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Sono un professore di matematica che si diletta a scrivere storie e romanzi

LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

 

Era il compleanno di Emanuele, un compleanno importante: dopo  una certa età tutti sono importanti ed ugualmente tristi perché valgono doppio: un anno in più ed uno in meno…

Emanuele aveva un unico fratello, Guglielmo, che viveva al nord, a quattrocento chilometri di distanza e, da quando il maggiore dei due si era trasferito, non avevano più festeggiato né compleanni, né Natale o altre feste comandate insieme.

Si vedevano, è vero, d’estate, quando Guglielmo si faceva ospitare per le vacanze, ma un compleanno è una ricorrenza importante, è anche il ricordo di tante festicciole fatte da bambini, da ragazzi, con mamma, papà, zii, amichetti.

Adesso, invece, c’erano i nipoti, un maschio e una femmina, figli di Emanuele, il maggiore, mentre suo fratello non si era mai sposato né, di conseguenza, aveva una propria discendenza.

Oltre ai figli di Emanuele e, di conseguenza, nipoti del fratello, c’erano quattro pronipoti dell’uno e nipoti dell’altro, di età variabile fra cinque e i quattordici anni.

Sorbirsi quattrocento chilometri, più altrettanti per il ritorno, era faticoso, per questo Guglielmo non aveva mai accettato gli inviti per le varie festività e occasioni, ma questa volta era stato lui a proporre, di nascosto, ai nipoti di organizzare una festa a sorpresa, vale a dire una cena in un ristorante, alla quale sarebbe comparso, all’improvviso, anch’egli.

Si era preparato, materialmente e spiritualmente, per settimane; anzitutto aveva acquistato un regalo per il fratello, poi altri per i quattro pronipoti e un paio di libri per i nipoti.

Poi, come usuale per il suo carattere ansioso, aveva cominciato a preparare armi e bagagli con un mese e mezzo di anticipo, inserendo a mano, a mano ciò che gli sarebbe servito e che era indispensabile portarsi appresso.

Cominciò, ovviamente, con un pigiama pulito e la biancheria intima di ricambio; poi aggiunse una felpa in più, perché può succedere di bagnarsi, macchiarsi, che faccia più freddo del previsto.

Ci ripensò: meglio una camicia pesante e un golfino, così se avesse avuto caldo o freddo avrebbe potuto adeguare il proprio abbigliamento.

Un paio di ciabatte ci voleva per forza:  con l’avanzare dell’età era aumentato in progressione geometrica il numero delle sue visite notturne in bagno e non era il caso di infilarsi ogni volta le scarpe.

Già, le scarpe: le previsioni del tempo lo davano incerto e variabile, con probabilità uguali di sole, pioggia, neve e allora meglio portare anche un paio di scarpe di ricambio.

Quando si è giovani si va alla ventura, ce ne si frega di piedi bagnati, di indumenti macchiati, ma l’età rende prudenti: dolori, problemi respiratori, dignità di chi, avendo perso con gli anni la gradevolezza esteriore, voleva almeno mantenere la dignità dell’abbigliamento.

Ecco, era più o meno pronto, c’era tutto… Tutto? Macchè: le medicine, quella per il cuore, per la prostata, per la digestione, per la pressione e gli analgesici.

Poteva mettere un paio di pillole per tipo in una scatoletta, ma poi come riconoscerle? Meglio le confezioni originali e complete.

Un’occasione come un festeggiamento meritava di essere ricordata, così prese la macchina fotografica col suo carica-batterie.

E non doveva scordarsi il caricatore anche per il telefono cellulare: quelli si scaricano sempre sul più bello.

Adesso sì c’era tutto… o quasi. Gli occhiali! Se si fossero rotti quelli che portava sarebbe stato praticamente da bastone bianco e cane guida! Così mise in valigia anche quelli vecchi, con in aggiunta quelli per leggere, visto che le vecchie lenti non erano multifocali.

Già che c’era prese anche i coprilenti da sole: vedi mai che il tempo fosse stato clemente e il sole è bello, ma a una certa età ti fa piangere gli occhi.

Ovviamente ogni paio aveva il suo porta occhiali rigido.

Basta! Tirò la cerniera, chiuse tutto e si ritenne soddisfatto… per un paio di giorni.

Certo che cinque ore di viaggio sono tante, allora meglio portarsi dietro un libro e anche il lettore Mp3 per il viaggio, ovviamente anche per quest’ultimo doveva portare il carica batterie, perché c’era anche il ritorno.

Adesso sì che era soddisfatto!

Attendeva quell’occasione come un bambino attende l’epifania: era curioso di vedere la faccia, soprattutto dei bambini, ai regali, era desideroso di rivedere tutti, quasi temendo che quella potesse essere l’ultima occasione.

Se l’avesse detto l’avrebbero preso in giro, ma loro non sanno cosa vuol dire vedere la propria vita accorciarsi come una sigaretta accesa.

Questa idea lo intristiva, ma del resto lui in occasione di tutte le festività era sempre stato triste, fin da ragazzino: le feste sono belle, ma poi c’è il giorno dopo, dove ci si rende conto che tutto il tempo di attesa, tutta la preparazione, sono durati un attimo ed ora è tutto finito e la festa lascia il posto alla noia e alla malinconia quotidiana di vivere.

Questo era lui, era così, forse per questo era rimasto sempre single e solo: la gente ha bisogno e voglia di allegria, non di tristezze.

Caspita! A momenti dimenticava: va bene la camicia di ricambio, ma se si fosse macchiato i pantaloni, o peggio se se li fosse strappati?

Ricordava, tanti anni prima, il primo giorno di un lavoro, una fiera di settore con un amico; era arrivato, come al solito suo, con largo anticipo, poi l’amico era venuto allo stand a chiamarlo per farsi aiutare a portare della merce.

