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NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

19 Lug

NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

 

Quell’uomo era comparso praticamente dal nulla e all’improvviso.

Alcune speculazioni economiche azzeccate, più per fortuna che per vera abilità, anche se lui si riteneva un genio della finanza (lui, a dire il vero, si riteneva un genio in tutto), poi l’acquisto di una catena di giornali, di alcuni supermercati, ai quali aveva subito cambiato il nome dandogli il proprio, non fosse altro che per vederlo là, illuminato ed enorme risplendere in alto, sopra la misera umanità alla quale lui riteneva di non appartenere, e poi ancora alberghi, terreni, interi condomini, fino ad aver costruito un impero tale da portarlo ai vertici economici del Paese.

Gran parte dei suoi capitali erano, comunque, dislocati in vari paradisi fiscali, in banche compiacenti in isole sperdute difficili anche da trovare sulle carte geografiche o in minuscole nazioni centro americane e così se poi qualche speculazione andava male venivano licenziati dei dipendenti, venivano chiesti aiuti statali, ma lui, di suo, non rischiava né ci rimetteva mai nulla: i suoi capitali erano ben protetti ed intoccabili.

Questa era stata la carriera di Gianmaria Massironi, che l’aveva portato, alla soglia  dei sessant’anni, ad essere il più ricco e potente fra gli imprenditori, per i quali lui nutriva, comunque, un profondo disprezzo, considerandoli troppo inferiori a lui e per capacità, e per capitali.

Lui era, come si suol dire, arrivato, non gli mancava più nulla, tranne una cosa…

È un po’ quello che capita se si vuol fare un regalo ad un bambino proveniente da una famiglia ricca: ha tutto e non si sa cosa acquistargli.

Anche lui aveva tutto, ciò che gli mancava era il potere, un potere assoluto, che gli desse anche la proprietà del paese e di tutti quegli inutili moscerini che vi vivevano.

A pensarci bene, gli sarebbe piaciuto essere nato nel medioevo, quando i signori come lui, anzi i regnanti, avevano diritto di vita e di morte sui sudditi, utili solo per dare loro ricchezza e potere, e possedevano anche lo “jus primae noctis” su tutte le donne che piacevano loro, indipendentemente dall’età e dal censo.

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Sandro era un giornalista di quelli che amano andare a fondo alle cose, un idealista, di quelli che amano la verità, tanto più in quanto detestava i sotterfugi, l’ipocrisia, la disonestà.

Sospettava che la carriera fulminante di quell’uomo venuto dal nulla con l’arroganza di chi si crede il migliore di tutti, quello al di sopra delle leggi e delle regole degli uomini comuni, non fosse solo dovuta a fortuna, tantomeno ad abilità, ma che dietro, come

si mormorava da tempo a mezza voce, ci fossero corruzione e protezioni e contatti sospetti con la malavita organizzata: la mafia, tanto per intenderci.

E si sa: vox populi…

Visto che, comunque, lui era un freelance, uno che lavorava in proprio su ciò che gli pareva e poi vendeva i suoi servizi e le sue inchieste ai giornali o alle televisioni che riteneva più seri e indipendenti, si mise ad indagare in silenzio, senza clamore, su quell’uomo; non gli interessavano il gossip, le sue presunte relazioni extra coniugali, l’uso di cocaina, ma i reati, le amicizie e le prevaricazioni attraverso le quali reputava che fosse passato, usandole come trampolino di lancio per costruire il suo impero economico, prima e quello politico, poi.

A dire il vero di chiacchiere, di mezze voci, di scandali esplosi e subito messi a tacere, ce n’erano stati tanti ma, grazie alla potenza dei suoi mezzi d’informazione, grazie a uno stuolo di avvocati forse altrettanto sporchi quanto lui, ne era sempre uscito indenne.

Ora, però, che stava per impadronirsi non solo di gruppi economici, ma del potere sull’intera nazione, che avrebbe manipolato come un bambino modella la plastilina, Sandro si sentiva in dovere di andare a fondo, di trovare non solo gli scheletri, ma anche gli armadi che li tenevano nascosti.

Un bravo giornalista ha contatti, informatori, voci che non devono necessariamente essere confermate in tribunale, dove questi informatori non sarebbero mai entrati a giurare contro quello là.

Il giornalista ha quindi, spesso, più mezzi della legge per arrivare alla verità e così, come una formichina laboriosa, aveva costruito un dossier con le prove di tutte le porcherie perpetrate da quell’uomo pericoloso, soprattutto per il carisma, forse anche invidia, che esercitava sulla massa.

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Per Gianmaria Massironi, già dottore per una laurea comperata sottobanco, già commendatore e grand ufficiale per meriti… quali non si sa, forse solo quello di essere ricco, era giunto il momento: grazie alle sue amicizie con la mafia, con una certa frangia di estremisti, felici di riunirsi sotto una sola bandiera, di aver l’occasione di strisciare fuori dalle loro fogne e di dare voce alla loro follia integralista e delinquenziale, stava per arrivare alla prima parte del potere; poi avrebbe cambiato leggi e costituzione, sarebbe diventato definitivamente un intoccabile, il padrone assoluto del paese, ciò che non era riuscito neppure a Cesare o Napoleone.

