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Sono un professore di matematica che si diletta a scrivere storie e romanzi

PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

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IL LEADER

IL LEADER

 

Loris era l’unico figlio di Pierantonio e Silvana, una coppia di manager impegnati, anche troppo per avere il tempo di allevare un figlio: la loro priorità era dargli un futuro di grande spessore anche economico, non un oggi di amore e presenza, così, dopo i primi anni passati con cameriere e baby sitter, anzi, per meglio dire tate, verso gli otto anni gli presero un istitutore che doveva istruirlo, educarlo, averne cura, seguirlo negli studi.

Per l’uomo fu una fortuna: uno stipendio che mai si sarebbe sognato, le mattine in cui il ragazzino era a scuola libere, un rapporto uno a uno in fondo non difficile anche se le pretese dei genitori erano alte.

Il bambino, Loris, peraltro aveva già avuto un’impostazione educativa ben precisa, data da qualcuna delle varie tate succedutesi: Giulio, l’istitutore, se la immaginava una virago tedesca che girava armata di frustino: probabilmente era una sua fantasia, ma il bambino aveva imparato a mascherare le proprie emozioni, cosa che il suo istitutore reputava anormale e comunque atroce, ad essere duro, a non mostrare sentimenti, sempre che ne avesse qualcuno.

Con lui, il suo istitutore personale, andava d’accordo, del resto non era difficile, visto che il bambino obbediva come un soldato e che Giulio aveva un carattere permissivo e per natura accomodante, ma mai ci fu fra loro un momento di tenerezza, mai un abbraccio, quando Giulio arrivava al pomeriggio a casa della famiglia De Dominicis di Serravalle, che non abitava a Serravalle, ma esibiva quel cognome pomposo da feudatari, Loris gli porgeva la mano con un breve inchino del capo.

Ogni volta a Giulio si stringeva il cuore a vedere come al bambino erano stati prematuramente rubati i sentimenti e la fanciullezza.

A nove anni il piccolo parlava pressoché perfettamente tre lingue e non prendeva mai voti inferiori alla massima valutazione.

E mai Giulio l’aveva visto con un fumetto, ma neppure con un romanzo: leggeva di economia, filosofia ed altre cose altrettanto noiose: Giulio lo sapeva che erano una barba, perché quelle cose lì lui le aveva studiate.

L’uomo non riuscì mai a coinvolgere il bambino in un gioco, fosse pure qualcosa non da bambini come una partita a carte o a dama.

Ci sarebbero tante altre cose da dire sulla personalità visibile di Loris, ma il quadro non cambierebbe: un bambino destinato a diventare un leader e uno speculatore, probabilmente spietato.

L’estate in cui il bambino aveva compiuto i nove anni, prima delle vacanze vere e proprie di luglio e agosto, con i coniugi De Dominicis che, però, si erano garantiti che Giulio li avrebbe seguiti, così da non avere la palla al piede di un figlio, quando le loro sere erano già programmate di aperitivi, feste e cene, lui e il bambino furono spediti a fare una pre – vacanza in una casa in campagna, una delle tante che la famiglia possedeva, un podere abitato da mezzadri o forse da valvassori, nella loro concezione delle gerarchie.

La tenuta era enorme e tutti coloro che vi lavoravano vivevano lì, all’interno, in piccole costruzioni – dormitorio o minuscole casette mono – familiari se a carico avevano mogli e figli.

C’era anche uno stuolo di bambini con i quali Loris era quasi costretto a giocare, ma mettendo subito in evidenza la sua personalità da leader: si facevano i giochi che voleva lui, che fortunatamente erano quelli che fanno un po’ tutti i bambini anche quelli normali, con gli schieramenti che decideva lui, sia che si trattasse di soldati, indiani e cow boy o archeologi alla ricerca di favolosi tesori.

Giulio era soddisfatto che quello suo e di Loris non fosse più un rapporto esclusivo, ma che il bambino imparasse finalmente a stare anche con i suoi coetanei. Anche per loro due era stata riservata una piccola casetta ad un piano confinante con le grandi stalle per i cavalli; Giulio si affacciava alla finestra sull’aia e vedeva i bambini correre armati di spade di legno o archi fatti con rami e spago, giocattoli potenzialmente pericolosi, ma si sa: ci sono degli angeli che vigilano sui bambini e impediscono che si facciano male sul serio. Ginocchia sbucciate ce n’erano a bizzeffe, ma nulla di più: un po’ di mercurocromo e tutto passava, erano tutti così orgogliosi delle loro ferite di guerra!

Giulio ebbe un colpo al cuore quando vide Loris con un occhio bendato, ma fu subito rassicurato: non era una ferita di guerra, ma un travestimento da pirata, da capo dei pirati, naturalmente.

Un pomeriggio che l’uomo sedeva nella fresca cucina dell’alloggio a leggere un libro e il bambino era fuori a comandare la sua banda di seguaci che lo adoravano come un Dio in terra, sentì Loris chiamarlo sotto la finestra: “Tienimelo, l’ho trovato” gli disse il piccolo passandogli un minuscolo gattino rosso male in arnese.

L’animale mostrava segni di rachitismo, zoppicava, forse aveva altre malattie o malformazioni, quasi non si reggeva in piedi; Giulio gli approntò una cuccia in una scatola da scarpe imbottita di cotone idrofilo, si procurò un biberon per animali e del latte e se ne prese cura: lui esaudiva sempre ogni richiesta del leader, anche lui, forse, nonostante fosse un uomo adulto, ne sentiva il carisma. Temeva, però, che l’animaletto non sarebbe durato a lungo, ma se conosceva bene Loris, non ne avrebbe fatto un dramma.

E invece… il ragazzino mostrò subito un amore sviscerato per quel micetto malconcio e sgraziato, volle occuparsi lui di allattarlo, di curarlo, pulirgli la lettiera.

Lo portarono da un veterinario che lo esaminò da capo a piedi e poi, senza farsi vedere dal bambino, guardò Giulio e scosse la testa.

Arrivò luglio, era il momento di partire per la vacanza vera, quella nella villa in Sardegna; Loris affidò il compito di nutrire il gattino a una delle donne del podere, una brava donna di mezza età e prima di partire lo abbracciò e baciò: era la prima volta che dava segni di sentimenti che, evidentemente, era in grado di provare, ma anche di nascondere.

La vacanza fu come previsto: i genitori di Loris sempre assenti e lui e Giulio sempre soli in quel rapporto a due che non andava bene per un bambino di nove anni. Passarono luglio e agosto, la famiglia De Dominicis di Serravalle chiuse finalmente la villa per tornare in città, ma il figlio e il suo istitutore furono rispediti al podere fino all’inizio delle scuole.

Appena arrivarono Loris si mise a cercare il gattino, chiese alla donna che lo doveva curare, ma questa gli disse che l’animale era sparito quasi subito dopo la loro partenza e non si era più visto.

