RSS

Archivi tag: ANZIANI

PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

ULTIMO PIANO

ULTIMO PIANO

 

Gianfranco era un uomo piccolo e solo.

Entrambe le cose erano frutto del tempo: con gli anni tutti erano usciti dalla sua vita, famigliari, amici, anche solo i semplici conoscenti.

Alto, poi, non lo era mai stato, ma con gli anni, forse sotto il peso della vita e di tutto ciò che questa gli aveva portato, o meglio negato, sembrava che si fosse richiuso su se stesso.

Probabilmente aveva a che fare non con il suo animo, ma con la consunzione delle articolazioni date da una vita di lavoro.
Gianfranco, piccolo, solo e triste.

Abitava in una casa inversamente proporzionale a lui: mentre Gianfranco si rimpiccioliva, questa pareva diventare più grande, non fosse altro che per tutte le persone che ne erano uscite per sempre.

Ma pur così grande questa era ingombra di ricordi, di cose che mai l’uomo avrebbe buttate via oppure regalate, perché facevano parte di lui.

Una casa grande, probabilmente poco ordinata, data la mole di oggetti, libri, indumenti accumulatisi là dentro, sicuramente fredda.

condL’appartamento era situato in un condominio che si avviava verso il secolo di vita, anche se nel tempo aveva subito numerose ristrutturazioni, che se non lo rendevano moderno o lussuoso, lo mostravano pretenzioso, come una vecchia nobile decaduta che mantiene l’eleganza nel vestire, nell’agghindarsi, nel truccarsi per nascondere le rughe e i segni dell’età.

Una palazzina borghese di quattro piani, nata senza ascensore, ma fortunatamente con un impianto di riscaldamento centralizzato che aveva visto il carbone, il gasolio ed ora funzionava a metano.

Eppure era insufficiente a scaldare l’appartamento dell’ultimo piano, così grande, così pieno di cose, ma vuoto di persone e d’amore.

Certo, gli appartamenti non sono così sensibili alle emozioni: era anche qui una questione pratica: sopra c’era solo un sottotetto gelato da cui il calore si disperdeva e poi tre lati dell’appartamento erano esposti ai venti, non appoggiati ad altre costruzioni, ed un lato era rivolto a nord ed anche questi contribuivano a disperdere il calore.

Ovviamente per le stesse motivazioni tanto era freddo d’inverno, tanto era rovente d’estate.

Fra le altre cose, i quattro piani a piedi, magari con le borse del supermercato o quelle di frutta e verdura del mercato settimanale, cominciavano a pesare a Gianfranco, contribuivano al suo rimpicciolirsi: forse prima di andarsene sarebbe stato risucchiato su se stesso.

Da quando, poi, l’uomo era in pensione, le giornate sembravano ancora più lunghe e pesanti da portare a conclusione.21895855-coppia-di-anziani-a-guardare-la-televisione-comodamente-seduti-su-un-divano-con-le-spalle-alla-telec

Un po’ di televisione, ma non si può passare l’intera giornata seduti sulla poltrona sfondata a guardare programmi spesso insulsi; un po’ di lettura, ma anche in questo caso dopo un po’ i vecchi occhi stanchi di Gianfranco diventavano ancora più umidi e stanchi tanto da confondere la lettura delle parole.

Allora lui girava di stanza in stanza, come cercasse qualche cosa, forse i suoi anni migliori, se mai ce n’erano stati, per fare con loro conti e bilanci.

Se possibile usciva sul balcone, da cui si vedevano solo case e tetti fino a diventare insopportabili a guardarsi, oppure guardava dalla finestra sull’altro lato della casa: anche qui altre case, altri appartamenti, ma più vicini, molto, quasi intimi.
Incominciò, allora ad osservare meglio i vicini, gente con cui non aveva mai avuto contatti, della quale sapeva a mala pena il nome e neppure di tutti, gente che non aveva mai preso in considerazione, ma ora si rendeva conto che i pochi metri di distanza 670px-Spy-on-Neighbors-Step-4li rendevano quasi parte della sua vita.

