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L’ULTIMO AMORE

28 Apr

L’ULTIMO AMORE

Prima di essere un uomo maturo, Federico era stato un giovane, prima ancora un ragazzo, e molto tempo indietro un bambino, come lo siamo stati tutti, solo che lui non era come tutti.

A tre anni aveva iniziato ad andare all’asilo, che a quel tempo non si chiamava ancora “scuola materna”, ma semplicemente così, “asilo” e i bambini di tre, quattro, cinque anni, non dicevano “vado a scuola”, ma “vado all’asilo”, che è molto più consono a quelle età, perché i bambini devono restare tali per il giusto tempo, seguire il corretto percorso di crescita senza anticipare i tempi.

Ma in qualche modo Federico, per sua natura e non per volontà di qualcuno, quei tempi li avrebbe anticipati.

Aveva, dunque, iniziato a frequentare l’asilo col suo bel grembiulino talora azzurro, talora bianco, mentre le femminucce lo avevano rigorosamente rosa, a scanso di equivoci e per mantenere fin da subito ben distinti i ruoli: infatti le piccole, numericamente parlando, classi erano miste: bimbi e bimbe insieme,insieme nei giochi, nei disegni, nei lettini per il riposino dopo la refezione e anche nelle sedute collettive sui vasetti.

Clelia aveva due codini biondo rossicci legati con elastici abbelliti da una farfallina di plastica, dato il suo colore di capelli aveva le gote cosparse di lentiggini e gli occhi verdi come… come un qualche animale che Federico (detto Chicco) non sapeva individuare, sta di fatto che gli piacque subito, ma non solo come simpatia: sentiva qualcosa, ogni volta che la vedeva, che gli frugava dentro il petto; più avanti gli avrebbero spiegato che quella sensazione è detta “farfalle nello stomaco”, ma per lui, per ora, le uniche farfalle erano quelle degli elastici dei suoi codini. “Mamma, mi sono innamorato, si chiama Clelia e la voglio sposare”, disse tornando un giorno dall’asilo tutto eccitato e rosso in viso e la madre scoppiò a ridere e lui ci rimase male e scappò via a nascondersi sotto il suo lettino: non doveva ridere del suo amore.

Giunse la scuola elementare e Clelia non c’era più: era andata in una scuola privata, dalle suore e Chicco ne soffrì, ma poi conobbe Bianca e s’innamorò di lei, non come ci si innamora a sei anni, ma a trenta o quaranta, sognando di stare una vita insieme, di essere un’unica anima con due corpi, anzi che anche i corpi si fondessero in uno solo; comprese allora perché i fidanzati, i coniugi, si abbracciano stretti, stretti: per fare in modo che i loro corpi diventino uno solo. Questa volta, però, non disse alla mamma del suo nuovo amore, non lo disse a nessuno, perché nessuno deve ridere di chi ama, che è una cosa bella, anche se fa soffrire, a volte, se fa stare male e le farfalle sembrano diventare dei mostri cannibali che ti divorano da dentro.

Si sa, a quella età le bambine non rifiutano un compagno come “fidanzatino” e così lui era per Bianca un caro amico, mentre per lui la bambina era la sua futura sposa, ma poi finirono anche le elementari.

Verso i suoi otto anni, in una fase che gli psicologi definiscono di quiescenza, al mare,  avevano affittato una villa e la bambina che occupava quella accanto, bimba un paio d’anni più piccola di lui, attraverso la siepe divisoria dei due giardini gli mostrò l’ombelico con un sorriso malizioso; non era certo la prima volta che vedeva un ombelico femminile, una parte tutto sommato innocente del corpo, ma quella volta non dormì per giorni: appena chiudeva gli occhi rivedeva solo quel cerchietto perfetto, profondo, misterioso e allora scoprì che le femmine non hanno solo un’anima da amare, ma anche un corpo, solo che per lui le due cose non potevano essere disgiunte.