Loris convocò i suoi uomini e organizzò squadre di ricerca per tutto il giorno, ma fu lui a trovarlo… almeno ciò che ne restava.

Il micio era morto lì, sul davanzale della stessa finestra da cui il bambino lo aveva affidato a Giulio; ne rimaneva oramai praticamente solo la pelle e una minuscola testa che digrignava i denti per il ritrarsi della pelle dal muso.

Loris scoppiò in un pianto dirotto, il primo che Giulio gli vide e gli avrebbe visto fare; poi da vero leader responsabile, nonostante il dolore, organizzò un funerale con per bara la sua cuccia e tutti gli amichetti dovettero andare al seguito come in un vero corteo funebre.

Uno dei lavoranti gli scavò una fossa ai margini del campo di granturco e il bambino vi piantò sopra la sua spada di legno a mo’ di croce.

Quella notte il ragazzino volle dormire insieme a Giulio, abbracciato a lui, bagnò il letto ed anche il pigiama dell’uomo e nel sonno e nel sogno piangeva.

Passarono gli anni, un quarto di secolo: Loris aveva percorso la strada che doveva percorrere, che la famiglia, più che il destino, gli aveva spianato e previsto: adesso era un leader, ma non più di giochi da bambini.

Quello lo era stato solo per una breve e tragica estate, adesso, invece, era un leader della finanza, uno vero, in grado di

Serious kid with a wooden sword on stone

arricchire i ricchi e rovinare i poveri, uno speculatore, un finanziere spietato.

Non aveva veri amici, non un amore, solo al suo fianco quello che era stato suo istitutore e adesso era il suo segretario e fidato braccio destro.

Fidato al punto che quando Loris, che in quello era come tutti gli altri uomini, sentiva il desiderio di una donna per un rapporto occasionale, era Giulio a procurargliela. Non roba da strada, ma ragazze disinvolte che si trovano nei locali alla moda, che non chiedono una marchetta, ma accettano un “regalino”, meglio se di carta, meglio se con tanti zeri.

Loris vi passava la notte, poi le gettava come fossero un quotidiano scaduto: le pagava, ma non le voleva più rivedere, mai la stessa due volte, era la regola, forse era paura, paura che potesse intervenire un sentimento a intralciare la sua strada nell’alta finanza, paura di mostrare umanità.

Giulio non aveva mai dimenticato l’episodio del gattino, il ritrovamento delle sue spoglie: chissà se anche Loris ricordava, ripensava…

Giulio aveva pianto anche lui a quel pianto disperato di bambino che scopre di persona, per la prima volta, che esiste la morte e l’abbandono di chi si ama, lui da sempre abbandonato dai genitori; chissà, si chiedeva l’uomo, se in fondo al cuore l’ex bambino ricordava quel dolore profondo.

Capitò un giorno che i due dovettero recarsi, per questioni di stime fiscali e catastali, al vecchio podere dove non erano più tornati da quell’estate di venticinque anni prima: subito, come prima cosa, Loris andò a cercare il posto della sepoltura del suo gattino.

Non c’era più, ovviamente, la spada – croce, ma lui ritrovò lo stesso il punto esatto. Chiese a Giulio di rimanere indietro e si fermò in raccoglimento in quel punto indefinito: qualcuno dei lavoranti giura che stesse piangendo, ma forse era solo sudore, perché Loris era cresciuto senza essere più capace di provare sentimenti.

Si dice che un grande dolore possa inibire come auto-difesa la capacità di amare e forse è proprio così.

 
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Pubblicato da su settembre 27, 2017 in Racconti

 

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MORTE DI UN PIANETA

MORTE DI UN PIANETA

 

Area 51, le leggende che vi girano intorno, indiscrezioni mai confermate, né smentite.

Gli irriducibili dell’ufologia sostenevano che là dentro ci fossero resti di astronavi aliene e di omini verdi o grigi con grossi testoni pelati; i complottasti sostenevano che le voci di reperti alieni nascondessero la realtà di un centro di studi su armi chimiche e di distruzione di massa.

Sbagliavano tutti, ma è così facile darla da bere agli americani!

Chiunque abbia studiato un po’ di astronomia sa che il Sole è circa a metà della sua vita di stella, che le stelle muoiono, così come sono nate, come fanno le persone e gli animali.

Fra una cinquantina di milioni di anni, ci hanno insegnato, il Sole comincerà ad esaurire l’idrogeno da trasformare in elio ed energia, diventerà dapprima una gigante rossa, mentre ora è una stella gialla di media grandezza, e a quel punto ingloberà Mercurio, Venere e la Terra che avranno così terminato la loro effimera vita di pianeti.

Poi la poca energia rimasta farà contrarre il Sole che sprigionerà gli ultimi bagliori diventando una nana bianca; infine tutto si spegnerà e l’ex Sole diventerà una nana nera: il buio, il freddo, la morte di una stella e di un sistema planetario.

E soprattutto la fine della razza umana su questo pianeta, sempre che per allora non abbia già provveduto a distruggersi in altro modo: guerre nucleari, sovrappopolazione, esaurimento delle risorse energetiche e alimentari.

Questo ci hanno insegnato a scuola, ma qualcosa era mutato in questa evoluzione, qualcosa da tenere nascosto per non scatenare panico e fanatismi: un’accelerazione vertiginosa di quella evoluzione prevista.

Gli astronomi, gli astrofisici, lo sapevano già dalla prima metà del novecento, da quando era nata l’area 51: altro che ufo od armi chimiche: lì si lavorava per progettare l’evacuazione del pianeta.

La nuova “casa” dei terrestri era stata trovata, unico problema, la distanza: impossibile raggiungerla in tempi paragonabili alla vita umana, neppure a molte vite; impossibile anche evacuare tutti i terrestri, dieci, dodici miliardi di persone: e quante astronavi ci sarebbero volute?

Nell’area 51 si stavano costruendo alcune di esse, capaci di trasportare solo qualche centinaio di migliaia di persone, oltre a specie vegetali e animali e tecnologie e materiali e progetti e biblioteche perché l’uomo del nuovo pianeta non dimenticasse.

In pratica le nuove arche di Noè, una ulteriore possibilità data alla razza umana, quella creata ad immagine e somiglianza del suo Creatore

Sarebbero partiti bambini, ragazzini, con le loro famiglie e con istruttori; questi avrebbero dovuto essere addestrati ad addestrare, perché nessuno di loro, né dei loro figli o nipoti sarebbe mai giunto a destinazione: sarebbero invecchiati e morti lassù, fra le stelle, vedendo cose che nessun altro uomo aveva mai visto, i loro corpi sarebbero stati espulsi nello spazio profondo dove non avrebbero subito l’onta della decomposizione.

