RSS

Archivi tag: dottore

LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

DOTTORE, MI AIUTI!

DOTTORE, MI AIUTI!

Quante ne ha viste e ne deve vedere uno psichiatra!

Quante ne aveva viste e ne avrebbe dovute vedere Ruggiero Lamanna, professione psichiatra esercitata come libero professionista.

Ma la storia di Ugo, il suo ultimo paziente, era veramente pazzesca, veramente al limite.

dsm-vNon appena aveva ricevuto per il primo incontro quell’uomo problematico, verosimilmente psicotico, aveva capito che non sarebbe stata una passeggiata fare qualcosa per lui.

Non era il suo abbigliamento, anonimo, non odori particolari, tic, niente di così plateale, almeno per la gente comune, ma lui non era gente comune, lui era del mestiere e c’era un insieme di piccoli indizi, forse una sensazione, ma temeva che i problemi del suo paziente nuovo fossero peggio delle peggiori aspettative.

Eppure Ugo era una persona gentile, educata, sicuramente di una certa cultura, ma sembrava, oltre che disturbato, disperato, veramente disperato, come uno che non dorme da giorni e che non vive da mesi.

Aveva due occhiaie come chi ha proprio smesso di dormire ed anche se era pettinato e pulito, lavato e stirato, aveva un’aria trasandata, forse… emotivamente.

Salutò cortesemente, dandogli una mano diafana e tremolante: “Buongiorno, dottore, mi aiuti, sono disperato!”.

Il nuovo paziente aveva una voce fra l’esausto e il rassegnato: solo ad ascoltarlo ti tirava in terra: “Mi dica, mi esponga il suo problema con calma e chiarezza: sono qui per ascoltarla ed aiutarla, se possibile”; la voce del dottor Lamanna era professionalmente pacata e tranquillizzante come quella di un ipnotizzatore.

Ugo iniziò il racconto: “è da mesi che mi segue”.

“Chi la segue?”.4mini03lupomannaro

“La cosa”.

“La cosa?”.

“Io la chiamo così: non l’ho mai vista, ma so che mi segue e mi vuole sbranare, perché lei è feroce, si nutre di carne e sangue umano, allora io mi faccio seguire in periferia, nelle zone più povere e buie, dove è pieno di senzatetto, così lei sbrana loro e lascia in pace me, ma la sera dopo rincomincia a seguirmi, perché non è mai sazia. Finora sono riuscito a salvarmi, ma tutto quel sangue, tutti quei morti ce li ho io sulla coscienza!”.

Non riuscì a continuare, scoppiò in singhiozzi irrefrenabili che il medico non riusciva ad arginare con alcuna parola, con nessuna arma della sua esperienza professionale; poi Ugo scappò via, forse sarebbe ritornato, forse no.

Di persone disturbate il dottor Lamanna ne aveva viste, ma questo era proprio un caso al limite: forse se non fosse tornato sarebbe stato meglio, la vedeva dura guarirlo, forse non si sarebbe potuto evitare un ricovero in una struttura specializzata.

Ed invece il suo paziente tornò, dopo una settimana, all’ora prevista.

Si vedeva subito che stava ancora peggio della volta precedente.

Aveva con sé un grosso involto, probabilmente un libro dentro ad un sacchetto di plastica di quelli da boutique.

Si sedette sulla poltrona che aveva mostrato di preferire al divanetto – dormeuse classico degli psichiatri o degli psicoanalisti e non attese domande, cominciò subito a parlare, ciancicando nel frattempo con le mani la sommità della busta di plastica:

“Questa volta sono state prostitute, tre in una settimana; i barboni hanno una loro rete, si passano la voce e sembrano essere spariti, forse hanno cambiato città o si sono nascosti in qualche fabbrica abbandonata. Le prostitute, invece, devono lavorare e si prendono i loro rischi: quelle tre poverette non ce l’hanno fatta ed è colpa mia. Forse dovrei lasciarlo fare, lasciare che sbrani me, ma poi, comunque, andrebbe da qualcun altro, quindi…”.

mirrors4“Scusi – lo interruppe il terapeuta – ma la scorsa volta è fuggito senza darmi modo di parlarle: ma perché lei esce di sera, se pare che la cosa, come la chiama lei, giri solo con il buio?”.

“È il mio lavoro – rispose lui stancamente – guardiano notturno in un museo, sorvegliante non armato, giusto per dissuadere sbandati dall’introdursi nella struttura, magari solo per dormire al coperto.

