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MISTERO ALL’IDROSCALO

30 Mar

MISTERO ALL’IDROSCALO

 

Accanto all’aeroporto Forlanini di Linate era sorto, un tempo, l’Idroscalo: un progetto ambizioso, un bacino artificiale da usare, appunto,come scalo per idrovolanti ad uso turistico, ma il progetto non era mai decollato ed allora l’Idroscalo era rimasto, ma era diventato il cosiddetto “mare di Milano”.

All’idroscalo, dalla primavera alla fine dell’estate, le famiglie milanesi, soprattutto quelle che non possono permettersi una vacanza vera o anche solo un week end al mare o al lago, vanno a pescare, a fare il bagno, a prendere il sole, magari a far navigare modelli di barche radiocomandati, a far giocare i bambini e dare loro l’illusione di una vacanza al mare: ci sono anche sdraio ed ombrelloni.

Si può anche noleggiare canoe e kayak.

E poi ci sono le manifestazioni sportive tutte legate all’acqua; gare di motonautica o di canottaggio alle quali si può assistere dalle ampie tribune.

L’idroscalo è un bacino artificiale stretto e lungo; la sua estremità verso la città costeggia l’aeroporto e l’ultima parte è anche interdetta all’accesso e al passaggio, mentre quella opposta ha da un lato le tribune, appunto e dall’altro la spiaggia che poi prosegue con una riva alta paradiso dei pescatori che possono anche sperare in catture gigantesche.

La testa verso la periferia è adibita al noleggio imbarcazioni e al loro alaggio.

Alle spalle della spiaggia c’è, separato quasi totalmente dal bacino principale, il cosiddetto “laghetto delle vergini”, un bacino invaso da vegetazione dove vivono anche grossi lucci, che pare un posto selvaggio e fuori dalla realtà e dove, a dire il vero, molte vergini hanno perso la loro caratteristica, dato l’isolamento e le ampie possibilità di privacy e riservatezza date dalla fitta vegetazione e dalla scarsa accessibilità a molti punti del piccolo bacino idrico.

I pescatori che arrivavano presto devono fare un po’ di rumore per farsi sentire, per non cogliere in flagrante ragazzi e ragazze in piena estasi amorosa e spesso ritrovavano cose curiose: caschi da motociclista, borse, zaini, ma spesso anche mutandine femminili.

 

* * *

 

Il commissario capo della omicidi di Milano, Alfonso Grieco, era seduto alla propria scrivania, quella vecchia, di legno col pianale ricoperto in pelle, quella che si era andata a riprendere al deposito mobili usati del comune, litigandosela col custode il cui scopo era solo quello di alzare il valore della mancia, perché a lui quelle cose moderne in freddo metallo non piacevano: non avendo altri affetti lui si affezionava alle sue cose, agli oggetti che era solito usare da anni.

Stava lì a rimuginare sugli ultimi casi risolti, a sistemare vecchi rapporti mai consegnati (e che forse mai lo sarebbero stati), quando, senza bussare come faceva sempre, entrò nel suo ufficio l’ispettore Trentin, suo braccio destro e oramai quasi un figlio per lui, anche se riusciva quotidianamente a fargli saltare la mosca al naso: “Capo, un caso strano per noi”.

“Strano? E quando mai abbiamo avuto un caso normale, un bell’omicidio tradizionale? A noi toccano scheletri, mummie, manicomi, nani, le cose più insolite e bizzarre. Sentiamo: cos’è questa volta, un alieno morto ammazzato? Uno zombi? Un vampiro col paletto nel cuore?”.

“A dire il vero non si sa…”.

“Come non si sa? C’è stato un omicidio sì o no?”.

“Forse…”. A questo punto Grieco si era stancato di scherzare e di quel gioco: lui non era uno da frizzi e lazzi: “Senti, dimmi tutto in una volta e facciamola finita o tiriamo sera con questo giochino; dimmi cos’è successo e basta!”.

“Vede commissario, non c’è il cadavere”.

“E allora perché mai dovrebbe essere un omicidio?”.

“Perché è già arrivato sul posto il dottor Palermo e dalla quantità di sangue che c’è sostiene che difficilmente una persona che ne ha perso tanto possa essere sopravvissuta”.

Grieco sospirò: “Andiamo…”, anche se non sapeva bene a fare cosa, visto che non c’era un cadavere da vedere, c’era però da coordinare le squadre intervenute: oltre al patologo, sicuramente la scientifica del tenente Marchetti.