L’ultima generazione, dopo un migliaio di anni terrestri, avrebbe colonizzato il nuovo pianeta, avrebbero dato vita alla nuova razza umana.

I bambini sarebbero cresciuti, si sarebbero riprodotti, avrebbero imparato ed insegnato: un sacrificio enorme, intere generazioni senza vedere il mare e le montagne innevate, i monumenti, le opere monumentali dell’uomo, senza riuscire a commuoversi davanti ad un tramonto e ai suoi colori lassù, nel nero del nulla spaziale.

Intanto sulla Terra la gente abbandonata laggiù si sarebbe estinta piano, piano, probabilmente in modo atroce: già faceva sensibilmente più caldo.

Sarebbero scomparsi gli ideatori di quel progetto che andava avanti da decenni: molti lo erano già; sarebbero morti milioni, miliardi di abitanti della Terra senza sapere il destino che sarebbe stato riservato alle loro cose, a ciò che avevano costruito per sé e per i propri figli e nipoti: le case acquistate o edificate a costo di sacrifici, le cose belle scelte con cura e con amore, le opere d’arte, le piante e gli animale allevati con cura, anche se per questi ultimi la vita è talmente breve che non avrebbero avuto speranza in alcun caso: anche per loro sarebbero sopravvissuti solo i figli dei figli, dei figli, dei figli…

La gente avrebbe saputo solo all’ultimo momento, come pianificato da un comitato internazionale presieduto dai più potenti della Terra, anche se pure in questa situazione estrema c’era chi cercava di accumulare, di arricchirsi, di prevaricare e derubare gli altri: era una questione di potere, non di possesso.

Per decenni venne studiato il D.N.A. di milioni di persone per trovare i più adatti, i più intelligenti, i più forti e i più fertili.

Non tanto per loro, ma i loro figli o i nipoti o i pronipoti: il D.N.A. tanto non mente mai, magari muta ma di solito in maniera evolutiva, non devolutiva.

In gran segreto le prime astronavi erano già partite, astronavi senza equipaggio, cariche solo di materiali, di tecnologie, di utensili, di progetti che sarebbero atterrate in automatico sul nuovo pianeta, la futura Terra, in attesa di chi sarebbe arrivato a farne buon uso.

Poi, in un anno imprecisato verso la fine del quarto millennio, fu data la notizia, furono convocati gli eletti.

Si scatenarono rivoluzioni, molti si ribellarono, altri cercarono di dare l’assalto alle astronavi per infilarvicisi a bordo, ma la prosecuzione della specie umana era ben più importante della vita dei singoli, così molti morirono perché si dovevano difendere gli eletti; un esercito immane di fedelissimi fu schierato a protezione di chi si imbarcava.

Una astronave fu adibita solo al trasporto di animali e piante e  zoologi, zootecnici e botanici.

Molti piansero nell’abbandonare la Terra: lasciavano amici, parenti, cose, case, anni di vita e bellezze che non avrebbero mai più rivisto.

Quando tutti partirono oramai il fatto era fatto, chi era rimasto si rassegnò, anche se alcuni si tolsero la vita perché non sopportavano l’idea dell’agonia, ma stoltamente, perché avrebbero avuto modo di vivere la loro esistenza fino alla vecchiaia. I vecchi erano i più sereni: sarebbero morti a casa loro, nella loro terra. Oramai quasi nessuno faceva più figli, sapendo la sorte che sarebbe loro toccata.

Il caldo aumentava: si seccarono ruscelli e torrenti e fiumi e poi laghi e mari.

Si inaridirono le terre, i campi, le foreste, tanto che gli ultimi sopravvissuti, ai quali erano state garantite scorte di cibo e di acqua affinché portassero a compimento la loro vita, non ricordavano più cosa fosse un prato fiorito e punteggiato di farfalle e uccellini.

Poi bruciarono le biblioteche, i quadri e poi tutto fu vuoto sul pianeta, come quando si fa il primo trasloco della vita: vuoto e triste.

Adesso i pochi sopravvissuti, rispetto alla popolazione originale, erano nati tutti lassù, fra le stelle e l’ignoto.

Infine il sole si ingigantì e la Terra brulla e oramai disabitata, fu definitivamente morta.

Un pianeta, uno fra miliardi, solo un pianeta come tanti che muoiono ogni giorno nell’universo.

 
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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Racconti

 

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VOGLIO VIVERE COSI’

VOGLIO VIVERE COSI’…

 

La mamma è sempre la mamma, si dice, ed infatti è lei che allatta, cura ed alleva un figlio fino dalle sue prime ore di vita, anzi se lo è già portato dentro, a contatto con il suo cuore, per nove mesi.

Così era stato per Paolo, anche lui non era sfuggito alla regola ed aveva trascorso i suoi primi mesi totalmente dipendente dalla madre e i primi anni sempre attaccato alle sue gonne, a seguirla ovunque per la casa come un cucciolo di cane e in effetti questo è un bambino: un cucciolo indifeso.

In fondo l’uomo è un animale, anche se alcuni sono più bestie che animali, e centinaia di migliaia di anni di evoluzione non hanno, comunque, cancellato dei comportamenti istintivi.

Come l’apprendimento.

E in natura, quella natura primordiale dalla quale l’uomo si è evoluto, ma mai del tutto affrancato, il cucciolo maschio apprende dal padre, così come la femmina lo fa dalla madre.

Nell’uomo anche i giochi dell’infanzia, spesso, sono un allenamento alla vita: bambole da vestire, da curare come bambini, da nutrire eccetera nelle femminucce e, invece, costruzioni nei maschi che saranno la forza lavorativa, quando il gioco non è più terribile: armi, soldatini, mascheramenti che formano i futuri soldati o, magari, i futuri criminali.

Ma queste sono considerazioni psicologiche, sociologiche, pedagogiche magari, che esulano dalla storia di Paolo.

Anch’egli, comunque, superata la prima fase di svezzamento, cominciò istintivamente a trotterellare dietro al padre, imitandolo in ciò che poteva., ammirandolo e adorandolo come l’uomo più forte e più intelligente del mondo, colui che tutto sa e tutto può.

È noto che ai bambini piacciono le canzoncine scritte per loro, quelle, magari, dei film di animazione, o dello zecchino d’oro, ma Paolo no, lui amava le canzoni che gli cantava il suo papà, fin da quando era piccolo e, per farlo addormentare, l’uomo percorreva il lungo corridoio di casa loro col figlioletto in braccio, cantandogli “Il testamento del capitano” oppure “Signora fortuna”, ma la loro canzone preferita era “Voglio vivere così”, di Ferruccio Tagliavini.

