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UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

 

Madonna che caldo! Non si respirava.

Eppure lì, al lago dei frati, c’erano piante d’alto fusto che creavano ombra e c’era sempre una leggera brezza che, se a volte disturbava la pesca perché non si riusciva a tenere fermo il galleggiante, se non altro dava un poco di tregua dal caldo africano.

Ma non quel giorno.

I pochi pescatori che avevano sfidato l’aria torrida del pomeriggio avevano rinunciato alla pesca a galleggiante : buttavano a fondo e poi si rintanavano dove c’era un po’ di ombra vera, non quella fittizia degli ombrelloni, ma faceva caldo anche là.

Un uomo anziano sovrappeso si sentì male e dovette venire l’ambulanza e portarlo in ospedale: la sua pressione era andata più a fondo della sua montatura.

Inutile negarlo: il clima era proprio cambiato; una volta, d’estate, c’era l’anticiclone delle Azzorre, magari non pioveva per due mesi, ma il caldo era un caldo estivo normale, sopportabile.

Adesso, invece, le chiamano “bolle africane”, ma il risultato è che di frequente si passano i quaranta gradi, almeno nelle città dell’interno.

Se non altro lì, a una decina di chilometri dal mare, non si superavano i trentatré, trentaquattro, ma probabilmente non quel giorno.

Altro che bolla africana: questa era l’Africa intera che si presentava col suo clima peggiore.

E forse non erano neppure le bolle: qualcuno diceva che erano le scie chimiche, o l’effetto serra o il mancato rispetto degli U.S.A. del protocollo di Kyoto sull’inquinamento.

Madonna santa, che caldo!

E per di più non si vedeva una boccata: i pesci evidentemente stavano immobili al fondo, oppure erano tutti già lessi e pronti per maionese e limone; il lago aveva aperto alle 13, erano le 15,30 e nessuno aveva ancora preso nulla, né trote, né carpe, né pesci grandi o piccoli e qualcuno aveva già smontato le canne e se n’era andato a trovare un po’ di refrigerio nell’aria condizionata della macchina o in un bagno al mare.

Qualcun altro, però, resisteva, qualche ignaro temerario arrivava ancora alla spicciolata, magari, portandosi dietro uno o più figli, probabilmente dopo interminabili discussioni con la moglie: pareva di sentirli “Se vuoi andartene a pescare ti porti il bimbo: è pure figlio tuo, anch’io ho diritto ai miei spazi” ed allora il povero padre arrivava col pargolo lagnoso: “Ho caldo, ho fame, ho sete, voglio il gelato, il ghiacciolo, mi fai pescare? Quando si va via? Devo fare pipì”.

Si sa, il lago del frati è piccolo, in fondo pericoli non ce ne sono, per cui i bimbi erano liberi di scorazzare, di andare a tormentare con domande e con la loro presenza altri pescatori: anche il bambino di Franco, Mattia, cinque anni, era sfuggito al controllo del padre e stava toccando tutti gli attrezzi degli altri pescatori.

Paolo si era assopito, sentì suonare l’avvisatore di abboccata e sobbalzò, cadendo perfino dalla sedia, ma tutto ciò che era attaccato alla sua lenza era un petulante bambino di cinque anni con i capelli rossi che rideva come un matto per lo scherzo fatto al pescatore.

Avrebbe voluto prendere la piccola peste ed attaccarla all’amo a mo’ di lombrico, poi ci ripensò meglio e decise che sarebbe stato più corretto attaccarci il padre, visto che era uno di quelli che rifilano le rotture dei loro figli agli altri.

Finito di sghignazzare e visto che il pescatore non era altrettanto allegro, Mattia schizzò via, già pensando ad un altro scherzo per un altro pescatore.

Franco neppure si era accorto che il figlio non era più lì: aveva lanciato a fondo, poi aveva trascinato una sedia all’ombra e si era dedicato a tutto ciò che è possibile fare con un cellulare: telefonate, collegamenti a social, ricerca di filmati piccanti, giochini.

Intanto il sole picchiava implacabile: Madonna, che caldo!

Solo dopo aver ricevuto una telefonata dalla moglie, che gli aveva interrotto sul più bello un filmato particolare: “Hai messo il cappellino a Mattia? Gli hai spalmato la crema? Gli hai dato la merenda? Ti sei accertato che beva tanto con questo caldo? Lo stai tenendo all’ombra?” domande a cui rispondeva con dei sì convinti, mentre pensava alla bionda popputa del filmato, Franco si rese conto che il bambino era sparito da un pezzo ed allora si rassegnò ad abbandonare l’ombra per uscire a cercarlo.

Prima lo chiamò a gran voce, tanto il lago era piccolo e ci si sentiva da ogni punto, ma prova tu a lanciare un richiamo a un bambino ed aspettarti che accorra: mica è un cane obbediente!

Lanciò allora uno sguardo panoramico, ma nulla: probabilmente stava rompendo le palle al gestore al bar mentre questi cercava disperatamente di farsi portare dal grossista acqua, gelati, bibite, visto che con quel caldo era tutto finito.

Si rassegnò definitivamente a fare il giro del lago per andare a recuperare l’erede e, magari, tirargli una cinquina sul coppino, ma proprio in quel momento arrivò di corsa, trafelato, un ragazzetto sui quindici anni: nonostante l’abbronzatura estiva era bianco come un lenzuolo, piangeva, non riusciva a parlare.