Oh, lo capisco, so che non mi crede, per questo le ho portato questo…”; così dicendo aprì la borsa di plastica e ne estrasse un grosso album da fotografie, lo aprì: era pieno di ritagli di giornali, parlavano tutti, effettivamente, di senzatetto, di tossicodipendenti, di prostitute trovati morti, uccisi in modo truculento, ma data la natura delle vittime, nessuno si sbatteva più di tanto e perfino i giornali non accennavano all’ipotesi di un serial killer.

Tantomeno di una bestia semi umana, un mostro sbrana persone.

“Mi crede ora?” domandò con poche speranze.

Il dottor Lamanna esaminò attentamente il volume e i ritagli che conteneva: era tutto più chiaro: un classico caso di transfert.
Il suo paziente era stato attratto da quelle notizie, forse proprio per misericordia, perché nessuno si curava di quel popolo di invisibili ed allora si era convinto che l’autore degli omicidi fosse una cosa innaturale e che fosse lui ad attirarla: qualcuno così avrebbe avuto la colpa di quelle morti indifferenti a tutti gli altri e non vendicate.

Il dottor Lamanna guardò e riguardò l’album fino al suono del timer che segnalava la fine della visita: “Ci pensi, tornerò, se riesco, mi aiuti o è finita, lei è la mia ultima speranza” disse Ugo, ma non ci credeva neppure lui e s’avviò all’uscita.

Non tornò più. Lo trovarono in un vicolo della periferia estrema, sgozzato, il ventre squarciato, il fegato e altri organi mancavano; non c’era quasi più sangue eppure sul luogo del ritrovamento del cadavere non ce n’era così tanto a terra.
Il dottor Lamanna lesse la notizia sui giornali e rimase sconvolto: questo non si spiegava, questo non era un transfert, questo 12era fuori dal razionale.

Certo quel poveretto aveva risolto definitivamente il proprio problema.

Ora che il morto non era un disadattato, un senzatetto o un senza nome forse qualcuno, comunque, avrebbe indagato; certo la faccenda non era spiegabile e le cose inspiegabili a lui davano fastidio.

Rifiutava categoricamente l’idea della “cosa” che si nutriva di persone, ma se, solo per pura ipotesi, così fosse stato ora la bestia era fuori, libera ed in cerca di nuove prede.

C’era da pensarci.

Il professionista uscì dallo studio un po’ tardi: aveva avuto pazienti dopo l’orario d’ufficio; era una serata fredda, nebbiosa, buia, poca gente in giro.

Lui andava al suo ambulatorio a piedi, doveva percorrere strade poco frequentate e ad un certo punto sentì dei passi dietro di sé, passi pesanti, passi non umani e un brontolio simile ad un ruggito.

Fu a questo punto che cominciò a correre terrorizzato, doveva andare verso un luogo dove liberarsi del suo inseguitore, magari verso un posto frequentato da drogati…

300809_388514611216101_328031688_n

 
1 Commento

Pubblicato da su marzo 23, 2015 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , ,

QUATTRO ORE DI BUIO

QUATTRO ORE DI BUIO

 

index

Questa è una storia vera, una storia che mi ha visto protagonista o, per meglio dire, vittima.
È la cronaca di un’esperienza sconvolgente, una di quelle che lasciano segni forse indelebili, almeno fino a che una pietosa demenza senile, forse neppure troppo lontana nel tempo, verrà a cancellarli.
Quello che ho vissuto è difficile da spiegare, ma io proverò a farlo.

* * *

Erano passate solo tre settimane, tre esatte, dal dolore, QUEL dolore del quale molti sanno, ultimo di tanti, quello che mi aveva spaccato dentro, che mi aveva cambiato definitivamente la vita.
Era un venerdì, proprio come QUEL venerdì…

ripetizioni-private-pistoia

Ore 15 – Arriva L. Siccome la vita va avanti e anche rate di condominio e bollette continuano ad arrivare e siccome la mia ultima supplenza era finita proprio QUEL venerdì di tre settimane prima, dovevo almeno continuare a dare ripetizioni private per portare a casa qualche soldo.
L. arrivò in orario ed iniziammo a fare lezione, le solite cose: espressioni, frazioni, angoli che si sommano e si dividono, proprio come le persone.
Andammo avanti tutta l’ora, forse anche un po’ di più, ma questo non mi è dato saperlo.
Comunque la lezione terminò, il ragazzo se ne andò poi, giunto in strada, realizzò che aveva dimenticato sulla mia scrivania il cellulare: impossibile, a tredici anni vivere senza!
Citofonò, gli aprii e salì a riprenderselo, ma anche questo mi è stato raccontato.