L’avevano ascoltata una volta alla televisione, quel mastodontico apparecchio in bianco e nero ad un solo canale che troneggiava in casa loro, e a quel tempo non erano molti ad avere un televisore, perché allora la tivù si guardava al bar, ma da quella prima volta che avevano visto il film e ascoltato la canzone omonima, padre e figlio ne erano stati entusiasti per la sua forza trascinatrice, per il suo messaggio filosofico, se vogliamo.

La trama del film non la ricordavano più, ma le parole della canzone erano, infatti, un po’ la filosofia dell’uomo, che il figliolo avrebbe, dunque, presto fatta sua per imitazione del genitore: “Voglio vivere così, col sole in fronte e felice canto, beatamente…”.

Sì, entrambi, almeno a quel tempo, volevano vivere la vita di faccia, non di profilo, volevano amare e godere il bello, la natura, il sole e la luce, almeno per il poco tempo che ci è concesso.

Il padre di Paolo era stonato come pochi al mondo, ma amava “cantare beatamente” e per diversi anni fu proprio lui il cantante preferito da suo figlio. Ma gli anni passano in fretta: il piacere di essere padre, di essere madre, di essere genitore è effimero e pregno di ostacoli: ci si gode i figli da piccoli, ma bisogna allattarli, cambiarli, lavarli, ma si dice: cresceranno; poi crescono e piano, piano, si allontanano.

Per qualche anno ancora padre e figlio giocarono a carte, a dama, a scacchi insieme, insieme facevano i compiti (più spesso li faceva il padre del figlio), ma le catene familiari, il cordone ombelicale, si vanno sempre più assottigliando, ed è contemplato dalla matura.

Se Paolo fosse stato un animale selvaggio, ancora un animale come all’alba dell’umanità, presto, appena raggiunta la pubertà, se ne sarebbe andato a formare un branco suo, ma per fortuna nell’uomo evoluto il distacco non è così veloce e i figli restano in casa, nel branco, nella tribù d’origine, per molto altro tempo: ci sono gli studi, magari l’università e la laurea, poi un lavoro da trovare, e che spesso non si trova, una casa da cercare, che forse si trova ma costa troppo; allora i figli, Paolo, nella fattispecie, restano ancora in casa, ma spesso lo fanno solo col corpo, mentre il cuore e la mente vanno altrove, a cercare una vita propria, proprie esperienze da fare grazie al bagaglio di quelle apprese dalla famiglia, dal padre.

A allora, dopo i dieci anni, forse, non ci furono più fra padre e figlio le loro canzoni.

Quante volte avevano rivisto il film con Ferruccio Tagliavini: a quel tempo in aprile c’era, a Milano, la fiera campionaria ed allora, la mattina, trasmettevano in televisione dei vecchi film per dimostrare, negli stand, le meraviglie dei nuovi apparecchi.

A volte Paolo chiedeva di restare a casa da scuola per vedere, la mattina, uno di quei film ed erano sempre gli stessi ogni anno: “Francis il mulo parlante”, “Voglio vivere così”, appunto, eccetera.

Poi vennero le televisioni private, poi il colore, poi i film c’erano tutti i giorni, a tutte le ore, su tutti i canali e così non videro più il loro film, non ascoltarono più la loro canzone e il padre non la cantava più.

Il ragazzino Paolo aveva ora altri gusti: il rock di Celentano, Morandi, la Pavone.

Così si svezzano i bambini, gli adolescenti, allontanandosi dalla famiglia, dalle tradizioni, formando i propri gusti personali.

Gli anni passarono, i fratelli di Paolo se ne andarono di casa, costruirono una loro famiglia.

Rimasero lui, Paolo e i genitori, ma era iniziata quella fase di ribellione per cui al ragazzo nulla piaceva più del padre, non ne sopportava i racconti, le solite storie, i comportamenti “da vecchio”.

C’era quasi gelosia perché il padre dormiva nel letto con la madre, letto dal quale lui era stato estromesso da anni, e poi, appunto, gli dava fastidio il bagaglio di ricordi del padre: la guerra, i tempi degli stenti, le vecchie canzoni. C’era ancora amore fra i due uomini, ma nascosto con pudore, con vergogna quasi.

Poi rimasero soli.

La madre se ne andò troppo presto e troppo male, con una sofferenza lunga, infinita, che aveva contagiato tutti, che nei suoi uomini non sarebbe più guarita.

L’accudirono insieme solo loro due, con dignità, senza chiedere aiuto a nessuno; spesso, la notte, il padre andava a svegliare il figlio perché lo aiutasse a girare la povera donna o per farle un’iniezione.

Quando rimasero soli, erano veramente soli: non osavano più neppure parlarsi, perché fra di loro c’era sempre quell’ombra, quel grande amore perduto, il dolore comune che nessuno aveva voglia di rinnovare né a se stesso, né all’altro; no, non c’erano più le loro canzoni, i loro ricordi, i racconti di guerra o dei tempi andati.

Come è naturale, ma non per questo accettabile, il padre divenne vecchio, non aveva più voglia di vivere così, col sole in fronte: non l’aveva più avuta da quando se n’era andata la donna che aveva amato come pochi o nessuno.

E quando fu vecchio, non vecchissimo, ma sicuramente sopra quella che, freddamente, si chiama la media della vita di un uomo, anche lui se ne andò.

Per fortuna, per quanto ce ne possa essere in una morte, lo fece come era solito fare tutto: con dignità, in maniera discreta, senza clamore.

Decadde e finì in pochi giorni, senza neppure salutare il figlio, senza le raccomandazioni che un padre dovrebbe lasciare in eredità.

Paolo era solo, adesso; aveva trascorso buona parte della vita con i genitori ed ora si ritrovava con un grande, inconsolabile vuoto.

Smise di mangiare, smise di dormire, smise di vivere: imparò a sopravvivere, a trascorrere le giornate senza pensare all’immediato domani.

Cadde in una grande depressione, ma dal padre aveva imparato a non coinvolgere nessuno nei suoi problemi personali.

Perse quasi tutti gli amici, perché la vita è troppo breve perché ci si possa permettere di farsi carico del dolore degli altri, perché gli amici servono a riempirti le giornate, a farti divertire, non a consolarti, non a trasmettere loro il proprio male di vivere.

C’erano giorni in cui Paolo pensava proprio che non avrebbe trovato le forze per arrivare a sera, ma poi questa arrivava e dopo di essa la notte, piena di ricordi e di dolore e poi rincominciava un altro giorno uguale e senza scopo.

Era una depressione dalla quale non vedeva come uscire, anche perché la via d’uscita avrebbe potuto e dovuto trovarla solo dentro di sé, ma non aveva né la voglia, né le forze.

Non apriva più finestre ed imposte, perché non voleva vedere il mondo che scorreva a dispetto di tutto: è un po’ come quando si trattiene il respiro per fermare un particolare momento.

