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LA MORTE DI MIMI’

11 Mag

LA MORTE DI MIMÌ

 

(Questa è una personale trasposizione dell’atto finale della Bohème di Giacomo Puccini in un’ambientazione moderna.)

 

Alberto, Mario e Michael erano tre amici che condividevano uno squallido bilocale dall’affitto carissimo e per di più in nero, in una zona situata a metà strada fra Lambrate e Città studi, il quartiere di Milano con il politecnico e diverse altre facoltà tecnico – scientifiche.

Alberto proveniva dall’Abruzzo, Mario dalla provincia di Cremona e Michael da quella di Sondrio; i primi due frequentavano la facoltà di architettura, covando entrambi il sogno di diventare il nuovo Gio Ponti, mentre l’ultimo studiava informatica con una decina d’anni di ritardo rispetto a quando la facoltà garantiva un lavoro sicuro: oramai gli informatici erano più dei medici ed anche di quelli ce n’erano molti più della richiesta del mercato.

Tutti e tre erano ragazzi poco più che ventenni che cercavano di diventare adulti autonomi e responsabili, ma pur sempre ragazzi che non disdegnavano quindi, in quanto tali, una partita a pallone, una serata in discoteca o un sabato in birreria.

Soldi pochi: le tasse universitarie erano da strangolo, tutti e tre provenivano da famiglie piccolo borghesi che già si svenavano per pagare loro gli studi, l’affitto, il vitto, così loro si adattavano a fare lavoretti saltuari e mal pagati, anche questi in nero, come volantinaggio porta a porta, collaborazione in traslochi e trasporti o montaggio di stand alle fiere, sempre più rare, al polo di Milano – Rho.

Essendo ragazzi con normali inclinazioni sessuali erano sempre alla ricerca di compagnie femminili: non della relazione fissa, che li avrebbe distratti e distolti dagli studi, ma l’amicizia senza impegni, come spesso si usa fra ragazzi, magari con qualche sporadico petting, per lo più nell’unica automobile che usavano a turno, una vecchia Renault di Mario e, prima ancora, di suo nonno, ora troppo avanti con l’Alzhaimer  per essere ancora in grado di condurre un’autovettura della quale, comunque e a sua insaputa, continuava a pagare bollo e assicurazione.

Il loro bilocale era ad un ultimo piano, talmente ultimo da essere quasi un abbaino, non si sa quanto abitabile, in un caseggiato grigio e vecchio di una periferia che stava velocemente per essere fagocitata, digerita e inglobata nella città.

Qui non si trovava più un tratto di terreno libero da anni oramai, mentre un tempo c’erano prati incolti e qualche orto abusivo da pensionati che produceva insalata, pomodori e patate aromatizzati al piombo degli scarichi delle automobili.

Come detto la discoteca, ma più ancora la birreria, erano per loro una scusa per rimorchiare ragazze, fossero esse amiche stabili o avventure di una sera.

Fra i tre Alberto era il più sognatore, il più romantico, anche se si vergognava un po’ della sua indole, che non era certo da ragazzi del terzo millennio.

Una sera in birreria proprio lui fu attratto da Domenica, detta Mimì, anche se al momento dell’incontro non conosceva ancora né il suo nome né il soprannome, che peraltro lei avrebbe poi dichiarato di odiare in ugual modo.

Domenica, un nome da campagna e da ragazza, anzi donna, campagnola, pensava e lei caratterialmente era tutt’altro che una ragazza di paese; il diminutivo Mimì non si discostava da tale attribuzione e di peggio ci sarebbe stato solo il chiamarla Menega!.

Ma ragazza di paese lo era comunque per nascita: un paese del quale voleva dimenticare perfino il nome, poche case sperse nella campagna del lodigiano, un paese che più paese non si può nella zona ancora superstite dell’agricoltura di quella parte sempre più industrializzata della Lombardia.