Porse all’uomo il proprio cellulare sintonizzato su un filmato appena fatto: l’uomo cominciò a preoccuparsi, premette play.

Si vedeva Mattia che correva, poi si bloccava a guardare l’acqua, attratto da un qualcosa di strano e in quel momento dalla superficie del laghetto saltò fuori un essere incredibilmente orribile, un pesce simile ad uno di quelli degli abissi marini, corpo sottile e lungo, testa enorme con una bocca munita di denti lunghi dieci, dodici centimetri, affilati come stiletti.

Il pesce mostruoso di cinque o sei metri di lunghezza con un balzo inghiottì intero il bambino e poi scomparve di nuovo nelle acque.

Franco era sotto shock: cos’era quel filmato? Uno scherzo?

Proprio in quel momento le acque cominciarono a ribollire e da esse emerse ogni tipo di orrore: uscivano dall’acqua mostri incredibili, ne saltavano fuori a decine; azzannavano i pescatori, li ricorrevano strisciando sull’erba, li afferravano e sparivano, tutti urlavano, ma sulla strada passavano camion, auto e nessuno sentiva nulla.

Non c’erano più ne pesci, né pescatori, oramai lì al lago, solo quei mostri partoriti da…

Madonna che caldo quel giorno al lago dei frati, proprio un caldo INFERNALE!

 

 
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Pubblicato da su agosto 15, 2017 in Racconti

 

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I TRE FOLLETTI

I TRE FOLLETTI

 

Tre erano le Parche, tre erano le Graie, tre le Gorgoni: c’è sempre un numero tre che si ripete nelle leggende, nella mitologia e nelle saghe.

E non dimentichiamo la Santissima Trinità e i tre Buddha.

Qui si narra dei tre folletti Peng, Ping, Pang.

Mauro li vide per la prima volta dall’alto di un crinale, mentre andava nel bosco a cercare erbe per fare dei decotti.

Li vide e non ne rimase del tutto sorpreso: lui conosceva la natura, si fidava delle erbe benefiche e sapeva identificare quelle velenose, conosceva molte creature dei boschi ed era conscio di non conoscerne molte altre; che nei boschi ci fossero, quindi, dei folletti, come da tempo si andava dicendo, non lo stupì più di tanto; li vide, ma quando scese verso di loro, questi se n’erano già andati: comunque non immaginava che li avrebbe incontrati di nuovo e presto, anche.

Si sa che sempre, quando si ha una trinità, ognuno ha un compito specifico e va altresì detto che, vivendo sempre insieme da oramai centinaia di anni, i tre folletti incominciavano a mal sopportarsi e a litigare sempre più frequentemente.

Se si tralascia quella Santa di Trinità, va anche detto che le altre non sono, od erano, propriamente creature positive, dedite solo a fare del bene agli umani.

Le Parche, per esempio: Cloto tesseva il destino degli uomini, Lachesi lo dispensava loro e Atropo, infine, tagliava i fili, cioè dava la morte.

Le Graie, le vecchie, invece, avevano la vista, cioè sapevano vedere il futuro, ma avevano, in quanto vecchie, un solo dente e un occhio in tre che si passavano a turno.

Riguardo alle Gorgoni, poi, basterebbe ricordare la terribile Medusa con serpi per capelli,, capace di mutare in pietra chi la guardava in volto.

Oddio, ci sono anche tante signore anziane e rifatte che possono fare un simile effetto, con la differenza che non hanno serpi per capelli: al massimo parrucche di nylon dai colori fantasiosi.

Per loro conto i tre folletti, dispettosi come sono tutti i folletti, si erano divisi i compiti: Peng prospettava agli uomini ricchezze e potere, che asseriva di poter fare avere a chi lo avesse riconosciuto, insieme ai suoi fratelli, come suo signore e padrone.

Quello di essere fratelli era un pro forma: in realtà, come detto, i tre si detestavano, come spesso avviene fra i gemelli (tre, poi…) che cominciano a litigare già nel grembo materno per la conquista dello spazio.

Ping il secondo dei tre, offriva i piaceri della carne e dello spirito, vale a dire l’amore sacro e l’amor profano e chiedeva in cambio rispetto e denaro, tanto, tutto, compreso il tesoro che l’interessato avrebbe ricevuto da suo fratello Peng, che pareva essere il capo dei tre; almeno lui si riteneva tale.

Pang era il peggiore dei tre, il più cattivo in quanto era il meno intelligente: non sapendo escogitare nulla, per dispetto dava la vista reale e faceva vedere come queste promesse fossero effimere ed illusorie: solo un misero trucco da illusionisti.

Qualcuno narrava di averli visti, qualcuno diceva dei loro poteri e di ciò che potevano dare: pochi, o nessuno, ci credevano; un tizio era andato a raccontare di loro al “Maurizio Costanzo show”, presentando anche delle presunte fotografie in cui non si vedeva assolutamente nulla.

È difficile, molto difficile, riuscire a fotografare da distante esserini alti solo pochi centimetri, che per di più amavano spostarsi velocemente nei boschi saltando di fungo in fungo, quasi che questi fossero stati dei tappeti elastici.

Saltavano, divertendosi come matti, ma poi cominciavano a litigare, ad azzuffarsi e finiva inevitabilmente che rotolavano giù dai funghi ammaccandosi le onuste giunture.