pensare

Ore 16 – Inizia il buio. Più o meno a quest’ora, difficile dire un momento esatto, io avevo cominciato ad agire come un computer, non più come un essere umano.
Vale a dire che parlavo, agivo, in tutta logica, senza dare segno di ciò che mi stava succedendo (mi è stato confermato dal mio alunno), ma subito dopo schiacciavo il tasto “delete” e ciò che avevo detto o fatto scompariva definitivamente dalla mia memoria, forse, come fa il computer, per recuperare spazio per altre funzioni più importanti del ricordare: ad esempio soffrire.
Suppongo che la cosa non sia stata così naturale e subliminale, se è vero che telefonai a F.
F è un amico e vive in un condominio situato due numeri civici prima del mio.
Ovviamente anche queste mie azioni mi sono state raccontate in seguito dai coprotagonisti involontari, in quanto chiamati a farlo, della vicenda.
“Flavio, puoi venire su subito da me? Non sto bene” (Cosa sentivo? Perché gli avevo detto così, quali sintomi provavo? Non ci sarà mai una risposta).
“Cosa hai” , si preoccupò lui.
“Mi sta andando in pappa il cervello: non mi ricordo più niente!”.
Si fiondò a casa mia: “Devi dirmi cosa è successo nell’ultimo mese – quasi lo aggredii, evidentemente spaventato – perché non mi ricordo più nulla”.
Non so come fossi fisicamente o emotivamente, ma lui si allarmò: “Vuoi che telefoniamo a tua sorella?” (va detto che mia sorella abita a quasi trecento chilometri da Milano, ma evidentemente F. si trovava fra le mani una situazione che non era in grado di gestire, non da solo perlomeno.
“Se ci provi ti uccido” risposi senza alcuna voglia di schezare e lo invitai a raccontarmi nuovamente gli accadimenti dell’ultimo mese.

images

Ore 17 – Prima ora di buio. Fra l’andata di L. l’arrivo di F. e discorsi vari era passata così la mia prima ora di: “Cancello il file?”, “Cancella!”.
Devo dire che F. fu sagace: aveva il numero di casa di mia sorella in memoria nel cellulare: “Tutto quel che vuoi, rispose alle mie richieste, ma fa due minuti: devo andare a portare le chiavi di casa a mia mamma, altrimenti resta fuori”.
Non potevo che acconsentire alla sua condizione: scese e rimasi da solo qualche minuto (Cosa feci in quel piccolo intervallo di tempo da solo?).
Ma F. non andò a portare nessuna chiave: giunto in strada telefonò a mia sorella, raccontandole, spaventato, il tutto.
Anche lei, però, non aveva modo, data la distanza, d’intervenire, così telefonò a sua volta all’altro mio fratello, che abita, invece, a Milano.
Dopo poco tempo, citofonando, ottenendo risposta e rifacendo i tre piani senza ascensore, F. tornò.
Ciò che successe da quel momento all’arrivo di mio fratello non deve essere stato altro che routine, perché non ne ho notizia.

medico-curante

Ore 18 – I soccorsi. Fra lo stratagemma di F, la sua telefonata, quella di mia sorella a mio fratello, se ne andò circa un’altra ora.
Mio fratello arrivò accompagnato in macchina da suo figlio, nonché mio nipote.
Anch’essi citofonarono, anche a loro io risposi normalmente ed aprii; aprii anche la porta di casa: “Ciao” salutai il figlio di mio fratello che subito andò via.
Dopo poco anche Flavio se ne andò e rimasi con mio fratello: ci rimasi quasi due ore (cosa dissi, cosa feci, in parte mi è stato raccontato, ovviamente e in parte appartiene, invece, alla risposta “Yes” alla domanda del computer, alla quale la macchina aveva risposto, trionfalmente, “Delete!” – cancellato).
Anche mio fratello si accorse del mio stato fortemente anormale, tanto che, a quanto mi riferii, mi propose di chiamare un’ambulanza, o di andare insieme al pronto soccorso, ma anche con lui rifiutai e minacciai (non fu cattiveria: fu paura.
Allora cominciò a farmi domande (mio fratello è laureato in materie letterarie, ma, come ex insegnante e pedagogista s’intende anche un po’ di psicologia).
Continuò per tutto il tempo a farmi domande: se ricordavo cos’era successo QUEL venerdì – quello no, l’avevo rimosso in quella mia altra vita durata quattro effimere e interminabili ore – poi facendomi domande sulla famiglia; ricordavo molto, ma non di avere dei nipoti, eppure A. l’avevo appena riconosciuto e salutato – eccetera).

