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La figlia del poliziotto

LA FIGLIA DEL POLIZIOTTO

La storia della domanda di pre-pensionamento chiusa nel cassetto del commissario Grieco era, chissà come trapelata: non doveva saperlo nessuno, neppure i due più stretti collaboratori del poliziotto e invece era diventato il segreto di Pulcinella e le solite serpi, quelli che avevano soprannominato il commissario “Stellone” per le sue fortune nelle indagini, ora avevano messo in giro la voce che la A. di Alfonso stesse invece per A. di Amleto per il suo dubbio, appunto… amletico, “firmo o non firmo?”.

Grieco ancora non sapeva nulla di queste maligne indiscrezioni che giravano sul suo futuro, ma in sostanza era sempre più deluso da quel lavoro che lo metteva a contatto con troppe brutture e miserie umane.

Non servì, dunque, a migliorarne l’umore il ritrovamento dello scheletro della bambina.

Era autunno, tempo di funghi, ma non c’era bisogno di andare in Trentino per trovarne, bastavano poche decine di chilometri per arrivare a Sforzesca, nella zona di Vigevano, verso il sud di Milano; non c’erano certo porcini, ma gambasecca, chiodini e se si era fortunati qualche mazza da tamburo.

Ed era stato proprio un fungaiolo da brughiera a trovare i macabri resti, o meglio li aveva trovati il suo cane, che non era un cane da trifola, ma da compagnia e che si era messo a scavare abbaiando felice e poi era ricomparso con un femore in bocca pretendendo che Bartolomeo, il suo padrone, glielo lanciasse.

L’uomo, poi aveva visto il resto dei… resti e, nell’ordine, aveva vomitato, poi bevuto un lungo sorso di vino dalla borraccia e infine telefonato ai carabinieri.

Ma quando c’è una grana, un delitto dal passato, il tutto arriva poi sempre da lui, da Grieco, che pure è poliziotto e non carabiniere, con la scusa che è bravo, che negli omicidi è il numero uno, lui, anche se è Amleto e Stellone. Ancora una vittima innocente, ancora un duro colpo alla voglia di restare in servizio del commissario

Che fosse una bambina e non un maschietto l’aveva stabilito subito il patologo, il dottor Palermo, esaminando le ossa del bacino di quel piccolo scheletro.

Appena diffusasi la notizia fra le mura di via Fatebenefratelli, piombò nell’ufficio di Grieco il commissario Rolando Dieghi, dell’antitruffa. La sua storia era una storia triste e la conoscevano anche i muri là dentro: quattro anni prima la sua bambina di sei anni era sparita, mai più ritrovata; sua moglie aveva prima tentato il suicidio e poi era finita in una clinica psichiatrica senza possibilità di uscirne mai più guarita e da allora ad ogni ritrovamento di cadaveri o ossa di bambini, più frequente di quanto si possa pensare, lui, Rolando, piombava in ufficio dal collega incaricato delle indagini con due speranze: che fosse la sua Caterina, così da darle almeno una sepoltura e che non lo fosse, così da poter ancora sperare.

Dargli la notizia toccò proprio a Grieco, che aveva ricevuto il rapporto dal dottor Palermo, il medico legale e dal tenente Marchetti, responsabile della sezione scientifica: il D.N.A. non lasciava dubbi, questa volta: quei miseri resti erano della sua Caterina; ci sperava, lo temeva, ma ora, se non altro, sapeva.

Per lo meno, dato lo stato dei resti, solo ossa e capelli, in pratica, non era stato possibile stabilire se la piccola avesse subito violenza, anche se nessuno ne dubitava.

La bimba non sarebbe mai andata a scuola, non avrebbe tormentato la madre per avere un paio di scarpe o un abitino alla moda, alle medie non avrebbe preso la prima cotta, magari per un cantante o un attore. Non avrebbe fatto il liceo, l’università, non si sarebbe fidanzata, lasciata, ri-fidanzata, sposata, non gli avrebbe dato dei nipotini.

Il commissario Dieghi pianse abbracciato all’imbarazzatissimo Grieco che non aveva parole, anche perché non servivano e non ne esistevano.

C’era, però, qualcos’altro, qualcosa che al momento il collega non doveva sapere: setacciando il terreno dove erano stati sepolti i resti della bambina erano state trovate le unghie e sotto le unghie del materiale organico da cui si stava estraendo il D.N.A. del presunto colpevole.

Caterina non per niente era figlia di un poliziotto: aveva lottato, si era difesa, aveva graffiato il suo carnefice, magari questo l’aveva mandato in bestia, ma il destino della bambina era segnato comunque. Una bambina di sei anni non aveva speranza di vittoria contro un uomo adulto, eppure, a distanza di anni era lei adesso che stava vincendo, che stava sconfiggendo il mostro, l’uomo nero della filastrocca.

Al commissario fu data una licenza per lutto stretto e fu spedito a casa, ma il vero motivo era il tenerlo lontano dalle indagini per quelle menate del conflitto d’interessi, del coinvolgimento personale. Grieco gli assicurò, prima che se ne andasse, che non si sarebbero dati pace lui, i suoi uomini, l’intera questura, fino a che il colpevole non fosse stato preso: adesso che c’era un corpo potevano indagare, cercare indizi e prove.

Mentre stava uscendo dall’ufficio di Grieco, Rolando Dieghi si voltò, lo prese per il bavero e, fra le lacrime, gli disse, lo supplicò, lo minacciò: “Alfonso, se lo trovi, lascialo a me” poi andò via, sparì nei lunghi corridoi tetri di quel luogo spiacevole pure per chi ci si guadagnava da vivere lì dentro.

Questa volta Grieco e i suoi uomini ebbero fortuna: niente viaggi, niente interrogatori, niente “metodo Grieco”: questa volta bastò il metodo Marchetti: il D.N.A.  dell’assassino di bambine era schedato e, guarda un po’, per molestie, corruzione e tentata violenza su minore, una bambina di cinque anni, fortunatamente salvata in tempo da alcuni passanti.

Adesso non sapevano solo il suo nome, non conoscevano solo il suo volto, ma avevano anche un indirizzo. Cercarono di tenere tutto segreto, ma la questura ha mille occhi, mille orecchie e tanta solidarietà verso i colleghi: dovevano fare presto, prima che la cosa arrivasse al commissario Dieghi.