Lui era uscito, aveva preso da terra due grosse borse e, nel rialzarsi, i pantaloni gli si erano aperti dal cavallo all’interno del ginocchio!

Aveva dovuto telefonare alla madre che gli portasse un ricambio e aveva sostituito i pantaloni lì, nel parcheggio, fra due macchine.

La stessa cosa, più o meno, era successa il giorno del diploma, al momento di uscire di casa, tipico della sua sfortuna, ma anche della sua ansia e goffaggine.

Allora riaprì tutto, mise quindi un paio di pantaloni di emergenza; poi, già che c’era c’infilò anche una copertina di pile: vedi mai che avesse fatto freddo e il fratello non avesse avuto abbastanza coperte…

Per non girare per casa in pigiama, il pudore è un’atra cosa che aumenta con l’età, prese anche il leggero accappatoio di microfibra, poi, finalmente, chiuse tutto; ah, no, l’apparecchietto per la pressione.

Ora sì!

Ma il giorno dopo gli venne in mente che doveva mangiare in treno, allora mise due tramezzini, una bottiglietta d’acqua, poi avrebbe aggiunto un piccolo thermos di caffé e poi la pancera e poi l’agenda e la rubrica e il rasoio e la schiuma da barba, il dopobarba e lo spazzolino da denti e poi, e poi…

 

* * *

 

Alla stazione lo attendeva una nipote col marito e il figlioletto più piccolo per mano; il treno era in perfetto orario, lui scese fra gli ultimi.

Quando Cristina, Massimiliano e il piccolo Giosuè lo videro comparire sulla banchina sudato e sbuffante coi due grossi trolley e la borsa a tracolla, scoppiarono a ridere: tre bagagli per due giorni scarsi! Guglielmo non se ne curò, non si offese: loro non sapevano, non potevano ancora capire cosa significa diventare vecchi.

 

 
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Pubblicato da su giugno 8, 2017 in Racconti

 

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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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LA MORTE DI MIMI’

LA MORTE DI MIMÌ

 

(Questa è una personale trasposizione dell’atto finale della Bohème di Giacomo Puccini in un’ambientazione moderna.)

 

Alberto, Mario e Michael erano tre amici che condividevano uno squallido bilocale dall’affitto carissimo e per di più in nero, in una zona situata a metà strada fra Lambrate e Città studi, il quartiere di Milano con il politecnico e diverse altre facoltà tecnico – scientifiche.

Alberto proveniva dall’Abruzzo, Mario dalla provincia di Cremona e Michael da quella di Sondrio; i primi due frequentavano la facoltà di architettura, covando entrambi il sogno di diventare il nuovo Gio Ponti, mentre l’ultimo studiava informatica con una decina d’anni di ritardo rispetto a quando la facoltà garantiva un lavoro sicuro: oramai gli informatici erano più dei medici ed anche di quelli ce n’erano molti più della richiesta del mercato.

Tutti e tre erano ragazzi poco più che ventenni che cercavano di diventare adulti autonomi e responsabili, ma pur sempre ragazzi che non disdegnavano quindi, in quanto tali, una partita a pallone, una serata in discoteca o un sabato in birreria.

Soldi pochi: le tasse universitarie erano da strangolo, tutti e tre provenivano da famiglie piccolo borghesi che già si svenavano per pagare loro gli studi, l’affitto, il vitto, così loro si adattavano a fare lavoretti saltuari e mal pagati, anche questi in nero, come volantinaggio porta a porta, collaborazione in traslochi e trasporti o montaggio di stand alle fiere, sempre più rare, al polo di Milano – Rho.

Essendo ragazzi con normali inclinazioni sessuali erano sempre alla ricerca di compagnie femminili: non della relazione fissa, che li avrebbe distratti e distolti dagli studi, ma l’amicizia senza impegni, come spesso si usa fra ragazzi, magari con qualche sporadico petting, per lo più nell’unica automobile che usavano a turno, una vecchia Renault di Mario e, prima ancora, di suo nonno, ora troppo avanti con l’Alzhaimer  per essere ancora in grado di condurre un’autovettura della quale, comunque e a sua insaputa, continuava a pagare bollo e assicurazione.

Il loro bilocale era ad un ultimo piano, talmente ultimo da essere quasi un abbaino, non si sa quanto abitabile, in un caseggiato grigio e vecchio di una periferia che stava velocemente per essere fagocitata, digerita e inglobata nella città.

Qui non si trovava più un tratto di terreno libero da anni oramai, mentre un tempo c’erano prati incolti e qualche orto abusivo da pensionati che produceva insalata, pomodori e patate aromatizzati al piombo degli scarichi delle automobili.

Come detto la discoteca, ma più ancora la birreria, erano per loro una scusa per rimorchiare ragazze, fossero esse amiche stabili o avventure di una sera.

Fra i tre Alberto era il più sognatore, il più romantico, anche se si vergognava un po’ della sua indole, che non era certo da ragazzi del terzo millennio.

Una sera in birreria proprio lui fu attratto da Domenica, detta Mimì, anche se al momento dell’incontro non conosceva ancora né il suo nome né il soprannome, che peraltro lei avrebbe poi dichiarato di odiare in ugual modo.

Domenica, un nome da campagna e da ragazza, anzi donna, campagnola, pensava e lei caratterialmente era tutt’altro che una ragazza di paese; il diminutivo Mimì non si discostava da tale attribuzione e di peggio ci sarebbe stato solo il chiamarla Menega!.

Ma ragazza di paese lo era comunque per nascita: un paese del quale voleva dimenticare perfino il nome, poche case sperse nella campagna del lodigiano, un paese che più paese non si può nella zona ancora superstite dell’agricoltura di quella parte sempre più industrializzata della Lombardia.

Mimì (mia dolce Mimì) all’aspetto era tutt’altro che dolce: capelli tinti di blu elettrico, piercing in forma di anellino al lato del labbro e di una narice, unghie dipinte con lo smalto nero come il colore del suo rossetto.