Lui era più in alto, da lassù vedeva tutto e tutti, magari socchiudeva le persiane per non farsi sorprendere a guardare e spiare le vite degli altri.

Lui stesso, spesso, si rendeva conto di rubare qualcosa a quella gente, rubare la loro vita gelosamente racchiusa fra le mura della propria casa.

Al primo piano c’era una coppia di settantenni, rimasti soli dopo il matrimonio della figlia: litigavano spesso, urlavano, se lui lasciava i vetri socchiusi poteva ascoltare parola per parola le motivazioni di quei litigi, magari prendeva le parti di uno o dell’altra, a seconda delle motivazioni della discussione.

Sopra di loro stavano altri due coniugi, coetanei dei primi; anch’essi erano rimasti da soli dopo che i figli si erano fatti una famiglia e un’altra casa.

Loro, però, spesso avevano ospiti i figli a pranzo, magari la domenica, e a volte il nipotino rimaneva a dormire: lo capiva dal pigiamino o dalla sua biancheria stesi.

Quando non c’erano, le persiane chiuse lo testimoniavano, sapeva che andavano al mare, perché vedeva la signora che aveva preso un po’ di colore in viso e poi, nella stagione più calda, c’erano i teli da spiaggia stesi.

Un poco più a lato e sopra di questi, in realtà in un altro condominio, però confinante con quello, c’era gente più giovane: casa vecchia, gente vecchia, casa nuova, gente giovane.

Quelli di primo e secondo piano non li vedeva mai, anche perché i loro balconi erano ingombri di piante folte come foreste; li notava solo quando andavano in giardino a far giocare i bambini: li vedeva e li sentiva, sentiva il chiasso dei bambini che giocavano e le chiacchiere delle madri sedute a fumare e sorvegliarli… per modo di dire.

Al terzo piano, invece, c’era una coppia con un bambino, ma il piccolo non c’era sempre: forse era figlio di uno solo dei due, verosimilmente separato, e il resto del tempo lo passava con l’altro genitore naturale.

Se era così doveva essere figlio dell’uomo, o sarebbe stato più tempo lì se fosse stata la donna la sua vera madre.

Lafinestrasul cortileQuesti avevano l’abitudine di girare nudi per casa, coppia e bambino, ed allora, quando li vedeva così svestiti Gianfranco chiudeva le persiane per non dare l’impressione del maniaco, oltre che del curioso impiccione.

Quando venivano le giornate di festa: Pasqua, Natale e così via, spesso sentiva le persone festeggiare, sedersi chiassosamente e felicemente a tavola insieme ed allora lui che era solo, ma li sentiva, li vedeva, si sentiva un po’ parte di quelle feste, un po’ di famiglia.

A volte erano in tanti da dover lasciare le finestre socchiuse per cambiare l’aria ed allora sentiva, o provava ad indovinare, i profumi della cucina, del cibo: inconfondibile l’arrosto, invitanti le lasagne, stuzzicanti i sughi.

Col tempo prese l’abitudine di stendere uno strofinaccio da cucina sulla libreria che aveva sotto la finestra della camera, apparecchiava l’angusto spazio, portava lì cibo e bevande, non certo ricercati e appetitosi come quelli dei suoi vicini, ma così pranzava in compagnia, era meno solo, meno triste.

Le loro vite erano diventate le sue, senza il loro permesso, come un ladro lui rubava la loro intimità sapeva dei loro peccati, entrava nelle loro case, ma se non altro adesso non era più così solo.

Rubava le esistenze altrui per necessità, per sopravvivere, per sconfiggere la malinconia della solitudine.

Forse, se lo avessero saputo, l’avrebbero scacciato dalle loro vite, magari denunciato per furto, furto di vite altrui.