Partirono i soliti tre: Grieco, Trentin e Jovine a bordo della macchina senza insegne e senza riscaldamento, la meta era una villetta ex casa minima di Bruzzano.

Stavano per bussare e qualificarsi quando sentirono dall’interno un pianto di bambino o di bambina, difficile a dirsi, però loro avrebbero scommesso sul fatto che fo

La porta era massiccia, difficile da sfondare a spallate o calci, ma Jovine tirò fuori quello che un poliziotto non dovrebbe avere: uno spadino, l’attrezzo per aprire le serrature che usano i ladri e che anche lui aveva imparato ad usare.

Ci vollero pochi attimi perché la porta si aprisse nel massimo silenzio.

Avrebbe potuto essere una violazione di domicilio, una cosa illegale entrare così, forzando la porta, senza bussare e qualificarsi, ma l’aver sentito la bambina piangere li autorizzava all’irruzione d’emergenza.

Non volevano preannunciarsi, troppo pericoloso per la creatura in pericolo.

Attraversarono un corridoio con alle pareti diverse fotografie tutte di bambine: forse altre vittime, probabilmente Caterina non era stata la prima, né l’unica, poi entrarono nella camera dalla quale provenivano le voci: “Togliti anche le mutandine” intimava una voce d’uomo; la voce più giovane continuava a piangere e implorare.

Ai loro occhi si presentò l’uomo delle foto segnaletiche, nudo dalla cintola in giù, eccitato, enormemente eccitato, minacciava la piccola, in slip e maglietta con un coltello; poi, accortosi della presenza dei tre poliziotti, rivolse l’arma contro di loro; non voleva andare in prigione, sapeva che accoglienza avrebbe avuto dagli altri carcerati, che saranno delinquenti, ma hanno un loro codice d’onore: i bambini non si toccano.

A questo punto i tre uomini si guardarono l’uno con l’altro: nessuno dei tre aveva con sé una pistola, un errore imperdonabile che avrebbe potuto costare le loro vite e quella dell’ostaggio; non sapevano che fare.

Certo, i due poliziotti più giovani avrebbero potuto saltare addosso all’uomo, che peraltro non era proprio un fuscello, dai due lati: uno l’avrebbe immobilizzato, probabilmente, ma altrettanto probabilmente l’altro si sarebbe preso una coltellata che avrebbe anche potuto essere mortale.

L’istinto diceva loro di salvare la bimba, ma la ragione suggeriva anche di proteggere le loro vite. In questo impasse, il momento decisivo fu l’irrompere nell’appartamento e nella stanza del commissario Dieghi.

Lui sì che ce l’aveva la pistola, non la Beretta automatica d’ordinanza, ma una Colt a canna corta, un revolver a tamburo probabilmente illegale, come del resto avevano molti poliziotti come riserva e di solito la portavano alla caviglia. L’uomo aveva lo sguardo allucinato, la barba mal fatta da almeno tre giorni, la camicia sbottonata al collo e la cravatta allentata e storta.

Puzzava, puzzava di alcol e di sudore e di disperazione.

Approfittando dello scompiglio dato dal suo ingresso la piccola corse a rifugiarsi dietro al commissario Grieco, abbracciandone le gambe con le sottili braccine nude. “Prendi la piccola e vattene Alfonso, i suoi l’aspettano per riabbracciarla, lascialo a me”. 

Grieco avrebbe voluto obiettare, ma in quel momento, davanti al dolore dell’uomo, non aveva argomenti; in un attimo rivide pagine di giornali vecchie e recenti: i due bambini uccisi a Foligno e il mostro ora libero e loro sempre morti e poi il bimbo di Cogne con la testa fracassata e la madre assassina in semilibertà, con lui, invece, sempre del tutto morto e dimenticato.

Così va la giustizia in Italia, anzi la legge, perché la giustizia è un’altra cosa: niente pena di morte, niente ergastolo neppure per i mostri e anche questo avrebbe patteggiato una ventina d’anni e ne avrebbe fatto la metà, forse e poi via, libero, magari libero anche di violentare ed uccidere altre bambine.

Il commissario prese in braccio la piccola che subito gli si strinse al collo, mentre Jovine si toglieva il giubbotto per coprirla, per proteggerla dagli sguardi e dal freddo, visto che era seminuda.  I tre poliziotti s’intesero a sguardi: si voltarono e uscirono.

Appena in strada udirono lo sparo: avrebbero dovuto conviverci con quanto avevano fatto, anzi non fatto, ma non sarebbe stato difficile perché era stata la cosa giusta da fare e poi c’era l’urgenza di riportare una creatura alla sua famiglia e poi erano stati minacciati, e poi, e poi….

Per il collega non c’era problema: quello era armato di coltello e minacciava quattro persone, di cui tre poliziotti disarmati e una bambina e, comunque fosse andata, non importava, perché per lui oramai la sua vita era finita da un pezzo.

P.s. nella seconda immagine l’attore Orso Maria Guerrini che idealmente identifico col commissario Grieco, solo che Grieco non è calvo, ma con un riporto laterale

 

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Pubblicato da su dicembre 4, 2017 in Racconti

 

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I TERRORISTI

I TERRORISTI

 

Premetto che questo racconto non è del tutto originale, ma una mia personale riedizione di un racconto particolare che lessi molti anni fa.

Non ne cito l’autore semplicemente perché non me lo ricordo.

* * *

Si può dire di tutto dei dittatori, ma non che non possiedano una certa dose d’intelligenza selvaggia, o forse di furbizia, che dell’intelligenza è il surrogato quando questa è carente e se proprio, proprio sono poveri anche di tale surrogato, allora c’è chi arriva in loro soccorso.

Il dittatore di cui parliamo, quello del terzo millennio, si era adeguato alla bisogna e si era circondato di pubblicitari, di p.r, di psicologi, persone utili a stabilire le strategie che gli evitassero un’opposizione che gli facesse fare la fine di tanti altri malati di potere e di megalomania prima di lui. Ma del resto la strategia che avevano sviluppato non era una novità: esisteva da oltre duemila anni, l’avevano già scoperta i Romani e senza agenzie pubblicitarie.

Loro, i nostri antenati lontani, la chiamavano: “Panem et circensis”, vale a dire che per dominarlo occorre dare al popolo il minimo indispensabile per sopravvivere e poi ciò che più desidera per distoglierlo dalle cose più profonde e magari potenzialmente pericolose per il potere auto – nominatosi.