Nel cortile del commissariato Jovine attendeva con la macchina in moto.

Ci volle un po’ per giungere sul posto: l’Idroscalo non è stato proprio fatto nel centro di Milano, mentre il commissariato Fatebenefratelli, sì. Oltrepassate le tribune e la testa del bacino, prima del grande parcheggio della spiaggia e della zona dei pescatori, trovarono l’accesso al laghetto.

Parcheggiarono quasi accanto alla presunta auto della presunta vittima, una vecchissima Simca con lo sportello lato guida spalancato e le chiavi inserite nel cruscotto, e la portiera non era stata aperta dagli agenti intervenuti, ma era stata trovata così dall’anziano pescatore che aveva dato l’allarme. Il sedile del guidatore era imbrattato di sangue, tanto, effettivamente e una sottile scia di questo continuava fuori dalla vettura per un breve tratto, per poi perdersi nella terra battuta.

Fu il commissario, in quanto responsabile dell’indagine, a chiamare il centoquindici, i vigili del fuoco, che intervenissero con un gommone e una squadra di subacquei per ispezionare il laghetto.

Data però la fitta vegetazione delle sue acque, forse sarebbe stato necessario dragarlo, visto che il corpo, se ce n’era uno, avrebbe potuto essere trattenuto sul fondo dalle alghe e non c’era poi così tanta visibilità; nulla escludeva, peraltro, che il presunto cadavere fosse stato gettato nel bacino principale e dragare l’intero Idroscalo era impensabile.

Se non altro ebbero fortuna in una cosa: nel cassetto del cruscotto c’erano il libretto di circolazione e la patente di Matilde Carozza, quarantasei anni, residente a Milano in una zona centralissima: zona da milionari, eppure aveva quel catorcio di autonon più in produzione da decenni.

Mentre la scientifica completava i rilievi, mentre una pattuglia rimaneva ad aspettare i vigili del fuoco e mentre il medico legale se n’era andato per mancanza di… pazienti,  Grieco diede ordine a Jovine di dirigersi verso la casa della vittima, in una traversa di corso Venezia.

Bussarono a lungo, aspettandosi che ad aprire la porta fosse un domestico filippino in giacca a righine, invece venne ad aprire, in pigiama celeste, un assonnato padrone di casa, marito della presunta vittima; erano le undici e quarantacinque del mattino. “Il signor Carozza?” domandò il commissario, mostrando il tesserino. “Gelmetti: Carozza è mia moglie, ma che succede?” domandò stropicciandosi occhi e guance, come a scacciare gli ultimi residui di sonno. “Dovrebbe vestirsi e venire con noi: le spiegherò strada facendo” rispose il commissario; “Venire dove?”.  “All’Idroscalo”, fu la laconica risposta del poliziotto. Giunti per la seconda volta al laghetto delle vergini fu mostrata all’uomo la vettura, che riconobbe senza esitazione, anche perché probabilmente era l’ultimo esemplare di una specie oramai estinta da ere: “Sì, è l’auto di mia moglie e prima di lei di suo padre: per questo non se n’era mai voluta liberare, ma cosa è successo?”.

“Speravamo ce lo dicesse lei – rispose il commissario – noi abbiamo trovato l’auto così, aperta, piena di sangue e nessun corpo: lei cosa sa dirci degli spostamenti recenti di sua moglie?”. “Boh? Mia moglie faceva quello che le pareva senza dirmi nulla; usciva con uomini molto più giovani di lei che manteneva, visto che era lei la padrona di tutto: un capitale enorme ereditato assieme alla Simca dal padre.  Andava, veniva, non mi diceva nulla. Voleva il divorzio, ma io questa soddisfazione non gliela volevo dare”. “Si rende conto che così dicendo lei attira i sospetti su se stesso? Glielo devo chiedere: ha un alibi per ieri sera e questa notte?”. “Dormivo, da solo, io. Non so perché ieri alle sei dopo aver preso un tè con Matilde mi è preso un sonno da non tenere gli occhi aperti. Sono andato a letto e mi avete svegliato voi stamattina”. “Quindi niente alibi?” lo incalzò il commissario. “Se la vuole mettere così, no: niente alibi. Che fa, mi arresta?”. “Per ora non ho elementi, a dire il vero nemmeno un reato, ma si tenga a disposizione e non lasci la città”. “E dove vuole che vada? I conti, le carte di credito, tutto è intestato a lei, compresi alcuni conti ai caraibi. Non ho una lira, spero solo che come marito di una donna ricca ci sia chi mi fa credito, altrimenti posso andare a sedermi fuori dal Duomo con il cappello in mano”.