Era una casa grande la sua, dove un tempo erano stati in tanti, erano, forse, stati anche felici: adesso ne erano uscite le persone ed anche la felicità e la casa era sempre buia e fredda.

Quando Paolo pensò di non farcela più, decise di andare via per qualche tempo: un appartamentino in affitto, fuori stagione, in riviera, non sul mare, ma fra le mimose che cominciavano a fiorire, anche se per lui il paesaggio non aveva importanza.

Aveva lasciato la sua casa, vi aveva lasciato tutti i suoi ricordi e la sua vita, forse l’aveva tradita, forse aveva tradito il ricordo dei suoi genitori, ma loro avrebbero voluto che lui continuasse a vivere, perché il ricordo che lui portava non li faceva morire definitivamente.

Anche in quella nuova casa silenziosa e tranquilla le finestre continuarono a rimanere chiuse e le stanze, i quadri, i soprammobili erano così anonimi: non appartenevano alla sua vita passata e non sarebbero appartenuti a quella futura.

A volte il cellulare squillava, ma lui non rispondeva mai, non aveva voglia di sentire nessuno, di risvegliare un male assopito, ma mai scomparso: era difficile anche contare i giorni.

Un po’ di televisione, giusto per fare passare giorni che sembravano non passare mai. Poi, un pomeriggio, a una trasmissione rievocativa sui decenni del secolo scorso, udì la loro canzone, “Voglio vivere così”.

Allora aprì la persiana della porta finestra che dava sul terrazzino circondato dal profumo degli alberi e inondato dal sole splendente e questo gli si posò sulla pelle, sul volto.

Per la prima volta da tempo sentì di nuovo un po’ di calore.

Voglio vivere così

Col sole in fronte”,

diceva la canzone dalla televisione: era la filosofia di suo padre ed allora, piano, piano, Paolo aprì le finestre al sole, che subito inondò la stanza e da quel momento ritornò a vivere nella memoria di suo padre.

 
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Pubblicato da su agosto 31, 2017 in Racconti

 

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UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

 

Madonna che caldo! Non si respirava.

Eppure lì, al lago dei frati, c’erano piante d’alto fusto che creavano ombra e c’era sempre una leggera brezza che, se a volte disturbava la pesca perché non si riusciva a tenere fermo il galleggiante, se non altro dava un poco di tregua dal caldo africano.

Ma non quel giorno.

I pochi pescatori che avevano sfidato l’aria torrida del pomeriggio avevano rinunciato alla pesca a galleggiante : buttavano a fondo e poi si rintanavano dove c’era un po’ di ombra vera, non quella fittizia degli ombrelloni, ma faceva caldo anche là.

Un uomo anziano sovrappeso si sentì male e dovette venire l’ambulanza e portarlo in ospedale: la sua pressione era andata più a fondo della sua montatura.

Inutile negarlo: il clima era proprio cambiato; una volta, d’estate, c’era l’anticiclone delle Azzorre, magari non pioveva per due mesi, ma il caldo era un caldo estivo normale, sopportabile.

Adesso, invece, le chiamano “bolle africane”, ma il risultato è che di frequente si passano i quaranta gradi, almeno nelle città dell’interno.

Se non altro lì, a una decina di chilometri dal mare, non si superavano i trentatré, trentaquattro, ma probabilmente non quel giorno.

Altro che bolla africana: questa era l’Africa intera che si presentava col suo clima peggiore.

E forse non erano neppure le bolle: qualcuno diceva che erano le scie chimiche, o l’effetto serra o il mancato rispetto degli U.S.A. del protocollo di Kyoto sull’inquinamento.

Madonna santa, che caldo!

E per di più non si vedeva una boccata: i pesci evidentemente stavano immobili al fondo, oppure erano tutti già lessi e pronti per maionese e limone; il lago aveva aperto alle 13, erano le 15,30 e nessuno aveva ancora preso nulla, né trote, né carpe, né pesci grandi o piccoli e qualcuno aveva già smontato le canne e se n’era andato a trovare un po’ di refrigerio nell’aria condizionata della macchina o in un bagno al mare.

Qualcun altro, però, resisteva, qualche ignaro temerario arrivava ancora alla spicciolata, magari, portandosi dietro uno o più figli, probabilmente dopo interminabili discussioni con la moglie: pareva di sentirli “Se vuoi andartene a pescare ti porti il bimbo: è pure figlio tuo, anch’io ho diritto ai miei spazi” ed allora il povero padre arrivava col pargolo lagnoso: “Ho caldo, ho fame, ho sete, voglio il gelato, il ghiacciolo, mi fai pescare? Quando si va via? Devo fare pipì”.

Si sa, il lago del frati è piccolo, in fondo pericoli non ce ne sono, per cui i bimbi erano liberi di scorazzare, di andare a tormentare con domande e con la loro presenza altri pescatori: anche il bambino di Franco, Mattia, cinque anni, era sfuggito al controllo del padre e stava toccando tutti gli attrezzi degli altri pescatori.

Paolo si era assopito, sentì suonare l’avvisatore di abboccata e sobbalzò, cadendo perfino dalla sedia, ma tutto ciò che era attaccato alla sua lenza era un petulante bambino di cinque anni con i capelli rossi che rideva come un matto per lo scherzo fatto al pescatore.

Avrebbe voluto prendere la piccola peste ed attaccarla all’amo a mo’ di lombrico, poi ci ripensò meglio e decise che sarebbe stato più corretto attaccarci il padre, visto che era uno di quelli che rifilano le rotture dei loro figli agli altri.

Finito di sghignazzare e visto che il pescatore non era altrettanto allegro, Mattia schizzò via, già pensando ad un altro scherzo per un altro pescatore.

Franco neppure si era accorto che il figlio non era più lì: aveva lanciato a fondo, poi aveva trascinato una sedia all’ombra e si era dedicato a tutto ciò che è possibile fare con un cellulare: telefonate, collegamenti a social, ricerca di filmati piccanti, giochini.

Intanto il sole picchiava implacabile: Madonna, che caldo!

Solo dopo aver ricevuto una telefonata dalla moglie, che gli aveva interrotto sul più bello un filmato particolare: “Hai messo il cappellino a Mattia? Gli hai spalmato la crema? Gli hai dato la merenda? Ti sei accertato che beva tanto con questo caldo? Lo stai tenendo all’ombra?” domande a cui rispondeva con dei sì convinti, mentre pensava alla bionda popputa del filmato, Franco si rese conto che il bambino era sparito da un pezzo ed allora si rassegnò ad abbandonare l’ombra per uscire a cercarlo.

Prima lo chiamò a gran voce, tanto il lago era piccolo e ci si sentiva da ogni punto, ma prova tu a lanciare un richiamo a un bambino ed aspettarti che accorra: mica è un cane obbediente!

