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QUALCUNO, INTANTO, OSSERVA…

QUALCUNO, INTANTO, OSSERVA…

 

Non era una bella sensazione quella che Mario provava, non lo era per nulla; ma quando era cominciato tutto ciò?

Forse da sempre, ma la consapevolezza era arrivata solo dopo che lui era uscito da quel limbo avvolto da una nebbia rosea che si chiama fanciullezza ed era arrivata definitivamente con la pubertà.

Certo, lui non era proprio come i suoi coetanei e questo da sempre: lui aveva una sensibilità acuita al massimo, come quella volta, aveva forse nove o dieci anni, che era arrivato a casa da scuola e non appena la madre e il padre gli avevano detto: “Ti dobbiamo parlare…” lui aveva già capito: doveva essere morto uno dei due nonni e prima che i genitori potessero parlargli, spiegargli, era scoppiato a piangere.

Ma che cos’ha questo nostro figlio, che piange sempre?” aveva detto un giorno il padre alla moglie.

“Ha… gli occhi tristi” aveva risposto la donna: non era una battuta, è che non sapeva come altro definire quell’ipersensibilità del bambino che sfiorava quasi il paranormale.

Ma torniamo a noi.

Verso la fine del suo dodicesimo anno di vita, dodici anni di inquietudine che fino ad allora non era mai riuscito a spiegare, né a motivare, aveva scoperto il sesso e l’aveva scoperto su di sé: l’eccitazione di accarezzarsi il corpo nudo, di guardare allo specchio il suo corpo puberale.

Era arrivato da solo a scoprire che certi “toccamenti” particolari portavano ad un piacere che arrivava a fare male, tanto era forte ed intenso.

Per lo più succedeva la notte al buio, sotto le lenzuola, con una scorta nutrita di fazzoletti di carta per non lasciar tracce visibili dalla madre (ma comunque, a scanso di equivoci, aveva imparato a rifarsi il letto da solo e al cambio settimanale delle lenzuola era lui stesso a gettarle in lavatrice con la scusa di aiutare la mamma).

La madre non capiva o forse fingeva di non capire quella fase assolutamente normale dello sviluppo fisico ed emotivo del figlio.

Non aveva computer, allora, né videocassette od altro, neppure immagini di giornali, per cui l’unica visione erotica che poteva avere era quella del suo stesso corpo: meglio di niente…

Poi, un pomeriggio che la madre era uscita per compere, il fratellino era al doposcuola e il padre in ufficio, aveva adottato la solita procedura: si era spogliato completamente davanti allo specchio grande della camera dei genitori, si era guardato a lungo ed aveva iniziato quelle carezze così intime in cui stava diventando sempre più abile (aveva trovato almeno quattro o cinque modi differenti di farlo), ma quando d’un tratto aveva sentito degli occhi sulla sua schiena e non erano i suoi, mentre procedeva con una mano, con l’altra si accarezzava i seni piatti con i capezzoli leggermente turgidi e doloranti, aveva smesso di colpo e la sua eccitazione, anche fisica, era cessata all’istante. “La mamma” aveva pensato, è tornata prima del tempo!

Facile in quel turbine di sensi non sentire una porta aprirsi, dei passi avvicinarsi; istintivamente coprì con la mano il suo oggetto di piacere e si girò di scatto, rosso di vergogna e con le lacrime agli occhi: nessuno.

La finestra era chiusa, le tapparelle abbassate; si rivestì veloce come il lampo, fece il giro della casa, guardò dappertutto, sotto i letti, negli armadi, controllò le serrature, le finestre: nulla, eppure ancora adesso sentiva quegli occhi in mezzo alla sua schiena ed era una sensazione vivida e ben precisa.

Da quel giorno smise quell’attività, come se fosse stato realmente scoperto, eppure guardava i suoi familiari e sentiva istintivamente che non sapevano, che non sospettavano nulla, che non gli rimproveravano di essere un depravato, un vizioso.

Crebbe, crebbe con quella specie di tatuaggio invisibile a forma indefinibile di sguardo piantato su di sé; fosse stato più piccolo ed ingenuo avrebbe pensato all’angelo custode anche se quello, diceva il suo confessore, se ti tocchi piange e poi va via (se non viole guardare, non guardi, aveva pensato lui nella sua ingenuità: c’è bisogno di piangere? Si faccia i fatti suoi).

Possibile che solo lui avesse un angelo custode guardone? E comunque da allora aveva smesso di toccarsi, di commettere l’antico peccato di Onan, ma qualcuno lo osservava lo stesso, sempre e comunque.

Dopo cresciuto anche il sospetto sull’angelo tramontò, ma la sensazione di essere guardato, mai; ciò lo portò ad essere sempre fin troppo retto e probo, a non lasciarsi mai andare, neppure a passare col semaforo rosso a piedi quando la strada era deserta e non c’era nessuno: per lui qualcuno c’era comunque e lo osservava e non valeva la pena per pochi secondi d’attesa di fare brutte figure, come quel giorno da ragazzino in cui aveva rischiato di essere colto in una situazione imbarazzante come poche.

Non ne aveva mai parlato con nessuno, ma quando la sensazione divenne vera ossessione, si rivolse a uno specialista: paranoia? Lo psicologo non reputò fosse quello, forse solo ipersensibilità e ipermoralismo, anche se, come detto, lui non sgarrava mai.

Fallito anche quel tentativo, fece ciò che fanno un po’ tutti, s’abituò, imparò a convivere con quel qualcuno invisibile che lo spiava: fosse un angelo, un demone o un fantasma non gli importava, perché una vita è troppo breve per non viverla appieno solo per un pericolo inesistente, per uno scrupolo.

Cominciò anche ad attraversare col rosso e fuori dalle strisce pedonali, ma fu l’unico sgarro in una vita irreprensibile; bastò quel poco e la sua vita ridivenne normale: era osservato? Pazienza! Si laureò, si sposò ebbe figli e nipoti, ebbe gioie e dolori, come chiunque su questa terra.

Vide andarsene molte delle persone che amava: i genitori, la moglie, mentre fratello e figli andarono lontani, portati dalle vicende della vita.

Quando rimase solo quell’essere misterioso e mai conosciuto che lo osservava gli parve perfino di compagnia.

Poi divenne vecchio e si ammalò di quella malattia incurabile che è, appunto, la vecchiaia, ma non rimpianse nulla, perché aveva vissuto a lungo e, tutto sommato bene.

Poi, una notte, si svegliò di soprassalto, sentendo ancora più forte quella sensazione di presenza estranea accanto a lui e finalmente la vide, vide quella figura magra, nera, col volto invisibile nella penombra, che sedeva accanto al letto e lo guardava mentre consultava uno strano orologio: “Sei sempre stata tu?” chiese. “Io, siamo in molte io e le mie sorelle e vi seguiamo fin dalla nascita, ma non pensavo te ne saresti accorto: nessuno lo fa mai”.

“Perché?” domandò con voce flebile e rassegnata..

Sospirò: “è il nostro lavoro, vi sorvegliamo come il contadino che guarda il raccolto e aspetta il momento giusto per la sua falce, quando il raccolto è maturo”.

“Ora?” chiese Mario.

Ora”, confermò la nera figura, poi si alzò, manovrò la sua falce con un gesto antico e Mario si alzò dal letto pur lasciandovi sopra quel corpo oramai inutile e la seguì.

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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Racconti

 

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SENTIRLI ESSERCI

SENTIRLI ESSERCI

 

Che cosa è mai ciò che noi chiamiamo “destino”?

Forse nulla, solo una parola senza significato, senza costrutto e riscontro o forse il destino esiste ed è uno spirito maligno che si diverte a giocare con alcuni, che prende di mira, più che con altri,

Per cui ci sono persone a cui ogni cosa va per il verso giusto ed altre a cui va sempre tutto storto.

Alberto non aveva avuto una vita facile: forse se la cercava lui, perché era troppo remissivo verso questa e verso le persone, troppo mite, troppo educato e per bene: troppo tutto.

Aveva sempre avuto difficoltà ad avere un lavoro stabile, nonostante fosse una persona intelligente, colta e capace, ma non altrettanto capace a farsi largo a spallate, come occorre fare per sopravvivere.

Era rimasto a lungo nella sua famiglia d’origine, col padre, con la madre, fino a che questi se n’erano andati, l’avevano lasciato solo: loro avevano scelto un’altra vita, forse più felice, forse inesistente, ma a loro andava bene così perché quando si vive a lungo, bene o male che lo si faccia, alla fine si è stanchi, si ha bisogno di riposare, di chiudere gli occhi e non riaprirli più.

Allora Alberto si era ritrovato solo, costretto dalla precarietà a rinunciare a tutto, cosa che peraltro non gli pesava più di tanto perché vi era stato abituato da sempre; solo che spesso è umiliante verso gli altri e verso se stessi.