Ritornando al fungaiolo, questi diceva di averli visti e di aver loro parlato, ma essendo duro d’orecchi e portando un apparecchio acustico, non era riuscito a capire un acca di quello che le loro flebili vocine dicevano: il frastuono di una farfalla che batteva le ali, aveva coperto le loro voci e i tre se n’erano andati arrabbiati, mandandolo vistosamente a quel paese (quale non si sa, forse quello più vicino al bosco).

Risultato, il presentatore, non meno crudele dei tre fratelli folletti, prese in giro il malcapitato facendogli fare la figura del matto e del mitomane.

Era, però, bastata questa apparizione televisiva per fare nascere dei “Folletti fan club”, dei veri fanatismi, con siti su Facebook, Twitter e My space e caterve di filmati, tarocchi, ovviamente su You tube.

Era la stessa cosa che succedeva quando qualcuno, fotografando una mosca spiaccicata sul vetro della sua finestra, diceva di avere assistito a un passaggio di UFO proprio sopra la propria casa.

Si potevano trovare sulle bancarelle magliette dedicate ai folletti, con le più fantasiose raffigurazioni del loro aspetto, spesso assimilato a quello dei puffi o dei sette nani; a queste ne seguirono di illegali, fatte in Cina e vendute dagli extracomunitari che avevano rinunciato perfino al commercio di sigarette di contrabbando e DVD pirati e, agli angoli delle strade ti sussurravano all’orecchio: “Signò, vuoi maglietta di tre folletti? Per te faccio pochi soldi”.

Poi, le mode, si sa, passano, gli entusiasmi, soprattutto quelli più violenti nel loro apparire, si spengono con identica rapidità e presto tutti dimenticarono i tre folletti.

Mauro no, Mauro li aveva visti veramente, seppure dall’alto, seppure da lontano e lui la vista l’aveva buona e così pure l’udito.

E anche in quella pessima fotografia mostrata in televisione, a lui non erano sfuggiti quei tre puntini sfocati che, ciascuno dall’alto, si fa per dire, di un fungo, sembravano rivolgersi verso l’obiettivo.

Mauro ci credeva, ci vedeva bene e ci sentiva meglio: per il resto non era molto soddisfatto della propria vita, del proprio stato patrimoniale e di quello sentimentale e, a quanto si raccontava, i folletti ti potevano dare ciò che volevi in cambio di devozione e rispetto.

Allora andò a cercarli; seguì le piste dei cercatori di funghi e gli ci vollero quindici giorni, ma alla fine li incontrò.

Loro non erano spaventati dall’intruso e furono essi stessi a raggiungerlo saltando e rimbalzando da un porcino a un’ammannita.

Ciao, io sono Peng – disse il primo – se mi giuri fedeltà e devozione io ti posso fare ricco e, se vuoi, farti anche diventare famoso”.

“Nooooo, non dargli retta –  disse Ping – mio fratello è un millantatore: che te ne fai dei soldi e della fama? Il sesso è più importante ed io ti posso fare avere qualsiasi donna o uomo o animale tu voglia; una volta ho fatto innamorare un uomo del suo termosifone… o il termosifone dell’uomo: non ricordo bene! Però in cambio voglio tanti soldi, tutti quelli che hai. Se preferisci, fatti far ricco da Peng e poi dai tutto a me e avrai chi vuoi”.

“Ih, ih, ih –  si mise a ridere Pang – ho proprio due fratelli scemi: guarda qui quello che ti possono dare non durerà che poche ore” e gli fece vedere, come dentro ad un fumetto, oro che diventava polvere, risa che diventavano lacrime, Mauro che restava nuovamente da solo.

L’uomo era molto deluso: “Grazie no – disse ai tre folletti – credo che continuerò la mia vita così come mi è stata data e sarà sempre. Grazie lo stesso. Per curiosità, quanti hanno accettato le vostre proposte, fino ad ora?”. “Nessuno! Risposero orgogliosi i tre fratelli”; Mauro se ne andò.

A questo punto Peng saltò addosso a Pang, Ping fece lo sgambetto ad entrambi, che caddero giù da una alta lepiota.

Ping, ridendo, eseguì un doppio salto mortale saltando da un chiodino e quasi affondando dentro ad una spugnola e gridò: “Non mi prendete, non mi prendeteee”.

I due smisero di azzuffarsi, si asciugarono il sangue dal naso e lo rincorsero, rimbalzando di fungo in fungo come due palle pazze a caccia del compare.

 

 

 
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Pubblicato da su agosto 2, 2017 in Racconti

 

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NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

 

Quell’uomo era comparso praticamente dal nulla e all’improvviso.

Alcune speculazioni economiche azzeccate, più per fortuna che per vera abilità, anche se lui si riteneva un genio della finanza (lui, a dire il vero, si riteneva un genio in tutto), poi l’acquisto di una catena di giornali, di alcuni supermercati, ai quali aveva subito cambiato il nome dandogli il proprio, non fosse altro che per vederlo là, illuminato ed enorme risplendere in alto, sopra la misera umanità alla quale lui riteneva di non appartenere, e poi ancora alberghi, terreni, interi condomini, fino ad aver costruito un impero tale da portarlo ai vertici economici del Paese.

Gran parte dei suoi capitali erano, comunque, dislocati in vari paradisi fiscali, in banche compiacenti in isole sperdute difficili anche da trovare sulle carte geografiche o in minuscole nazioni centro americane e così se poi qualche speculazione andava male venivano licenziati dei dipendenti, venivano chiesti aiuti statali, ma lui, di suo, non rischiava né ci rimetteva mai nulla: i suoi capitali erano ben protetti ed intoccabili.

