce per gli occhi, quelle per la tosse, la mezza pastiglia per la pressione e poi quelle compresse a base di erbe per la circolazione, per quelle gambe di lei che si gonfiano come palloni pubblicitari.

Lei dispone tutto bene in ordine su di uno strofinaccio pulito con accanto il foglio con l’elenco e le ore delle medicine, non sia mai che ne dimentichino qualcuna, un foglio a righe scritto con una calligrafia un po’ tremolante, inclinata, una calligrafia d’altri tempi.

Da vecchi.

Ogni due giorni Adolfo durante la passeggiata con Argo si avventura fino alla piazza a prendere il giornale: comperarlo tutti i giorni costa troppo, le pensioni sono quello che sono e loro vengono da un’epoca dove si imparava a fare economia, così in attesa di mezzogiorno lui si mette al tavolo della cucina, sgomberato anche dalla succursale della farmacia comunale a leggere, brontolare contro tutto e tutti: ogni tanto gli scappa anche una bestemmia ed Emma gli lancia un urlo, poi si segna e dice un’Ave Maria anche per lui.

Intanto che lui si legge tutto il giornale, poi torna indietro nel caso che abbia dimenticato qualcosa, con quello che costa adesso indexun quotidiano, lei spazza, spolvera, rifà i letti, comincia a cucinare, perché i vecchi come loro mangiano a mezzogiorno in punto e alle sette di sera.

Giorni quasi tutti uguali, senza slanci, perché i vecchi come Emma ed Adolfo non vivono più la vita, la trascinano, cercano di fare passare il tempo come si fa alla stazione quando si aspetta un treno e il loro sarà l’ultimo che prenderanno, quando arriverà senza campanella e senza annuncio all’altoparlante.

Ogni tanto si vestono bene ed escono a braccetto: è quando vanno a salutare un conoscente vecchio come loro che li ha preceduti; da vent’anni non si sono persi un funerale, ma oramai anche quelli si sono diradati per mancanza di materiale; quando toccherà a loro, forse, non ci sarà più nessuno a venire a dargli l’ultimo saluto, forse neppure i nipoti inglesi ché venire in Italia in quattro costa troppo.

A tavola non parlano, non hanno più molto da dirsi dopo tanti anni, si guardano negli occhi,  poi distolgono lo sguardo, perché a volte vedono negli occhi dell’altro la propria disgregazione e allora, magari, gli scappa anche una lacrima.

Dopo pranzo vanno a riposare, ma non dormono, non ci riescono più, non leggono perché la vista è calata e forse ci vorrebbe un’operazione, allora pensano, poi Adolfo si alza, va alla finestra, guarda fuori i soliti tetti grigi e muri grigi e poi torna a letto e lei, Emma, forse pensa ai figli che non chiamano mai, ai nipoti a cui non importa dei nonni lontani.

Il sabato è diverso: c’è il mercato, ci vanno insieme, comprano un po’ di frutta da fare cuocere, meglio cotta, quando non si hanno più denti, poi un po’ di verdure per il minestrone, guardano tutto e non comprano niente: cosa può più loro servire a quell’età?

Sanno che un giorno uno dei due precederà l’altro, lo farà per insegnargli come si muore, ma non verrà a dirgli dove si va, sempre che si vada da qualche parte.

La domenica Emma va a messa, vorrebbe trascinare anche lui, ma da vecchio anarchico bevitore e bestemmiatore lui si rifiuta: l’accompagna vestito bene, per quanto ci si possa vestire bene con un abito vecchio di decenni, mano nella mano, poi l’aspetta anziani-perdono-la-vita-contemporaneamente_470633fuori dalla chiesa, su una panchina, estate e inverno e se piove entra nel bar di fronte alla chiesa, chiede un caffé e per un’ora legge il giornale a sbafo.