In poche parole, una vita non esaltante la sua, tanto più che sarebbe stata l’unica, non avrebbe avuto altre occasioni.

La vita non è una mano di ramino in chi si può proporre “a monte”, ridare le carte ed iniziare una nuova partita: o si hanno le carte buone fino dall’inizio, o si è bravi a bluffare, a ingannare la vita e le persone che la giocano nella propria stessa partita, oppure si è destinati alla sconfitta.

Poi Alberto conobbe Giusy.

Giusy non era più una ragazzina, come del resto non lo era lui, non era neppure bellissima, ma aveva un non so che d’interessante, forse la dolcezza e l’intelligenza che la caratterizzavano e che trasparivano fin da subito, da quando le si parlava, la si guardava negli occhi.

E a Giusy, con la sua dolcezza, piacque Alberto, con la sua mitezza, la sua malinconia di fondo.

Così in pochi mesi si sposarono: del resto a una certa età non ci si può permettere di tergiversare.

Così come non attesero molto a mettere al mondo Benedetto, un bambino bellissimo che di certo non aveva preso i tratti comuni e insignificanti dei genitori, forse aveva ereditato il suo aspetto dai nonni, o dai bisnonni.

Il piccolo non era solo bello, ma anche sveglio e intelligente e in questo sì aveva preso dai genitori, cresceva rapidamente, felice,

con quotidiani progressi del suo apprendimento.

A tre anni era un bambino magnifico, simpatico, allegro e destava l’ammirazione di tutti: parevano più belli anche il suo papà e la sua mamma.

Ma c’era sempre appostato lui, il destino, quell’indefinito essere maligno, dispettoso, spesso crudele.

Così Giusy e Benedetto se ne andarono: una sera un ubriaco aveva bruciato un semaforo rosso e insieme a questo le loro due vite.

Per Alberto fu come ritornare indietro di cinque anni, di dieci, di cinquanta, di cento, ai primordi.

Si lasciò andare: aveva perso ogni speranza e ogni interesse alla vita e non aveva neppure il coraggio o forse la forza di farla finita.

Subiva, subiva tutto: le persone, il destino, il dolore, la vita.

Si aggirava per casa, in quella casa vuota, come un fantasma, trascinando le ciabatte, girando di stanza in stanza in cerca di qualcosa, di qualcuno che non c’era, non c’era mai stato, forse e che, comunque, di certo non c’era più.

E nessuno si interessava a lui, non aveva più famiglia, parenti, amici, anzi questi non li aveva mai avuti, perché alle persone non piacciono i loro simili sfortunati, quasi che la malasorte fosse una malattia ributtante e contagiosa.

Adesso aveva un lavoro, un lavoro mediocre, forse quanto lo era lui, insoddisfacente, ma che gli consentiva di sopravvivere, pur con le consuete rinunce, ma oltre a quello viveva un’esistenza puramente vegetativa, solo che le piante, almeno, a primavera rifioriscono, tornano a nuova vita, risorgono: lui no.

Era passato quasi un anno da quando Giusy e Benny lo avevano lasciato ed una sera, dopo aver spento la televisione e mentre si avviava verso il letto, verso l’oblio del sonno, sentì, leggera e lontana, una piccola risata: non poteva sbagliarsi, glielo dicevano il cuore e la mente, quello era il modo di ridere del suo bambino.

Stava impazzendo, dedusse: strano che non gli fosse successo prima, ma quando una corda si sfilaccia è solo l’ultimo strappo, per quanto piccolo, quello definitivo che la rompe irreparabilmente.

Silenzio: andò a dormire.

Il giorno seguente era domenica, non lavorava, aveva le consuete incombenze del giorno festivo: metter in ordine la casa, magari stirare, altre faccende domestiche, il tutto nel massimo silenzio del condominio; chi non era via per il week end dormiva ancora.

E di nuovo sentì il riso di un bambino che gioca, ma non solo: sentì anche una voce flebile e lontana, che lo chiamava, lo rimproverava bonariamente per il suo fuggire, non farsi prendere, nascondersi.

E anche quella voce riconobbe: era il tono di Giusy quando si rivolgeva alla sua creatura.

O era veramente impazzito, oppure loro erano lì con lui, li sentiva esserci, aver di nuovo riempito quella casa vuota e inutilmente grande, della loro presenza.

Ora che, forse, avevano trovato la strada di casa fra gli infiniti e insondabili sentieri del misterioso mondo dove erano andati a precederlo, erano di nuovo lì con lui.

Sentiva di continuo le risa le voci, le canzoni di entrambi; non riuscivano ancora a comunicare con lui, a parlargli, ma era certo che presto avrebbero imparato anche quello.

E poi sentì anche il riso di sua madre, felice per quel nipotino meraviglioso che non aveva mai conosciuto.

Per il momento era lui a parlare con loro, a raccontare loro le sue piccole cose quotidiane, forse insipide e inutili, ma erano la sua vita ed era il suo modo di tenerli vivi, di tenerli vicini: fare loro capire che riusciva a sentirli, che sapeva che erano lì con lui, che non se ne andassero un’altra volta, che non lo lasciassero di nuovo da solo, perché adesso era di nuovo felice.

 

* * *

 

Capita a molti, soprattutto alle persone sensibili, a quelle che ci credono, di sentire vicino chi non c’è più, di parlargli, di tenerlo vivo.

Sì, perché nessuno, forse, muore mai veramente fintanto che non lo lasciamo andare, fino a che lo teniamo vivo col ricordo e con il nostro amore.

C’è chi li chiama “ricordo”, chi li chiama “presenze”, chi lo chiama “amore” oltre il tempo e lo spazio ed è ciò che tiene vivo chi ha vissuto un grande dolore come la morte di chi ha amato.

 

 
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Pubblicato da su febbraio 1, 2018 in Racconti

 

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OTTO MINUTI

OTTO MINUTI

 

Si sa che, malgrado la loro pericolosità, molti paesi usano le centrali nucleari per produrre energia.

Queste funzionano con lo stesso principio delle bombe atomiche, solo  che qui la scissione dell’atomo è controllata, o almeno così dovrebbe essere: questa è la fissione nucleare, vale a dire che un nucleo viene spaccato in due e sprigiona l’energia misteriosa e possente che fino ad allora aveva tenuti insieme protoni e neutroni. Ma questo non è un trattato di fisica, bensì una cronaca alla quale si arriverà fra breve.

Prima, però, va ancora detto che da anni la ricerca verte sulla cosiddetta energia nucleare pulita o fusione fredda, il che vale a dire ricreare in laboratorio ciò che avviene naturalmente nel sole e in tutte le stelle, probabilmente, solo che lì si hanno temperature impensabili per il nostro pianeta. Di fatto il principio è, comunque, che nuclei di idrogeno (nei suoi isotopi deuterio e trizio, se vogliamo essere pignoli) si fondono a dare elio, che, guarda un po’, ha la stessa etimologia del nome greco del sole: Helios.

Tale fusione produce energia, quella che ci scalda e che ci illumina, ma il sole e le altre stelle non sono eterne e questo processo di fusione non è infinito: o prima o poi l’idrogeno di cui esse sono formate finirà, sarà tutto trasformato in elio e il sole e le stelle si spegneranno attraverso varie fasi lunghe, per fortuna, milioni di anni.

O così ci hanno garantito gli astrofisici.

Però ora qualcosa di imponderabile è successo: il sole se ne frega dei trattati di fisica, degli astronomi, così come il calabrone di Einstein, il sole non sa di giganti rosse e di nane bianche o nere e così, un giorno, senza preavviso, il sole si spegne.

Facendo due calcoli, dividendo la distanza del sole dalla terra, circa centocinquanta milioni di chilometri, per la velocità della luce, trecentomila chilometri al secondo, si ottiene un risultato di cinquecento secondi, poco più di otto minuti: gli ultimi otto minuti di vita sulla terra, poi le temperature precipiteranno e piante e animali moriranno praticamente all’istante.

 

* * *

 

Il sole, per ragioni ignote, si è spento, ma sulla terra ancora nessuno lo sa, perché la sua luce proveniente da quella distanza sta ancora viaggiando per il momento: ci sono ancora solo otto minuti di vita per tutti: buoni e cattivi, come segnava una volta il capoclasse sulla lavagna, ricchi e poveri, per tutti indistintamente, anche cardinali e bestemmiatori, gli stessi minuti che l’ultima luce impiega a percorrere lo spazio siderale che separa la sua fonte da quel pianeta inspiegabilmente abitato.

Siamo nell’emisfero boreale, il nostro, e in buona parte di esso è giorno, c’è già la luce naturale, si spengono, o si sono spenti, i lampioni per le strade (loro si sono spenti all’istante o almeno in tempi non percepibili), la gente va al lavoro e qualcuno, magari, sta già lavorando da ore.