Questa era stata la carriera di Gianmaria Massironi, che l’aveva portato, alla soglia  dei sessant’anni, ad essere il più ricco e potente fra gli imprenditori, per i quali lui nutriva, comunque, un profondo disprezzo, considerandoli troppo inferiori a lui e per capacità, e per capitali.

Lui era, come si suol dire, arrivato, non gli mancava più nulla, tranne una cosa…

È un po’ quello che capita se si vuol fare un regalo ad un bambino proveniente da una famiglia ricca: ha tutto e non si sa cosa acquistargli.

Anche lui aveva tutto, ciò che gli mancava era il potere, un potere assoluto, che gli desse anche la proprietà del paese e di tutti quegli inutili moscerini che vi vivevano.

A pensarci bene, gli sarebbe piaciuto essere nato nel medioevo, quando i signori come lui, anzi i regnanti, avevano diritto di vita e di morte sui sudditi, utili solo per dare loro ricchezza e potere, e possedevano anche lo “jus primae noctis” su tutte le donne che piacevano loro, indipendentemente dall’età e dal censo.

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Sandro era un giornalista di quelli che amano andare a fondo alle cose, un idealista, di quelli che amano la verità, tanto più in quanto detestava i sotterfugi, l’ipocrisia, la disonestà.

Sospettava che la carriera fulminante di quell’uomo venuto dal nulla con l’arroganza di chi si crede il migliore di tutti, quello al di sopra delle leggi e delle regole degli uomini comuni, non fosse solo dovuta a fortuna, tantomeno ad abilità, ma che dietro, come

si mormorava da tempo a mezza voce, ci fossero corruzione e protezioni e contatti sospetti con la malavita organizzata: la mafia, tanto per intenderci.

E si sa: vox populi…

Visto che, comunque, lui era un freelance, uno che lavorava in proprio su ciò che gli pareva e poi vendeva i suoi servizi e le sue inchieste ai giornali o alle televisioni che riteneva più seri e indipendenti, si mise ad indagare in silenzio, senza clamore, su quell’uomo; non gli interessavano il gossip, le sue presunte relazioni extra coniugali, l’uso di cocaina, ma i reati, le amicizie e le prevaricazioni attraverso le quali reputava che fosse passato, usandole come trampolino di lancio per costruire il suo impero economico, prima e quello politico, poi.

A dire il vero di chiacchiere, di mezze voci, di scandali esplosi e subito messi a tacere, ce n’erano stati tanti ma, grazie alla potenza dei suoi mezzi d’informazione, grazie a uno stuolo di avvocati forse altrettanto sporchi quanto lui, ne era sempre uscito indenne.

Ora, però, che stava per impadronirsi non solo di gruppi economici, ma del potere sull’intera nazione, che avrebbe manipolato come un bambino modella la plastilina, Sandro si sentiva in dovere di andare a fondo, di trovare non solo gli scheletri, ma anche gli armadi che li tenevano nascosti.

Un bravo giornalista ha contatti, informatori, voci che non devono necessariamente essere confermate in tribunale, dove questi informatori non sarebbero mai entrati a giurare contro quello là.

Il giornalista ha quindi, spesso, più mezzi della legge per arrivare alla verità e così, come una formichina laboriosa, aveva costruito un dossier con le prove di tutte le porcherie perpetrate da quell’uomo pericoloso, soprattutto per il carisma, forse anche invidia, che esercitava sulla massa.

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Per Gianmaria Massironi, già dottore per una laurea comperata sottobanco, già commendatore e grand ufficiale per meriti… quali non si sa, forse solo quello di essere ricco, era giunto il momento: grazie alle sue amicizie con la mafia, con una certa frangia di estremisti, felici di riunirsi sotto una sola bandiera, di aver l’occasione di strisciare fuori dalle loro fogne e di dare voce alla loro follia integralista e delinquenziale, stava per arrivare alla prima parte del potere; poi avrebbe cambiato leggi e costituzione, sarebbe diventato definitivamente un intoccabile, il padrone assoluto del paese, ciò che non era riuscito neppure a Cesare o Napoleone.

Certo avrebbe dovuto concedere qualcosa a chi lo sosteneva, fare leggi a favore dei gruppi di potere economico, a favore degli estremisti, della grande malavita, ma questo non andava contro i suoi interessi, anzi…

C’era chi ne avrebbe sofferto: i lavoratori, i pensionati, i malati, gli scolari e gli studenti, ma se loro o chi per loro erano tanto ingenui da votarlo su promesse vane, da credere a una limpidezza che non possedeva, non si meritavano altro.

Peraltro lui non era disposto a riconoscere i suoi reati, i suoi compromessi: per lui tutto ciò che aveva fatto era un normale modo di condurre gli affari, di liberarsi dei concorrenti.

Certo avrebbe contrastato le droghe, perché così favoriva i trafficanti, avrebbe respinto gli immigrati, perché anche quello è un business della grande malavita e più se ne mandano indietro, più ce ne sono che pagheranno una seconda volta il viaggio della speranza.

E poi c’erano gli industriali, generosi sostenitori della sua campagna elettorale, in cambio di denaro statale per diventare sempre più ricchi, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata e le pensioni divenute ancor più da fame.