Il giorno dopo rivide la bambina della villa accanto e le disse: “Ti  amo”; lei corse via ridendo e lui di nuovo ci rimase male: lui si sarebbe sempre innamorato di tutte quelle che gli piacevano, senza accontentarsi solo del loro corpo, volendo anche la loro anima. Finì la quinta elementare e finì, con dolore anche la sua storia d’amore con Bianca, perché anche lei non s’iscrisse al suo stesso istituto, ma si avvicinava la scuola media, lui sapeva molto di più sui rapporti fra i due sessi, sapeva cosa voleva dire fare sesso, come si bacia ed anche le altre cose che si fanno con una ragazzina.

Subito al primo giorno si infatuò di Margherita, che si faceva chiamare Meggy e si tormentò nell’improvviso amore per lei fino a che non trovò il coraggio di rivelarsi; lei rise, ma non per prenderlo in giro, e lo baciò su una guancia.

A volte Meggy veniva a casa sua a fare i compiti e lui si perdeva a guardarla, ma anche a immaginare come sarebbe stato stringerla, carezzarla, baciarla.

Fu però lei, in seconda, che un pomeriggio in cui erano in casa da soli prese l’iniziativa: lo baciò sulla bocca, spinse la sua lingua fra le sue labbra, poi prese ad accarezzarlo sul davanti dei pantaloni, fino a che lui sentì il suo membro ancora immaturo indurirsi, si sentì mancare dalla bellezza di quelle carezze; quindi Meggy gli prese una mano e se la infilò sotto la maglietta, dove i seni cominciavano a formarsi e lui sentì il capezzolo di lei inturgidirsi quasi come il suo membro e allora le sollevò la maglietta e glielo baciò, usando anche la lingua; poi, rosso come un palloncino che sta per esplodere, si allontanò di un passo, la guardò e le disse la sua frase ricorrente: “Ti amo, mi vuoi sposare da grande?”. Lei scoppiò in una sonora risata e lui fu sul punto di piangere: “Non ti basta che ci baciamo e ci tocchiamo?” disse lei.

No – avrebbe voluto risponderle lui – non mi basta, io voglio la tua anima, voglio abbracciarti fino a diventare te e tu me”, ma in quel momento rientrò la madre, si ricomposero, lui tirò il più possibile la sua felpa verso le ginocchia perché non si vedesse il rigonfiamento che ancora persisteva là sotto.

Poi Meggy se ne andò a casa e lui corse in bagno, abbassò i pantaloni e si carezzò a lungo fino a che quel dolore – piacere passò.

Non ci fu più altro, né con Meggy, né con altre per la durata della scuola media.

Venne il liceo, l’università, ebbe altre amiche, delle quali puntualmente s’innamorò, vennero ben altre carezze e baci, ma nessuna mai si dichiarò disponibile a ricambiare il suo amore: sesso, sì, ma senza impegni a lunga scadenza e soprattutto nessuna gli disse mai “ti amo”.

Oramai Federico era un uomo, non era più Chicco; la madre non c’era più e lui viveva solo. Ebbe due grandi storie d’amore, ma come sempre da parte sua: per le donne lui poteva essere l’amico, l’amante, ma mai l’uomo della loro vita ed intanto qualche filo bianco schiariva i suoi capelli.

Quando non ebbe più nessuna storia, perché le ultime gli avevano fatto troppo male, prese un cane: fu il primo vero amore ricambiato, l’ultimo, giurò, della sua vita, così quando l’animale morì dopo tanti anni insieme a condividere vita e dolori e lacrime, non ne volle prendere un altro: basta amare e basta soffrire.

Allora Federico comperò un cane finto, un peluche, giusto per avere una presenza in casa e nella vita, ma non gli dava il calore che cercava; lui lo accarezzava comunque, gli parlava e col tempo questo, a furia di carezze, perse l’imbottitura sotto di queste e degli abbracci e delle lacrime.

Uscirono fuori dal pupazzo paglia e ovatta, proprio come fa in un uomo il dolore che dopo averti consumato prima o dopo esce, prorompe e diventa irreparabile.

C’è solo quello, alla fine, il dolore sotto la ricopertura che tentiamo di dargli, allora, quando viene allo scoperto, esposto dal tempo che ne ha consumato la mascheratura, tutti ci arrendiamo, come Federico si arrese all’evidenza che tutto è finzione, la felicità, l’amore, forse la vita stessa.

 

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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Racconti

 

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