Eppure c’era qualcosa sotto quella crosta di ribellione, di schiaffo alle convenzioni, che Alberto seppe captare, pure se in forma indefinita.

C’era una tristezza, un dolore, ma anche tanta voglia di amare e essere amata nel profondo dell’anima.

Forzando la sua natura, tutto sommato, riservata, il giovane le si avvicinò, la invitò al tavolo dove stavano loro tre, anzi cinque, visto che i suoi inseparabili amici avevano già rimorchiato Alice e Noemi.

Mimì accettò senza parlare, solo lo seguì al tavolo, dove ci furono le presentazioni, inutili smancerie convenzionali che a lei non piacevano, tanto che alle mani protese da stringere, lei rispose con la propria alzata in un cenno che doveva essere di saluto.

Ma anche quel cinismo, a vedere di Alberto, era una posa, un atteggiamento per nascondere un grande turbamento interiore.

Bevvero un paio di birre, parlarono, risero e a poco, a poco anche la nuova venuta si lasciò andare e rise e parlò con loro; forse era alternativa, ma non certo antipatica.

Visto che in sei non potevano andare via sulla vecchia e unica vettura a disposizione, si salutarono lì, con la promessa di rivedersi il sabato seguente e con scambi dei numeri di cellulare.

Si rividero il sabato, tutti e sei e poi ancora la settimana seguente.

Una sera i due amici di Alberto si eclissarono con le rispettive compagne, oramai fisse e lui rimase solo con Mimì: “Usciamo? Facciamo quattro passi?” le propose; la notte era bella, stellata, non troppo fresca.

Mimì lo seguì senza una parola: passeggiarono, chiacchierarono, più che altro fu Alberto a farlo, raccontando i suoi sogni, i suoi progetti che ora comprendevano lo stare con lei, fino a che la ragazza scoppiò in lacrime: “Non possiamo – disse – non possiamo farlo: sono malata, conclamata e terminale”. Quel termine, conclamata, bastava da solo a raccontare la malattia, non la storia di Mimì; fu lei a farlo, senza nascondere nulla, una storia fatta di incomprensioni con la famiglia campagnola, l’abbandono della casa e del paese, le amicizie sbagliate il darsi a chiunque, le droghe.

Poi, quando la malattia si manifestò, tutto scomparve: gli amanti occasionali, quelli che l’avevano infettata, i paradisi chimici, ma oramai era tardi.

Così continuarono a vedersi, ad amarsi ma senza mai fare l’amore e Alberto la vide spegnersi a poco a poco, mentre s’accorgeva di amarla sempre di più.

Passarono i mesi, le stagioni, perché il tempo non si ferma, non dà retta a nessuno, rallenta e accelera come gli pare e piace, calpesta le persone e i loro sogni.

Loro sei, però, i tre ragazzi e le tre ragazze, restavano solidali come una roccia, sempre insieme, sempre a scherzare, anche se oramai i segni della malattia di Mimì erano evidenti per tutti, ma nessuno di loro le voltò mai le spalle.

Altro tempo passò, la malattia progrediva, anzi accelerava; Alberto e i suoi amici e le loro ragazze si sentivano così impotenti… tutto ciò che potevano fare era starle vicino come se niente fosse.

Poi finirono anche le serate in birreria: Mimì non ce la faceva più nemmeno ad uscire di casa e agli altri non andava di uscire a divertirsi senza di lei.

Mimì dovette abbandonare il suo monolocale e si trasferì nell’appartamentino dei tre studenti; anzi, furono loro tre a trasferirsi nella sala – tinello, lasciando a lei la loro camera da letto, un letto dal quale non era più in grado di alzarsi.

I suoi capelli erano ritornati del colore originale, neri; lo smalto e il rossetto altrettanto neri non erano più nemmeno un ricordo e adesso le labbra di lei erano pallide, esangui, sottili.

Le medicine costavano, anche se una parte era coperta dalla mutua, i ticket erano pesanti e su molti palliativi andava pagato il prezzo intero, perché la A.S.L. quelli non li passa.

Si tassarono tutti e tre, poi si unirono anche Alice e Noemi alla colletta.

Alberto avrebbe voluto pagare tutto lui, in fondo era la sua di ragazza, ma da solo non ci arrivava e poi Mimì era un bene comune: se per lui era la sua ragazza, per gli altri quattro era una loro amica.

Oramai non veniva più neppure il medico a visitarla: sarebbe stato inutile, era alla fine, tutto sommato la parte più pietosa della malattia.

Il più delle volte Alberto non andava proprio a dormire, ma passava le notti al suo capezzale tenendole la mano, bagnandole le labbra riarse con una pezzuola umida, iniettandole gli antidolorifici quando il dolore si faceva insopportabile.

Le due ragazze venivano al mattino, prima di andare all’università, ad aiutarla a lavarsi, cambiarsi, cose da donne, perché anche in punto di morte il pudore è una cosa che non scompare e alla quale il malato ha diritto.

Erano gli ultimi giorni: fuori l’aprile faceva esplodere la natura: i fiori sbocciavano, gli uccellini delle nuove covate cantavano mentre una ragazza di poco più che vent’anni stava morendo, invecchiando con l’inverno nelle ossa e nel cuore.

Arrivarono anche le due ragazze, ma era inutile tormentarla con le abluzioni quotidiane; accanto al suo letto Alberto le reggeva la mano che non pesava nulla in silenzio, con gli occhi umidi ma senza lacrime.

Lei era semi – seduta, non fosse altro che per respirare meglio; Michael e Mario erano in piedi, immobili, accanto alla porta, come due memnoni, i guardiani dei templi egizi.

Le ragazze si stringevano a loro e non riuscivano a trattenere le lacrime.

Mimì chiuse gli occhi; il respiro era lento, ma regolare.