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Tutto questo Sandro lo sapeva, ne era angosciato e piano, piano era riuscito ad aprire degli squarci nella cortina di omertà che proteggeva quell’uomo che, come detto, lui odiava: odiava lui, tutto ciò che rappresentava e quella specie di corte dei miracoli, di falliti riciclati, e pertanto fedeli, che lo circondava, lo adulava sperando di raccogliere le briciole che lui seminava per loro, lo osannava usando solo l’insulto come arma di discussione..

Aveva raccolto nel suo dossier documenti, intercettazioni, fotografie con mafiosi o sospetti tali, testimonianze anonime ma, unite a documenti reali, tali da smascherarlo davanti a tutti.

Forse questi documenti non sarebbero stati sufficienti per i suoi ricchi avvocati privi di scrupoli, né per i giudici che aveva più volte corrotto, mentre quelli che avevano tentato qualcosa contro di lui venivano sistematicamente trasferiti e resi, così, inoffensivi,.

Qualcuno moriva di morte violenta, ma in quel caso la colpa era ufficialmente degli islamici, dei terroristi; certo, quando si arriva a certi livelli, non lo si può fare senza sporcarsi le mani, sì sporcarsele anche di sangue, magari non in prima persona: quello lo fanno i boss, non lui, il più grande, il migliore in tutto, il più bravo ed intelligente…

Sarebbero, però bastati ad aprire gli occhi alla gente, abbagliata dal falso splendore di cui si circondava.

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Forse, a suo modo, però, anche Sandro era un presuntuoso: non gli bastava la vittoria, ma voleva sbattergliela in faccia a quell’uomo che era diventato la sua crociata e la sua ossessione: combatterlo era oramai la sua sola ragione di vita: voleva godere del proprio trionfo e così osò troppo e commise l’errore più madornale della sua vita.

Riuscì ad introdursi, nonostante l’enorme macchina della sicurezza, nella villa del Massironi e, trovatoselo davanti, gli mostrò il suo voluminoso dossier.

Si aspettava, come reazione, avvocati, interventi politici, non il grosso ed antico bastone da passeggio con cui il Massironi lo colpì con violenza al capo: la vista gli si offuscò e fra il velo di sangue vide il suo dossier strappatogli di mano e bruciato, con un sorriso beffardo nel caminetto acceso.

Questa volta le mani se le era sporcate in prima persona e lo aveva fatto con soddisfazione, ma lui non avrebbe mai potuto testimoniarlo.

Sai – gli disse il suo nemico – non puoi vivere per sempre” fu l’ultima cosa in vita sua che Sandro, il giornalista puro, senza macchia e senza paura, vide e udì ma, come ultimo atto della sua vita, riuscì a rispondere: “Non illuderti, neppure tu puoi farlo ad allora tutto ciò che hai non ti seguirà e tutto quello che hai fatto non ti sarà servito a nulla”.

Poi arrivò il secondo colpo, quello definitivo

Gianmaria Massironi rise beffardo: forse credeva veramente che l suo denaro, il suo potere, gli consentissero di dominare anche il tempo.

Una chiamata al telefono e qualcuno arrivò rapido e discreto a rimuovere il cadavere, quell’immondizia che insozzava il suo prezioso tappeto persiano.

L’indomani sarebbe stato il gran giorno, quello dell’investitura ufficiale, il momento per Il dottor, grand ufficiale Gianmaria Massironi di godersi il potere il denaro, tutto ciò che la sua posizione gli avrebbe offerto.

Gianmaria Massironi andò, quindi, a letto soddisfatto, s’addormentò e non si svegliò più: un infarto lo colse nel sonno.

È proprio vero, non si può vivere per sempre, nessuno può farlo.

Le persone si possono corrompere, il tempo e il destino, no.

 

 
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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Racconti

 

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IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

Raffaello aveva vent’anni.

Raffaello aveva lasciato gli studi perché non aveva mai avuto troppa voglia di studiare e di andare a scuola e così adesso lavorava: lavori saltuari e malpagati, ma che gli avevano consentito di andare a vivere da solo, di avere la propria indipendenza.

Il problema era stato quello di trovare un appartamento, anche piccolo, anche solo un monolocale, adatto alla cifra che lui poteva permettersi: fino ad allora gli appartamenti che aveva visto costavano, in affitto, più di quanto lui guadagnasse in un mese facendo il fattorino interno in una multinazionale, di giorno e consegnando pizze a domicilio di sera.

Poi trovò quell’occasione insperata: addirittura un trilocale più servizi a trecento euro al mese spese e riscaldamento compresi!

Forse il prezzo così basso avrebbe dovuto insospettirlo,  ma a vent’anni si è ingenui e ci si fa trascinare dagli entusiasmi e così firmò il contratto di getto, prima che ci ripensassero e si accorgessero che avevano, probabilmente, dimenticato un uno davanti alla cifra richiesta.

C’erano, perfino, alcuni mobili compresi nel prezzo: una cucina, modesta ma pulita in formica anni ‘70 con tavolo e quattro sedie scompagnate ma stabili, un mobiletto in bagno per gli asciugamani e i saponi vari per l’igiene personale; in sala c’erano un divano letto un po’ sbiadito e una poltrona rivolta verso un vecchio televisore a tubo catodico e in quella che si era scelta come camera da letto, c’era un letto alla francese, da una piazza e mezza, un comò e un guardaroba, oltre ad un tavolinetto da usare come comodino.