Da un paio di decenni si era imposto questo nuovo ordine mondiale: se si vuole la si può chiamare dittatura, perché di questo si trattava: niente elezioni, niente stato sociale, nessuna discussione sulle leggi da approvare.

aCome tutte le dittature era stata imposta e mantenuta, almeno nella prima fase, con la violenza, la repressione, con sangue e con tanti morti, ma poi erano intervenuti i consiglieri del presidente e tutto era cambiato e allora non ci fu più bisogno di repressione per tenere il popolo a bada e avere il suo consenso.

La popolazione era divisa in due categorie economiche ben distinte e neppure questo era una novità, semmai un ritorno al medioevo, ai signori, i vassalli e i servi.

Oramai c’era una ristretta cricca, ma forse si dice più modernamente lobby di

imprenditori, speculatori, latifondisti che faceva il bello e il cattivo tempo, che in realtà teneva per i fili il burattino che avevano messo al potere facendogli credere di essere al comando, mentre invece era lui ad essere comandato ed anche questo è un “panem et circensis”, un dare ad ognuno ciò che brama.

La stragrande maggioranza delle persone, per contro, serviva solo come carne da cannone,  per così dire: serviva cioè a produrre ricchezza per loro, i veri padroni del mondo e come detto non vi erano più diritti, non vi era più neppure una parvenza di stato sociale ed allora la gente non andava in ferie, non aveva assistenza sanitaria, né pensione, né istruzione e quando non poteva più lavorare o moriva o spariva.

Eppure nessuno si ribellava, o almeno quasi nessuno, perché il dittatore aveva dato loro ciò a cui tutti o quasi ambiscono: il sesso! Era così: ogni forma di sessualità, di perversione o di deviazione era stata legalizzata; tutti portavano delle grosse spille di diverso colore a seconda delle proprie tendenze, così da riconoscersi coi propri simili o compatibili ed era concesso a tutti, uomini, donne, adolescenti e bambini, non c’erano divieti o preclusioni.

C’era il badge bianco dei cosiddetti normali, quello fucsia degli omosessuali, maschi e rosa, se si trattava di femmine.

I sadici ce l’avevano rosso e i masochisti verde e poi c’erano feticisti, bisessuali (con distintivo bicolore), gerontofili, pedofili, efebofili e quant’altro e c’era anche quello in tinta camouflage per chi voleva semplicemente dichiararsi disponibile ad ogni esperienza e ad ogni sesso.

Una sola regola: era necessario che entrambi i soggetti (sempre che non si trattasse di amore di gruppo con un bel badge a spicchi arcobaleno) fossero consenzienti e che il tutto avvenisse senza fini di lucro.

Se sul tram un normale vedeva una donna con distintivo bianco come il suo, bastava che chiedesse: “Voglia?” e se lei rispondeva in modo affermativo i due scendevano dal mezzo e si accoppiavano in pubblico, senza pudore su una delle numerosissime panchine messe a disposizione a questo scopo un po’ ovunque, magari osservati da dietro un albero da uno con lo stemma grigio dei voyeur sull’impermeabile aperto….

Nessuno si stupiva, nessuno si scandalizzava, nessuno protestava.

O almeno, quasi nessuno, come detto, perché c’erano comunque loro, i terroristi, un piccolo nucleo di persone che ancora conservava un briciolo di dignità e di senso morale, di voglia di libertà, di desiderio di avere qualcos’altro che non solo sesso degradato.

I terroristi si mascheravano da normali, con loro semplice distintivo bianco, visto che tutti dovevano portarne uno, anche se a volte lo sostituivano con quello arcobaleno degli amanti dell’amore di gruppo, così da potersi riunire senza creare sospetti e in queste riunioni fantasticavano attentati, rivoluzioni, ma soprattutto e più che altro ricordavano, ricordavano i vecchi tempi, vecchi come la maggior parte di loro, quando si leggeva un libro, si andava a teatro, si passeggiava nella natura, si giocava coi figli, si amava anche con il cuore e per arrivare al sesso si corteggiava l’altra persona.

Era solo un’illusione la loro, perché il popolo obnubilato dal sesso e dalle droghe, anch’esse legalizzate da tempo, mai li avrebbe seguiti, mai avrebbe rinunciato a ciò per cui, in fondo tutti cercavano un tempo fama, denaro e quant’altro, solo per lui, il sesso e tutte le sue perversioni senza freni alla fantasia.

Ora, però, dopo tanto parlare, era giunto il momento dell’azione: nessuno sapeva di loro, non c’era polizia o comunque ce n’era poca, nessun apparato di sicurezza e loro, i terroristi, avevano puntato in altro, un attentato al presidente unico, al quale, comunque, ne sarebbe seguito di certo un altro uguale, con tanto di fili per essere manovrato dai veri burattinai.

Mike, Chang, Carlo, Jules, Katrina e tutti gli altri alla spicciolata raggiunsero il luogo dell’incontro, un vecchio capannone in disuso, passando fra panchine con uomini e donne che si accoppiavano, con altri che si sodomizzavano, attraversando un parco con distintivi verdi legati nudi agli alberi e distintivi rossi che li frustavano, con grigi che da dietro altri alberi guardavano masturbandosi con l’impermeabile aperto a mostrare la loro nudità integrale.

Bambini e ragazzini, tornavano da scuola in mezzo a tutti questi accoppiamenti senza farci caso, parlando dei fatti loro; qualcuno, poi, magari si staccava dal gruppo dei coetanei per seguire un uomo che gli aveva gridato dal marciapiedi opposto: “Voglia?”.

Il sesso piace a tutti ed a tutte le età, in fondo. Alla fin fine i terroristi arrivarono a destinazione, erano trentacinque in tutto, ma mancava ancora il loro capo. Questi li raggiunse con mezz’ora di ritardo, reggendo uno scatolone; aveva l’aria affranta: “Siamo fregati” mormorò quasi fra le lacrime, come chi vede un ideale infrangersi. “Ci hanno scoperti?” chiese allarmata Dolores.

Peggio – le rispose Kurt –  ci hanno legalizzati come perversione sessuale!” e così detto rovesciò lo scatolone a terra mostrando decine di distintivi azzurri nuovi di pacca.

 

 
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Pubblicato da su novembre 20, 2017 in Racconti

 

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N.I.P.D.A.

N.I.P.D.A.