Mimì (mia dolce Mimì) all’aspetto era tutt’altro che dolce: capelli tinti di blu elettrico, piercing in forma di anellino al lato del labbro e di una narice, unghie dipinte con lo smalto nero come il colore del suo rossetto.

Eppure c’era qualcosa sotto quella crosta di ribellione, di schiaffo alle convenzioni, che Alberto seppe captare, pure se in forma indefinita.

C’era una tristezza, un dolore, ma anche tanta voglia di amare e essere amata nel profondo dell’anima.

Forzando la sua natura, tutto sommato, riservata, il giovane le si avvicinò, la invitò al tavolo dove stavano loro tre, anzi cinque, visto che i suoi inseparabili amici avevano già rimorchiato Alice e Noemi.

Mimì accettò senza parlare, solo lo seguì al tavolo, dove ci furono le presentazioni, inutili smancerie convenzionali che a lei non piacevano, tanto che alle mani protese da stringere, lei rispose con la propria alzata in un cenno che doveva essere di saluto.

Ma anche quel cinismo, a vedere di Alberto, era una posa, un atteggiamento per nascondere un grande turbamento interiore.

Bevvero un paio di birre, parlarono, risero e a poco, a poco anche la nuova venuta si lasciò andare e rise e parlò con loro; forse era alternativa, ma non certo antipatica.

Visto che in sei non potevano andare via sulla vecchia e unica vettura a disposizione, si salutarono lì, con la promessa di rivedersi il sabato seguente e con scambi dei numeri di cellulare.

Si rividero il sabato, tutti e sei e poi ancora la settimana seguente.

Una sera i due amici di Alberto si eclissarono con le rispettive compagne, oramai fisse e lui rimase solo con Mimì: “Usciamo? Facciamo quattro passi?” le propose; la notte era bella, stellata, non troppo fresca.

Mimì lo seguì senza una parola: passeggiarono, chiacchierarono, più che altro fu Alberto a farlo, raccontando i suoi sogni, i suoi progetti che ora comprendevano lo stare con lei, fino a che la ragazza scoppiò in lacrime: “Non possiamo – disse – non possiamo farlo: sono malata, conclamata e terminale”. Quel termine, conclamata, bastava da solo a raccontare la malattia, non la storia di Mimì; fu lei a farlo, senza nascondere nulla, una storia fatta di incomprensioni con la famiglia campagnola, l’abbandono della casa e del paese, le amicizie sbagliate il darsi a chiunque, le droghe.

Poi, quando la malattia si manifestò, tutto scomparve: gli amanti occasionali, quelli che l’avevano infettata, i paradisi chimici, ma oramai era tardi.

Così continuarono a vedersi, ad amarsi ma senza mai fare l’amore e Alberto la vide spegnersi a poco a poco, mentre s’accorgeva di amarla sempre di più.

Passarono i mesi, le stagioni, perché il tempo non si ferma, non dà retta a nessuno, rallenta e accelera come gli pare e piace, calpesta le persone e i loro sogni.

Loro sei, però, i tre ragazzi e le tre ragazze, restavano solidali come una roccia, sempre insieme, sempre a scherzare, anche se oramai i segni della malattia di Mimì erano evidenti per tutti, ma nessuno di loro le voltò mai le spalle.

Altro tempo passò, la malattia progrediva, anzi accelerava; Alberto e i suoi amici e le loro ragazze si sentivano così impotenti… tutto ciò che potevano fare era starle vicino come se niente fosse.

Poi finirono anche le serate in birreria: Mimì non ce la faceva più nemmeno ad uscire di casa e agli altri non andava di uscire a divertirsi senza di lei.

Mimì dovette abbandonare il suo monolocale e si trasferì nell’appartamentino dei tre studenti; anzi, furono loro tre a trasferirsi nella sala – tinello, lasciando a lei la loro camera da letto, un letto dal quale non era più in grado di alzarsi.