A volte lui stesso non sapeva più se chiamarsi Rossi, Bianchi, Calascibetta o Antonini: forse era un po’ tutto e un po’ niente, ma adesso aveva tante famiglie, anche se per loro lui era solo l’uomo senza nome dell’ultimo piano

images

 
Lascia un commento

Pubblicato da su settembre 26, 2015 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,

IL GATTO SUL LETTO

IL GATTO SUL LETTO

 

Questa, si dice, è una storia vera: qui verrà raccontata come una novella.

* * *

Se c’è un luogo più brutto e triste perfino di un camposanto, questo è senza dubbio un ospizio per anziani.

Gente che ha lavorato una vita, persone che hanno fatto sacrifici per crescere i figli, farli studiare, dare loro una posizione, questi sono i ricoverati.

Uomini e donne che forse, dopo aver sistemato, come si suol dire, i figli, speravano di godersi con loro l’ultimo veccbrandello di vita, nonostante una miseria di pensione, ma si sa che i vecchi non hanno troppe esigenze e basta loro poco per sopravvivere, per scambiare un raggio di sole per una giornata estiva e un sorriso per amore.

Purtroppo, però, i figli dimenticano, dimenticano in fretta tutti quei pannolini cambiati loro, le notti insonni di una madre a mettere la pezzuola bagnata sulle loro fronti brucianti di febbre.

Scordano i sacrifici e masticano imprecazioni perché debbono integrare la retta dell’ospizio, perché la pensione di mamma e papà non è sufficiente.

Spesso attendono solo che quell’ingombrante presenza se ne vada per sempre: un attimo di dolore, è vero, qualche lacrima soprattutto per i presenti, ma dopo una vita di libertà e di risparmio mensile: vuoi mettere…

Almeno fino a quando i loro, di figli, non li rinchiuderanno a loro volta in uno di quei luoghi grigi e maleodoranti di feci, di urina, di disinfettanti, di vecchiaia e di morte.

In fondo, quando si parte per un viaggio, si aspetta sempre il treno in una sala d’attesa: ecco, un ospizio è come una brutta sala d’attesa dove si aspetta di partire per l’ultimo viaggio, quello senza ritorno.

E quei vecchi, con le loro piccole manie, con quei gesti un poco da matti, molti di loro, magari, già fuori di testa, danno proprio fastidio, ne danno anche a chi li accudisce giorno e notte al posto di quei figli e nipoti smemorati ed ingrati.

I vecchi, in quanto tali, appartengono ad un’altra epoca, una dove c’era senz’altro più educazione e rispetto e per questo anche quando se ne vanno lo fanno con discrezione, in silenzio, sulle punte dei loro poveri piedi deformi e doloranti.

Eppure, anche in questi luoghi senza speranza, chi ha così poco si accontenta di ancora meno e gli basta quasi nulla per essere felice, per sentirsi ancora una persona viva e dignitosa.

Può essere la televisione, magari il varietà del sabato sera perché è spensierato, anche se a molti altri pare sciocco; basta loro solamente un sorriso, magari da un visitatore sconosciuto, una parola buona, un piccolo gesto d’affetto, una carezza.

Nel ricovero della nostra storia a dare un po’ di gioia ai vecchi e alle vecchie (anche se il sesso delle persone qui è indifferente, oramai) che aspettano l’ultimo treno, è da poco arrivato un gatto, un grosso gattone tigrato, comparso misteriosamente e all’improvviso da chissà dove e subito diventato il beniamino dei degenti e solo per questo tollerato da inservienti e personale dell’ospizio.

Più di una volta qualche vecchietta si era nascosta dentro nel fazzoletto un po’ della carne macinata (più facile gattoda mangiare per chi non ha denti) del suo pranzo non certo sopraffino e ricercato e neppure abbondante, e, senza farsi vedere, l’aveva poi portata al micio.

Morfeo, l’avevano chiamato, perché lo si vedeva per lo più addormentato su un calorifero, o magari sul vecchio e mastodontico televisore della sala comune, ma mai sui letti dei ricoverati.

Probabilmente quell’odore di vecchi lo infastidiva: si sa, i gatti hanno molto più olfatto degli umani.