L’ultima stanza era totalmente vuota, ma tanto per lui era superflua, visto che non aveva figli, non aveva intenzione di averne, almeno in tempi brevi e non aveva ospiti da ricevere.

Forse col tempo avrebbe potuto magari arredarla e subaffittarla per fare qualche euro in più, o forse no, perché la propria libertà e indipendenza non hanno né prezzo, né compenso.

Appena trasferite le sue cose, libri, vestiti, lo stereo e i cd, la consolle coi videogiochi, girò la casa per vedere se tutto era in ordine: finalmente era venuto anche a lui il sospetto che sotto, sotto ci fosse una fregatura, ma la caldaia – scaldabagno funzionava bene, così come l’impianto idraulico ed elettrico ed erano anche a norma e infine non c’erano vicini rumorosi o pericolosi, quindi tanto meglio. Adesso che respirava l’indipendenza, un poco gli mancava casa sua, la cucina e le pulizie domestiche di mamma, ma in venti minuti avrebbe potuto essere là e magari auto – invitarsi a cena dai suoi.

Comunque fosse erano più i vantaggi della vita indipendente che non gli svantaggi.

Certo, a volte quando stava con i suoi, avrebbe avuto le occasioni per avventure galanti o decisamente piccanti: adesso, come sempre accade, aveva il modo, ma gli mancava il materiale principale.

C’è da dire che rispetto ai suoi coetanei Raffaello amava più leggere libri che non guardare la televisione o dedicarsi ai videogiochi, che pure aveva, così già dalla prima sera si mise seduto a letto con un libro e una pizza ancora tiepida portata a casa da dove lavorava: neppure gliela avevano fatta pagare.

Sdraiato in mutande tirò un lungo respiro, era quello dalla libertà, poi iniziò a leggere, fino a che non sentì un sordo brontolio provenire da un luogo che pareva essere sotto il suo letto.

Ecco, ci siamo – pensò – ecco la fregatura: tubature rumorose, magari vicini che vanno al cesso di continuo, anche di notte”.

Altro respiro, ripose il libro a pagine in giù, appoggiò la pizza che stava mangiando con le mani, se le pulì dall’unto in un fazzoletto e si affacciò al bordo del letto, quindi alzò la coperta e guardò sotto a questo, giusto per controllare che non ci fossero macchie d’umido o addirittura perdite d’acqua. Dopo qualche istante gli occhi si abituarono al buio, visto che lui non possedeva una pila, ed allora vide…

Vide due occhi gialli che lo guardavano; balzò all’indietro, facendo cadere il romanzo di Stephen King dalla parte opposta del letto, fra questo e il muro; si stropicciò gli occhi in un buffo gesto infantile, quasi a scacciare un brutto sogno: non è possibile, pensava, sarà qualcosa di fosforescente, i mostri sotto il letto esistono solo fino ai cinque anni di età, dopo non ci credi più e spariscono.

Si sporse ancora con cautela e guardò di nuovo sotto il letto: la cosa era là, ringhiava in modo preoccupante, lo guardava con quegli occhi gialli e gli mostrava denti lunghi e poco tranquillizzanti.

D’istinto Raffaello allungò una mano dietro di sé, prese ciò che restava della pizza ai funghi e prosciutto e la lanciò al mostro; questi sembrò gradire, in quattro morsi divorò la pizza e poi si ritirò nell’angolo più buio sotto il letto e il suo ringhio si trasformò in un quieto ronfare: si era addormentato.

Adesso Raffaello, di logica, avrebbe dovuto lasciare quella casa e di corsa e senza voltarsi indietro, ma aveva pagato, con sacrificio, sei mesi di affitto anticipato, non aveva più il becco di un risparmio e un altro appartamento non avrebbe potuto permetterselo.

Poteva, è vero, ritornare a casa dai suoi genitori, ma dicendo cosa? “Sai, mamma, nella casa dove stavo c’era un mostro sotto il letto”.

Di certo la madre avrebbe concluso che da quando era andato a vivere da solo aveva iniziato a drogarsi e in modo pesante.

Decise di non dormire, di stare pronto a scappare, anzi si infilò sopra i boxer un paio di pantaloni da tuta, giusto per non trovarsi in strada con le chiappe al vento, o quasi, ma poi il sonno vinse la battaglia e, paura o no, si addormentò.

Si svegliò col chiarore dell’alba prima che suonasse la sveglia per recarsi al lavoro, diede rapido un’occhiata sotto il letto e nel buio non vide la cosa, ma la sentì ronfare come un gattino domestico che fa le fusa.

La sera, tornando a casa e prima di andare al pizza express, passò da un discount e prese una confezione gigante di crocchette per cani e dei piatti di plastica. Arrivato a casa riempì uno dei piatti usa e getta di croccantini, poi si chinò a guardare sotto il letto: il mostro era là coi suoi grandi occhi gialli spalancati, brontolava.

Buono che arriva la pappa” gli disse Raffaello e spinse il piatto verso di lui; in un attimo, qualunque cosa fosse quell’essere, ingoiò cibo e piatto.

Visto che brontolava ancora, Raffaello gli propinò una nuova razione e questa volta il mostro del letto si chetò e si addormentò; il ragazzo realizzò che avrebbe dovuto portare dalla pizzeria dei doggy bag o quello lo avrebbe mandato in rovina, del resto pochi possono dire di avere come animale domestico un mostro che vive sotto il letto.