Lanciò allora uno sguardo panoramico, ma nulla: probabilmente stava rompendo le palle al gestore al bar mentre questi cercava disperatamente di farsi portare dal grossista acqua, gelati, bibite, visto che con quel caldo era tutto finito.

Si rassegnò definitivamente a fare il giro del lago per andare a recuperare l’erede e, magari, tirargli una cinquina sul coppino, ma proprio in quel momento arrivò di corsa, trafelato, un ragazzetto sui quindici anni: nonostante l’abbronzatura estiva era bianco come un lenzuolo, piangeva, non riusciva a parlare.

Porse all’uomo il proprio cellulare sintonizzato su un filmato appena fatto: l’uomo cominciò a preoccuparsi, premette play.

Si vedeva Mattia che correva, poi si bloccava a guardare l’acqua, attratto da un qualcosa di strano e in quel momento dalla superficie del laghetto saltò fuori un essere incredibilmente orribile, un pesce simile ad uno di quelli degli abissi marini, corpo sottile e lungo, testa enorme con una bocca munita di denti lunghi dieci, dodici centimetri, affilati come stiletti.

Il pesce mostruoso di cinque o sei metri di lunghezza con un balzo inghiottì intero il bambino e poi scomparve di nuovo nelle acque.

Franco era sotto shock: cos’era quel filmato? Uno scherzo?

Proprio in quel momento le acque cominciarono a ribollire e da esse emerse ogni tipo di orrore: uscivano dall’acqua mostri incredibili, ne saltavano fuori a decine; azzannavano i pescatori, li ricorrevano strisciando sull’erba, li afferravano e sparivano, tutti urlavano, ma sulla strada passavano camion, auto e nessuno sentiva nulla.

Non c’erano più ne pesci, né pescatori, oramai lì al lago, solo quei mostri partoriti da…

Madonna che caldo quel giorno al lago dei frati, proprio un caldo INFERNALE!

 

 
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Pubblicato da su agosto 15, 2017 in Racconti

 

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I TRE FOLLETTI

I TRE FOLLETTI

 

Tre erano le Parche, tre erano le Graie, tre le Gorgoni: c’è sempre un numero tre che si ripete nelle leggende, nella mitologia e nelle saghe.

E non dimentichiamo la Santissima Trinità e i tre Buddha.

Qui si narra dei tre folletti Peng, Ping, Pang.

Mauro li vide per la prima volta dall’alto di un crinale, mentre andava nel bosco a cercare erbe per fare dei decotti.

Li vide e non ne rimase del tutto sorpreso: lui conosceva la natura, si fidava delle erbe benefiche e sapeva identificare quelle velenose, conosceva molte creature dei boschi ed era conscio di non conoscerne molte altre; che nei boschi ci fossero, quindi, dei folletti, come da tempo si andava dicendo, non lo stupì più di tanto; li vide, ma quando scese verso di loro, questi se n’erano già andati: comunque non immaginava che li avrebbe incontrati di nuovo e presto, anche.

Si sa che sempre, quando si ha una trinità, ognuno ha un compito specifico e va altresì detto che, vivendo sempre insieme da oramai centinaia di anni, i tre folletti incominciavano a mal sopportarsi e a litigare sempre più frequentemente.

Se si tralascia quella Santa di Trinità, va anche detto che le altre non sono, od erano, propriamente creature positive, dedite solo a fare del bene agli umani.

Le Parche, per esempio: Cloto tesseva il destino degli uomini, Lachesi lo dispensava loro e Atropo, infine, tagliava i fili, cioè dava la morte.

Le Graie, le vecchie, invece, avevano la vista, cioè sapevano vedere il futuro, ma avevano, in quanto vecchie, un solo dente e un occhio in tre che si passavano a turno.

Riguardo alle Gorgoni, poi, basterebbe ricordare la terribile Medusa con serpi per capelli,, capace di mutare in pietra chi la guardava in volto.

Oddio, ci sono anche tante signore anziane e rifatte che possono fare un simile effetto, con la differenza che non hanno serpi per capelli: al massimo parrucche di nylon dai colori fantasiosi.

Per loro conto i tre folletti, dispettosi come sono tutti i folletti, si erano divisi i compiti: Peng prospettava agli uomini ricchezze e potere, che asseriva di poter fare avere a chi lo avesse riconosciuto, insieme ai suoi fratelli, come suo signore e padrone.

Quello di essere fratelli era un pro forma: in realtà, come detto, i tre si detestavano, come spesso avviene fra i gemelli (tre, poi…) che cominciano a litigare già nel grembo materno per la conquista dello spazio.

Ping il secondo dei tre, offriva i piaceri della carne e dello spirito, vale a dire l’amore sacro e l’amor profano e chiedeva in cambio rispetto e denaro, tanto, tutto, compreso il tesoro che l’interessato avrebbe ricevuto da suo fratello Peng, che pareva essere il capo dei tre; almeno lui si riteneva tale.

Pang era il peggiore dei tre, il più cattivo in quanto era il meno intelligente: non sapendo escogitare nulla, per dispetto dava la vista reale e faceva vedere come queste promesse fossero effimere ed illusorie: solo un misero trucco da illusionisti.

Qualcuno narrava di averli visti, qualcuno diceva dei loro poteri e di ciò che potevano dare: pochi, o nessuno, ci credevano; un tizio era andato a raccontare di loro al “Maurizio Costanzo show”, presentando anche delle presunte fotografie in cui non si vedeva assolutamente nulla.

È difficile, molto difficile, riuscire a fotografare da distante esserini alti solo pochi centimetri, che per di più amavano spostarsi velocemente nei boschi saltando di fungo in fungo, quasi che questi fossero stati dei tappeti elastici.

Saltavano, divertendosi come matti, ma poi cominciavano a litigare, ad azzuffarsi e finiva inevitabilmente che rotolavano giù dai funghi ammaccandosi le onuste giunture.

Ritornando al fungaiolo, questi diceva di averli visti e di aver loro parlato, ma essendo duro d’orecchi e portando un apparecchio acustico, non era riuscito a capire un acca di quello che le loro flebili vocine dicevano: il frastuono di una farfalla che batteva le ali, aveva coperto le loro voci e i tre se n’erano andati arrabbiati, mandandolo vistosamente a quel paese (quale non si sa, forse quello più vicino al bosco).

Risultato, il presentatore, non meno crudele dei tre fratelli folletti, prese in giro il malcapitato facendogli fare la figura del matto e del mitomane.

Era, però, bastata questa apparizione televisiva per fare nascere dei “Folletti fan club”, dei veri fanatismi, con siti su Facebook, Twitter e My space e caterve di filmati, tarocchi, ovviamente su You tube.

Era la stessa cosa che succedeva quando qualcuno, fotografando una mosca spiaccicata sul vetro della sua finestra, diceva di avere assistito a un passaggio di UFO proprio sopra la propria casa.

