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I TRE FOLLETTI

I TRE FOLLETTI

 

Tre erano le Parche, tre erano le Graie, tre le Gorgoni: c’è sempre un numero tre che si ripete nelle leggende, nella mitologia e nelle saghe.

E non dimentichiamo la Santissima Trinità e i tre Buddha.

Qui si narra dei tre folletti Peng, Ping, Pang.

Mauro li vide per la prima volta dall’alto di un crinale, mentre andava nel bosco a cercare erbe per fare dei decotti.

Li vide e non ne rimase del tutto sorpreso: lui conosceva la natura, si fidava delle erbe benefiche e sapeva identificare quelle velenose, conosceva molte creature dei boschi ed era conscio di non conoscerne molte altre; che nei boschi ci fossero, quindi, dei folletti, come da tempo si andava dicendo, non lo stupì più di tanto; li vide, ma quando scese verso di loro, questi se n’erano già andati: comunque non immaginava che li avrebbe incontrati di nuovo e presto, anche.

Si sa che sempre, quando si ha una trinità, ognuno ha un compito specifico e va altresì detto che, vivendo sempre insieme da oramai centinaia di anni, i tre folletti incominciavano a mal sopportarsi e a litigare sempre più frequentemente.

Se si tralascia quella Santa di Trinità, va anche detto che le altre non sono, od erano, propriamente creature positive, dedite solo a fare del bene agli umani.

Le Parche, per esempio: Cloto tesseva il destino degli uomini, Lachesi lo dispensava loro e Atropo, infine, tagliava i fili, cioè dava la morte.

Le Graie, le vecchie, invece, avevano la vista, cioè sapevano vedere il futuro, ma avevano, in quanto vecchie, un solo dente e un occhio in tre che si passavano a turno.

Riguardo alle Gorgoni, poi, basterebbe ricordare la terribile Medusa con serpi per capelli,, capace di mutare in pietra chi la guardava in volto.

Oddio, ci sono anche tante signore anziane e rifatte che possono fare un simile effetto, con la differenza che non hanno serpi per capelli: al massimo parrucche di nylon dai colori fantasiosi.

Per loro conto i tre folletti, dispettosi come sono tutti i folletti, si erano divisi i compiti: Peng prospettava agli uomini ricchezze e potere, che asseriva di poter fare avere a chi lo avesse riconosciuto, insieme ai suoi fratelli, come suo signore e padrone.

Quello di essere fratelli era un pro forma: in realtà, come detto, i tre si detestavano, come spesso avviene fra i gemelli (tre, poi…) che cominciano a litigare già nel grembo materno per la conquista dello spazio.

Ping il secondo dei tre, offriva i piaceri della carne e dello spirito, vale a dire l’amore sacro e l’amor profano e chiedeva in cambio rispetto e denaro, tanto, tutto, compreso il tesoro che l’interessato avrebbe ricevuto da suo fratello Peng, che pareva essere il capo dei tre; almeno lui si riteneva tale.

Pang era il peggiore dei tre, il più cattivo in quanto era il meno intelligente: non sapendo escogitare nulla, per dispetto dava la vista reale e faceva vedere come queste promesse fossero effimere ed illusorie: solo un misero trucco da illusionisti.

Qualcuno narrava di averli visti, qualcuno diceva dei loro poteri e di ciò che potevano dare: pochi, o nessuno, ci credevano; un tizio era andato a raccontare di loro al “Maurizio Costanzo show”, presentando anche delle presunte fotografie in cui non si vedeva assolutamente nulla.

È difficile, molto difficile, riuscire a fotografare da distante esserini alti solo pochi centimetri, che per di più amavano spostarsi velocemente nei boschi saltando di fungo in fungo, quasi che questi fossero stati dei tappeti elastici.

Saltavano, divertendosi come matti, ma poi cominciavano a litigare, ad azzuffarsi e finiva inevitabilmente che rotolavano giù dai funghi ammaccandosi le onuste giunture.

Ritornando al fungaiolo, questi diceva di averli visti e di aver loro parlato, ma essendo duro d’orecchi e portando un apparecchio acustico, non era riuscito a capire un acca di quello che le loro flebili vocine dicevano: il frastuono di una farfalla che batteva le ali, aveva coperto le loro voci e i tre se n’erano andati arrabbiati, mandandolo vistosamente a quel paese (quale non si sa, forse quello più vicino al bosco).

Risultato, il presentatore, non meno crudele dei tre fratelli folletti, prese in giro il malcapitato facendogli fare la figura del matto e del mitomane.