Quando tornò dal lavoro serale tutto era tranquillo, la bestia faceva le sue fusa da sonno e il ragazzo mise in un’anta della cucina la borsa piena di bordi di pizza avanzati, si spogliò, andò in bagno e poi a letto col suo libro recuperato da dietro il letto.

Già, il bagno: chissà dove quella cosa espletava le proprie funzioni fisiologiche, ma forse un essere semi – fantastico ha un metabolismo diverso dagli animali e non espelle nulla, assimila tutto, anche la plastica dei piatti.

Avevano trovato quella sorta di patto fra di loro, quella strana convivenza, il mostro non pareva pericoloso, almeno fino a che lo si nutriva, del resto anche le bestie più feroci riconoscono chi le sfama; adesso il mostro non ringhiava nemmeno più quando lui si chinava a controllarlo.

Raffaello avrebbe voluto spostare il letto, vedere come era fatto in realtà, ma decise che era meglio non sfidare troppo la fortuna.

Poi un giorno il giovane conobbe una ragazza: non che si fosse innamorato, ma lei si lasciava fare un po’ di tutto, era una facile e non si tratteneva dal prendere l’iniziativa; fu lei a proporgli di andare a casa sua per fare le cose con più privacy e completezza.

Raffaello nicchiava: era prudente invitare estranei col mostro sotto il letto? Ma i sensi, e non solo quelli, pulsavano forte come solo a vent’anni succede, così invitò Daria a consumare un rapporto completo nella sua alcova.

Fu una notte incredibile e Raffaello si dimenticò perfino del mostro, anche di nutrirlo.

Al mattino si svegliarono entrambi con la luce del sole, si scambiarono qualche effusione, poche a dire il vero, perché al mattino nessuno è mai molto gradevole alla vista né profumato, poi lei si alzò e cominciò a vestirsi, almeno fino a che non si rese conto che non trovava una scarpa: “Sarà finita sotto il letto, esclamò e si chinò per cercarla”.

Raffaello avrebbe voluto anticiparla, chinarsi lui a cercare sotto il letto, ma non fece in tempo. Daria alzò il bordo della coperta e lanciò un urlo: “c-cos’è qq-quella cosa?” e poi fu presa da una crisi isterica e iniziò a strillare; Raffaello cercò di tapparle la bocca: l’avrebbero sentita, avrebbero scoperto il mostro, avrebbe perso la sua casa e la sua indipendenza, ma lei si strappò dalle labbra la sua mano, lo morse e riprese a strillare, allora lui, non sapendo più come farla stare zitta, la spinse sotto i letto: lei smise subito di strillare e dopo poco il mostro cominciò a ronfare.

Il pericolo era scampato, ma Raffaello non avrebbe più potuto portare ragazze a casa. Presto, probabilmente, avrebbe comperato un’auto usata, magari coi sedili reclinabili.

Riguardo al mostro, quello non era un problema, i mostri sotto il letto non sono mai un problema, basta non scordarsi di dargli da mangiare pizza e croccantini.

 
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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Racconti

 

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LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

 

Era il compleanno di Emanuele, un compleanno importante: dopo  una certa età tutti sono importanti ed ugualmente tristi perché valgono doppio: un anno in più ed uno in meno…

Emanuele aveva un unico fratello, Guglielmo, che viveva al nord, a quattrocento chilometri di distanza e, da quando il maggiore dei due si era trasferito, non avevano più festeggiato né compleanni, né Natale o altre feste comandate insieme.

Si vedevano, è vero, d’estate, quando Guglielmo si faceva ospitare per le vacanze, ma un compleanno è una ricorrenza importante, è anche il ricordo di tante festicciole fatte da bambini, da ragazzi, con mamma, papà, zii, amichetti.

Adesso, invece, c’erano i nipoti, un maschio e una femmina, figli di Emanuele, il maggiore, mentre suo fratello non si era mai sposato né, di conseguenza, aveva una propria discendenza.

Oltre ai figli di Emanuele e, di conseguenza, nipoti del fratello, c’erano quattro pronipoti dell’uno e nipoti dell’altro, di età variabile fra cinque e i quattordici anni.

Sorbirsi quattrocento chilometri, più altrettanti per il ritorno, era faticoso, per questo Guglielmo non aveva mai accettato gli inviti per le varie festività e occasioni, ma questa volta era stato lui a proporre, di nascosto, ai nipoti di organizzare una festa a sorpresa, vale a dire una cena in un ristorante, alla quale sarebbe comparso, all’improvviso, anch’egli.

Si era preparato, materialmente e spiritualmente, per settimane; anzitutto aveva acquistato un regalo per il fratello, poi altri per i quattro pronipoti e un paio di libri per i nipoti.

Poi, come usuale per il suo carattere ansioso, aveva cominciato a preparare armi e bagagli con un mese e mezzo di anticipo, inserendo a mano, a mano ciò che gli sarebbe servito e che era indispensabile portarsi appresso.

Cominciò, ovviamente, con un pigiama pulito e la biancheria intima di ricambio; poi aggiunse una felpa in più, perché può succedere di bagnarsi, macchiarsi, che faccia più freddo del previsto.

Ci ripensò: meglio una camicia pesante e un golfino, così se avesse avuto caldo o freddo avrebbe potuto adeguare il proprio abbigliamento.