Ogni tanto, magari, andando a messa incontrano qualche vicino che durante la settimana non vedono mai, si salutano, frasi di circostanza, loro due a testa bassa perché si vergognano, si vergognano di essere ancora al mondo, di essere lì ad occupare inutilmente spazio, a dare fastidio, si vergognano di trascinare ostinatamente le loro vite oramai inutili.

La chiesa non è vicinissima: quando rientrano sono stremati, sono solo due poveri vecchi a cui tutto costa più fatica del dovuto.

La domenica invece del minestrone o della pastina magari mangiano i tortellini in brodo, perché vanno giù meglio che asciutti, o il pollo arrosto comperato il giorno prima al mercato: non entrambi, perché ai vecchi non occorre molto, poi si tolgono gli abiti buoni della festa, indossano informi vestiti che loro chiamano “da casa” e vanno a letto, non a leggere, non a dormire, a pensare, a rimpiangere.

È domenica, quando si alzeranno guarderanno un po’ di televisione, che almeno ci sia un po’ di musica, un balletto che li tenga un poco in allegria, che gli faccia tirare sera, quando consumeranno quello che è avanzato da mezzogiorno insieme alla frutta cotta che fa bene all’intestino, l’hanno detto anche alla televisione.

Dopo cena lei lava i piatti della sera, lui sta al tavolo e non dice nulla, la guarda, pensa cose che non vorrebbe pensare: lei almeno lavora in casa, lui si sente inutile, a parte portare giù Argo, che scopo ha oramai nella vita?

Si coricano e dopo un po’ inizia un silenzio assordante, ma entrambi, Emma ed Adolfo, sanno che presto arriverà il ticchettio della pendola della cucina, quella che implacabile conta loro il tempo, segnala i secondi che passano, conta quelli, sempre di meno, che rimangono a loro da vivere.

Poi, finalmente, arriva il sonno, il solo che abbia pietà di loro.

 

 

 
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Pubblicato da su settembre 1, 2016 in Racconti

 

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IL GATTO SUL LETTO

IL GATTO SUL LETTO

 

Questa, si dice, è una storia vera: qui verrà raccontata come una novella.

* * *

Se c’è un luogo più brutto e triste perfino di un camposanto, questo è senza dubbio un ospizio per anziani.

Gente che ha lavorato una vita, persone che hanno fatto sacrifici per crescere i figli, farli studiare, dare loro una posizione, questi sono i ricoverati.

Uomini e donne che forse, dopo aver sistemato, come si suol dire, i figli, speravano di godersi con loro l’ultimo veccbrandello di vita, nonostante una miseria di pensione, ma si sa che i vecchi non hanno troppe esigenze e basta loro poco per sopravvivere, per scambiare un raggio di sole per una giornata estiva e un sorriso per amore.

Purtroppo, però, i figli dimenticano, dimenticano in fretta tutti quei pannolini cambiati loro, le notti insonni di una madre a mettere la pezzuola bagnata sulle loro fronti brucianti di febbre.

Scordano i sacrifici e masticano imprecazioni perché debbono integrare la retta dell’ospizio, perché la pensione di mamma e papà non è sufficiente.

Spesso attendono solo che quell’ingombrante presenza se ne vada per sempre: un attimo di dolore, è vero, qualche lacrima soprattutto per i presenti, ma dopo una vita di libertà e di risparmio mensile: vuoi mettere…

Almeno fino a quando i loro, di figli, non li rinchiuderanno a loro volta in uno di quei luoghi grigi e maleodoranti di feci, di urina, di disinfettanti, di vecchiaia e di morte.

In fondo, quando si parte per un viaggio, si aspetta sempre il treno in una sala d’attesa: ecco, un ospizio è come una brutta sala d’attesa dove si aspetta di partire per l’ultimo viaggio, quello senza ritorno.

E quei vecchi, con le loro piccole manie, con quei gesti un poco da matti, molti di loro, magari, già fuori di testa, danno proprio fastidio, ne danno anche a chi li accudisce giorno e notte al posto di quei figli e nipoti smemorati ed ingrati.