A causa dei fusi orari in altri paesi ci sono persone che attendono, invece, già la fine della giornata lavorativa, qualcuno è a cena, solo o in compagnia: una fidanzata, un amico, una famiglia, un amante, un cane.

Su di un tram di una città del nord Italia una signora ben vestita ce l’ha fatta: ha sfilato un portafogli bello gonfio ad uno che in fondo se lo meritava, visto che lo teneva nella tasca posteriore dei pantaloni e che questo ne fuorusciva per metà.

La signora non è cleptomane, non fa la fame, ma le piace il lusso nel vestire e negli accessori e il marito la tiene a stecchetto, perché sa che altrimenti lo manderà in rovina: non le ha neppure co-intestato la carta di credito; lei scende subito dal tram col suo bottino, va in un luogo isolato e lo esamina, prima di buttare tutto ciò che non la interessa o che la potrebbe fare incriminare, come documenti o bancomat.

Il portafogli è gonfio sì, ma ci sono dentro un sacco di ricevute, biglietti da visita e altre porcherie simili; la donna è delusa, ma poi in una taschina con cerniera trova una banconota da cinquecento euro: una sommona, ma la signora che ama la bella vita non farà in tempo a godersela.

Mauro è stato licenziato: riduzione dei costi, gli hanno detto, ma il presidente della compagnia dove lavorava guadagna in un mese quanto lui in dieci anni, allora poteva ridursi lui lo stipendio per limitare i costi.

Mauro ha perso tutto: la casa perché non può più far fronte al mutuo, l’auto che doveva finire di pagare, anche la famiglia, moglie e figlio che se ne sono andati come se la colpa fosse stata la sua.

Così, visto che non ha nulla da perdere, ha deciso che sparerà al mega presidente: se non altro sarà sempre meglio dormire e mangiare in prigione che farlo all’aperto e tra i rifiuti; per arrivare alla sede della compagnia, che ancora non gli ha disattivato il badge e salire all’ultimo piano ci vogliono una decina di minuti, ma non sa che dieci minuti lui non li ha e non li avrà neppure il suo odiato nemico; se non altro questo lo consolerebbe se gli fosse dato saperlo in anticipo: due problemi risolti in una sola volta.

Sara e Pietro si sono innamorati a scuola, si amano da morire e oggi hanno bigiato e andranno in una casa abbandonata a fare l’amore, cosa che nessuno dei due ha mai fatto prima, ma invece il destino ha deciso che andrà diversamente, che non assaporeranno mai il piacere e il dolore della prima volta.

Alfredo è un vecchio depravato: da tempo era in appostamento davanti a una scuola media della periferia ed è finalmente riuscito ad adescare un ragazzino di prima, riccio e bruno, probabilmente nord africano; gli ha promesso un bel regalo se salterà la scuola e andrà con lui a casa sua.

L’ha caricato in macchina e si sta avviando verso la sua destinazione, ha già infilato una mano fra le gambe del bambino che forse si sta pentendo di avere accettato, ma così potrà poi comperarsi quel nuovo gioco di calcio per il computer.

Non arriveranno a destinazione, ma giungeranno prima al loro destino e Alfredo non farà più del male e il piccolo non ne subirà.

Tante persone: milioni, miliardi, ognuno intento a fare o progettare qualcosa, il tempo scorre, otto minuti è la durata di due canzoni, non di più, di colpo coloro che sono all’aperto o ad una finestra guardano in alto tutti insieme, almeno in quei paesi dove è giorno fatto, e vedono il disco del sole diventare nero, farsi buio e freddo di colpo, ma quando lo vedono è già successo: da otto minuti; erano già tutti morti e non lo sapevano: nessuno riuscirà a fare quello che aveva programmato solo poco prima.

Nessuna puerpera partorirà, nessun suicida morirà per propria mano, nessuno avrà quel lavoro per il quale era in attesa di colloquio.

Il tempo è scaduto, gli otto minuti sono passati: comincia a scendere di colpo la temperatura e poi il buio più totale, in pochi attimi tutto congela.

Tutto s’interrompe, tutto e tutti restano così come erano, come in una fotografia fatta con un grande, enorme grandangolo.

E’ sceso di colpo un gran gelo insieme al buio ad ha fissato tutto in un repentino fotogramma in 3 D.

Sono morti anche i batteri decompositori, per  cui tutti resteranno così per sempre, con l’ultimo bacio sulla bocca, con l’ultima lacrima mai versata che è diventata un piccolo cristallo che non può neppure brillare a una luce che non c’è.

 

 

 

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su gennaio 15, 2018 in Racconti

 

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IL CIMITERO DEI MOBILI

 

IL CIMITERO DEI MOBILI

 IL CIMITERO DEI MOBILI” c’era scritto sull’insegna del gigantesco capannone, alcune migliaia di metri quadrati open – space con dentro file e file di armadi guardaroba, strutture di letti, comodini, credenze, soggiorni, tavoli, sedie, poltrone e divani tutti rigorosamente usati.

Molti di quei mobili, scartati da gente che era stufa di vederseli per casa, sarebbero marciti là dentro, altri avrebbero trovato nuova vita grazie ad un sito internet sul quale venivano messi fotografie e prezzi dei pezzi in condizioni migliori: probabilmente qualcuno fra coloro che avevano scartato i mobili ne avrebbe acquistato altri ancora più usati e malmessi dei propri, ma l’importante è sempre cambiare.

Poi c’era il popolo degli architetti – arredatori che riuscivano a rifilare ai propri clienti quei rottami a prezzi multipli rispetto al nuovo.

All’ingresso del capannone, sul cancello che proteggeva il portone metallico, c’era un cartello scritto al computer e inserito in una cartellina di plastica: “Cercasi guardiano notturno” e sotto di questo una cassettina di legno appesa alle sbarre con dei moduli da compilare.

Martin, che era passato di lì per caso,  prese un modulo, era  interessato: aveva diciannove anni, nessuna voglia di studiare, tanto che dopo tre bocciature aveva lasciato definitivamente la scuola e come tutti i coetanei nutriva una gran voglia di indipendenza economica.

Aveva anche tentato un concorso per entrare in polizia, per quello bastava la licenza media, ma ci sarebbero voluti mesi se non anni per avere i risultati: si erano presentati in decine di migliaia per poche centinaia di posti.

Leggendo il modulo di impiego una domanda l’aveva colpito: “Sai sparare?”. In effetti il tiro a segno era il suo hobby preferito: niente di esplosivo, solo armi ad aria compressa e poi nei week end invece che in discoteca andava con gli amici a fare sfide di softball, quel tipo d’intrattenimento dove, a squadre, ci si spara con armi caricate a proiettili contenenti vernice colorata. Rispose di sì, rispose a tutti gli altri punti e spedì la domanda. In breve tempo fu chiamato per un colloquio.

Il proprietario del cimitero dei mobili non era in realtà un proprietario unico, bensì una società, ma a riceverlo fu quello che, evidentemente, era stato l’ideatore dell’attività e che, probabilmente, ne era il socio di maggioranza. Era un uomo di una certa età, oltre i sessanta e forse di più, un tipo a metà fra l’antiquario e il rigattiere; vestiva con giacca, camicia, fiocco al posto della cravatta e panciotto con tanto di orologio da tasca con catena.

Portava occhialetti pince-nez legati con un cordino all’occhiello della giacca sformata di tessuto pesante, forse inglese, era un tipo pignolo al solo vederlo e Martin avrebbe scoperto presto che lo era anche nell’organizzazione del deposito dei vecchi mobili. La risposta che fece sì che il posto fosse del giovane fu proprio quella relativa allo sparare: il vecchio gli disse che gli sarebbe stati dati una pistola ed un fucile proprio ad aria compressa, per non rischiare di danneggiare i mobili, o almeno di non farlo ulteriormente, il tutto allo scopo di eliminare i grossi ratti che tendevano a infilarsi là dentro in cerca di comode tane, magari in vecchi divani e rosicchiavano avidi i mobili più vecchi.

Per il resto nessuno andava lì a rubare, ma c’era il rischio che entrassero coppiette di ragazzi in ceca d’intimità o di avventura e ci sarebbe solo mancato che un cumolo di mobili crollasse loro addosso procurando ai proprietari noie a non finire. Non era un lavoro difficile, né pericoloso, al limite noioso, notte su notte per sette giorni su sette, ma Martin poteva sempre passare il tempo al computer o col piccolo televisore che c’era nel locale destinato al guardiano, magari fare dei pisolini sul divano che faceva parte dell’arredamento del locale che di certo veniva dal mucchio di mobili usati, non da un negozio. La paga era buona e, comunque non doveva essere per sempre: c’era ancora da attendere l’esito del concorso in polizia.

Riguardo ai topi, quello sì che era divertente: sparare a bersagli in movimento invece che a sagome fisse o a persone troppo grandi per essere difficili da colpire.