 

La dottoressa svizzera Kubler-Ross, psichiatra psicotanatologa, la stessa che spiegò il tunnel di luce, noto appunto come fenomeno di Kubler-Ross, che vedono coloro che sono “morti” per breve tempo per poi tornare a vivere, ha descritto fra l’altro anche le 5 fasi del lutto, indicandole con un acronimo: N.I.P.D.A.

Quanto durino, poi, queste fasi è difficile a dirsi, in quanto soggettivo: possono essere ore, più probabilmente giorni, oppure mesi, oppure durare per l’eternità e non arrivare mai a compimento.

 

* * *

 

N come NEGAZIONE –

Danilo si era ritrovato di colpo da solo. Una cosa improvvisa, inaspettata, tanto che ne era rimasto inebetito, non gli pareva vero e non accettava quella morte così crudele.

Da ora in poi avrebbe dovuto rivedere tutta la sua vita, non c’era più nessuno oramai a volergli bene a questo mondo: no, non poteva accettarlo, non era vero, di certo era un

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incubo, uno di quelli così vividi da sembrare reali, ma per fortuna presto sarebbe suonata la sveglia, si sarebbe alzato con magari un po’ di malumore, con un grande magone, ma alla fine sarebbe passato, tutto sarebbe stato come prima, non scherziamo sulla morte, non giochiamo sui sentimenti delle persone.

Ma chi è che si permette di mandare in giro questi sogni così dolorosi, così reali? Meno male che lui se ne era accorto, che sapeva che non era vero nulla di tutto ciò.

 

I come IRA –

 

… ma non era un sogno, neppure un incubo: lui era sveglissimo, la morte era tangibile e già questo è un assurdo, un ossimoro, perché se la morte è il nulla, la negazione della vita, come può essere così reale? Fu allora che Danilo sentì montare dentro di sé una grande rabbia, un’ira da sfogare contro tutto e tutti.

Danilo adesso era da solo, non aveva un bersaglio su cui scaricare colpe, peraltro, inesistenti ed allora se la prese con le cose: cominciò a sfasciare oggetti, simboli di una vita che oramai era passata, che non sarebbe mai più ritornata, ma non lo fece con i ricordi di quel sentimento che era stato tanto, che era stato tutto, che gli aveva dato una ragione per portare avanti una vita altrimenti insulsa.

Fece un gran baccano, tanto che i vicini… qualcuno si spaventò, ma loro sapevano, capivano, conoscevano la situazione ed allora sopportarono il chiasso, le urla, nessuno chiamò nessuno.

Poi, quando Danilo si rese conto che non c’era alcuno accanto a lui, che le povere cose non avevano colpe, se la prese lui la colpa di quel lutto, perché è così che si elabora una morte: trovandone un responsabile.

E allora Danilo punì se stesso, sferrò un pugno con tutte le proprie forze contro il muro, fratturandosi la mano, ma non sentì dolore, non fisico, per lo meno.

 

P come PATTEGGIAMENTO –

 

Quando la grande rabbia fu passata, un briciolo di coerenza e di ragione rispuntarono fuori dalla disperazione assieme al pulsare della frattura che si andava gonfiando e scurendo.

No, non poteva andare avanti con quegli sfoghi insensati: andavano bene per i primi momenti, che non ricordava quanto fossero durati, magari giorni, giorni in cui non aveva mangiato, né dormito, non si era lavato, non era andato al lavoro e non aveva avvertito che non sarebbe andato.

Ritrovato quel minimo di lucidità, doveva decidere cosa fare della sua nuova vita, quella che gli sarebbe piaciuta ancora meno della precedente: cominciò col prepararsi un caffè, poi si sarebbe visto che altro fare.

Scoprì che, in effetti, aveva fame, era stanco e puzzava: si fece un’altra caffettiera e la finì, ma mangiare ancora no, era troppo presto: come si può pensare a mangiare dopo tutto quel…?

 

D come DOLORE oppure DEPRESSIONE –

 

Sì, tutto quel dolore: dirlo, pronunciarne il nome era come risvegliarlo per poi esorcizzarlo. Il dolore senza urla, senza violenza, con consapevolezza, il dolore delle lacrime, del pianto lungo e sommesso e poi, con questo, la depressione: nessun interesse, un conato di vomito, forse per tutto quel caffè a stomaco vuoto, anche solo guardando lo schermo spento della televisione.

Ma si può pensare a una esistenza fatta di cose normali e schifose come mangiare, guardare la televisione, uscire, vedere gente, parlare?  Forse era squillato il telefono, ma non ci pensava minimamente a rispondere.

Sentiva una grande, ineluttabile tristezza, voleva qualcuno che lo accarezzasse, che lo consolasse: no, anzi non voleva nessuno, voleva solo il buio perché quello nasconde le piccole, meschine cose quotidiane.

Chiuse tutte le tapparelle ripromettendosi che non le avrebbe mai più riaperte: buio e realtà sono antitetici. Poi si sdraiò vestito sul letto, si accovacciò in posizione fetale e si addormentò, finalmente, sfinito.

 

A come ACCETTAZIONE –

 

Ecco la quinta e ultima fase, quella che servirebbe, se non a guarire, almeno ad anestetizzare il dolore, un po’ come se ad un ammalato grave, incurabile, non si potesse somministrare una cura definitiva, ma solo fornire il più potente degli antidolorifici quelli che giustamente vengono definiti palliativi.

E nel caso di cui parliamo quale mai potrebbe essere la cura a ciò che è incurabile, fare resuscitare chi è morto? Sono oltre duemila anni che nessuno ci riesce più: anche Danilo aveva bisogno dei palliativi per poter tirare avanti quanto ancora gli restava

Probabilmente lui si riteneva un vigliacco per essere arrivato fino a qui, fino alla fase cinque della dottoressa tanatoqualchecosa e ad esserci arrivato così in fretta, anche se non sapeva quanto tempo fosse passato, ma c’è un istinto che si chiama sopravvivenza e che ci costringe quasi sempre a vivere, anzi a sopravvivere e convivere con il dolore, ad accettare questo cambiamento, ad accettare il fatto che ciò che resta del nostro viaggio non sarà mai più lo stesso, soprattutto non sarà mai più bello perché lo si dovrà vivere senza amore.