“Dorme – disse qualcuno – lasciamola in pace” ed allora i due ragazzi e le ragazze uscirono, andarono nell’unica altra stanza in attesa: per quel giorno nessuno sarebbe andato alle lezioni.

Mimì tremava di freddo, così qualcuno prima di uscire dalla stanza le mise addosso il proprio giaccone invernale come coperta: altre in casa non ce n’erano più.

Alberto rimase, sfinito, sulla sedia accanto al letto: “Sono andati? – domandò Mimì con un filo di voce, senza aprire gli occhi. Poi accennò un sorriso malato – ho finto di dormire per restare sola con te, ma tu non guardarmi, devo essere un mostro” “Sei bella come… un’alba!”. Non è facile trovare parole sdolcinate in certi momenti.

“Hai sbagliato, dovevi dire come un tramonto – forse doveva essere un motto di spirito, ma c’era solo una rassegnata tristezza e consapevolezza nella sua voce –  ci sono tante cose che ti vorrei dire, ma non ho più tempo, per cui ti dirò solo la più importante: ti amo”. Poi tacque, reclinò il capo: “Mimì!” urlò Alberto. A quel grido tutti entrarono a precipizio nella stanza; Mimì raddrizzò la testa, aprì gli occhi a fatica, li guardò e fece loro un sorriso, un cenno di saluto, poi chiuse gli occhi per l’ultima volta.

Tutti si abbracciarono piangendo, singhiozzando senza oramai più ritegno, anche i ragazzi.

C’erano tante cose da fare: telefonate, gente da avvertire, formalità burocratiche, ma ora no: adesso era solamente il tempo del dolore.

 

 
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Pubblicato da su maggio 11, 2017 in Racconti

 

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L’ULTIMO AMORE

L’ULTIMO AMORE

Prima di essere un uomo maturo, Federico era stato un giovane, prima ancora un ragazzo, e molto tempo indietro un bambino, come lo siamo stati tutti, solo che lui non era come tutti.

A tre anni aveva iniziato ad andare all’asilo, che a quel tempo non si chiamava ancora “scuola materna”, ma semplicemente così, “asilo” e i bambini di tre, quattro, cinque anni, non dicevano “vado a scuola”, ma “vado all’asilo”, che è molto più consono a quelle età, perché i bambini devono restare tali per il giusto tempo, seguire il corretto percorso di crescita senza anticipare i tempi.

Ma in qualche modo Federico, per sua natura e non per volontà di qualcuno, quei tempi li avrebbe anticipati.

Aveva, dunque, iniziato a frequentare l’asilo col suo bel grembiulino talora azzurro, talora bianco, mentre le femminucce lo avevano rigorosamente rosa, a scanso di equivoci e per mantenere fin da subito ben distinti i ruoli: infatti le piccole, numericamente parlando, classi erano miste: bimbi e bimbe insieme,insieme nei giochi, nei disegni, nei lettini per il riposino dopo la refezione e anche nelle sedute collettive sui vasetti.

Clelia aveva due codini biondo rossicci legati con elastici abbelliti da una farfallina di plastica, dato il suo colore di capelli aveva le gote cosparse di lentiggini e gli occhi verdi come… come un qualche animale che Federico (detto Chicco) non sapeva individuare, sta di fatto che gli piacque subito, ma non solo come simpatia: sentiva qualcosa, ogni volta che la vedeva, che gli frugava dentro il petto; più avanti gli avrebbero spiegato che quella sensazione è detta “farfalle nello stomaco”, ma per lui, per ora, le uniche farfalle erano quelle degli elastici dei suoi codini. “Mamma, mi sono innamorato, si chiama Clelia e la voglio sposare”, disse tornando un giorno dall’asilo tutto eccitato e rosso in viso e la madre scoppiò a ridere e lui ci rimase male e scappò via a nascondersi sotto il suo lettino: non doveva ridere del suo amore.

Giunse la scuola elementare e Clelia non c’era più: era andata in una scuola privata, dalle suore e Chicco ne soffrì, ma poi conobbe Bianca e s’innamorò di lei, non come ci si innamora a sei anni, ma a trenta o quaranta, sognando di stare una vita insieme, di essere un’unica anima con due corpi, anzi che anche i corpi si fondessero in uno solo; comprese allora perché i fidanzati, i coniugi, si abbracciano stretti, stretti: per fare in modo che i loro corpi diventino uno solo. Questa volta, però, non disse alla mamma del suo nuovo amore, non lo disse a nessuno, perché nessuno deve ridere di chi ama, che è una cosa bella, anche se fa soffrire, a volte, se fa stare male e le farfalle sembrano diventare dei mostri cannibali che ti divorano da dentro.

Si sa, a quella età le bambine non rifiutano un compagno come “fidanzatino” e così lui era per Bianca un caro amico, mentre per lui la bambina era la sua futura sposa, ma poi finirono anche le elementari.

Verso i suoi otto anni, in una fase che gli psicologi definiscono di quiescenza, al mare,  avevano affittato una villa e la bambina che occupava quella accanto, bimba un paio d’anni più piccola di lui, attraverso la siepe divisoria dei due giardini gli mostrò l’ombelico con un sorriso malizioso; non era certo la prima volta che vedeva un ombelico femminile, una parte tutto sommato innocente del corpo, ma quella volta non dormì per giorni: appena chiudeva gli occhi rivedeva solo quel cerchietto perfetto, profondo, misterioso e allora scoprì che le femmine non hanno solo un’anima da amare, ma anche un corpo, solo che per lui le due cose non potevano essere disgiunte.

Il giorno dopo rivide la bambina della villa accanto e le disse: “Ti  amo”; lei corse via ridendo e lui di nuovo ci rimase male: lui si sarebbe sempre innamorato di tutte quelle che gli piacevano, senza accontentarsi solo del loro corpo, volendo anche la loro anima. Finì la quinta elementare e finì, con dolore anche la sua storia d’amore con Bianca, perché anche lei non s’iscrisse al suo stesso istituto, ma si avvicinava la scuola media, lui sapeva molto di più sui rapporti fra i due sessi, sapeva cosa voleva dire fare sesso, come si bacia ed anche le altre cose che si fanno con una ragazzina.