I vecchi, in quanto tali, appartengono ad un’altra epoca, una dove c’era senz’altro più educazione e rispetto e per questo anche quando se ne vanno lo fanno con discrezione, in silenzio, sulle punte dei loro poveri piedi deformi e doloranti.

Eppure, anche in questi luoghi senza speranza, chi ha così poco si accontenta di ancora meno e gli basta quasi nulla per essere felice, per sentirsi ancora una persona viva e dignitosa.

Può essere la televisione, magari il varietà del sabato sera perché è spensierato, anche se a molti altri pare sciocco; basta loro solamente un sorriso, magari da un visitatore sconosciuto, una parola buona, un piccolo gesto d’affetto, una carezza.

Nel ricovero della nostra storia a dare un po’ di gioia ai vecchi e alle vecchie (anche se il sesso delle persone qui è indifferente, oramai) che aspettano l’ultimo treno, è da poco arrivato un gatto, un grosso gattone tigrato, comparso misteriosamente e all’improvviso da chissà dove e subito diventato il beniamino dei degenti e solo per questo tollerato da inservienti e personale dell’ospizio.

Più di una volta qualche vecchietta si era nascosta dentro nel fazzoletto un po’ della carne macinata (più facile gattoda mangiare per chi non ha denti) del suo pranzo non certo sopraffino e ricercato e neppure abbondante, e, senza farsi vedere, l’aveva poi portata al micio.

Morfeo, l’avevano chiamato, perché lo si vedeva per lo più addormentato su un calorifero, o magari sul vecchio e mastodontico televisore della sala comune, ma mai sui letti dei ricoverati.

Probabilmente quell’odore di vecchi lo infastidiva: si sa, i gatti hanno molto più olfatto degli umani.

Eppure un giorno, inaspettatamente, degenti e inservienti videro il gatto acciambellato  sul letto di un vecchio paziente non più auto – sufficiente e molto malato, tanto da avere i giorni contati; la sua malattia? un male incurabile: vecchiaia.

Il gatto era addormentato in fondo al letto, di fianco ai piedi dell’uomo; chissà se lui se n’era accorto: difficile, con la mascherina dell’ossigeno sul volto e cervello e un piede già sul predellino dell’ultimo treno.

Il giorno seguente il letto era vuoto: il vecchio era partito per sempre, si spera verso un mondo migliore e il gatto non era più né sul letto, né nella stanza.

Tutto normale: un vecchio muore e un gatto, che è uno spirito libero, decide di andare a dormire da qualche altra parte e difatti lo rividero sdraiato nuovamente sul televisore con la coda a penzoloni davanti allo schermo e lì ritornò a dormire per diversi giorni a seguire.

mortPoi, improvvisamente, il gatto sparì dal televisore e fu visto su un altro letto, di una donna, questa volta, anch’essa al termine del suo soggiorno nel ricovero e in questo mondo.

E il giorno seguente la donna era spirata.

Ma anche stavolta nessuno trovò nulla che fosse al di fuori della normalità.

Eh già, un luogo come quello è proprio come una stazione: c’è chi arriva, c’è chi parte lasciando il proprio posto ad altri e nessuno si stupisce se in una sala d’aspetto le persone cambiano sempre, anche se c’è qualcuno che rimane un po’ più a lungo di altri, in attesa di un treno in ritardo ma che, comunque, o prima o dopo arriverà, oh, se lo farà, perché quel tipo di treno non viene mai soppresso.

Ci fu  poi un periodo di calma, là dentro: per quasi un mese nessun degente venne a mancare: una rarità.

Il gatto alternava televisore e caloriferi, ma un bel giorno, ancora una volta, ricomparve sul letto di una degente, solo che lei non pareva essere giunta alla fine ed era felice di quella compagnia notturna: da quando troppi anni prima il suo unico amato l’aveva preceduta nell’altro mondo, nessun essere vivente aveva mai più diviso il letto con lei.