Danilo l’aveva avuto l’amore assoluto, il più grande, quello del suo cane Chicco, diciott’anni insieme; una moglie può tradire, perfino una madre può abbandonare un figlio e non parliamo di figli che dimenticano i genitori, ma un cane, quello mai, un cane non ti abbandona e non smette di amarti per niente e per nessuno.

Adesso Danilo doveva lentamente accettare quella realtà: sarebbe vissuto, da ora in poi, senza Chicco e senza l’amore dell’unico essere che gli avesse mai veramente voluto bene.

E che nessuno si azzardasse a dire: “Quante storie: in fondo era solamente un cane”.

 

 

 
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Pubblicato da su novembre 6, 2017 in Racconti

 

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…E RIDEVANO TUTTI

… E RIDEVANO TUTTI

 

C’erano tutti  i quattro figli di Mauro, due dei quali con le mogli e figli al seguito, ma mancava la consorte dell’uomo nonché madre dei suoi  figli: se n’era andata sei anni prima per un male di quelli che non colpiscono mai i ricchi, le persone cattive, gli intrallazzatori e i politici, un male che per la gente comune si chiama ancora “male incurabile”.

Mauro aveva ora convocato i suoi ragazzi ed allora era arrivato per primo Giulio dalla Germania con la moglie e due figli troppo biondi per poterli scambiare per ragazzini italiani; poi c’era Cesare giunto anch’egli con moglie e figlia, ma lui veniva solo dalla

Sardegna dove aveva messo su una piccola azienda vinicola e dopo di lui c’era Luigi, che aveva lasciato la propria consorte a casa con i bambini troppo piccoli per viaggiare e per quella occasione, soprattutto, anche se lui, il terzogenito, abitava a meno di settanta chilometri dalla residenza paterna ed infine c’era Gabriele, il più giovane, il più fragile, l’unico single, quello che ancora viveva con Mauro, da sempre.

L’uomo non aveva spiegato il motivo di quella convocazione urgente nelle sue telefonate, nelle sue e-mail, nei suoi s.m.s. come si usa adesso: solo aveva detto ai figli che era indispensabile che tornassero a casa al più presto e loro, dunque, erano arrivati. Mamma come detto non c’era più da troppo tempo: un tumore improvviso e devastante, una morte rapida, ma dolorosa per lei e i famigliari che, però, l’aveva forse sottratta all’umiliazione dell’invalidità.

Erano rimasti loro, cinque maschi sperduti senza la guida dell’unica donna, a quel tempo, della famiglia, senza il suo senso pratico, eppure se l’erano cavata  perché dovevano farlo, perché la crudeltà della vita, ma anche l’istinto, lo impongono, perché erano sempre stati una vera famiglia..

Ho il cancro” esordì senza tanti preamboli Mauro e d’improvviso calò il gelo, tutti tacquero e scesero le prime lacrime.  Una storia già vista, un dolore già provato un futuro che sembrava un passato. Mauro aveva settantotto anni: non pochi, ma neppure troppi ad avrebbe potuto avere ancora altro tempo per le cose che rimangono sempre indietro e per stare ancora accanto il più possibile, magari anche solo tramite la tecnologia, ai propri figli. Lui si era sempre definito un proletario, cioè uno che possiede solo la propria prole e ne era orgoglioso e ne godeva di tale possesso. Dopo l’annuncio drammatico e traumatico fu il momento della falsa speranza alla quale neppure lui credeva: “Faremo terapie, l’operazione, oramai si curano più della metà dei tumori, ci sono nuove scoperte ogni giorno…”.

Già, metà dei malati guariscono: sì, quelli ricchi, quelli che hanno soldi per le cliniche all’estero, quelli per cui nessun medico dice, o pensa: “In fondo non è più un ragazzino, la sua vita l’ha fatta, cosa può sperare? Ci son persone più giovani su cui concentrare fondi e tempo”.

Dopo Mauro presero la parola i figli, toccati nel profondo da quel dejà vu: solenni promesse di partecipare, di essere più presenti, di dare una mano al fratello minore nell’assistenza del malato, garanzie di mettere a disposizione fino all’ultimo risparmio, cose che si dicono, magari sincere a botta calda, ma poi…

Dopo, per alcuni minuti scese di nuovo un gelo imbarazzato: le madri portarono i figli in un’altra parte di quella casa oramai troppo grande, una si mise a cucinare per tutta quella gente, un’altra cominciò a mettere a posto, vale a dire a spostare cose da una parte all’altra; qualcuno piangeva dignitosamente in silenzio, nascosto. Giulio, il più lontano geograficamente fu il primo a romperlo, quel dannato silenzio: “In fondo è anche un modo per rivederci più spesso, non solo a matrimoni e funerali… – si morse la lingua a sangue: quella proprio non la doveva dire – riallacciamo i legami fra noi fratelli, fra i nostri figli  e i loro cugini”.

Cesare, suo fratello, gli rubò la parola e l’imbarazzo: “Del resto anche se la vita ci ha portati lontano, siamo sempre stati una famiglia molto unita, anche fra noi fratelli: abbiamo vissuto insieme, fatto vacanze insieme, giocato insieme e forse è ora di riprendere ad essere fratelli davvero come una volta. Oramai con l’aereo si fa prima che a spostarsi in città con la metropolitana”.

Mauro per un momento dimenticò la propria malattia e quel dolore che gli pulsava dentro sordo, solo un poco assopito dai farmaci, come un grosso leone sedato che ronfa di irrequietudine e vorrebbe tornare subito a sbranare e poi quell’altro dolore, quello per cui non esistono medicine, quella disperazione che si comprende solo quando la si prova, la consapevolezza della fine e lui ora capiva cosa aveva provato quella donna che aveva tanto amato fino all’ultimo momento.

Luigi deglutì la commozione che gli serrava la gola e prese il testimone dai fratelli maggiori, ma fu interrotto da una delle cognate che annunciava che la cena era pronta. Per fortuna il tavolo della sala da pranzo era enorme, del resto un tempo lontano erano in sei a sedervi ogni giorno: bastava stringersi un po’ e ci si stava tutti, tutti stretti, come lo si è spesso solo nei grandi dolori. Cenarono parlando d’altro, delle scuole  dei figli, delle prime cotte di questi, coi chiamati in causa che arrossivano per l’imbarazzo e per il caldo di tutta quella gente che respirava in una sola stanza, per il calore dei cibi appena spadellati. Poi terminò la cena, ritornarono tutti nell’altra sala su divani e poltrone, coi ragazzi a dividersi queste a gomitate nei fianchi di fratelli e cugini; nessuno più toccò il tema il-cancro-di-papà, ma cominciarono i ricordi e gli aneddoti: i Natali passati insieme tanti anni prima, le vacanze al mare o in montagna di quando erano bambini, la colonia, le storielle vere o inventate, per arrivare poi alle barzellette e tutti parevano felici di essere di nuovo insieme e forse lo erano davvero in quell’istante, per quel breve istante, felici di ricordare momenti lontani e sereni e tutti ridevano, anche il protagonista, suo malgrado, di quella rimpatriata.