Una volta un suo amico che gestiva un negozio di caccia e pesca l’aveva invitato ad una battuta di caccia ai ratti in una fabbrica di sego. Un fornitore di larve per la pesca del negozio aveva avuto il permesso dai proprietari del luogo di organizzare la caccia: là dentro giravano sorci enormi che banchettavano con la carne ancora attaccata alle ossa e alla pelle delle bestie macellate. Il primo impatto fu tremendo per la puzza di decomposizione che aleggiava là dentro, che s’appiccicava ai vestiti, alla pelle e che vi restava impregnata per giorni nonostante le docce.

Anche il panorama era da film horror: cumuli di carcasse che parevano muoversi per l’attività delle larve, illuminate dalle fredde luci al neon. Poi, però, le luci vennero spente e si accesero solo quelle legate sulla canna dei fucili a piombini; alcuni invece delle piccole torce avevano legato dei puntatori laser rossi che non lasciavano scampo ai topi; in una notte ne avevano uccisi forse un paio di centinaia, lasciati poi lì fra i mucchi di ossa a fare sego e bigattini (e mosche e mosconi se non ci si sbrigava a mettere le larve in frigo).

Fino dalla prima notte al deposito Martin ne aveva ammazzato un paio, solo che qui non potevano essere lasciati a marcire sul posto, ma dovevano essere raccolti con scopa e paletta o prendendoli per la coda con un paio di guanti da lavoro, sigillati in un sacchetto e portati al cassonetto dell’umido sito appena fuori dal “cimitero”. Quello era il momento in cui, a volte, poteva succedere che qualche giovane desideroso di notti brave si infilasse nel deposito, con amici o con la ragazza, in  cerca di adrenalina o di sesso.

Gli era stato raccomandato di non usare le armi ad aria sugli intrusi e neppure minacciarli con queste: una volta individuati doveva solo minacciare, telefonino alla mano, di chiamare la polizia e questi se la davano subito a gambe: non erano criminali, spesso solo idioti.

L’ambiente era dunque enorme: per giralo tutto, come Martin avrebbe dovuto fare per contratto almeno due volte per notte, ci sarebbe voluta una di quelle diavolerie a motore elettrico, tipo il segway o l’overboard, ma lui  non aveva soldi né per l’uno, né per l’altro ed allora si limitava a fare un tratto, il primo, di alcune delle corsie in cui l’ambiente era organizzato, armato di pistola e fucile ad aria, magari seccava un paio di ratti, poi andava a vedersi un film sul televisore portatile o a chattare con gli amici del social sul computer e infine si lasciava andare sul divano consunto dell’ufficio e si faceva una sana dormita. Difficile che il direttore venisse a controllare ed in quel caso aveva posizionato piccole trappole giusto per fare un po’ di rumore e svegliarlo all’occorrenza.

Per fare tutto il percorso ci sarebbero volute ore: considerando la lunghezza del capannone e il numero di corsie erano un sacco di chilometri e per cosa? Per ammazzare un paio di topi in più? Del resto giù, verso il fondo inesplorato, c’erano i mobili più vecchi, probabilmente oramai già marciti o rosicchiati e quindi non serviva salvarli dall’ulteriore attacco dei repellenti roditori. Martin non sapeva neppure se là in fondo ci fosse una porta di servizio, una finestra, un accesso che magari qualcuno avrebbe potuto usare e non avrebbe di certo corso rischi per due ragazzini che volevano fare sesso in santa pace e neppure avventurarsi fra cataste rese pericolanti dal tempo.

Un po’ di curiosità, comunque, ce l’aveva, curiosità di vedere quella jungla inesplorata; chissà, magari un giorno, anzi una notte, meglio se  con uno skateboard o un monopattino, non una bici ché se il proprietario se ne fosse accorto si sarebbe incazzato: vuoi mai che qualcuno sfregiasse i suoi preziosi rottami! Martin lavorava lì oramai da quasi tre settimane: appeso al muro dell’ufficio – soggiorno notturno aveva messo un foglio con segnato il numero di ratti uccisi, a gruppi di tre e poi sbarrati, come fanno nell’accezione comune i carcerati con i giorni o settimane o mesi trascorsi in prigione.

Si era attrezzato con tutto ciò che potesse rendere meno noiose le sue notti: alcuni film in DVD, qualche rivista piccante, videogiochi sul portatile e un piccolo frigobar con birra e snack. Il frigo lo aveva recuperato nella corsia degli elettrodomestici, recava la scritta “15€”, che lui si era offerto di pagare al suo principale che, bontà sua, aveva magnanimamente rifiutato, pur disapprovando che il lavoro del ragazzo diventasse un rinfresco.

Certo così organizzato il lavoro non era malaccio, ma se solo fosse arrivata la chiamata dalla polizia… avrebbe forse guadagnato di meno, ma avrebbe avuto vitto, alloggio e sicurezza del posto fino alla pensione: un velo di tristezza gli passò davanti agli occhi a pensare già alla pensione all’età di 20 anni.

E poi successe che una notte sentì uno scricchiolio: lì ce n’erano tanti: a volte un’anta di armadio o di un pensile si staccava, altre ancora i tarli facevano cadere un tavolino dopo avergli distrutto una gamba, ma quello sembrava diverso e non era neppure assestamento del legno oramai vecchio dei mobili.

Sospirando di rassegnazione Martin interruppe il film di guerra mettendolo in pausa, prese la grossa torcia che aveva in dotazione,  la pistola e il fucile e si avviò verso il rumore.

Certo che al buio l’ambiente era inquietante: puntavi il fascio di luce e illuminavi un buio infinito, poi, magari, il ratto che sfrecciava via ti faceva sobbalzare per un attimo, ma subito dopo iniziava l’adrenalina della caccia. Martin vide un’ombra passare da una corsia a un’altra, ma era troppo grande per essere un ratto, forse solo un’ombra, magari la sua, riflessa da un’anta a specchi, ma poi la rivide di sfuggita, niente più di una figura indistinta, ma gli parve di sentire un sospiro, stavolta.

Dannati ragazzini… eppure quella sera non era uscito per andare al cassonetto, non aveva lasciato aperti portone e cancello, forse veramente c’erano altri ingressi, porte o finestre che fossero, ma era strano che le trappole, per lo più fili di nylon da pesca con piccoli campanelli, non avessero suonato.

Girò ancora un po’, ma non vide né sentì più nulla, così ritornò alla battaglia di Iwo – Jima e se proprio, proprio fossero stati ragazzi, ma tendeva ad escluderlo, che si facessero pure una canna o una scopata in santa pace, chissenefrega, basta che non lasciassero in giro mozziconi o preservativi, altrimenti avrebbe passato i guai suoi l’indomani.

Prima dell’arrivo dei commessi, comunque avrebbe dovuto fare un giro, soprattutto nella zona divani. Tornò al suo film e si addormentò sul suo di divano. La notte seguente sentì di nuovo lo stesso rumore: ora cominciava a saltargli la mosca al naso; un amico gli aveva prestato una torcia subacquea più potente a dodici elementi, vale a dire dodici batterie, vale a dire un botto di spesa, ma ne andava del suo lavoro ed era anche una questione di principio: a Martin non lo si prendeva per i fondelli o ci si sarebbe beccati un piombino nei propri, di fondelli.

Partì di corsa verso il rumore, sparando un getto di luce che pareva di stare al Maracanà alla finale in notturna della coppa del mondo. Stavolta oltre l’ombra, ingigantita dal faro, intravide il suo possessore, o forse ombra e proprietario erano un’unica cosa e trasalì: un bambino, un bambino di forse sette o otto o nove anni, lui non si intendeva di bambini, non aveva figli né fratelli.

Cosa ci faceva un bambino così piccolo là dentro? Di certo non era uno zingaro o un clandestino, era vestito bene, anche se l’aveva visto solo per un paio di secondi, ma era un buon osservatore e aveva notato la pelle bianchissima, la frangetta bionda (che pensava si accompagnasse ad un paio di occhi azzurri), la camicina col colletto stondato bianca a pois rosso – scuri o forse marroni, il golfino celeste e i pantaloncini all’inglese, al ginocchio, forse un po’ fuori moda anche fra i bambini.

Ehi piccolo – chiamò – è pericoloso qui, ti puoi fare molto male, aspettami, non ti faccio nulla, vengo lì e ti accompagno in ufficio e chiamiamo casa”. Nessuna risposta, nessun riscontro. Forse dirgli che avrebbe chiamato casa non era stata una genialata: se era lì in piena notte magari era scappato, forse non ci voleva stare a casa. Martin corse a perdifiato fra le corsie, ma del bambino nessuna traccia. Quando fu stanco della ricerca tornò alla sua postazione: probabilmente aveva spaventato il ragazzino che se ne era tornato da dove era arrivato, ma di certo Martin era turbato, avrebbe preferito un tossico o due camporellisti. Non sapeva se riferire l’accaduto al boss l’indomani, ma di certo se lo avesse fatto si sarebbe sentito lui le sue.