Subito al primo giorno si infatuò di Margherita, che si faceva chiamare Meggy e si tormentò nell’improvviso amore per lei fino a che non trovò il coraggio di rivelarsi; lei rise, ma non per prenderlo in giro, e lo baciò su una guancia.

A volte Meggy veniva a casa sua a fare i compiti e lui si perdeva a guardarla, ma anche a immaginare come sarebbe stato stringerla, carezzarla, baciarla.

Fu però lei, in seconda, che un pomeriggio in cui erano in casa da soli prese l’iniziativa: lo baciò sulla bocca, spinse la sua lingua fra le sue labbra, poi prese ad accarezzarlo sul davanti dei pantaloni, fino a che lui sentì il suo membro ancora immaturo indurirsi, si sentì mancare dalla bellezza di quelle carezze; quindi Meggy gli prese una mano e se la infilò sotto la maglietta, dove i seni cominciavano a formarsi e lui sentì il capezzolo di lei inturgidirsi quasi come il suo membro e allora le sollevò la maglietta e glielo baciò, usando anche la lingua; poi, rosso come un palloncino che sta per esplodere, si allontanò di un passo, la guardò e le disse la sua frase ricorrente: “Ti amo, mi vuoi sposare da grande?”. Lei scoppiò in una sonora risata e lui fu sul punto di piangere: “Non ti basta che ci baciamo e ci tocchiamo?” disse lei.

No – avrebbe voluto risponderle lui – non mi basta, io voglio la tua anima, voglio abbracciarti fino a diventare te e tu me”, ma in quel momento rientrò la madre, si ricomposero, lui tirò il più possibile la sua felpa verso le ginocchia perché non si vedesse il rigonfiamento che ancora persisteva là sotto.

Poi Meggy se ne andò a casa e lui corse in bagno, abbassò i pantaloni e si carezzò a lungo fino a che quel dolore – piacere passò.

Non ci fu più altro, né con Meggy, né con altre per la durata della scuola media.

Venne il liceo, l’università, ebbe altre amiche, delle quali puntualmente s’innamorò, vennero ben altre carezze e baci, ma nessuna mai si dichiarò disponibile a ricambiare il suo amore: sesso, sì, ma senza impegni a lunga scadenza e soprattutto nessuna gli disse mai “ti amo”.

Oramai Federico era un uomo, non era più Chicco; la madre non c’era più e lui viveva solo. Ebbe due grandi storie d’amore, ma come sempre da parte sua: per le donne lui poteva essere l’amico, l’amante, ma mai l’uomo della loro vita ed intanto qualche filo bianco schiariva i suoi capelli.

Quando non ebbe più nessuna storia, perché le ultime gli avevano fatto troppo male, prese un cane: fu il primo vero amore ricambiato, l’ultimo, giurò, della sua vita, così quando l’animale morì dopo tanti anni insieme a condividere vita e dolori e lacrime, non ne volle prendere un altro: basta amare e basta soffrire.

Allora Federico comperò un cane finto, un peluche, giusto per avere una presenza in casa e nella vita, ma non gli dava il calore che cercava; lui lo accarezzava comunque, gli parlava e col tempo questo, a furia di carezze, perse l’imbottitura sotto di queste e degli abbracci e delle lacrime.

Uscirono fuori dal pupazzo paglia e ovatta, proprio come fa in un uomo il dolore che dopo averti consumato prima o dopo esce, prorompe e diventa irreparabile.

C’è solo quello, alla fine, il dolore sotto la ricopertura che tentiamo di dargli, allora, quando viene allo scoperto, esposto dal tempo che ne ha consumato la mascheratura, tutti ci arrendiamo, come Federico si arrese all’evidenza che tutto è finzione, la felicità, l’amore, forse la vita stessa.

 

 
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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Racconti

 

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AMORE PER SEMPRE

(dalla mia nuova raccolta in uscita a giorni e ordinabile direttamente a me)

AMORE PER SEMPRE

Vivevano in un piccolissimo villaggio su una delle montagne più alte del mondo, due giovani: Rupa e Raja.

A dire il vero il loro non era neppure un vero villaggio: non c’erano certo negozi, né un pronto soccorso, né altro che poche misere casupole, poco più che capanne, che nessuno capiva come potessero resistere ai metri di neve che cadevano per buona parte dell’anno e ai venti impetuosi di tempesta dell’alta quota.

Raja e Rupa si innamorarono l’uno dell’altra verso i quindici anni, l’adolescenza, la primavera del breve anno che è la vita.

Erano in pochi a vivere lassù, ma anche fossero stati milioni, loro si sarebbero incontrati ed amati comunque, perché così doveva essere, perché forse così era scritto in un misterioso libro che pochissimi eletti conoscono.

Il loro era un amore tenero e forte, destinato a durare perché non basato sulla passione, ma sul sentimento e quello supera ogni ostacolo e si mantiene vivo e saldo anche quando i corpi avvizziscono, quando la passione si addormenta di un sonno definitivo.

Infatti era un amore, il loro, fatto di lunghe passeggiate mano nella mano, qualunque fosse il tempo, sia che ci fossero prati fioriti oppure distese immacolate di neve e questo loro amarsi era fatto di assordanti silenzi che dicevano più di qualunque parola. Amore per loro era condividere le emozioni delle cose belle che vedevano.

Poi successe, un paio di anni dopo la scoperta di questo sentimento reciproco così forte, che ci fu uno strano inverno seguito da una ancor più bizzarra primavera, che lassù è sempre un’appendice pericolosa dell’inverno: ci furono dunque giornate di gelo intenso alternate ad altre piacevolmente tiepide.