Mauro ricordò di quando era ragazzo e venne a mancare la sua nonna materna ed allora si ritrovarono tutti i cinque figli di nonna, compreso quello che viveva in Francia e che non vedevano da anni e lui cominciò a raccontare storie, storielle, trame di film con quel suo italiano oramai un po’ zoppicante e tutti si dimenticarono che erano lì per un motivo tutt’altro che allegro…

Ora come allora tutti ridevano, ridevano fino alle lacrime, ma qualcuno lo faceva mentre il suo cuore piangeva sangue.

 

 

 

 
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Pubblicato da su ottobre 24, 2017 in Racconti

 

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PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

 
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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

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IL LEADER

IL LEADER

 

Loris era l’unico figlio di Pierantonio e Silvana, una coppia di manager impegnati, anche troppo per avere il tempo di allevare un figlio: la loro priorità era dargli un futuro di grande spessore anche economico, non un oggi di amore e presenza, così, dopo i primi anni passati con cameriere e baby sitter, anzi, per meglio dire tate, verso gli otto anni gli presero un istitutore che doveva istruirlo, educarlo, averne cura, seguirlo negli studi.

Per l’uomo fu una fortuna: uno stipendio che mai si sarebbe sognato, le mattine in cui il ragazzino era a scuola libere, un rapporto uno a uno in fondo non difficile anche se le pretese dei genitori erano alte.

Il bambino, Loris, peraltro aveva già avuto un’impostazione educativa ben precisa, data da qualcuna delle varie tate succedutesi: Giulio, l’istitutore, se la immaginava una virago tedesca che girava armata di frustino: probabilmente era una sua fantasia, ma il bambino aveva imparato a mascherare le proprie emozioni, cosa che il suo istitutore reputava anormale e comunque atroce, ad essere duro, a non mostrare sentimenti, sempre che ne avesse qualcuno.

Con lui, il suo istitutore personale, andava d’accordo, del resto non era difficile, visto che il bambino obbediva come un soldato e che Giulio aveva un carattere permissivo e per natura accomodante, ma mai ci fu fra loro un momento di tenerezza, mai un abbraccio, quando Giulio arrivava al pomeriggio a casa della famiglia De Dominicis di Serravalle, che non abitava a Serravalle, ma esibiva quel cognome pomposo da feudatari, Loris gli porgeva la mano con un breve inchino del capo.

Ogni volta a Giulio si stringeva il cuore a vedere come al bambino erano stati prematuramente rubati i sentimenti e la fanciullezza.

A nove anni il piccolo parlava pressoché perfettamente tre lingue e non prendeva mai voti inferiori alla massima valutazione.

E mai Giulio l’aveva visto con un fumetto, ma neppure con un romanzo: leggeva di economia, filosofia ed altre cose altrettanto noiose: Giulio lo sapeva che erano una barba, perché quelle cose lì lui le aveva studiate.

L’uomo non riuscì mai a coinvolgere il bambino in un gioco, fosse pure qualcosa non da bambini come una partita a carte o a dama.

Ci sarebbero tante altre cose da dire sulla personalità visibile di Loris, ma il quadro non cambierebbe: un bambino destinato a diventare un leader e uno speculatore, probabilmente spietato.

L’estate in cui il bambino aveva compiuto i nove anni, prima delle vacanze vere e proprie di luglio e agosto, con i coniugi De Dominicis che, però, si erano garantiti che Giulio li avrebbe seguiti, così da non avere la palla al piede di un figlio, quando le loro sere erano già programmate di aperitivi, feste e cene, lui e il bambino furono spediti a fare una pre – vacanza in una casa in campagna, una delle tante che la famiglia possedeva, un podere abitato da mezzadri o forse da valvassori, nella loro concezione delle gerarchie.

La tenuta era enorme e tutti coloro che vi lavoravano vivevano lì, all’interno, in piccole costruzioni – dormitorio o minuscole casette mono – familiari se a carico avevano mogli e figli.

C’era anche uno stuolo di bambini con i quali Loris era quasi costretto a giocare, ma mettendo subito in evidenza la sua personalità da leader: si facevano i giochi che voleva lui, che fortunatamente erano quelli che fanno un po’ tutti i bambini anche quelli normali, con gli schieramenti che decideva lui, sia che si trattasse di soldati, indiani e cow boy o archeologi alla ricerca di favolosi tesori.

Giulio era soddisfatto che quello suo e di Loris non fosse più un rapporto esclusivo, ma che il bambino imparasse finalmente a stare anche con i suoi coetanei. Anche per loro due era stata riservata una piccola casetta ad un piano confinante con le grandi stalle per i cavalli; Giulio si affacciava alla finestra sull’aia e vedeva i bambini correre armati di spade di legno o archi fatti con rami e spago, giocattoli potenzialmente pericolosi, ma si sa: ci sono degli angeli che vigilano sui bambini e impediscono che si facciano male sul serio. Ginocchia sbucciate ce n’erano a bizzeffe, ma nulla di più: un po’ di mercurocromo e tutto passava, erano tutti così orgogliosi delle loro ferite di guerra!

Giulio ebbe un colpo al cuore quando vide Loris con un occhio bendato, ma fu subito rassicurato: non era una ferita di guerra, ma un travestimento da pirata, da capo dei pirati, naturalmente.

Un pomeriggio che l’uomo sedeva nella fresca cucina dell’alloggio a leggere un libro e il bambino era fuori a comandare la sua banda di seguaci che lo adoravano come un Dio in terra, sentì Loris chiamarlo sotto la finestra: “Tienimelo, l’ho trovato” gli disse il piccolo passandogli un minuscolo gattino rosso male in arnese.