Si potevano trovare sulle bancarelle magliette dedicate ai folletti, con le più fantasiose raffigurazioni del loro aspetto, spesso assimilato a quello dei puffi o dei sette nani; a queste ne seguirono di illegali, fatte in Cina e vendute dagli extracomunitari che avevano rinunciato perfino al commercio di sigarette di contrabbando e DVD pirati e, agli angoli delle strade ti sussurravano all’orecchio: “Signò, vuoi maglietta di tre folletti? Per te faccio pochi soldi”.

Poi, le mode, si sa, passano, gli entusiasmi, soprattutto quelli più violenti nel loro apparire, si spengono con identica rapidità e presto tutti dimenticarono i tre folletti.

Mauro no, Mauro li aveva visti veramente, seppure dall’alto, seppure da lontano e lui la vista l’aveva buona e così pure l’udito.

E anche in quella pessima fotografia mostrata in televisione, a lui non erano sfuggiti quei tre puntini sfocati che, ciascuno dall’alto, si fa per dire, di un fungo, sembravano rivolgersi verso l’obiettivo.

Mauro ci credeva, ci vedeva bene e ci sentiva meglio: per il resto non era molto soddisfatto della propria vita, del proprio stato patrimoniale e di quello sentimentale e, a quanto si raccontava, i folletti ti potevano dare ciò che volevi in cambio di devozione e rispetto.

Allora andò a cercarli; seguì le piste dei cercatori di funghi e gli ci vollero quindici giorni, ma alla fine li incontrò.

Loro non erano spaventati dall’intruso e furono essi stessi a raggiungerlo saltando e rimbalzando da un porcino a un’ammannita.

Ciao, io sono Peng – disse il primo – se mi giuri fedeltà e devozione io ti posso fare ricco e, se vuoi, farti anche diventare famoso”.

“Nooooo, non dargli retta –  disse Ping – mio fratello è un millantatore: che te ne fai dei soldi e della fama? Il sesso è più importante ed io ti posso fare avere qualsiasi donna o uomo o animale tu voglia; una volta ho fatto innamorare un uomo del suo termosifone… o il termosifone dell’uomo: non ricordo bene! Però in cambio voglio tanti soldi, tutti quelli che hai. Se preferisci, fatti far ricco da Peng e poi dai tutto a me e avrai chi vuoi”.

“Ih, ih, ih –  si mise a ridere Pang – ho proprio due fratelli scemi: guarda qui quello che ti possono dare non durerà che poche ore” e gli fece vedere, come dentro ad un fumetto, oro che diventava polvere, risa che diventavano lacrime, Mauro che restava nuovamente da solo.

L’uomo era molto deluso: “Grazie no – disse ai tre folletti – credo che continuerò la mia vita così come mi è stata data e sarà sempre. Grazie lo stesso. Per curiosità, quanti hanno accettato le vostre proposte, fino ad ora?”. “Nessuno! Risposero orgogliosi i tre fratelli”; Mauro se ne andò.

A questo punto Peng saltò addosso a Pang, Ping fece lo sgambetto ad entrambi, che caddero giù da una alta lepiota.

Ping, ridendo, eseguì un doppio salto mortale saltando da un chiodino e quasi affondando dentro ad una spugnola e gridò: “Non mi prendete, non mi prendeteee”.

I due smisero di azzuffarsi, si asciugarono il sangue dal naso e lo rincorsero, rimbalzando di fungo in fungo come due palle pazze a caccia del compare.

 

 

 
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Pubblicato da su agosto 2, 2017 in Racconti

 

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NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

 

Quell’uomo era comparso praticamente dal nulla e all’improvviso.

Alcune speculazioni economiche azzeccate, più per fortuna che per vera abilità, anche se lui si riteneva un genio della finanza (lui, a dire il vero, si riteneva un genio in tutto), poi l’acquisto di una catena di giornali, di alcuni supermercati, ai quali aveva subito cambiato il nome dandogli il proprio, non fosse altro che per vederlo là, illuminato ed enorme risplendere in alto, sopra la misera umanità alla quale lui riteneva di non appartenere, e poi ancora alberghi, terreni, interi condomini, fino ad aver costruito un impero tale da portarlo ai vertici economici del Paese.

Gran parte dei suoi capitali erano, comunque, dislocati in vari paradisi fiscali, in banche compiacenti in isole sperdute difficili anche da trovare sulle carte geografiche o in minuscole nazioni centro americane e così se poi qualche speculazione andava male venivano licenziati dei dipendenti, venivano chiesti aiuti statali, ma lui, di suo, non rischiava né ci rimetteva mai nulla: i suoi capitali erano ben protetti ed intoccabili.

Questa era stata la carriera di Gianmaria Massironi, che l’aveva portato, alla soglia  dei sessant’anni, ad essere il più ricco e potente fra gli imprenditori, per i quali lui nutriva, comunque, un profondo disprezzo, considerandoli troppo inferiori a lui e per capacità, e per capitali.

Lui era, come si suol dire, arrivato, non gli mancava più nulla, tranne una cosa…

È un po’ quello che capita se si vuol fare un regalo ad un bambino proveniente da una famiglia ricca: ha tutto e non si sa cosa acquistargli.

Anche lui aveva tutto, ciò che gli mancava era il potere, un potere assoluto, che gli desse anche la proprietà del paese e di tutti quegli inutili moscerini che vi vivevano.

A pensarci bene, gli sarebbe piaciuto essere nato nel medioevo, quando i signori come lui, anzi i regnanti, avevano diritto di vita e di morte sui sudditi, utili solo per dare loro ricchezza e potere, e possedevano anche lo “jus primae noctis” su tutte le donne che piacevano loro, indipendentemente dall’età e dal censo.

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Sandro era un giornalista di quelli che amano andare a fondo alle cose, un idealista, di quelli che amano la verità, tanto più in quanto detestava i sotterfugi, l’ipocrisia, la disonestà.

Sospettava che la carriera fulminante di quell’uomo venuto dal nulla con l’arroganza di chi si crede il migliore di tutti, quello al di sopra delle leggi e delle regole degli uomini comuni, non fosse solo dovuta a fortuna, tantomeno ad abilità, ma che dietro, come

si mormorava da tempo a mezza voce, ci fossero corruzione e protezioni e contatti sospetti con la malavita organizzata: la mafia, tanto per intenderci.

E si sa: vox populi…

Visto che, comunque, lui era un freelance, uno che lavorava in proprio su ciò che gli pareva e poi vendeva i suoi servizi e le sue inchieste ai giornali o alle televisioni che riteneva più seri e indipendenti, si mise ad indagare in silenzio, senza clamore, su quell’uomo; non gli interessavano il gossip, le sue presunte relazioni extra coniugali, l’uso di cocaina, ma i reati, le amicizie e le prevaricazioni attraverso le quali reputava che fosse passato, usandole come trampolino di lancio per costruire il suo impero economico, prima e quello politico, poi.