Certo avrebbe dovuto concedere qualcosa a chi lo sosteneva, fare leggi a favore dei gruppi di potere economico, a favore degli estremisti, della grande malavita, ma questo non andava contro i suoi interessi, anzi…

C’era chi ne avrebbe sofferto: i lavoratori, i pensionati, i malati, gli scolari e gli studenti, ma se loro o chi per loro erano tanto ingenui da votarlo su promesse vane, da credere a una limpidezza che non possedeva, non si meritavano altro.

Peraltro lui non era disposto a riconoscere i suoi reati, i suoi compromessi: per lui tutto ciò che aveva fatto era un normale modo di condurre gli affari, di liberarsi dei concorrenti.

Certo avrebbe contrastato le droghe, perché così favoriva i trafficanti, avrebbe respinto gli immigrati, perché anche quello è un business della grande malavita e più se ne mandano indietro, più ce ne sono che pagheranno una seconda volta il viaggio della speranza.

E poi c’erano gli industriali, generosi sostenitori della sua campagna elettorale, in cambio di denaro statale per diventare sempre più ricchi, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata e le pensioni divenute ancor più da fame.

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Tutto questo Sandro lo sapeva, ne era angosciato e piano, piano era riuscito ad aprire degli squarci nella cortina di omertà che proteggeva quell’uomo che, come detto, lui odiava: odiava lui, tutto ciò che rappresentava e quella specie di corte dei miracoli, di falliti riciclati, e pertanto fedeli, che lo circondava, lo adulava sperando di raccogliere le briciole che lui seminava per loro, lo osannava usando solo l’insulto come arma di discussione..

Aveva raccolto nel suo dossier documenti, intercettazioni, fotografie con mafiosi o sospetti tali, testimonianze anonime ma, unite a documenti reali, tali da smascherarlo davanti a tutti.

Forse questi documenti non sarebbero stati sufficienti per i suoi ricchi avvocati privi di scrupoli, né per i giudici che aveva più volte corrotto, mentre quelli che avevano tentato qualcosa contro di lui venivano sistematicamente trasferiti e resi, così, inoffensivi,.

Qualcuno moriva di morte violenta, ma in quel caso la colpa era ufficialmente degli islamici, dei terroristi; certo, quando si arriva a certi livelli, non lo si può fare senza sporcarsi le mani, sì sporcarsele anche di sangue, magari non in prima persona: quello lo fanno i boss, non lui, il più grande, il migliore in tutto, il più bravo ed intelligente…

Sarebbero, però bastati ad aprire gli occhi alla gente, abbagliata dal falso splendore di cui si circondava.

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Forse, a suo modo, però, anche Sandro era un presuntuoso: non gli bastava la vittoria, ma voleva sbattergliela in faccia a quell’uomo che era diventato la sua crociata e la sua ossessione: combatterlo era oramai la sua sola ragione di vita: voleva godere del proprio trionfo e così osò troppo e commise l’errore più madornale della sua vita.

Riuscì ad introdursi, nonostante l’enorme macchina della sicurezza, nella villa del Massironi e, trovatoselo davanti, gli mostrò il suo voluminoso dossier.

Si aspettava, come reazione, avvocati, interventi politici, non il grosso ed antico bastone da passeggio con cui il Massironi lo colpì con violenza al capo: la vista gli si offuscò e fra il velo di sangue vide il suo dossier strappatogli di mano e bruciato, con un sorriso beffardo nel caminetto acceso.

Questa volta le mani se le era sporcate in prima persona e lo aveva fatto con soddisfazione, ma lui non avrebbe mai potuto testimoniarlo.

Sai – gli disse il suo nemico – non puoi vivere per sempre” fu l’ultima cosa in vita sua che Sandro, il giornalista puro, senza macchia e senza paura, vide e udì ma, come ultimo atto della sua vita, riuscì a rispondere: “Non illuderti, neppure tu puoi farlo ad allora tutto ciò che hai non ti seguirà e tutto quello che hai fatto non ti sarà servito a nulla”.

Poi arrivò il secondo colpo, quello definitivo

Gianmaria Massironi rise beffardo: forse credeva veramente che l suo denaro, il suo potere, gli consentissero di dominare anche il tempo.

Una chiamata al telefono e qualcuno arrivò rapido e discreto a rimuovere il cadavere, quell’immondizia che insozzava il suo prezioso tappeto persiano.

L’indomani sarebbe stato il gran giorno, quello dell’investitura ufficiale, il momento per Il dottor, grand ufficiale Gianmaria Massironi di godersi il potere il denaro, tutto ciò che la sua posizione gli avrebbe offerto.

Gianmaria Massironi andò, quindi, a letto soddisfatto, s’addormentò e non si svegliò più: un infarto lo colse nel sonno.

È proprio vero, non si può vivere per sempre, nessuno può farlo.

Le persone si possono corrompere, il tempo e il destino, no.

 

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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Racconti

 

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