I suoi capelli erano ritornati del colore originale, neri; lo smalto e il rossetto altrettanto neri non erano più nemmeno un ricordo e adesso le labbra di lei erano pallide, esangui, sottili.

Le medicine costavano, anche se una parte era coperta dalla mutua, i ticket erano pesanti e su molti palliativi andava pagato il prezzo intero, perché la A.S.L. quelli non li passa.

Si tassarono tutti e tre, poi si unirono anche Alice e Noemi alla colletta.

Alberto avrebbe voluto pagare tutto lui, in fondo era la sua di ragazza, ma da solo non ci arrivava e poi Mimì era un bene comune: se per lui era la sua ragazza, per gli altri quattro era una loro amica.

Oramai non veniva più neppure il medico a visitarla: sarebbe stato inutile, era alla fine, tutto sommato la parte più pietosa della malattia.

Il più delle volte Alberto non andava proprio a dormire, ma passava le notti al suo capezzale tenendole la mano, bagnandole le labbra riarse con una pezzuola umida, iniettandole gli antidolorifici quando il dolore si faceva insopportabile.

Le due ragazze venivano al mattino, prima di andare all’università, ad aiutarla a lavarsi, cambiarsi, cose da donne, perché anche in punto di morte il pudore è una cosa che non scompare e alla quale il malato ha diritto.

Erano gli ultimi giorni: fuori l’aprile faceva esplodere la natura: i fiori sbocciavano, gli uccellini delle nuove covate cantavano mentre una ragazza di poco più che vent’anni stava morendo, invecchiando con l’inverno nelle ossa e nel cuore.

Arrivarono anche le due ragazze, ma era inutile tormentarla con le abluzioni quotidiane; accanto al suo letto Alberto le reggeva la mano che non pesava nulla in silenzio, con gli occhi umidi ma senza lacrime.

Lei era semi – seduta, non fosse altro che per respirare meglio; Michael e Mario erano in piedi, immobili, accanto alla porta, come due memnoni, i guardiani dei templi egizi.

Le ragazze si stringevano a loro e non riuscivano a trattenere le lacrime.

Mimì chiuse gli occhi; il respiro era lento, ma regolare.

“Dorme – disse qualcuno – lasciamola in pace” ed allora i due ragazzi e le ragazze uscirono, andarono nell’unica altra stanza in attesa: per quel giorno nessuno sarebbe andato alle lezioni.

Mimì tremava di freddo, così qualcuno prima di uscire dalla stanza le mise addosso il proprio giaccone invernale come coperta: altre in casa non ce n’erano più.

Alberto rimase, sfinito, sulla sedia accanto al letto: “Sono andati? – domandò Mimì con un filo di voce, senza aprire gli occhi. Poi accennò un sorriso malato – ho finto di dormire per restare sola con te, ma tu non guardarmi, devo essere un mostro” “Sei bella come… un’alba!”. Non è facile trovare parole sdolcinate in certi momenti.

“Hai sbagliato, dovevi dire come un tramonto – forse doveva essere un motto di spirito, ma c’era solo una rassegnata tristezza e consapevolezza nella sua voce –  ci sono tante cose che ti vorrei dire, ma non ho più tempo, per cui ti dirò solo la più importante: ti amo”. Poi tacque, reclinò il capo: “Mimì!” urlò Alberto. A quel grido tutti entrarono a precipizio nella stanza; Mimì raddrizzò la testa, aprì gli occhi a fatica, li guardò e fece loro un sorriso, un cenno di saluto, poi chiuse gli occhi per l’ultima volta.

Tutti si abbracciarono piangendo, singhiozzando senza oramai più ritegno, anche i ragazzi.

C’erano tante cose da fare: telefonate, gente da avvertire, formalità burocratiche, ma ora no: adesso era solamente il tempo del dolore.

 

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Pubblicato da su maggio 11, 2017 in Racconti

 

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