Va detto che Rupa era una ragazza forte, come spesso lo sono le donne di montagna, mentre Raja, invece, era un giovanetto delicato, etereo, di certo meno forte della sua amata e di salute non sempre stabile.

Così accadde che un giorno in cui Rupa era impegnata ad aiutare la madre in certi lavori di casa, Raja, in attesa del momento di vedersi, decise di fare una passeggiata da solo, ma quando si avventurò sulla superficie gelata di un ruscello questa, resa instabile dal tepore della giornata precedente, cedette e il giovane finì in acqua, un’acqua ghiacciata dal suo scorrere eterno dal ghiacciaio alla valle.

Per fortuna il livello di questa era basso e Raja ne uscì da solo, ma dovette tornare al villaggio completamente fradicio e nel frattempo, con l’avvicinarsi della sera, la temperatura si era improvvisamente abbassata di molti gradi. Il ragazzo giunse alla propria abitazione stremato, si spogliò, si asciugò meglio che poteva, ma con sempre meno forze ed infine si avvolse nei panni più caldi che aveva e si mise a letto.

Quando Rupa non lo vide arrivare al loro appuntamento serale, andò a cercarlo a casa sua e lo trovò a letto, addormentato o forse in deliquio; gli sfiorò la testa, bruciava già di febbre, allora Rupa corse a chiamare gli adulti, tutti quelli che le riuscì di trovare e tutti accorsero e videro e toccarono il ragazzo e scossero la testa.

Lassù non c’era un dottore, non un pronto soccorso e con quel tempo bizzarro e il pericolo di valanghe era impossibile scendere a valle a un villaggio più grande e con una postazione medica. Servivano medicine e non le avevano, potevano solo sperare e pregare e così fece Rupa, che era sinceramente credente: andò alla casupola che fungeva da tempio e con le lacrime agli occhi pregò gli Dei in cui ella credeva ed alla fine uno le rispose.

Era solo un Dio minore, però, non poteva intercedere per salvare Raja, anche perché la vita e la morte erano lasciate al caso, ma promise alla ragazza che avrebbe fatto in modo che il loro amore durasse per sempre grazie alla reincarnazione.

Dopo alcuni giorni il giovane Raja morì e fu un grande dolore per tutto il villaggio, affrontato, però con la forza degli umili e dei montanari, solo la sua Rupa non seppe darsi pace e dopo la cerimonia funebre fuggì fino ad arrivare a uno strapiombo dove, memore della promessa del Dio che si era commosso al suo dolore, si gettò e così anch’essa morì.

* * *

Secondo la legge divina che governa la reincarnazione, il caso volle che Raja diventasse un fiore ed allora Rupa, come promessole, fu trasformata in farfalla e vissero insieme un brevissima stagione, ma poi la primavera finì, il fiore appassì e la farfalla terminò anch’essa la sua breve esistenza ed allora

Il fiore che era stato Raja fu trasportato dalle montagne al mare e lì divenne ostrica e allora Rupa diventò la sua perla, vissero, questa volta, una stagione più lunga, fino a quando una mano di pescatore strappò l’ostrica al mare e la perla all’ostrica.

Ed allora lui divenne scoglio e lei corallo e vissero così molti e molti anni col vago ricordo di vite passate e nulla riusciva a separarli, neppure i marosi più violenti. Un giorno, però, la terra tremò e l’onda del terremoto era ben altro che una mareggiata e il corallo fu strappato al suo scoglio e lo scoglio al mare e precipitò negli abissi.

Raja e Rupa furono allora sponda e fiume e quando venne la siccità cambiarono ancora forma, secondo la promessa eterna fatta loro e lo fecero per mille e mille volte e per mille e mille anni, ma tutto sulla terra è effimero, tutto tranne l’amore di due giovani dall’animo puro.

Questo riusciva a vincere ogni fuggevolezza e a questo punto, davanti a ciò, anche il supremo fra gli Dei si commosse ed intervenne in prima persona.

E questa volta Raja divenne cielo e Rupa una stella ed allora il loro amore fu veramente per sempre.

Se si guarda di notte il cielo quando è terso e limpido si può ancora vedere là in mezzo una stella più luminosa delle altre che occhieggia felice a quel cielo.

 
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Pubblicato da su aprile 13, 2017 in Racconti

 

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MISTERO ALL’IDROSCALO

MISTERO ALL’IDROSCALO

 

Accanto all’aeroporto Forlanini di Linate era sorto, un tempo, l’Idroscalo: un progetto ambizioso, un bacino artificiale da usare, appunto,come scalo per idrovolanti ad uso turistico, ma il progetto non era mai decollato ed allora l’Idroscalo era rimasto, ma era diventato il cosiddetto “mare di Milano”.

All’idroscalo, dalla primavera alla fine dell’estate, le famiglie milanesi, soprattutto quelle che non possono permettersi una vacanza vera o anche solo un week end al mare o al lago, vanno a pescare, a fare il bagno, a prendere il sole, magari a far navigare modelli di barche radiocomandati, a far giocare i bambini e dare loro l’illusione di una vacanza al mare: ci sono anche sdraio ed ombrelloni.

Si può anche noleggiare canoe e kayak.

E poi ci sono le manifestazioni sportive tutte legate all’acqua; gare di motonautica o di canottaggio alle quali si può assistere dalle ampie tribune.

L’idroscalo è un bacino artificiale stretto e lungo; la sua estremità verso la città costeggia l’aeroporto e l’ultima parte è anche interdetta all’accesso e al passaggio, mentre quella opposta ha da un lato le tribune, appunto e dall’altro la spiaggia che poi prosegue con una riva alta paradiso dei pescatori che possono anche sperare in catture gigantesche.

La testa verso la periferia è adibita al noleggio imbarcazioni e al loro alaggio.