Anche se la donna, come detto, pareva stare bene, la sera si addormentò e non si svegliò più: la trovarono il mattino seguente con un’espressione serena, ma senza più fiato, né anima.

E il gatto se n’era andato dalla stanza.

Stavolta qualcuno notò quella curiosa coincidenza: per tutti gli ultimi decessi l’animale, che fino ad allora aveva disdegnato i letti dei degenti, era comparso per l’ultima loro notte sulle lenzuola dei partenti.

La cosa fu ancora più evidente dopo altri quattro casi.

E divenne argomento universale di conversazione all’undicesimo.

C’era chi sosteneva che il gatto rubasse il respiro ai moribondi, chi diceva fosse, come si credeva nel medioevo, il demonio venuto a riscuotere il suo tributo, chi sosteneva, invece, che fosse un angelo reincarnato in quel corpo animale e al quale era affidato il compito di accompagnare i viaggiatori in carrozza.

I più pragmatici parlavano di odore di morte percepito dall’animale, mentre qualcuno sosteneva che il micio potesse avere il dono di vedere la nera signora con la falce e che tentava di spaventarla, senza riuscirci, con la sua presenza sul letto.

O magari era solamente pietà, perché chi aveva vissuto da solo gli ultimi anni, non morisse altrettanto solo.lett

Nessuno allontanò mai il gatto, ma tutti un po’ lo temevano, temevano, una sera o l’altra, di vederlo acciambellato sul letto, il proprio letto: qualcuno, magari, lo sperava perfino.

* * *

Si dice che in più di un ospizio per anziani spesso sia comparso dal nulla un gatto e che questo dormisse solo sul letto di chi stava morendo e solo per l’ultima notte: nessuno ha mai chiarito, scientificamente, il mistero.

 

 
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Pubblicato da su maggio 19, 2013 in Racconti

 

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IL MURO

IL MURO

Aurelio andò a letto, si addormentò quasi subito e sognò…

Sempre quel sogno, lo stesso da oramai… quante notti? Non lo ricordava.

uomo che sognaPoi si svegliava e non riusciva più a prendere sonno.

E quanto durava il tutto? Il sogno pareva un’odissea eterna, ma non è possibile paragonare il tempo di un sogno a quello reale: viaggiano su linee temporali diverse e quello che ci pare lunghissimo, in realtà può essere durato solo pochi minuti.

Può anche darsi che il sogno non sia sogno, ma una dimensione parallela, un concetto da fantascienza, forse, ma se così non fosse? Se veramente durante il sonno si entrasse in un mondo parallelo dove i morti sono ancora vivi, dove noi siamo noi, ma la nostra vita è diverse e dove il tempo ha altre unità di misura e tutto si consuma con una velocità più che centuplicata?

Farfalle, oppure effimere, questo siamo, questa è forse la nostra altra vita, ma poiché tutto è relativo non ci accorgiamo della velocità con cui tutto ci scorre intorno e la nostra vita in quella dimensione ci appare normale, a volte, se non è felice, anche troppo lunga.

Quante volte si prova durante il sonno la sensazione di cadere e, subito dopo ci si sveglia? Forse è proprio così: rotoliamo di nuova nel nostro mondo, o forse il mondo principale è quell’altro, dove un altro noi sta sognando una sua seconda vita rallentata.

Oppure tutte e due le dimensioni sono, a loro modo, quella vera.

Aurelio era in un prato deserto, un prato non piano ma ondulato, diviso in due da un muro altissimo, tanto da muro1non vederne la sommità.

Il muro non era solo infinito in altezza, ma anche in lunghezza, tanto da fargli pensare alla muraglia cinese, ma questo muro non era così imponente, solo un vecchio muro con l’intonaco scrostato, alto e lungo da mettere angoscia.