L’animale mostrava segni di rachitismo, zoppicava, forse aveva altre malattie o malformazioni, quasi non si reggeva in piedi; Giulio gli approntò una cuccia in una scatola da scarpe imbottita di cotone idrofilo, si procurò un biberon per animali e del latte e se ne prese cura: lui esaudiva sempre ogni richiesta del leader, anche lui, forse, nonostante fosse un uomo adulto, ne sentiva il carisma. Temeva, però, che l’animaletto non sarebbe durato a lungo, ma se conosceva bene Loris, non ne avrebbe fatto un dramma.

E invece… il ragazzino mostrò subito un amore sviscerato per quel micetto malconcio e sgraziato, volle occuparsi lui di allattarlo, di curarlo, pulirgli la lettiera.

Lo portarono da un veterinario che lo esaminò da capo a piedi e poi, senza farsi vedere dal bambino, guardò Giulio e scosse la testa.

Arrivò luglio, era il momento di partire per la vacanza vera, quella nella villa in Sardegna; Loris affidò il compito di nutrire il gattino a una delle donne del podere, una brava donna di mezza età e prima di partire lo abbracciò e baciò: era la prima volta che dava segni di sentimenti che, evidentemente, era in grado di provare, ma anche di nascondere.

La vacanza fu come previsto: i genitori di Loris sempre assenti e lui e Giulio sempre soli in quel rapporto a due che non andava bene per un bambino di nove anni. Passarono luglio e agosto, la famiglia De Dominicis di Serravalle chiuse finalmente la villa per tornare in città, ma il figlio e il suo istitutore furono rispediti al podere fino all’inizio delle scuole.

Appena arrivarono Loris si mise a cercare il gattino, chiese alla donna che lo doveva curare, ma questa gli disse che l’animale era sparito quasi subito dopo la loro partenza e non si era più visto.

Loris convocò i suoi uomini e organizzò squadre di ricerca per tutto il giorno, ma fu lui a trovarlo… almeno ciò che ne restava.

Il micio era morto lì, sul davanzale della stessa finestra da cui il bambino lo aveva affidato a Giulio; ne rimaneva oramai praticamente solo la pelle e una minuscola testa che digrignava i denti per il ritrarsi della pelle dal muso.

Loris scoppiò in un pianto dirotto, il primo che Giulio gli vide e gli avrebbe visto fare; poi da vero leader responsabile, nonostante il dolore, organizzò un funerale con per bara la sua cuccia e tutti gli amichetti dovettero andare al seguito come in un vero corteo funebre.

Uno dei lavoranti gli scavò una fossa ai margini del campo di granturco e il bambino vi piantò sopra la sua spada di legno a mo’ di croce.

Quella notte il ragazzino volle dormire insieme a Giulio, abbracciato a lui, bagnò il letto ed anche il pigiama dell’uomo e nel sonno e nel sogno piangeva.

Passarono gli anni, un quarto di secolo: Loris aveva percorso la strada che doveva percorrere, che la famiglia, più che il destino, gli aveva spianato e previsto: adesso era un leader, ma non più di giochi da bambini.

Quello lo era stato solo per una breve e tragica estate, adesso, invece, era un leader della finanza, uno vero, in grado di

Serious kid with a wooden sword on stone

arricchire i ricchi e rovinare i poveri, uno speculatore, un finanziere spietato.

Non aveva veri amici, non un amore, solo al suo fianco quello che era stato suo istitutore e adesso era il suo segretario e fidato braccio destro.

Fidato al punto che quando Loris, che in quello era come tutti gli altri uomini, sentiva il desiderio di una donna per un rapporto occasionale, era Giulio a procurargliela. Non roba da strada, ma ragazze disinvolte che si trovano nei locali alla moda, che non chiedono una marchetta, ma accettano un “regalino”, meglio se di carta, meglio se con tanti zeri.

Loris vi passava la notte, poi le gettava come fossero un quotidiano scaduto: le pagava, ma non le voleva più rivedere, mai la stessa due volte, era la regola, forse era paura, paura che potesse intervenire un sentimento a intralciare la sua strada nell’alta finanza, paura di mostrare umanità.

Giulio non aveva mai dimenticato l’episodio del gattino, il ritrovamento delle sue spoglie: chissà se anche Loris ricordava, ripensava…

Giulio aveva pianto anche lui a quel pianto disperato di bambino che scopre di persona, per la prima volta, che esiste la morte e l’abbandono di chi si ama, lui da sempre abbandonato dai genitori; chissà, si chiedeva l’uomo, se in fondo al cuore l’ex bambino ricordava quel dolore profondo.

Capitò un giorno che i due dovettero recarsi, per questioni di stime fiscali e catastali, al vecchio podere dove non erano più tornati da quell’estate di venticinque anni prima: subito, come prima cosa, Loris andò a cercare il posto della sepoltura del suo gattino.

Non c’era più, ovviamente, la spada – croce, ma lui ritrovò lo stesso il punto esatto. Chiese a Giulio di rimanere indietro e si fermò in raccoglimento in quel punto indefinito: qualcuno dei lavoranti giura che stesse piangendo, ma forse era solo sudore, perché Loris era cresciuto senza essere più capace di provare sentimenti.

Si dice che un grande dolore possa inibire come auto-difesa la capacità di amare e forse è proprio così.

 
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Pubblicato da su settembre 27, 2017 in Racconti

 

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MORTE DI UN PIANETA

MORTE DI UN PIANETA

 

Area 51, le leggende che vi girano intorno, indiscrezioni mai confermate, né smentite.

Gli irriducibili dell’ufologia sostenevano che là dentro ci fossero resti di astronavi aliene e di omini verdi o grigi con grossi testoni pelati; i complottasti sostenevano che le voci di reperti alieni nascondessero la realtà di un centro di studi su armi chimiche e di distruzione di massa.

Sbagliavano tutti, ma è così facile darla da bere agli americani!

Chiunque abbia studiato un po’ di astronomia sa che il Sole è circa a metà della sua vita di stella, che le stelle muoiono, così come sono nate, come fanno le persone e gli animali.

Fra una cinquantina di milioni di anni, ci hanno insegnato, il Sole comincerà ad esaurire l’idrogeno da trasformare in elio ed energia, diventerà dapprima una gigante rossa, mentre ora è una stella gialla di media grandezza, e a quel punto ingloberà Mercurio, Venere e la Terra che avranno così terminato la loro effimera vita di pianeti.