Era, però, bastata questa apparizione televisiva per fare nascere dei “Folletti fan club”, dei veri fanatismi, con siti su Facebook, Twitter e My space e caterve di filmati, tarocchi, ovviamente su You tube.

Era la stessa cosa che succedeva quando qualcuno, fotografando una mosca spiaccicata sul vetro della sua finestra, diceva di avere assistito a un passaggio di UFO proprio sopra la propria casa.

Si potevano trovare sulle bancarelle magliette dedicate ai folletti, con le più fantasiose raffigurazioni del loro aspetto, spesso assimilato a quello dei puffi o dei sette nani; a queste ne seguirono di illegali, fatte in Cina e vendute dagli extracomunitari che avevano rinunciato perfino al commercio di sigarette di contrabbando e DVD pirati e, agli angoli delle strade ti sussurravano all’orecchio: “Signò, vuoi maglietta di tre folletti? Per te faccio pochi soldi”.

Poi, le mode, si sa, passano, gli entusiasmi, soprattutto quelli più violenti nel loro apparire, si spengono con identica rapidità e presto tutti dimenticarono i tre folletti.

Mauro no, Mauro li aveva visti veramente, seppure dall’alto, seppure da lontano e lui la vista l’aveva buona e così pure l’udito.

E anche in quella pessima fotografia mostrata in televisione, a lui non erano sfuggiti quei tre puntini sfocati che, ciascuno dall’alto, si fa per dire, di un fungo, sembravano rivolgersi verso l’obiettivo.

Mauro ci credeva, ci vedeva bene e ci sentiva meglio: per il resto non era molto soddisfatto della propria vita, del proprio stato patrimoniale e di quello sentimentale e, a quanto si raccontava, i folletti ti potevano dare ciò che volevi in cambio di devozione e rispetto.

Allora andò a cercarli; seguì le piste dei cercatori di funghi e gli ci vollero quindici giorni, ma alla fine li incontrò.

Loro non erano spaventati dall’intruso e furono essi stessi a raggiungerlo saltando e rimbalzando da un porcino a un’ammannita.

Ciao, io sono Peng – disse il primo – se mi giuri fedeltà e devozione io ti posso fare ricco e, se vuoi, farti anche diventare famoso”.

“Nooooo, non dargli retta –  disse Ping – mio fratello è un millantatore: che te ne fai dei soldi e della fama? Il sesso è più importante ed io ti posso fare avere qualsiasi donna o uomo o animale tu voglia; una volta ho fatto innamorare un uomo del suo termosifone… o il termosifone dell’uomo: non ricordo bene! Però in cambio voglio tanti soldi, tutti quelli che hai. Se preferisci, fatti far ricco da Peng e poi dai tutto a me e avrai chi vuoi”.

“Ih, ih, ih –  si mise a ridere Pang – ho proprio due fratelli scemi: guarda qui quello che ti possono dare non durerà che poche ore” e gli fece vedere, come dentro ad un fumetto, oro che diventava polvere, risa che diventavano lacrime, Mauro che restava nuovamente da solo.

L’uomo era molto deluso: “Grazie no – disse ai tre folletti – credo che continuerò la mia vita così come mi è stata data e sarà sempre. Grazie lo stesso. Per curiosità, quanti hanno accettato le vostre proposte, fino ad ora?”. “Nessuno! Risposero orgogliosi i tre fratelli”; Mauro se ne andò.

A questo punto Peng saltò addosso a Pang, Ping fece lo sgambetto ad entrambi, che caddero giù da una alta lepiota.

Ping, ridendo, eseguì un doppio salto mortale saltando da un chiodino e quasi affondando dentro ad una spugnola e gridò: “Non mi prendete, non mi prendeteee”.

I due smisero di azzuffarsi, si asciugarono il sangue dal naso e lo rincorsero, rimbalzando di fungo in fungo come due palle pazze a caccia del compare.

 

 

 
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Pubblicato da su agosto 2, 2017 in Racconti

 

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I FOLLETTI DELLA NOTTE

I FOLLETTI DELLA NOTTE

Occorre dire, anzitutto, che a casa di Marcello, anche se lui non lo sapeva, né l’avrebbe mai saputo, si erano installati i folletti della notte in carne e ossa.

imagesTutto cominciò per il fatto che Marcello amava tutto quello che è un po’ kitch, così quando vide in vendita, su una bancarella del mercato, gestita da uno strano vecchietto, la serie dei folletti in resina, se ne innamorò subito. C’era, è vero, anche una serie di fatine dei fiori ma, per i gusti dell’uomo, queste erano troppo sdolcinate; a lui piacevano le cose un po’ più estreme, talvolta anche truci.