Non c’era nessuno nel suo sogno, neppure lui riusciva a vedere se stesso, un po’ come quei videogames che si giocano in soggettiva, vedendo non il proprio personaggio ma, tutt’al più, la punta della sua arma.

Aurelio però non aveva armi nel sogno e, quindi, non vedeva se stesso sdoppiato.

Però sentiva la propria angoscia, l’acre odore del proprio sudore, il sudore della paura, più che della fatica.

Udiva perfettamente il proprio respiro farsi via, via più affannoso: alto suono non c’era.

Eppure, nonostante l’angoscia che tentava di diventare paura, qualcosa gli diceva che doveva seguire il muro, visto che non lo poteva scavalcare, fino al suo termine, per sapere cosa ci fosse dall’altra parte.

L’aperta campagna dove sorgeva il muro cambiava spesso nel sogno, come se vivesse realmente le stagioni dell’anno: a volte era verde e fresca di rugiada, altre era gialla e malata, altre ancora brulla o coperta di neve, ma c’era sempre quel crudele gioco di lui che correva, correva, le mani a raschiare il vecchio intonaco che si sbriciolava in polveri antiche eppure la fine non era mai visibile, anche se una ce ne doveva essere, a costo di fare il giro della terra.

Poi, all’improvviso, Aurelio rotolava fuori dal sogno, apriva gli occhi, ma la stanza era buia e fuori era buio: inutile guardare l’orologio, tanto non era né l’ora di alzarsi, né c’era speranza di riaddormentarsi; un’ennesima notte angosciosa e angosciante di riposo insufficiente.

Al mattino, guardandosi allo specchio, a volte l’uomo non si riconosceva con quelle occhiaie bluastre e la pelle grigia, malata, di chi non riesce a rigenerarsi a sufficienza col sonno.

Al  momento, poi, di andare a letto la sera, Aurelio tergiversava, si alzava mille volte con la scusa di aver dimenticato qualcosa: il contatore del gas da controllare per vedere se era chiuso bene, un appunto di lavoro da prendere, la pillola della sera; insomma, l’idea di quel sogno angosciante, di una ennesima notte da passare quasi in bianco, gli faceva passare la voglia d’infilarsi fra le lenzuola che, da lì a poco, sarebbero diventate un mucchio informe avvinghiato alle coperte e al copriletto.

indexEcco il muro, ecco la campagne: stanotte era giallastra e secca; era impossibile stabilire se lui si trovasse nella stessa posizione della volta precedente, oppure più avanti o, addirittura, più arretrato, ma qualcosa gli diceva che doveva correre sempre verso la propria sinistra, anche perché, altrimenti, avrebbe rischiato di perdere lo spazio guadagnato la volta precedente.

A volte c’è razionalità nei sogni, altre no, così non gli era mai venuto in mente di fare dei segni nell’intonaco che gli indicassero ogni volta se continuava la sua ricerca o ripartiva dall’origine.

Del resto, almeno in sogno ci sia concesso di essere poco razionali!

La cosa, il proprio ansimare, l’odore della paura, la sensazione di essere trascinato via dal contatto col muro e poi quella di cadere in basso, in quel letto di lenzuola stropicciate, umide di sudore, in quella stanza buia che conosceva a memoria e che intuiva sorvegliare severa quella follia di inseguire l’inseguibile.

A volte succede che una persona normalmente qualunque sia perseguitata da un sogno ricorrente che si protrae fino a cambiarle, se non a rovinarle, la vita.

Così, notte dopo notte Aurelio correva, correva, lungo un muro che non aveva mai fine, per una lunghezza che nessun uomo sarebbe stato mai in grado di coprire in una vita: figuriamoci nello spazio di un sogno di una notte agitata!

Ora la preoccupazione dell’uomo era doppia: scoprire il segreto celato da quel muro e, nello stesso tempo, salvaguardare la propria salute.