Poi la poca energia rimasta farà contrarre il Sole che sprigionerà gli ultimi bagliori diventando una nana bianca; infine tutto si spegnerà e l’ex Sole diventerà una nana nera: il buio, il freddo, la morte di una stella e di un sistema planetario.

E soprattutto la fine della razza umana su questo pianeta, sempre che per allora non abbia già provveduto a distruggersi in altro modo: guerre nucleari, sovrappopolazione, esaurimento delle risorse energetiche e alimentari.

Questo ci hanno insegnato a scuola, ma qualcosa era mutato in questa evoluzione, qualcosa da tenere nascosto per non scatenare panico e fanatismi: un’accelerazione vertiginosa di quella evoluzione prevista.

Gli astronomi, gli astrofisici, lo sapevano già dalla prima metà del novecento, da quando era nata l’area 51: altro che ufo od armi chimiche: lì si lavorava per progettare l’evacuazione del pianeta.

La nuova “casa” dei terrestri era stata trovata, unico problema, la distanza: impossibile raggiungerla in tempi paragonabili alla vita umana, neppure a molte vite; impossibile anche evacuare tutti i terrestri, dieci, dodici miliardi di persone: e quante astronavi ci sarebbero volute?

Nell’area 51 si stavano costruendo alcune di esse, capaci di trasportare solo qualche centinaio di migliaia di persone, oltre a specie vegetali e animali e tecnologie e materiali e progetti e biblioteche perché l’uomo del nuovo pianeta non dimenticasse.

In pratica le nuove arche di Noè, una ulteriore possibilità data alla razza umana, quella creata ad immagine e somiglianza del suo Creatore

Sarebbero partiti bambini, ragazzini, con le loro famiglie e con istruttori; questi avrebbero dovuto essere addestrati ad addestrare, perché nessuno di loro, né dei loro figli o nipoti sarebbe mai giunto a destinazione: sarebbero invecchiati e morti lassù, fra le stelle, vedendo cose che nessun altro uomo aveva mai visto, i loro corpi sarebbero stati espulsi nello spazio profondo dove non avrebbero subito l’onta della decomposizione.

L’ultima generazione, dopo un migliaio di anni terrestri, avrebbe colonizzato il nuovo pianeta, avrebbero dato vita alla nuova razza umana.

I bambini sarebbero cresciuti, si sarebbero riprodotti, avrebbero imparato ed insegnato: un sacrificio enorme, intere generazioni senza vedere il mare e le montagne innevate, i monumenti, le opere monumentali dell’uomo, senza riuscire a commuoversi davanti ad un tramonto e ai suoi colori lassù, nel nero del nulla spaziale.

Intanto sulla Terra la gente abbandonata laggiù si sarebbe estinta piano, piano, probabilmente in modo atroce: già faceva sensibilmente più caldo.

Sarebbero scomparsi gli ideatori di quel progetto che andava avanti da decenni: molti lo erano già; sarebbero morti milioni, miliardi di abitanti della Terra senza sapere il destino che sarebbe stato riservato alle loro cose, a ciò che avevano costruito per sé e per i propri figli e nipoti: le case acquistate o edificate a costo di sacrifici, le cose belle scelte con cura e con amore, le opere d’arte, le piante e gli animale allevati con cura, anche se per questi ultimi la vita è talmente breve che non avrebbero avuto speranza in alcun caso: anche per loro sarebbero sopravvissuti solo i figli dei figli, dei figli, dei figli…

La gente avrebbe saputo solo all’ultimo momento, come pianificato da un comitato internazionale presieduto dai più potenti della Terra, anche se pure in questa situazione estrema c’era chi cercava di accumulare, di arricchirsi, di prevaricare e derubare gli altri: era una questione di potere, non di possesso.

Per decenni venne studiato il D.N.A. di milioni di persone per trovare i più adatti, i più intelligenti, i più forti e i più fertili.

Non tanto per loro, ma i loro figli o i nipoti o i pronipoti: il D.N.A. tanto non mente mai, magari muta ma di solito in maniera evolutiva, non devolutiva.

In gran segreto le prime astronavi erano già partite, astronavi senza equipaggio, cariche solo di materiali, di tecnologie, di utensili, di progetti che sarebbero atterrate in automatico sul nuovo pianeta, la futura Terra, in attesa di chi sarebbe arrivato a farne buon uso.

Poi, in un anno imprecisato verso la fine del quarto millennio, fu data la notizia, furono convocati gli eletti.

Si scatenarono rivoluzioni, molti si ribellarono, altri cercarono di dare l’assalto alle astronavi per infilarvicisi a bordo, ma la prosecuzione della specie umana era ben più importante della vita dei singoli, così molti morirono perché si dovevano difendere gli eletti; un esercito immane di fedelissimi fu schierato a protezione di chi si imbarcava.

Una astronave fu adibita solo al trasporto di animali e piante e  zoologi, zootecnici e botanici.

Molti piansero nell’abbandonare la Terra: lasciavano amici, parenti, cose, case, anni di vita e bellezze che non avrebbero mai più rivisto.

Quando tutti partirono oramai il fatto era fatto, chi era rimasto si rassegnò, anche se alcuni si tolsero la vita perché non sopportavano l’idea dell’agonia, ma stoltamente, perché avrebbero avuto modo di vivere la loro esistenza fino alla vecchiaia. I vecchi erano i più sereni: sarebbero morti a casa loro, nella loro terra. Oramai quasi nessuno faceva più figli, sapendo la sorte che sarebbe loro toccata.

Il caldo aumentava: si seccarono ruscelli e torrenti e fiumi e poi laghi e mari.

Si inaridirono le terre, i campi, le foreste, tanto che gli ultimi sopravvissuti, ai quali erano state garantite scorte di cibo e di acqua affinché portassero a compimento la loro vita, non ricordavano più cosa fosse un prato fiorito e punteggiato di farfalle e uccellini.

Poi bruciarono le biblioteche, i quadri e poi tutto fu vuoto sul pianeta, come quando si fa il primo trasloco della vita: vuoto e triste.

Adesso i pochi sopravvissuti, rispetto alla popolazione originale, erano nati tutti lassù, fra le stelle e l’ignoto.

Infine il sole si ingigantì e la Terra brulla e oramai disabitata, fu definitivamente morta.

Un pianeta, uno fra miliardi, solo un pianeta come tanti che muoiono ogni giorno nell’universo.

 
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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Racconti

 

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