Aveva già acquistato, infatti, una serie di trolls dalle le forme più svariate, stupendi, nella loro bruttezza e deformità ed ora questi folletti con l’aria dispettosa, che spesso solo i giovanissimi possono avere, l’avevano subito conquistato. I folletti erano tutti, o quasi, diversi, così ne dovette acquistare una quantità incredibile. Ce n’erano in diverse pose, tutte un po’ trasgressive, sbarazzine e dispettose, ma in un modo che ispirava simpatia e allegria.

Sulla bancarella c’era un cartello, che riproduceva, in grande, il foglietto che accompagnava ogni folletto nella sua scatola, che spiegava le istruzioni per il possesso di quegli esseri fatti di resina e fantasia: una volta giunti a casa, questi non dovevano essere tirati fuori dalla loro scatolette, ma bensì occorreva tenerli al buio per quindici giorni, affinché non si accorgessero del cambiamento; dopo tale periodo potevano essere estratti dalla confezione e posti sopra una mensola o un mobile.

Oltre queste istruzioni, sul cartello c’era scritta la storia dei folletti, la loro origine e provenienza, le loro caratteristiche caratteriali e le loro capacità magiche e paranormali. Soprattutto si diceva che i folletti erano capaci di fare dispetti (del resto dovevano pur passare il tempo e divertirsi in qualche modo), ma erano anche in grado di aiutare il loro proprietario al quale, se la procedura era stata corretta, si sarebbero subito affezionati, così come avrebbero fato con la nuova casa.

Ovviamente Marcello non credeva ad una sola parola di quanto diceva il foglio d’accompagnamento, però gli piaceva stare al gioco e, a questo punto, tanto valeva seguire le indicazioni e sognare ad occhi aperti che quegli strani esseri dai capelli rossi,index verdi, gialli, arancio, dalle corte giacchette di fustagno e dai pantaloni aderenti come un collant, fossero realmente vivi e venissero a portare un po’ d’allegria nella sua casa, che è un ingrediente che non guasta mai.

Così, una volta giunto a casa col suo carico di nuovi amici (“Nuovi acchiappapolvere”, avrebbe commentato fra sé e sé la signora che veniva ogni tanto a fare un po’ di mestieri in quel caos che Marcello chiamava casa), li ripose, così com’erano, ancora nella borsa di plastica e nelle loro scatolette, nel ripostiglio al buio e segnò sul calendario della cucina la data in cui avrebbe potuto tirarli fuori ed esporsi nella loro collocazione.

Aveva, infatti, già appeso al muro una mensola, appositamente costruita da lui stesso nel piccolo laboratorio di falegnameria che aveva impiantato in cantina, posta alla stessa altezza di quella dei trolls, avendo cura di mantenere una certa distanza fra le due, nel caso che le razze non fossero andate d’accordo fra di loro.

Passati, finalmente, i quindici giorni, i folletti vennero estratti dalle scatole, appoggiati sulla mensola loro dedicata e disposti in modo da rappresentare una sorta di vita di villaggio; non sarebbero stati molto tempo, però, in quella posizione, anche se, forse, il loro proprietario non se ne sarebbe accorto.

Superato il primo momento d’entusiasmo per il nuovo acquisto, infatti, Marcello quasi si scordò di loro, salvo quando doveva mostrarli a quelle rare persone che venivano a trovarlo.

Così anch’essi, come già era avvenuto per i trolls, cominciarono a ricoprirsi di polvere e buon per loro che avevano i capelli di resina e non di fili di tessuto come i più anziani compagni, le cui barbe e chiome apparivano grigiastre per i riccioli di polvere rimastivi imprigionati.

Ma la polvere sui folletti non durò molto. Una notte, infatti, mentre il giovane dormiva, nella stanza dove erano poste le mensole risuonò un potente starnuto (potente relativamente alla piccola statura di chi lo aveva emesso, ovviamente). Il folletto borbottò un poco, poi si sfregò il naso con una manica e iniziò a discendere dalla mensola (i folletti sanno camminare sui muri come le mosche). Giunto al lavandino, si arrampicò su questo e si lavò via la polvere, ben presto imitato dai suoi fratelli.

imagL’acqua scorreva, i folletti cantavano allegramente mentre si lavavano sotto il fresco getto d’acqua; i loro vestiti erano ben piegati sul bordo del lavandino e, più tardi, sarebbero stati lavati anch’essi, visto che i folletti non avevano ricambio di abiti. “Allora, abbiamo finito di fare tutto questo baccano – urlò dal tinello uno dei trolls più anziani, quello che si reggeva con un nodoso bastone a causa dei reumatismi – noi siamo anziani e vogliamo dormire. Grunf! Giovani!”. I folletti non lo ascoltarono neppure e continuarono, nudi, a fare la doccia, cantare e scherzare fra di loro.