Eppure un giorno, inaspettatamente, degenti e inservienti videro il gatto acciambellato  sul letto di un vecchio paziente non più auto – sufficiente e molto malato, tanto da avere i giorni contati; la sua malattia? un male incurabile: vecchiaia.

Il gatto era addormentato in fondo al letto, di fianco ai piedi dell’uomo; chissà se lui se n’era accorto: difficile, con la mascherina dell’ossigeno sul volto e cervello e un piede già sul predellino dell’ultimo treno.

Il giorno seguente il letto era vuoto: il vecchio era partito per sempre, si spera verso un mondo migliore e il gatto non era più né sul letto, né nella stanza.

Tutto normale: un vecchio muore e un gatto, che è uno spirito libero, decide di andare a dormire da qualche altra parte e difatti lo rividero sdraiato nuovamente sul televisore con la coda a penzoloni davanti allo schermo e lì ritornò a dormire per diversi giorni a seguire.

mortPoi, improvvisamente, il gatto sparì dal televisore e fu visto su un altro letto, di una donna, questa volta, anch’essa al termine del suo soggiorno nel ricovero e in questo mondo.

E il giorno seguente la donna era spirata.

Ma anche stavolta nessuno trovò nulla che fosse al di fuori della normalità.

Eh già, un luogo come quello è proprio come una stazione: c’è chi arriva, c’è chi parte lasciando il proprio posto ad altri e nessuno si stupisce se in una sala d’aspetto le persone cambiano sempre, anche se c’è qualcuno che rimane un po’ più a lungo di altri, in attesa di un treno in ritardo ma che, comunque, o prima o dopo arriverà, oh, se lo farà, perché quel tipo di treno non viene mai soppresso.

Ci fu  poi un periodo di calma, là dentro: per quasi un mese nessun degente venne a mancare: una rarità.

Il gatto alternava televisore e caloriferi, ma un bel giorno, ancora una volta, ricomparve sul letto di una degente, solo che lei non pareva essere giunta alla fine ed era felice di quella compagnia notturna: da quando troppi anni prima il suo unico amato l’aveva preceduta nell’altro mondo, nessun essere vivente aveva mai più diviso il letto con lei.

Anche se la donna, come detto, pareva stare bene, la sera si addormentò e non si svegliò più: la trovarono il mattino seguente con un’espressione serena, ma senza più fiato, né anima.

E il gatto se n’era andato dalla stanza.

Stavolta qualcuno notò quella curiosa coincidenza: per tutti gli ultimi decessi l’animale, che fino ad allora aveva disdegnato i letti dei degenti, era comparso per l’ultima loro notte sulle lenzuola dei partenti.

La cosa fu ancora più evidente dopo altri quattro casi.

E divenne argomento universale di conversazione all’undicesimo.

C’era chi sosteneva che il gatto rubasse il respiro ai moribondi, chi diceva fosse, come si credeva nel medioevo, il demonio venuto a riscuotere il suo tributo, chi sosteneva, invece, che fosse un angelo reincarnato in quel corpo animale e al quale era affidato il compito di accompagnare i viaggiatori in carrozza.

I più pragmatici parlavano di odore di morte percepito dall’animale, mentre qualcuno sosteneva che il micio potesse avere il dono di vedere la nera signora con la falce e che tentava di spaventarla, senza riuscirci, con la sua presenza sul letto.

O magari era solamente pietà, perché chi aveva vissuto da solo gli ultimi anni, non morisse altrettanto solo.lett

Nessuno allontanò mai il gatto, ma tutti un po’ lo temevano, temevano, una sera o l’altra, di vederlo acciambellato sul letto, il proprio letto: qualcuno, magari, lo sperava perfino.

* * *

Si dice che in più di un ospizio per anziani spesso sia comparso dal nulla un gatto e che questo dormisse solo sul letto di chi stava morendo e solo per l’ultima notte: nessuno ha mai chiarito, scientificamente, il mistero.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 19, 2013 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,