Per un paio di notti fu tutto tranquillo, alla terza risentì i rumori, ma senza campanelli, che nel frattempo si erano incrementati di numero: prese la torcia e corse fuori, aveva vent’anni ed era snello e veloce , vide lo stesso bambino della prima volta, ma poi inaspettatamente dietro di lui un ragazzino più grande, forse dodicenne, anch’egli biondo, ma con capelli lunghi fino alle spalle, anch’egli ben vestito e di una bellezza, per quel poco che aveva potuto vedere, inquietante.

Li inseguì entrambi senza successo, spariti, forse usciti, forse nascosti in cassapanche o armadi, forse era quello il loro gioco: nascondino col guardiano scemo. Ora però tutto era più chiaro: il grande aveva trascinato l’amichetto o il fratellino che fosse, in quell’avventura, in quel gioco pericoloso.

Doveva saper qualcosa di altri possibili ingressi, ma ancora non voleva chiedere al capo, per cui la notte seguente si portò il suo vecchio skateboard di quando era ragazzetto e con quello sarebbe stato molto più veloce negli spostamenti e perfino in grado di arrivare nel territorio inesplorato in fondo al deposito. I rumori e gli avvistamenti si ripetevano oramai ogni notte, ma skate o meno non riusciva a raggiungere i due delinquentelli; ma dico, che razza di famiglie avevano che li lasciavano uscire così piccoli di notte? Forse erano fratelli (si assomigliavano, in effetti) e magari vivevano con un solo genitore che di notte lavorava, ma comunque non si lasciano i bambini da soli in casa o fuori, poi dici le disgrazie…

Martin era sempre stato un tipo curioso, così nei momenti di pausa dagli inutili inseguimenti si mise a cercare sul internet, sugli archivi della stampa locale, notizie sul capannone e sul paese: pareva un gioco da ragazzi, ma era una mole di notizie e pagine internet enorme, a scatola cinese, ne aprivi una e ti rimandava ad altre dieci o venti o cento.

Se non altro aveva scoperto che il cimitero dei mobili esisteva da prima che lui nascesse, che il precedente proprietario era sparito dall’oggi al domani, anzi dalla sera alla mattina, che era un tipo “chiacchierato”, ma non riuscì a scoprire perché. Seppe che dopo la sparizione dell’uomo il deposito era stato messo all’asta dalla banca che ne vantava un’ipoteca e che era stato acquistato dall’attuale società.

Poi, all’improvviso, un articolo di oltre vent’anni prima, anzi no, dello stesso giorno della sua nascita e la foto sbiadita e sgranata di due bambini: gli stessi che lui aveva visto, ma che ora avrebbero dovuto avere poco meno e poco più di trent’anni. Avrebbero, ma erano scomparsi e si sospettava di un maniaco, forse del primitivo proprietario stesso del “cimitero”. Ora la cosa poteva essere più chiara, se solo Martin avesse creduto ai fantasmi, ma del resto era la sola possibilità.

Diceva Sherlock Holmes: <<eliminate tutte le soluzioni possibili, per quanto improbabili rimangono solo quelle impossibili>>. La notte seguente lasciò in ufficio armi e skateboard e quando sentì i rumori uscì senza fretta: aveva capito che non volevano sfuggirgli; li vide ed urlò loro: “So tutto, aspettatemi, se volete il mio aiuto sono disponibile”. Comparvero entrambi, si fermarono, lo guardarono in silenzio con un tale dolore nello sguardo (avevano proprio gli occhi azzurri, ma erano occhi privi di vita) che Martin non riuscì a trattenersi e scoppiò in un pianto dirotto, poi i bambini si avviarono verso il buio misterioso del fondo magazzino e lui li seguì, allo stesso passo, illuminando la strada e lasciandosi alle spalle un buio che ritornava a inghiottire tutto e tutti.

Camminarono e camminarono e camminarono per un tempo che parve non finire mai, arrivarono in fondo, nella zona che Martin non aveva mai visto, che forse neppure il suo capo aveva mai visto: vecchi mobili pesanti, di noce, alcuni in pessimo stato, altri che brulicavano di tarli, guardaroba enormi che poco si adatterebbero ora alle minuscole case moderne.

Ad un certo punto i due ragazzini si fermarono, si voltarono verso di lui e gli fecero un sorriso, ma anche questo era un sorriso senza gioia, poi si infilarono in un grosso armadio e lo fecero senza aprirne le porte, semplicemente attraversando il legno massiccio. Martin titubante spalancò le ante cigolanti che sembravano dovergli crollare addosso da un momento all’altro: dentro due scheletri minuti, il più piccolo aveva ancora addosso brandelli di una camicina bianca a pois granata. Tutto era chiaro, i bambini cercavano solo un po’ di pace, una sepoltura e il loro riposo eterno.

Un’altra anta cigolò mossa da una improvvisa quanto ingiustificata folata di vento in quel luogo chiuso che odorava di muffe vecchie come il mondo: Martin aprì anche quella, dentro uno scheletro più grande, adulto, con un foro nel cranio e una pistola arrugginita ancora stretta fra le falangi disfatte. Il vecchio proprietario, evidentemente, già chiacchierato come maniaco, aveva ucciso i due ragazzini; sul come li avesse attirati lì dentro, quello sarebbe rimasto per sempre, oramai, un mistero irrisolto, ma anche senza più alcuna importanza.

Del resto erano così belli che probabilmente era facile desiderarli ma anche uno splendido fiore si può ammirare pur senza strapparlo dal terreno; poi, evidentemente inorridito egli stesso da ciò che aveva fatto e dalle conseguenze che avrebbe patito, l’uomo si era tolto la vita, ma lo aveva fatto nascondendosi là dentro, dove sperava di non essere mai più ritrovato e svergognato per il suo orrendo crimine.

Martin tornò indietro: aveva delle telefonate da fare, ma senza fretta, oramai.

Se questo era il lavoro del poliziotto, l’avere a che fare quotidianamente con queste brutture, il giovane non aveva più molta voglia di vincere il concorso per diventare agente.

Forse Martin avrebbe continuato a fare il guardiano notturno, ma di certo non più là dentro, né in altri luoghi infestati da fantasmi di innocenti in cerca di pace e giustizia.

 

 

 
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Pubblicato da su gennaio 1, 2018 in Racconti

 

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TURNO DI NOTTE

TURNO DI NOTTE

Dopo tanti anni di studio inutili, tempo buttato nell’immondizia, a Ottavio era rimasta solo la possibilità di  quel lavoro: portiere di notte in un albergo che, se non era proprio ad ore, era quantomeno complice e compiacente.

Aveva fatto una apposita scuola per il turismo, poi un paio d’anni di lingue straniere all’università, ma ad un certo punto aveva dovuto lasciare gli studi, un po’ per carenze della scuola precedente che non era fatta certo per preparare all’ università, un po’ perché nel frattempo i genitori se ne erano andati e lui era rimasto da solo ed aveva problemi economici: le tasse universitarie erano davvero un lusso che non poteva permettersi.

Fare il portiere di notte non è alternativo ad un lavoro diurno: la notte lavori, di giorno dormi e quando vivi? Al limite sopravvivi.

Non si hanno né amici, né colleghi, né altre relazioni e meno che meno è un lavoro che ti permette di avere una famiglia.

Ma lui una famiglia l’avrebbe voluta e per questa ragione, fra l’altro, detestava quegli uomini che arrivavano a tarda notte con donne bellissime, che davano nomi falsi e buone mance e sparivano alla mattina.

Poi, magari, tornavano dopo settimane con una bellona diversa.

Loro, per lo più (lo vedeva dalle fedi al dito o dal segno più chiaro lasciato da queste) una moglie e forse una famiglia, dei figli ce li avevano, eppure mettevano tutto a rischio per un amore che amore non era: era solo possesso di un corpo.

L’hotel dove Ottavio lavorava era in periferia, in una via che costeggiava una linea ferroviaria secondaria, una strada dove di notte non passava nessuno o quasi, neppure i treni e al limite ci si fermavano auto con coppie clandestine di quelle, però, che non potevano permettersi una camera nell’albergo che era proprio lì davanti, ma solo un po’ di privacy e riparo sui sedili dell’automobile in quella strada dimenticata e discreta.

Se non altro il “suo” hotel non era una delle sordide bettole compiacenti frequentate dalle “professioniste” più a buon mercato: qui la clientela era più selezionata, di altro livello, ma poco cambiava alla sostanza dell’uso delle camere.

Ogni tanto, di rado, arrivava qualche cliente straniero, in città per affari: poi, quando si accorgeva della vera natura dell’albergo, la volta seguente non ritornava più.