Finalmente, dopo mesi di quella vita, Aurelio si decise ad andare da un medico; questi lo sottopose a tutta una serie di analisi che, però, dettero tutte esito negativo: fisicamente non c’era nulla che non andasse bene, era una questione psicologica.

Allora, su consiglio del medico, prese appuntamento con uno psicanalista, che lo mandò da uno psicologo, che consigliò un neurologo che, ammessa la propria impotenza, consigliò un bravo psichiatra.

Chi fosse, fosse, ma Aurelio voleva guarire da una malattia che si chiama sogno e che subdolamente gli stava accorciando la vita.

Dopo una serie di sedute anche quest’ultimo luminare gettò la spugna: stringendosi nelle spalle emise la diagnosi “È solo un sogno, uno come tanti o diverso da tanti: non c’è nulla di celato dietro di esso; col tempo passerà, sarà sostituito da altri. Non si angosci e prenda con più filosofia questa esperienza”.

Tempo buttato, denaro buttato ed era punto e a capo, con quel muro ad attenderlo, a sfidarlo ogni notte, a murocarnotsucchiargli la vita e la ragione.

Poi, una notte, mentre correva lungo il muro, si sentì proiettare verso l’alto, non più cadere e volò verso l’infinito e, finalmente, vide la cima del muro, si posò su di essa e guardò giù, vide se stesso correre verso la fine inesistente del muro.

E dall’altra parte? Dall’altra parte c’era un altro lui che correva lungo il muro, cercandone la fine, cercando di scoprire cosa ci fosse al di là.

Forse c’era davvero un’altra dimensione, forse il muro ne era il confine.

Da allora Aurelio non sognò mai più il muro e non cercò più risposte che non poteva avere.

 
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Pubblicato da su dicembre 19, 2012 in Racconti

 

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L’UOMO NEL LETTO

L’UOMO NEL LETTO

 

La casa era grande, forse troppo, certamente inconsueta in un paese così piccolo.

Era una casa vecchia, fresca anche d’estate, a volte gelida d’inverno, un inverno che sull’Appennino, spesso, può essere spietato.

Tutto era immerso in una penombra discreta e pietosa; in fondo al lungo corridoio c’era una stanza con un grande letto e nel letto un uomo, o almeno ciò che ne restava, perché l’uomo stava morendo: anzi, sarebbe meglio dire che si stava disfacendo.

Accanto al letto, in una vecchia poltrona dalla tappezzeria un po’ sdrucita, la moglie s’era appisolata: era stata un’altra di quelle notti difficili, fatte di lamenti che degeneravano in urla di dolore, di lacrime silenziose, di richiesta di un pietoso aiuto per porre a termine tanta sofferenza.

La donna, così assopita, dimostrava ben più dei suoi quarant’anni: le guance scavate da troppe notti insonni, da tanti pasti saltati, il viso e lo sguardo devastati dal dolore.

In un’altra parte della casa qualcuno pregava sommessamente fin da quando si era sparsa velocemente la voce, come spesso succede nei piccoli paesi, che oramai il momento era vicino.

A quell’uomo tutti avevano voluto e volevano bene, e non perché ora fosse malato, ma perché tanto amore se lo era meritato quando era sano: era così ingiusto che proprio lui dovesse soffrire in quel modo ed andarsene così presto!

Tutto era cominciato non più di un anno e mezzo prima con qualche piccolo disturbo sottovalutato, un po’ di perdita di peso, poi, quando i sintomi avevano cominciato a peggiorare, le analisi avevano dato la risposta impietosa: “È troppo tardi”.

Da allora per l’uomo, la moglie, i suoi due figli ancora adolescenti, era iniziato l’inferno, l’inferno della consapevolezza che tutto ciò che si fa è inutile e non porterà a nulla se non a ritardare solo di un poco l’inevitabile epilogo.