A dire il vero di chiacchiere, di mezze voci, di scandali esplosi e subito messi a tacere, ce n’erano stati tanti ma, grazie alla potenza dei suoi mezzi d’informazione, grazie a uno stuolo di avvocati forse altrettanto sporchi quanto lui, ne era sempre uscito indenne.

Ora, però, che stava per impadronirsi non solo di gruppi economici, ma del potere sull’intera nazione, che avrebbe manipolato come un bambino modella la plastilina, Sandro si sentiva in dovere di andare a fondo, di trovare non solo gli scheletri, ma anche gli armadi che li tenevano nascosti.

Un bravo giornalista ha contatti, informatori, voci che non devono necessariamente essere confermate in tribunale, dove questi informatori non sarebbero mai entrati a giurare contro quello là.

Il giornalista ha quindi, spesso, più mezzi della legge per arrivare alla verità e così, come una formichina laboriosa, aveva costruito un dossier con le prove di tutte le porcherie perpetrate da quell’uomo pericoloso, soprattutto per il carisma, forse anche invidia, che esercitava sulla massa.

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Per Gianmaria Massironi, già dottore per una laurea comperata sottobanco, già commendatore e grand ufficiale per meriti… quali non si sa, forse solo quello di essere ricco, era giunto il momento: grazie alle sue amicizie con la mafia, con una certa frangia di estremisti, felici di riunirsi sotto una sola bandiera, di aver l’occasione di strisciare fuori dalle loro fogne e di dare voce alla loro follia integralista e delinquenziale, stava per arrivare alla prima parte del potere; poi avrebbe cambiato leggi e costituzione, sarebbe diventato definitivamente un intoccabile, il padrone assoluto del paese, ciò che non era riuscito neppure a Cesare o Napoleone.

Certo avrebbe dovuto concedere qualcosa a chi lo sosteneva, fare leggi a favore dei gruppi di potere economico, a favore degli estremisti, della grande malavita, ma questo non andava contro i suoi interessi, anzi…

C’era chi ne avrebbe sofferto: i lavoratori, i pensionati, i malati, gli scolari e gli studenti, ma se loro o chi per loro erano tanto ingenui da votarlo su promesse vane, da credere a una limpidezza che non possedeva, non si meritavano altro.

Peraltro lui non era disposto a riconoscere i suoi reati, i suoi compromessi: per lui tutto ciò che aveva fatto era un normale modo di condurre gli affari, di liberarsi dei concorrenti.

Certo avrebbe contrastato le droghe, perché così favoriva i trafficanti, avrebbe respinto gli immigrati, perché anche quello è un business della grande malavita e più se ne mandano indietro, più ce ne sono che pagheranno una seconda volta il viaggio della speranza.

E poi c’erano gli industriali, generosi sostenitori della sua campagna elettorale, in cambio di denaro statale per diventare sempre più ricchi, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata e le pensioni divenute ancor più da fame.

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Tutto questo Sandro lo sapeva, ne era angosciato e piano, piano era riuscito ad aprire degli squarci nella cortina di omertà che proteggeva quell’uomo che, come detto, lui odiava: odiava lui, tutto ciò che rappresentava e quella specie di corte dei miracoli, di falliti riciclati, e pertanto fedeli, che lo circondava, lo adulava sperando di raccogliere le briciole che lui seminava per loro, lo osannava usando solo l’insulto come arma di discussione..

Aveva raccolto nel suo dossier documenti, intercettazioni, fotografie con mafiosi o sospetti tali, testimonianze anonime ma, unite a documenti reali, tali da smascherarlo davanti a tutti.

Forse questi documenti non sarebbero stati sufficienti per i suoi ricchi avvocati privi di scrupoli, né per i giudici che aveva più volte corrotto, mentre quelli che avevano tentato qualcosa contro di lui venivano sistematicamente trasferiti e resi, così, inoffensivi,.

Qualcuno moriva di morte violenta, ma in quel caso la colpa era ufficialmente degli islamici, dei terroristi; certo, quando si arriva a certi livelli, non lo si può fare senza sporcarsi le mani, sì sporcarsele anche di sangue, magari non in prima persona: quello lo fanno i boss, non lui, il più grande, il migliore in tutto, il più bravo ed intelligente…

Sarebbero, però bastati ad aprire gli occhi alla gente, abbagliata dal falso splendore di cui si circondava.

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Forse, a suo modo, però, anche Sandro era un presuntuoso: non gli bastava la vittoria, ma voleva sbattergliela in faccia a quell’uomo che era diventato la sua crociata e la sua ossessione: combatterlo era oramai la sua sola ragione di vita: voleva godere del proprio trionfo e così osò troppo e commise l’errore più madornale della sua vita.

Riuscì ad introdursi, nonostante l’enorme macchina della sicurezza, nella villa del Massironi e, trovatoselo davanti, gli mostrò il suo voluminoso dossier.

Si aspettava, come reazione, avvocati, interventi politici, non il grosso ed antico bastone da passeggio con cui il Massironi lo colpì con violenza al capo: la vista gli si offuscò e fra il velo di sangue vide il suo dossier strappatogli di mano e bruciato, con un sorriso beffardo nel caminetto acceso.

Questa volta le mani se le era sporcate in prima persona e lo aveva fatto con soddisfazione, ma lui non avrebbe mai potuto testimoniarlo.

Sai – gli disse il suo nemico – non puoi vivere per sempre” fu l’ultima cosa in vita sua che Sandro, il giornalista puro, senza macchia e senza paura, vide e udì ma, come ultimo atto della sua vita, riuscì a rispondere: “Non illuderti, neppure tu puoi farlo ad allora tutto ciò che hai non ti seguirà e tutto quello che hai fatto non ti sarà servito a nulla”.

Poi arrivò il secondo colpo, quello definitivo

Gianmaria Massironi rise beffardo: forse credeva veramente che l suo denaro, il suo potere, gli consentissero di dominare anche il tempo.

Una chiamata al telefono e qualcuno arrivò rapido e discreto a rimuovere il cadavere, quell’immondizia che insozzava il suo prezioso tappeto persiano.

L’indomani sarebbe stato il gran giorno, quello dell’investitura ufficiale, il momento per Il dottor, grand ufficiale Gianmaria Massironi di godersi il potere il denaro, tutto ciò che la sua posizione gli avrebbe offerto.

Gianmaria Massironi andò, quindi, a letto soddisfatto, s’addormentò e non si svegliò più: un infarto lo colse nel sonno.

È proprio vero, non si può vivere per sempre, nessuno può farlo.

Le persone si possono corrompere, il tempo e il destino, no.

 

 
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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Racconti

 

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