Un paio di ciabatte ci voleva per forza:  con l’avanzare dell’età era aumentato in progressione geometrica il numero delle sue visite notturne in bagno e non era il caso di infilarsi ogni volta le scarpe.

Già, le scarpe: le previsioni del tempo lo davano incerto e variabile, con probabilità uguali di sole, pioggia, neve e allora meglio portare anche un paio di scarpe di ricambio.

Quando si è giovani si va alla ventura, ce ne si frega di piedi bagnati, di indumenti macchiati, ma l’età rende prudenti: dolori, problemi respiratori, dignità di chi, avendo perso con gli anni la gradevolezza esteriore, voleva almeno mantenere la dignità dell’abbigliamento.

Ecco, era più o meno pronto, c’era tutto… Tutto? Macchè: le medicine, quella per il cuore, per la prostata, per la digestione, per la pressione e gli analgesici.

Poteva mettere un paio di pillole per tipo in una scatoletta, ma poi come riconoscerle? Meglio le confezioni originali e complete.

Un’occasione come un festeggiamento meritava di essere ricordata, così prese la macchina fotografica col suo carica-batterie.

E non doveva scordarsi il caricatore anche per il telefono cellulare: quelli si scaricano sempre sul più bello.

Adesso sì c’era tutto… o quasi. Gli occhiali! Se si fossero rotti quelli che portava sarebbe stato praticamente da bastone bianco e cane guida! Così mise in valigia anche quelli vecchi, con in aggiunta quelli per leggere, visto che le vecchie lenti non erano multifocali.

Già che c’era prese anche i coprilenti da sole: vedi mai che il tempo fosse stato clemente e il sole è bello, ma a una certa età ti fa piangere gli occhi.

Ovviamente ogni paio aveva il suo porta occhiali rigido.

Basta! Tirò la cerniera, chiuse tutto e si ritenne soddisfatto… per un paio di giorni.

Certo che cinque ore di viaggio sono tante, allora meglio portarsi dietro un libro e anche il lettore Mp3 per il viaggio, ovviamente anche per quest’ultimo doveva portare il carica batterie, perché c’era anche il ritorno.

Adesso sì che era soddisfatto!

Attendeva quell’occasione come un bambino attende l’epifania: era curioso di vedere la faccia, soprattutto dei bambini, ai regali, era desideroso di rivedere tutti, quasi temendo che quella potesse essere l’ultima occasione.

Se l’avesse detto l’avrebbero preso in giro, ma loro non sanno cosa vuol dire vedere la propria vita accorciarsi come una sigaretta accesa.

Questa idea lo intristiva, ma del resto lui in occasione di tutte le festività era sempre stato triste, fin da ragazzino: le feste sono belle, ma poi c’è il giorno dopo, dove ci si rende conto che tutto il tempo di attesa, tutta la preparazione, sono durati un attimo ed ora è tutto finito e la festa lascia il posto alla noia e alla malinconia quotidiana di vivere.

Questo era lui, era così, forse per questo era rimasto sempre single e solo: la gente ha bisogno e voglia di allegria, non di tristezze.

Caspita! A momenti dimenticava: va bene la camicia di ricambio, ma se si fosse macchiato i pantaloni, o peggio se se li fosse strappati?

Ricordava, tanti anni prima, il primo giorno di un lavoro, una fiera di settore con un amico; era arrivato, come al solito suo, con largo anticipo, poi l’amico era venuto allo stand a chiamarlo per farsi aiutare a portare della merce.

Lui era uscito, aveva preso da terra due grosse borse e, nel rialzarsi, i pantaloni gli si erano aperti dal cavallo all’interno del ginocchio!

Aveva dovuto telefonare alla madre che gli portasse un ricambio e aveva sostituito i pantaloni lì, nel parcheggio, fra due macchine.

La stessa cosa, più o meno, era successa il giorno del diploma, al momento di uscire di casa, tipico della sua sfortuna, ma anche della sua ansia e goffaggine.

Allora riaprì tutto, mise quindi un paio di pantaloni di emergenza; poi, già che c’era c’infilò anche una copertina di pile: vedi mai che avesse fatto freddo e il fratello non avesse avuto abbastanza coperte…

Per non girare per casa in pigiama, il pudore è un’atra cosa che aumenta con l’età, prese anche il leggero accappatoio di microfibra, poi, finalmente, chiuse tutto; ah, no, l’apparecchietto per la pressione.

Ora sì!

Ma il giorno dopo gli venne in mente che doveva mangiare in treno, allora mise due tramezzini, una bottiglietta d’acqua, poi avrebbe aggiunto un piccolo thermos di caffé e poi la pancera e poi l’agenda e la rubrica e il rasoio e la schiuma da barba, il dopobarba e lo spazzolino da denti e poi, e poi…

 

* * *

 

Alla stazione lo attendeva una nipote col marito e il figlioletto più piccolo per mano; il treno era in perfetto orario, lui scese fra gli ultimi.

Quando Cristina, Massimiliano e il piccolo Giosuè lo videro comparire sulla banchina sudato e sbuffante coi due grossi trolley e la borsa a tracolla, scoppiarono a ridere: tre bagagli per due giorni scarsi! Guglielmo non se ne curò, non si offese: loro non sapevano, non potevano ancora capire cosa significa diventare vecchi.

 

 
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Pubblicato da su giugno 8, 2017 in Racconti

 

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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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