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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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