Lui stava attento, sì perché le coppie clandestine arrivavano tutte nel suo orario di servizio, che si trattasse sempre di maggiorenni, non importa se maschi con femmine o maschi con maschi o femmine con femmine, ma comunque in età legale per rapporti di quel tipo, anche se la professione di una delle due metà della coppia aveva sempre poco di legale.

Niente ragazzini o ragazzine, dunque, anche se ogni tanto qualche vecchio maiale ci provava, magari ostentando mance pari a una settimana del suo stipendio, ma lui su quello era irremovibile e del resto era la stessa politica della società proprietaria dell’hotel, persone mai viste che erano solo un nome e una firma sull’assegno del suo stipendio.

E anche quella era apposta da un impiegato, non dai titolari in persona.

Per il resto, se erano in regola con l’età, non badava al loro sesso anagrafico, gli passavano tutti davanti come invisibili e questo i clienti lo percepivano e lo apprezzavano: nessuno vede, nessuno sa, nessuno giudica.

Ma una sera entrò un cliente con una donna nuova, bellissima, una di classe: non li aveva mai visti, meno che meno la donna, avrebbero potuto essere una coppia regolare, solo che lei tornò la settimana seguente con un altro cavaliere e poi ancora e ancora, quasi sempre erano uomini diversi.

Ma soprattutto era lei ad essere diversa, diversa da tutte le altre professioniste del sesso che vedeva andare e venire, gli piacque subito, gli entrò nei sensi e nell’anima, se la sentiva nella pelle, non poteva staccarle gli occhi di dosso, solo che in questo caso era lui ad essere invisibile per lei, perfino quando la donna gli ordinava da bere, visto che di notte era solo e faceva oltre che il portiere anche il barista, lei lo pagava ma non lo vedeva.

Lei faceva le ordinazioni di persona, prima di salire, oppure chiamava col telefono della stanza, sempre la stessa, la duecentoventuno, forse un numero scaramantico e lui portava l’ordine in camera e a volte lei era in vestaglia o in sottoveste ed era bella, Dio se era bella: forse… forse l’amava, ma lei non guardava mai lui, guardava attraverso di lui.

Di certo Ottavio era un uomo molto più giovane e gradevole di quasi tutti i clienti con cui lei era stata lì, ma era solo un portiere di notte che non poteva ambire ad una come lei, con le sue pretese e la sua classe, con il suo tenore di vita.

Ma Ottavio era sì un portiere di notte, però era anche un uomo e un uomo può innamorarsi senza come né perché.

Lei era una professionista, una che non guarda i portieri di notte a milleottocento euro al mese,  per lei solo clienti facoltosi, dunque, che le garantivano vestiti e gioielli e un genere di vita che un solo uomo, evidentemente, non era in grado di darle, per questo per lei ce ne volevano tanti.

A volte se e andavano entrambi, mantenuta e cliente, all’alba, altre volte solo dopo un paio d’ore dopo il loro arrivo, giusto il tempo di consumare quella pallida parvenza di amore, allora lui, Ottavio il portiere, saliva nella camera duecentoventuno, cercando di resistere al disgusto di quell’odore sempre uguale, odore si sesso senza sentimenti di fluidi corporei, di bagno schiuma e shampoo comperati all’ingrosso e al risparmio dai suoi datori di lavoro, guardava l’impronta di lei sulle lenzuola e sul materasso prima che il tempo rimettesse ogni cosa al suo posto, vedeva l’affossamento della sua testa sul cuscino del grande letto del quale quasi sempre veniva adoperata una sola metà.

Allora si sdraiava sulla metà intonsa dell’alcova, allungava la mano e gli sembrava di sentire la forma di lei, il corpo di lei, ma senza il calore di quel corpo; stringeva il cuscino che aveva ancora il sentore del suo profumo di classe, sognava di essere il cavaliere che salva la donna perduta, che la porta via, in un paese lontano dove non c’è la nebbia della periferia e lo sferragliare del treno e il freddo della città industriale: in fondo dei suoi guadagni non spendeva quasi mai nulla, aveva un po’ di soldi da parte… sì, un po’ quanti? Sufficienti per quanti giorni della vita dispendiosa a cui la donna era abituata? Poi il suono del cercapersone collegato al campanello notturno lo distoglieva dal sogno ad occhi aperti: altre coppie clandestine e invisibili.

Una sera, quella sera, o forse bisognerebbe dire quella mattina, visto che la mezzanotte era passata da molto tempo, Ottavio era andato nel piccolo magazzino a prendere una cassa di bottigliette d’acqua minerale da mettere in frigorifero, quando al ritorno al proprio posto dietro il bancone della reception vide di spalle il cavaliere di turno di lei, della sua amata: evidentemente entrambi se ne stavano andando, allora salì al secondo piano, come d’abitudine oramai, camera duecentoventuno, per andare ad abbracciare il cuscino e l’asciugamani di lei, per godere per un attimo del suo odore e del suo tepore.

La stanza era immersa nell’oscurità, anche se spesso le coppiette non erano così attente al risparmio energetico e lasciavano tutte le luci accese, ma lui la conosceva bene quella stanza, tanto da orientarsi anche al buio; entrò, chiuse la porta e andò a sdraiarsi sul lato sinistro del letto, quello sempre intonso, allungò la mano a sentire il tepore del lenzuolo che aveva accolto il corpo di lei, ma sentì altro che lenzuola.

La donna si svegliò dal suo sonno, evidentemente ad essersene andato era stato solo il suo cavaliere di turno, accese la luce e iniziò a strillare: “Ma chi è lei, un maniaco, cosa vuole da me?”; naturalmente  non lo aveva riconosciuto, visto che non lo aveva 1164_Foto_203

mai guardato veramente, come l’uomo che le dava la chiave della stanza, che le portava da bere in camera e strillava e non la smetteva.

Presto l’avrebbero sentita, quindi lui le mise la mano sulla bocca per zittirla e spiegarle, ma lei lo morse, allora Ottavio prese il cuscino e glielo premette sul viso, ma non voleva farle del male, voleva solo farla tacere e difatti lei, finalmente, tacque.

Adesso tutto era di nuovo silenzio, dopo la breve scaramuccia: forse lei aveva capito che lui non voleva farle del male, solo starle un poco vicino, vicino al suo calore e al suo profumo, che voleva solamente salvarla da una vita indegna, una vita che non era per lei.

Dopo, quando si fosse risvegliata glielo avrebbe detto che l’avrebbe portata via da quel freddo e da quella notte perenne nella quale entrambi erano costretti a vivere.

Lei era così bella anche addormentata, anche dopo quello squallido incontro… le si coricò di nuovo accanto, la strinse a sé con tutte le sue forze, con tutta la sua disperazione, con tutto il suo amore, poi rimase lì, sdraiato con lei fra le braccia, a sentire il calore del suo corpo che piano, piano la lasciava per sempre.

Fra poco sarebbe stato mattino, già si intravvedeva là in fondo alla strada che costeggiava la ferrovia quel lieve chiarore livido che preannuncia l’alba; a momenti sarebbe arrivato il concierge del turno di giorno, l’avrebbero cercato, non vedendolo lì al suo posto ad aspettare il cambio e dopo sarebbero arrivate anche le cameriere dei piani a pulire, arieggiare, cambiare i letti degli amori di altri e alla fine sapeva che gliela avrebbero portata via per sempre e poi avrebbero portato via anche lui, ma tutto questo dopo…

Per il momento lei, la donna senza nome era solo e definitivamente sua ed era riuscito a stringere finalmente il suo corpo e a salvarla col suo amore da quella vita umiliante.

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su dicembre 18, 2017 in Racconti

 

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La figlia del poliziotto

LA FIGLIA DEL POLIZIOTTO

La storia della domanda di pre-pensionamento chiusa nel cassetto del commissario Grieco era, chissà come trapelata: non doveva saperlo nessuno, neppure i due più stretti collaboratori del poliziotto e invece era diventato il segreto di Pulcinella e le solite serpi, quelli che avevano soprannominato il commissario “Stellone” per le sue fortune nelle indagini, ora avevano messo in giro la voce che la A. di Alfonso stesse invece per A. di Amleto per il suo dubbio, appunto… amletico, “firmo o non firmo?”.

Grieco ancora non sapeva nulla di queste maligne indiscrezioni che giravano sul suo futuro, ma in sostanza era sempre più deluso da quel lavoro che lo metteva a contatto con troppe brutture e miserie umane.

Non servì, dunque, a migliorarne l’umore il ritrovamento dello scheletro della bambina.

Era autunno, tempo di funghi, ma non c’era bisogno di andare in Trentino per trovarne, bastavano poche decine di chilometri per arrivare a Sforzesca, nella zona di Vigevano, verso il sud di Milano; non c’erano certo porcini, ma gambasecca, chiodini e se si era fortunati qualche mazza da tamburo.