Quando il più piccolo dei due figli scendeva, per andare a scuola, dalla stradina sul retro della casa, spesso trovava per terra un’arancia, un limone, un frutto caduto: il suo gioco era sempre quello di spingerlo col piede fino a che, presa la discesa e vinto, per la pendenza, l’attrito, questo cominciava a rotolare da solo, acquistando sempre più velocità, fino ad arrivare in mezzo alla strada principale, dove un’automobile lo avrebbe presto schiacciato.

Nella malattia di suo padre era successa più o meno la stessa cosa: questa era “rotolata”, dapprima piano, poi sempre più velocemente, ed ora era quasi giunta alla strada principale, in attesa solo delle pietose ruote che avrebbero posto fine a quel macabro gioco.

Negli ultimi mesi le urla di dolore, di quel dolore causato dalla bestia che ti divora da dentro, erano più volte riecheggiate per tutto il paese: qualcuno, udendole, aveva pregato, qualche risata, qualche discorso, erano stati troncati a metà, perché tutti sapevano e capivano, perché molti temevano, egoisticamente, che la stessa cosa potesse, prima o poi, capitare a loro.

Ora, però, i medici erano stati chiari: era questione di giorni, forse di ore e poi, per tutti, sarebbe stato un altro tipo di dolore, quello del vuoto, quello di entrare nella stanza in fondo al corridoio e vedere il letto rifatto con cura senza più nessuno dentro.

D’improvviso una nube nera, sottile e pure spessa come un mantello da pastore, si stese a coprire il paese: molte luci dovettero accendersi in pieno giorno.

Iniziò a fischiare un vento freddo, prima piano, poi sempre più forte, e il suo sibilo diventò un urlo.

Si mise a piovere con scrosci sferzanti.

L’uomo nel letto urlò, la moglie si svegliò di soprassalto, gli carezzò la fronte magra e grigiastra e gli tamponò le labbra secche con una pezzuola bagnata: altro non sapeva e non poteva più fare.

L’uomo urlò ancora, cercò di dire che lo aiutassero a finire quello strazio, ma non riuscì ad emettere se non un altro grido di dolore.

Dall’altra parte del corridoio le preghiere delle vecchie, già vestite in gramaglie, aumentarono di volume, quasi per non essere costretti ad udire più quelle urla.

La pioggia batteva, il cielo si fece più nero, il vento urlava ad ogni grido dell’uomo nel letto in fondo al corridoio, quasi a volerlo schernire: “Aah“, faceva uno “Uuh”, rispondeva l’altro.

Da tempo la vita aveva avuto perlomeno un po’ di pietà e l’uomo aveva perduto il senso della realtà, ma in queste ultime ore, essa era ritornata prepotente, lui era adesso nuovamente lucido, quasi a prepararsi coscientemente al viaggio senza ritorno che stava per compiere verso una destinazione tanto ignota, quanto definitiva.

Ansimava, sudava e piangeva, fra un grido e il successivo: la moglie no, non piangeva più, aveva usato tutte le sue lacrime da tempo.

Il vento urlava e il manto nero si stendeva sempre più vasto.

Poi ci fu l’ultimo grido e quindi il silenzio.

Nella casa tutti capirono.

Il vento cessò, la nube nera si ritirò.

La morte aveva avuto il suo tributo.

Ora la coltre scura si stendeva sul paese vicino; il vento cominciò a fischiare e qualcuno urlò: la morte si era spostata più in là.

 

 
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Pubblicato da su luglio 27, 2012 in Racconti

 

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A PEPE

A PEPE

Questo letto,

questo letto troppo grande

per una sola persona.

Lenzuola fredde,

che il mio corpo da solo

non riesce a scaldare:

non ci sei più

mia primavera, mio sole,

mi manchi

in questo letto gelato

dove anche l’ultimo cuore

si spegne.

 
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Pubblicato da su luglio 16, 2011 in poesie

 

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