Alle spalle della spiaggia c’è, separato quasi totalmente dal bacino principale, il cosiddetto “laghetto delle vergini”, un bacino invaso da vegetazione dove vivono anche grossi lucci, che pare un posto selvaggio e fuori dalla realtà e dove, a dire il vero, molte vergini hanno perso la loro caratteristica, dato l’isolamento e le ampie possibilità di privacy e riservatezza date dalla fitta vegetazione e dalla scarsa accessibilità a molti punti del piccolo bacino idrico.

I pescatori che arrivavano presto devono fare un po’ di rumore per farsi sentire, per non cogliere in flagrante ragazzi e ragazze in piena estasi amorosa e spesso ritrovavano cose curiose: caschi da motociclista, borse, zaini, ma spesso anche mutandine femminili.

 

* * *

 

Il commissario capo della omicidi di Milano, Alfonso Grieco, era seduto alla propria scrivania, quella vecchia, di legno col pianale ricoperto in pelle, quella che si era andata a riprendere al deposito mobili usati del comune, litigandosela col custode il cui scopo era solo quello di alzare il valore della mancia, perché a lui quelle cose moderne in freddo metallo non piacevano: non avendo altri affetti lui si affezionava alle sue cose, agli oggetti che era solito usare da anni.

Stava lì a rimuginare sugli ultimi casi risolti, a sistemare vecchi rapporti mai consegnati (e che forse mai lo sarebbero stati), quando, senza bussare come faceva sempre, entrò nel suo ufficio l’ispettore Trentin, suo braccio destro e oramai quasi un figlio per lui, anche se riusciva quotidianamente a fargli saltare la mosca al naso: “Capo, un caso strano per noi”.

“Strano? E quando mai abbiamo avuto un caso normale, un bell’omicidio tradizionale? A noi toccano scheletri, mummie, manicomi, nani, le cose più insolite e bizzarre. Sentiamo: cos’è questa volta, un alieno morto ammazzato? Uno zombi? Un vampiro col paletto nel cuore?”.

“A dire il vero non si sa…”.

“Come non si sa? C’è stato un omicidio sì o no?”.

“Forse…”. A questo punto Grieco si era stancato di scherzare e di quel gioco: lui non era uno da frizzi e lazzi: “Senti, dimmi tutto in una volta e facciamola finita o tiriamo sera con questo giochino; dimmi cos’è successo e basta!”.

“Vede commissario, non c’è il cadavere”.

“E allora perché mai dovrebbe essere un omicidio?”.

“Perché è già arrivato sul posto il dottor Palermo e dalla quantità di sangue che c’è sostiene che difficilmente una persona che ne ha perso tanto possa essere sopravvissuta”.

Grieco sospirò: “Andiamo…”, anche se non sapeva bene a fare cosa, visto che non c’era un cadavere da vedere, c’era però da coordinare le squadre intervenute: oltre al patologo, sicuramente la scientifica del tenente Marchetti.

Nel cortile del commissariato Jovine attendeva con la macchina in moto.

Ci volle un po’ per giungere sul posto: l’Idroscalo non è stato proprio fatto nel centro di Milano, mentre il commissariato Fatebenefratelli, sì. Oltrepassate le tribune e la testa del bacino, prima del grande parcheggio della spiaggia e della zona dei pescatori, trovarono l’accesso al laghetto.

Parcheggiarono quasi accanto alla presunta auto della presunta vittima, una vecchissima Simca con lo sportello lato guida spalancato e le chiavi inserite nel cruscotto, e la portiera non era stata aperta dagli agenti intervenuti, ma era stata trovata così dall’anziano pescatore che aveva dato l’allarme. Il sedile del guidatore era imbrattato di sangue, tanto, effettivamente e una sottile scia di questo continuava fuori dalla vettura per un breve tratto, per poi perdersi nella terra battuta.

Fu il commissario, in quanto responsabile dell’indagine, a chiamare il centoquindici, i vigili del fuoco, che intervenissero con un gommone e una squadra di subacquei per ispezionare il laghetto.

Data però la fitta vegetazione delle sue acque, forse sarebbe stato necessario dragarlo, visto che il corpo, se ce n’era uno, avrebbe potuto essere trattenuto sul fondo dalle alghe e non c’era poi così tanta visibilità; nulla escludeva, peraltro, che il presunto cadavere fosse stato gettato nel bacino principale e dragare l’intero Idroscalo era impensabile.

Se non altro ebbero fortuna in una cosa: nel cassetto del cruscotto c’erano il libretto di circolazione e la patente di Matilde Carozza, quarantasei anni, residente a Milano in una zona centralissima: zona da milionari, eppure aveva quel catorcio di autonon più in produzione da decenni.

Mentre la scientifica completava i rilievi, mentre una pattuglia rimaneva ad aspettare i vigili del fuoco e mentre il medico legale se n’era andato per mancanza di… pazienti,  Grieco diede ordine a Jovine di dirigersi verso la casa della vittima, in una traversa di corso Venezia.

Bussarono a lungo, aspettandosi che ad aprire la porta fosse un domestico filippino in giacca a righine, invece venne ad aprire, in pigiama celeste, un assonnato padrone di casa, marito della presunta vittima; erano le undici e quarantacinque del mattino. “Il signor Carozza?” domandò il commissario, mostrando il tesserino. “Gelmetti: Carozza è mia moglie, ma che succede?” domandò stropicciandosi occhi e guance, come a scacciare gli ultimi residui di sonno. “Dovrebbe vestirsi e venire con noi: le spiegherò strada facendo” rispose il commissario; “Venire dove?”.  “All’Idroscalo”, fu la laconica risposta del poliziotto. Giunti per la seconda volta al laghetto delle vergini fu mostrata all’uomo la vettura, che riconobbe senza esitazione, anche perché probabilmente era l’ultimo esemplare di una specie oramai estinta da ere: “Sì, è l’auto di mia moglie e prima di lei di suo padre: per questo non se n’era mai voluta liberare, ma cosa è successo?”.