problematiche_-_pensare_riflettere_problemi_psicologici_imagelarge

Ore 19 – Le telefonate. Erano quasi le diciannove: mi si dice che volli telefonare due volte a mia sorella, che supplicai di dirmi cosa mi stava succedendo.
Ora, immaginate una persona, lontana trecento chilometri, che si sente chiedere ciò: a parte l’impossibilità ad accondiscendere, penso che fosse una tortura la domanda di per se stessa, la preoccupazione per una cosa che non sembrava essere di lieve entità.
Facciamo un passo indietro: tre settimane…
QUEL venerdì. Anche allora mio fratello era venuto da me, aveva dormito lì, nel mio letto, mentre io ero nell’altra stanza a vivere il mio dramma.
Quando tutto fu compiuto penso che tutti si rendessero conto di ciò che stavo passando e vivendo.
Ora, evidentemente, i nodi venivano al pettine e il mio stato mentale avrebbe potuto anche essere qualcosa di irreversibile.
Dopo molte insistenze mio fratello mi convinse a contattare il mio medico e alla fine accondiscesi; chiamai in ambulatorio, mi rispose la figlia del dottore, me lo passò e io gli passai, a mia volta, mio fratello che gli spiegò l’accaduto.
Lui parlò prima in termini scientifici (bipolarità e cose simili), poi si spiegò in termini umani: “ Ha dovuto staccare la spina o si sovraccaricava ed esplodeva”.
Le domande continuavano, il tempo passava, passò anche la quarta ora: delete, delete, delete…

36923

Ore 20 – Lento risveglio. Era venerdì, il giorno in cui veniva L. a lezione e L. era venuto, doveva essere lì, sulla seconda sedia a lato della scrivania a sommare gradi, primi e secondi… e invece che con lui ero in cucina con mio fratello! “E tu che ci fai qui?” domandai come se nulla fosse successo.
“Sono due ore che me lo chiedi ogni cinque minuti: sei stato male, hai perso la memoria (sì, ma non l’avevo persa tutta insieme, ma come il calcio della radio: minuto per minuto) ma adesso mi sembra decisamente che tu stia meglio: sei ritornato”.
Ricominciarono le domande: prima le sue a me (Avrei vinto il milione al quiz: risposi a tutto con esattezza), poi le mie a lui e buona parte di quanto sto scrivendo è la sua cronaca personale.
Quando mi resi conto di cosa avevo vissuto, di aver perso per sempre quattro ore della mia vita, dei miei pensieri, dei miei ricordi, andai a capo chino nel corridoio di casa e lì piansi in silenzio.

notte

La notte. Telefonai a Luca, gli raccontai di cosa mi era successo e gli domandai se non si fosse reso conto di nulla, nell’ultima parte della lezione.
Mi rispose negativamente, raccontandomi del cellulare dimenticato.
Solo, mi disse, avevo ricevuto una telefonata, piuttosto lunga: chi era?
Lo seppi dopo qualche giorno: un amico ed ex alunno che, praticamente, mandai al diavolo, perché mi rendevo conto di aver già iniziato il mio viaggio allucinante; mio fratello cenò da me, cucinando lui: io invece rifiutai qualsiasi cibo.
Poi si offrì di rimanere a dormire, ma io lo tranquillizzai e declinai l’offerta.
La crisi era passata, ma ciò che avevo perso, allora e prima, non lo avrei ritrovato mai più.

Il giorno dopo e il seguito. Il giorno seguente ero a pezzi ed anche fisicamente mi sentivo come dopo aver compiuto uno sforzo immane.
E moralmente? Già ero in un periodo nero e la coscienza di ciò che avevo vissuto, di aver dovuto coinvolgere tante persone, non contribuì a migliorare la situazione; il giorno dopo era come sono tutti i giorni dopo: meglio e peggio.
Venne a Milano mia sorella, andammo insieme dal medico che ribadì la sua diagnosi ma, per sicurezza, mi fece fare un paio di esami clinici, che dettero entrambi esito negativo: il mio fisico stava bene, la mia anima no.
Col tempo tante cose si affievoliscono, i dolori si attenuano, ci si stabilizza per continuare a vivere, perché, alla fine, è così che bisogna fare.
Però le mie quatto ore, quelle mangiate dal buio, non le avrei mai più riavute.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su luglio 26, 2014 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,