Come si avvicinò l’alba, però, si rivestirono e si arrampicarono per raggiungere la loro mensola sulla quale avrebbero riposato, immobili, per tutto il giorno e fino alla notte seguente. Al suono della sveglia Marcello si alzò; sbadigliando si recò, in pigiama e pantofole, nella cucina – tinello, sbadigliò ancora una volta e, distrattamente, chiuse il filo d’acqua che scorreva dal rubinetto del lavello, senza neppure chiedersi come mai questo fosse aperto.

Poi bevve il suo caffé, si vestì e andò a lavorare: se fosse stato un po’ più attento si sarebbe accorto che i folletti non erano più nella disposizione che lui aveva dato loro e che il troll col bastone era caduto, forse vittima di uno sgambetto.

Dal giorno, anzi dalla notte, del risveglio dei folletti, cominciarono a succedere cose strane in casa di Marcello: piccoli oggetti che sparivano, cose che non erano più al loro posto, rubinetti aperti, luci accese e acqua per terra. Non passava giorno che Marcello non fosse costretto a trascorrere ore a cercare chiavi, occhiali e oggetti che non erano più dove avrebbero dovuto essere.

Durante il giorno i folletti non potevano muoversi, ma la notte, quando si animavano, la prima cosa che facevano era scoppiare a ridere sonoramente al ricordo delle imprecazioni del loro padrone che impazziva per trovare quanto loro gli avevano spostato o nascosto.

Non erano esseri cattivi, ma erano giovani ed avevano voglia di divertirsi: in fondo qualche innocente scherzetto non faceva del male a nessuno e li aiutava a passare serenamente e in allegria le loro nottate.

Purtroppo, però, venne il giorno in cui Marcello perse non le chiavi della macchina, ma il lavoro (e non per colpa dei suoi amici).

C’era la crisi del gas e del petrolio, si era persa competitività e chi, come lui, non sapeva mostrare le unghie, ci rimise il posto.

I folletti potevano anche essere dispettosi, ma di sicuro non erano stupidi e neppure insensibili: capirono il momento di difficoltà del loro amico e smisero perfino di fare dispetti.

Il giovane cominciò a prendere pastiglie che, a lungo andare, gli avrebbero fatto male; erano antidepressivi, anche se i folletti non conoscevano il termine; avevano, però, capito che erano cose dannose, così di notte si arrampicavano fino al comodino di Marcello e sostituivano le pastiglie con caramelle alla menta di una scatoletta che avevano rubato e nascosto tempo prima.

Il tempo passava, Marcello era sempre più triste e preoccupato, spesso piangeva e anche i folletti, che si erano affezionati a lui, avevano smesso di divertirsi e avevano perso il sorriso.

Presto finirono anche i risparmi di Marcello e la situazione era divenuta per lui veramente preoccupante.

Il giovane aveva speso al supermercato la sua ultima banconota e già il giorno dopo doveva pagare la bolletta della luce.

Sconsolato aprì il portafogli e vi trovò un’altra banconota: “Che strano, ero sicuro di avere speso l’ultima – disse fra sé – si vede che mi ero sbagliato”.

Mai gli sarebbe passato per la mente che quello era il regalo dei folletti.

Da quel giorno, però, ogni giorno una banconota nuova compariva all’interno del portafogli di Marcello; dapprima si stupì, ma poi non si chiese più nulla, perché la magia non va indagata, ma presa così come viene, perché nella vita c’è bisogno anche di un pizzico di poesia, di magia, di mistero e d’irrazionale.

Il peggio passò, grazie anche all’aiuto dei folletti della notte: Marcello trovò un altro lavoro e smisero di comparire soldi nel suo borsellino, in compenso ricominciarono a sparire le chiavi dell’automobile.

Marcello un sabato era al mercato e vide, su di una bancarella, anzi, sulla solita bancarella, una serie di fatine di fiori: guardandole bene non erano affatto brutte e sarebbero piaciute ai suoi folletti: meglio loro di quei vecchi trolls brontoloni con la dentiera!

E poi, chissà quali nuove magie avrebbero inventato per lui! Le istruzioni dicevano…

Se non trovate più qualcosa che eravate sicuri di aver messo in un certo posto, accertatevi di non avere, di recente, acquistato un follettp… oops, ho fatto un errore, ora lo correggo, ma dov’è finita la mia gomma?

inde

 
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Pubblicato da su giugno 8, 2014 in Racconti

 

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