“Speravamo ce lo dicesse lei – rispose il commissario – noi abbiamo trovato l’auto così, aperta, piena di sangue e nessun corpo: lei cosa sa dirci degli spostamenti recenti di sua moglie?”. “Boh? Mia moglie faceva quello che le pareva senza dirmi nulla; usciva con uomini molto più giovani di lei che manteneva, visto che era lei la padrona di tutto: un capitale enorme ereditato assieme alla Simca dal padre.  Andava, veniva, non mi diceva nulla. Voleva il divorzio, ma io questa soddisfazione non gliela volevo dare”. “Si rende conto che così dicendo lei attira i sospetti su se stesso? Glielo devo chiedere: ha un alibi per ieri sera e questa notte?”. “Dormivo, da solo, io. Non so perché ieri alle sei dopo aver preso un tè con Matilde mi è preso un sonno da non tenere gli occhi aperti. Sono andato a letto e mi avete svegliato voi stamattina”. “Quindi niente alibi?” lo incalzò il commissario. “Se la vuole mettere così, no: niente alibi. Che fa, mi arresta?”. “Per ora non ho elementi, a dire il vero nemmeno un reato, ma si tenga a disposizione e non lasci la città”. “E dove vuole che vada? I conti, le carte di credito, tutto è intestato a lei, compresi alcuni conti ai caraibi. Non ho una lira, spero solo che come marito di una donna ricca ci sia chi mi fa credito, altrimenti posso andare a sedermi fuori dal Duomo con il cappello in mano”.

I tre poliziotti riaccompagnarono il per nulla inconsolabile né preoccupato, se non per i soldi, vedovo, o presunto tale, a casa e poi fecero ritorno in ufficio, ma al commissario ronzava un’idea per la testa. Appena posate le natiche sulla sua sedia imbottita di pelle e tarli, Grieco fece una telefonata al dottor Palermo e si mise pazientemente ad aspettare una risposta; nel frattempo Trentin si adoperava nelle sue ricerche al computer sulla coppia.

Il giorno seguente il commissario ebbe delle importanti risposte, che andavano un po’ a smontare il suo castello d’ipotesi: vero che il marito non aveva nessuna firma sui conti, ma c’era una sostanziosa assicurazione sulla vita della moglie, non valida in caso di suicidio o omicidio da parte del beneficiario, ma comunque ci voleva un cadavere o una dichiarazione di morte presunta, roba lunga, anni.

Il dottor Palermo, invece gli comunicò che il sangue era fresco, non conservato, quindi non poteva essere come aveva ipotizzato Grieco che la donna avesse inscenato la propria morte con sacche del proprio sangue messe da parte, ma c’era un però: la donna era affetta da epatite C e questa provoca violente epistassi con copiosa emissione di sangue: si chiudeva un portone, ma rimaneva aperto un lucernario.

Nei giorni seguenti ci fu una discreta sorveglianza sul signor Gelmetti: in effetti stava seminando debiti come Pollicino le molliche di pane e stava chiedendo prestiti un po’ a destra e manca, non a banche o finanziarie, perché neppure metà casa era sua; la signora Carozza doveva essere una vera strega ed aveva fatto una preventiva separazione dei beni, che significava a lei tutto e al consorte nulla.

Del resto lui non si era mai premurato di lavorare in vita sua, faceva il principe consorte mantenuto ed ora se si ritrovava col deretano per terra un po’ se l’era cercata. Era da vedersi chi gli avrebbe fatto prestiti a lungo termine, anche perché, casa a parte, i conti erano perfino più vuoti di quello del commissario: evidentemente l’uomo aveva ragione sul capitale in paradio, anzi in paradisi, fiscali, nella fattispecie.

Subacquei e dragaggio del laghetto non avevano dato alcun risultato, a parte il ritrovamento di un paio di scarpe, riconosciute come quelle della scomparsa ed un’incazzatura degli ambientalisti per il disturbo arrecato a piante acquatiche e pesci.

Non aveva importanza: Grieco, che stavolta non poteva essere supportato dalla scientifica, aveva quella sua idea da seguire e in tal senso diede ordine al fido Trentin di effettuare ricerche.

Un taxista di piazzale Susa riconobbe la donna: probabilmente fino a lì era andata facendo l’autostop; la signora Carozza in Gelmetti non era poi così giovane ed avvenente da temere molestie.

All’indirizzo dove era stata portata risultava abitare un personal trainer, guarda caso, impiegato nella palestra frequentata dalla donna e, riguarda caso, sparito dal mattino del rinvenimento della vettura imbrattata di sangue.

Un altro taxista, però, ricordò di aver portato una coppia senza bagaglio alle partenze internazionali dell’aeroporto di Malpensa, dal quale risultavano partiti per il Venezuela e poi per Isla Margarita una coppia di passeggeri con prenotazione da oltre un mese: i signori Liberati, omen nomen…

Grieco pensò con una punta d’invidia agli amanti in quel paradiso caraibico, intenti a bere cocktail colorati, curare l’epatite della donna e rimpiangere solo una vecchia vettura ora in odore di demolizione.

Il presunto vedovo decaduto aveva subaffittato alcune stanze della casa a studenti, pur di sopravvivere fino alla dichiarazione di morte presunta e all’incasso dell’assicurazione, che sarebbe bastata a mala pena a coprire i debiti.

Ecco, forse il piano perfetto della presunta defunta aveva solo quella pecca: non era riuscita a fare incriminare il marito che alla lunga si sarebbe goduto almeno la vendita della casa: corso Venezia voleva dire qualche milione di euro.

Prove non ce n’erano, il caso sarebbe stato archiviato: nessun cadavere, nessun reato e dopo un po’sarebbe stato dimenticato, ma se non altro Grieco aveva visto per la prima volta l’idroscalo e il laghetto delle Vergini.

 

 
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Pubblicato da su marzo 30, 2017 in Racconti

 

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