Ed era stato proprio un fungaiolo da brughiera a trovare i macabri resti, o meglio li aveva trovati il suo cane, che non era un cane da trifola, ma da compagnia e che si era messo a scavare abbaiando felice e poi era ricomparso con un femore in bocca pretendendo che Bartolomeo, il suo padrone, glielo lanciasse.

L’uomo, poi aveva visto il resto dei… resti e, nell’ordine, aveva vomitato, poi bevuto un lungo sorso di vino dalla borraccia e infine telefonato ai carabinieri.

Ma quando c’è una grana, un delitto dal passato, il tutto arriva poi sempre da lui, da Grieco, che pure è poliziotto e non carabiniere, con la scusa che è bravo, che negli omicidi è il numero uno, lui, anche se è Amleto e Stellone. Ancora una vittima innocente, ancora un duro colpo alla voglia di restare in servizio del commissario

Che fosse una bambina e non un maschietto l’aveva stabilito subito il patologo, il dottor Palermo, esaminando le ossa del bacino di quel piccolo scheletro.

Appena diffusasi la notizia fra le mura di via Fatebenefratelli, piombò nell’ufficio di Grieco il commissario Rolando Dieghi, dell’antitruffa. La sua storia era una storia triste e la conoscevano anche i muri là dentro: quattro anni prima la sua bambina di sei anni era sparita, mai più ritrovata; sua moglie aveva prima tentato il suicidio e poi era finita in una clinica psichiatrica senza possibilità di uscirne mai più guarita e da allora ad ogni ritrovamento di cadaveri o ossa di bambini, più frequente di quanto si possa pensare, lui, Rolando, piombava in ufficio dal collega incaricato delle indagini con due speranze: che fosse la sua Caterina, così da darle almeno una sepoltura e che non lo fosse, così da poter ancora sperare.

Dargli la notizia toccò proprio a Grieco, che aveva ricevuto il rapporto dal dottor Palermo, il medico legale e dal tenente Marchetti, responsabile della sezione scientifica: il D.N.A. non lasciava dubbi, questa volta: quei miseri resti erano della sua Caterina; ci sperava, lo temeva, ma ora, se non altro, sapeva.

Per lo meno, dato lo stato dei resti, solo ossa e capelli, in pratica, non era stato possibile stabilire se la piccola avesse subito violenza, anche se nessuno ne dubitava.

La bimba non sarebbe mai andata a scuola, non avrebbe tormentato la madre per avere un paio di scarpe o un abitino alla moda, alle medie non avrebbe preso la prima cotta, magari per un cantante o un attore. Non avrebbe fatto il liceo, l’università, non si sarebbe fidanzata, lasciata, ri-fidanzata, sposata, non gli avrebbe dato dei nipotini.

Il commissario Dieghi pianse abbracciato all’imbarazzatissimo Grieco che non aveva parole, anche perché non servivano e non ne esistevano.

C’era, però, qualcos’altro, qualcosa che al momento il collega non doveva sapere: setacciando il terreno dove erano stati sepolti i resti della bambina erano state trovate le unghie e sotto le unghie del materiale organico da cui si stava estraendo il D.N.A. del presunto colpevole.

Caterina non per niente era figlia di un poliziotto: aveva lottato, si era difesa, aveva graffiato il suo carnefice, magari questo l’aveva mandato in bestia, ma il destino della bambina era segnato comunque. Una bambina di sei anni non aveva speranza di vittoria contro un uomo adulto, eppure, a distanza di anni era lei adesso che stava vincendo, che stava sconfiggendo il mostro, l’uomo nero della filastrocca.

Al commissario fu data una licenza per lutto stretto e fu spedito a casa, ma il vero motivo era il tenerlo lontano dalle indagini per quelle menate del conflitto d’interessi, del coinvolgimento personale. Grieco gli assicurò, prima che se ne andasse, che non si sarebbero dati pace lui, i suoi uomini, l’intera questura, fino a che il colpevole non fosse stato preso: adesso che c’era un corpo potevano indagare, cercare indizi e prove.

Mentre stava uscendo dall’ufficio di Grieco, Rolando Dieghi si voltò, lo prese per il bavero e, fra le lacrime, gli disse, lo supplicò, lo minacciò: “Alfonso, se lo trovi, lascialo a me” poi andò via, sparì nei lunghi corridoi tetri di quel luogo spiacevole pure per chi ci si guadagnava da vivere lì dentro.

Questa volta Grieco e i suoi uomini ebbero fortuna: niente viaggi, niente interrogatori, niente “metodo Grieco”: questa volta bastò il metodo Marchetti: il D.N.A.  dell’assassino di bambine era schedato e, guarda un po’, per molestie, corruzione e tentata violenza su minore, una bambina di cinque anni, fortunatamente salvata in tempo da alcuni passanti.

Adesso non sapevano solo il suo nome, non conoscevano solo il suo volto, ma avevano anche un indirizzo. Cercarono di tenere tutto segreto, ma la questura ha mille occhi, mille orecchie e tanta solidarietà verso i colleghi: dovevano fare presto, prima che la cosa arrivasse al commissario Dieghi.

Partirono i soliti tre: Grieco, Trentin e Jovine a bordo della macchina senza insegne e senza riscaldamento, la meta era una villetta ex casa minima di Bruzzano.

Stavano per bussare e qualificarsi quando sentirono dall’interno un pianto di bambino o di bambina, difficile a dirsi, però loro avrebbero scommesso sul fatto che fo

La porta era massiccia, difficile da sfondare a spallate o calci, ma Jovine tirò fuori quello che un poliziotto non dovrebbe avere: uno spadino, l’attrezzo per aprire le serrature che usano i ladri e che anche lui aveva imparato ad usare.

Ci vollero pochi attimi perché la porta si aprisse nel massimo silenzio.

Avrebbe potuto essere una violazione di domicilio, una cosa illegale entrare così, forzando la porta, senza bussare e qualificarsi, ma l’aver sentito la bambina piangere li autorizzava all’irruzione d’emergenza.

Non volevano preannunciarsi, troppo pericoloso per la creatura in pericolo.

Attraversarono un corridoio con alle pareti diverse fotografie tutte di bambine: forse altre vittime, probabilmente Caterina non era stata la prima, né l’unica, poi entrarono nella camera dalla quale provenivano le voci: “Togliti anche le mutandine” intimava una voce d’uomo; la voce più giovane continuava a piangere e implorare.

Ai loro occhi si presentò l’uomo delle foto segnaletiche, nudo dalla cintola in giù, eccitato, enormemente eccitato, minacciava la piccola, in slip e maglietta con un coltello; poi, accortosi della presenza dei tre poliziotti, rivolse l’arma contro di loro; non voleva andare in prigione, sapeva che accoglienza avrebbe avuto dagli altri carcerati, che saranno delinquenti, ma hanno un loro codice d’onore: i bambini non si toccano.

A questo punto i tre uomini si guardarono l’uno con l’altro: nessuno dei tre aveva con sé una pistola, un errore imperdonabile che avrebbe potuto costare le loro vite e quella dell’ostaggio; non sapevano che fare.

Certo, i due poliziotti più giovani avrebbero potuto saltare addosso all’uomo, che peraltro non era proprio un fuscello, dai due lati: uno l’avrebbe immobilizzato, probabilmente, ma altrettanto probabilmente l’altro si sarebbe preso una coltellata che avrebbe anche potuto essere mortale.

L’istinto diceva loro di salvare la bimba, ma la ragione suggeriva anche di proteggere le loro vite. In questo impasse, il momento decisivo fu l’irrompere nell’appartamento e nella stanza del commissario Dieghi.

Lui sì che ce l’aveva la pistola, non la Beretta automatica d’ordinanza, ma una Colt a canna corta, un revolver a tamburo probabilmente illegale, come del resto avevano molti poliziotti come riserva e di solito la portavano alla caviglia. L’uomo aveva lo sguardo allucinato, la barba mal fatta da almeno tre giorni, la camicia sbottonata al collo e la cravatta allentata e storta.

Puzzava, puzzava di alcol e di sudore e di disperazione.

Approfittando dello scompiglio dato dal suo ingresso la piccola corse a rifugiarsi dietro al commissario Grieco, abbracciandone le gambe con le sottili braccine nude. “Prendi la piccola e vattene Alfonso, i suoi l’aspettano per riabbracciarla, lascialo a me”. 

Grieco avrebbe voluto obiettare, ma in quel momento, davanti al dolore dell’uomo, non aveva argomenti; in un attimo rivide pagine di giornali vecchie e recenti: i due bambini uccisi a Foligno e il mostro ora libero e loro sempre morti e poi il bimbo di Cogne con la testa fracassata e la madre assassina in semilibertà, con lui, invece, sempre del tutto morto e dimenticato.