I tre poliziotti riaccompagnarono il per nulla inconsolabile né preoccupato, se non per i soldi, vedovo, o presunto tale, a casa e poi fecero ritorno in ufficio, ma al commissario ronzava un’idea per la testa. Appena posate le natiche sulla sua sedia imbottita di pelle e tarli, Grieco fece una telefonata al dottor Palermo e si mise pazientemente ad aspettare una risposta; nel frattempo Trentin si adoperava nelle sue ricerche al computer sulla coppia.

Il giorno seguente il commissario ebbe delle importanti risposte, che andavano un po’ a smontare il suo castello d’ipotesi: vero che il marito non aveva nessuna firma sui conti, ma c’era una sostanziosa assicurazione sulla vita della moglie, non valida in caso di suicidio o omicidio da parte del beneficiario, ma comunque ci voleva un cadavere o una dichiarazione di morte presunta, roba lunga, anni.

Il dottor Palermo, invece gli comunicò che il sangue era fresco, non conservato, quindi non poteva essere come aveva ipotizzato Grieco che la donna avesse inscenato la propria morte con sacche del proprio sangue messe da parte, ma c’era un però: la donna era affetta da epatite C e questa provoca violente epistassi con copiosa emissione di sangue: si chiudeva un portone, ma rimaneva aperto un lucernario.

Nei giorni seguenti ci fu una discreta sorveglianza sul signor Gelmetti: in effetti stava seminando debiti come Pollicino le molliche di pane e stava chiedendo prestiti un po’ a destra e manca, non a banche o finanziarie, perché neppure metà casa era sua; la signora Carozza doveva essere una vera strega ed aveva fatto una preventiva separazione dei beni, che significava a lei tutto e al consorte nulla.

Del resto lui non si era mai premurato di lavorare in vita sua, faceva il principe consorte mantenuto ed ora se si ritrovava col deretano per terra un po’ se l’era cercata. Era da vedersi chi gli avrebbe fatto prestiti a lungo termine, anche perché, casa a parte, i conti erano perfino più vuoti di quello del commissario: evidentemente l’uomo aveva ragione sul capitale in paradio, anzi in paradisi, fiscali, nella fattispecie.

Subacquei e dragaggio del laghetto non avevano dato alcun risultato, a parte il ritrovamento di un paio di scarpe, riconosciute come quelle della scomparsa ed un’incazzatura degli ambientalisti per il disturbo arrecato a piante acquatiche e pesci.

Non aveva importanza: Grieco, che stavolta non poteva essere supportato dalla scientifica, aveva quella sua idea da seguire e in tal senso diede ordine al fido Trentin di effettuare ricerche.

Un taxista di piazzale Susa riconobbe la donna: probabilmente fino a lì era andata facendo l’autostop; la signora Carozza in Gelmetti non era poi così giovane ed avvenente da temere molestie.

All’indirizzo dove era stata portata risultava abitare un personal trainer, guarda caso, impiegato nella palestra frequentata dalla donna e, riguarda caso, sparito dal mattino del rinvenimento della vettura imbrattata di sangue.

Un altro taxista, però, ricordò di aver portato una coppia senza bagaglio alle partenze internazionali dell’aeroporto di Malpensa, dal quale risultavano partiti per il Venezuela e poi per Isla Margarita una coppia di passeggeri con prenotazione da oltre un mese: i signori Liberati, omen nomen…

Grieco pensò con una punta d’invidia agli amanti in quel paradiso caraibico, intenti a bere cocktail colorati, curare l’epatite della donna e rimpiangere solo una vecchia vettura ora in odore di demolizione.

Il presunto vedovo decaduto aveva subaffittato alcune stanze della casa a studenti, pur di sopravvivere fino alla dichiarazione di morte presunta e all’incasso dell’assicurazione, che sarebbe bastata a mala pena a coprire i debiti.

Ecco, forse il piano perfetto della presunta defunta aveva solo quella pecca: non era riuscita a fare incriminare il marito che alla lunga si sarebbe goduto almeno la vendita della casa: corso Venezia voleva dire qualche milione di euro.

Prove non ce n’erano, il caso sarebbe stato archiviato: nessun cadavere, nessun reato e dopo un po’sarebbe stato dimenticato, ma se non altro Grieco aveva visto per la prima volta l’idroscalo e il laghetto delle Vergini.

 

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Pubblicato da su marzo 30, 2017 in Racconti

 

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