Così va la giustizia in Italia, anzi la legge, perché la giustizia è un’altra cosa: niente pena di morte, niente ergastolo neppure per i mostri e anche questo avrebbe patteggiato una ventina d’anni e ne avrebbe fatto la metà, forse e poi via, libero, magari libero anche di violentare ed uccidere altre bambine.

Il commissario prese in braccio la piccola che subito gli si strinse al collo, mentre Jovine si toglieva il giubbotto per coprirla, per proteggerla dagli sguardi e dal freddo, visto che era seminuda.  I tre poliziotti s’intesero a sguardi: si voltarono e uscirono.

Appena in strada udirono lo sparo: avrebbero dovuto conviverci con quanto avevano fatto, anzi non fatto, ma non sarebbe stato difficile perché era stata la cosa giusta da fare e poi c’era l’urgenza di riportare una creatura alla sua famiglia e poi erano stati minacciati, e poi, e poi….

Per il collega non c’era problema: quello era armato di coltello e minacciava quattro persone, di cui tre poliziotti disarmati e una bambina e, comunque fosse andata, non importava, perché per lui oramai la sua vita era finita da un pezzo.

P.s. nella seconda immagine l’attore Orso Maria Guerrini che idealmente identifico col commissario Grieco, solo che Grieco non è calvo, ma con un riporto laterale

 

 
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Pubblicato da su dicembre 4, 2017 in Racconti

 

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I TERRORISTI

I TERRORISTI

 

Premetto che questo racconto non è del tutto originale, ma una mia personale riedizione di un racconto particolare che lessi molti anni fa.

Non ne cito l’autore semplicemente perché non me lo ricordo.

* * *

Si può dire di tutto dei dittatori, ma non che non possiedano una certa dose d’intelligenza selvaggia, o forse di furbizia, che dell’intelligenza è il surrogato quando questa è carente e se proprio, proprio sono poveri anche di tale surrogato, allora c’è chi arriva in loro soccorso.

Il dittatore di cui parliamo, quello del terzo millennio, si era adeguato alla bisogna e si era circondato di pubblicitari, di p.r, di psicologi, persone utili a stabilire le strategie che gli evitassero un’opposizione che gli facesse fare la fine di tanti altri malati di potere e di megalomania prima di lui. Ma del resto la strategia che avevano sviluppato non era una novità: esisteva da oltre duemila anni, l’avevano già scoperta i Romani e senza agenzie pubblicitarie.

Loro, i nostri antenati lontani, la chiamavano: “Panem et circensis”, vale a dire che per dominarlo occorre dare al popolo il minimo indispensabile per sopravvivere e poi ciò che più desidera per distoglierlo dalle cose più profonde e magari potenzialmente pericolose per il potere auto – nominatosi.

Da un paio di decenni si era imposto questo nuovo ordine mondiale: se si vuole la si può chiamare dittatura, perché di questo si trattava: niente elezioni, niente stato sociale, nessuna discussione sulle leggi da approvare.

aCome tutte le dittature era stata imposta e mantenuta, almeno nella prima fase, con la violenza, la repressione, con sangue e con tanti morti, ma poi erano intervenuti i consiglieri del presidente e tutto era cambiato e allora non ci fu più bisogno di repressione per tenere il popolo a bada e avere il suo consenso.

La popolazione era divisa in due categorie economiche ben distinte e neppure questo era una novità, semmai un ritorno al medioevo, ai signori, i vassalli e i servi.

Oramai c’era una ristretta cricca, ma forse si dice più modernamente lobby di

imprenditori, speculatori, latifondisti che faceva il bello e il cattivo tempo, che in realtà teneva per i fili il burattino che avevano messo al potere facendogli credere di essere al comando, mentre invece era lui ad essere comandato ed anche questo è un “panem et circensis”, un dare ad ognuno ciò che brama.

La stragrande maggioranza delle persone, per contro, serviva solo come carne da cannone,  per così dire: serviva cioè a produrre ricchezza per loro, i veri padroni del mondo e come detto non vi erano più diritti, non vi era più neppure una parvenza di stato sociale ed allora la gente non andava in ferie, non aveva assistenza sanitaria, né pensione, né istruzione e quando non poteva più lavorare o moriva o spariva.

Eppure nessuno si ribellava, o almeno quasi nessuno, perché il dittatore aveva dato loro ciò a cui tutti o quasi ambiscono: il sesso! Era così: ogni forma di sessualità, di perversione o di deviazione era stata legalizzata; tutti portavano delle grosse spille di diverso colore a seconda delle proprie tendenze, così da riconoscersi coi propri simili o compatibili ed era concesso a tutti, uomini, donne, adolescenti e bambini, non c’erano divieti o preclusioni.

C’era il badge bianco dei cosiddetti normali, quello fucsia degli omosessuali, maschi e rosa, se si trattava di femmine.

I sadici ce l’avevano rosso e i masochisti verde e poi c’erano feticisti, bisessuali (con distintivo bicolore), gerontofili, pedofili, efebofili e quant’altro e c’era anche quello in tinta camouflage per chi voleva semplicemente dichiararsi disponibile ad ogni esperienza e ad ogni sesso.

Una sola regola: era necessario che entrambi i soggetti (sempre che non si trattasse di amore di gruppo con un bel badge a spicchi arcobaleno) fossero consenzienti e che il tutto avvenisse senza fini di lucro.

Se sul tram un normale vedeva una donna con distintivo bianco come il suo, bastava che chiedesse: “Voglia?” e se lei rispondeva in modo affermativo i due scendevano dal mezzo e si accoppiavano in pubblico, senza pudore su una delle numerosissime panchine messe a disposizione a questo scopo un po’ ovunque, magari osservati da dietro un albero da uno con lo stemma grigio dei voyeur sull’impermeabile aperto….

Nessuno si stupiva, nessuno si scandalizzava, nessuno protestava.

O almeno, quasi nessuno, come detto, perché c’erano comunque loro, i terroristi, un piccolo nucleo di persone che ancora conservava un briciolo di dignità e di senso morale, di voglia di libertà, di desiderio di avere qualcos’altro che non solo sesso degradato.

I terroristi si mascheravano da normali, con loro semplice distintivo bianco, visto che tutti dovevano portarne uno, anche se a volte lo sostituivano con quello arcobaleno degli amanti dell’amore di gruppo, così da potersi riunire senza creare sospetti e in queste riunioni fantasticavano attentati, rivoluzioni, ma soprattutto e più che altro ricordavano, ricordavano i vecchi tempi, vecchi come la maggior parte di loro, quando si leggeva un libro, si andava a teatro, si passeggiava nella natura, si giocava coi figli, si amava anche con il cuore e per arrivare al sesso si corteggiava l’altra persona.

Era solo un’illusione la loro, perché il popolo obnubilato dal sesso e dalle droghe, anch’esse legalizzate da tempo, mai li avrebbe seguiti, mai avrebbe rinunciato a ciò per cui, in fondo tutti cercavano un tempo fama, denaro e quant’altro, solo per lui, il sesso e tutte le sue perversioni senza freni alla fantasia.

Ora, però, dopo tanto parlare, era giunto il momento dell’azione: nessuno sapeva di loro, non c’era polizia o comunque ce n’era poca, nessun apparato di sicurezza e loro, i terroristi, avevano puntato in altro, un attentato al presidente unico, al quale, comunque, ne sarebbe seguito di certo un altro uguale, con tanto di fili per essere manovrato dai veri burattinai.

Mike, Chang, Carlo, Jules, Katrina e tutti gli altri alla spicciolata raggiunsero il luogo dell’incontro, un vecchio capannone in disuso, passando fra panchine con uomini e donne che si accoppiavano, con altri che si sodomizzavano, attraversando un parco con distintivi verdi legati nudi agli alberi e distintivi rossi che li frustavano, con grigi che da dietro altri alberi guardavano masturbandosi con l’impermeabile aperto a mostrare la loro nudità integrale.

Bambini e ragazzini, tornavano da scuola in mezzo a tutti questi accoppiamenti senza farci caso, parlando dei fatti loro; qualcuno, poi, magari si staccava dal gruppo dei coetanei per seguire un uomo che gli aveva gridato dal marciapiedi opposto: “Voglia?”.

Il sesso piace a tutti ed a tutte le età, in fondo. Alla fin fine i terroristi arrivarono a destinazione, erano trentacinque in tutto, ma mancava ancora il loro capo. Questi li raggiunse con mezz’ora di ritardo, reggendo uno scatolone; aveva l’aria affranta: “Siamo fregati” mormorò quasi fra le lacrime, come chi vede un ideale infrangersi. “Ci hanno scoperti?” chiese allarmata Dolores.

Peggio – le rispose Kurt –  ci hanno legalizzati come perversione sessuale!” e così detto rovesciò lo scatolone a terra mostrando decine di distintivi azzurri nuovi di pacca.

 

 
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Pubblicato da su novembre 20, 2017 in Racconti

 

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