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LA VILLA SULLA COLLINA

16 Mar

LA VILLA SULLA COLLINA

 

Successe tutto durante quella maledetta festa.

Elio lo sapeva che non avrebbe dovuto andarci, che non era roba per lui, che non era il suo mondo, ma Cristina era una cara amica e compagna di università, facoltà di psicologia ed era così diversa dal resto della sua famiglia ed era anche così dolce che non le si poteva dire di no.

Elio ne era innamorato? Forse sì o forse no, però comunque la stimava, le era affezionato, stava bene con lei ed era un piacere discorrere e disquisire con quella ragazzina così al di fuori del mondo della sua famiglia, un mondo di ricchi spesso spocchiosi e arroganti.

Ma non basta stare bene con una persona, non basta il piacere della sua compagnia e conversazione per dire di amarla e così lui alla fin fine non l’amava: era un’amica e basta, una vera amica e non è detto che questo sia da meno che essere innamorati.

Certo che se non fosse stato per quel rapporto, per quel legame speciale che lo legava a Cristina, non sarebbe andato alla festa per il compleanno del fratello di lei, che era anch’egli un amico, ma non così speciale come la sorella, oppure sarebbe già fuggito da quella gente che detestava, un po’ per principio, un po’ per convinzioni politico – sociali, un po’, un po’ tanto, perché stando in mezzo a loro, conoscendoli meglio, il disprezzo non poteva che salire.

Bastava guardare la villa dei genitori di Paolo e Cristina (e non era invidia): una ventina di stanze, piscina riscaldata e scopribile, sala multimediale, sala musica, sauna, palestra, tutto ciò che una persona può desiderare loro l’avevano e forse anche di più: bambini, bambini viziati in barba alla miseria.

E pensare che i nonni di Elio vivevano in un bilocale, che per definire “bi” ci voleva una bella dose di ottimismo, con riscaldamento dato da una vecchia stufa a cherosene e un bagno di un metro per uno con solo la tazza del water e un lavandino che pareva quello del camper della Barbie.

Nessuna invidia, no, solo una questione di giustizia, perché i suoi vecchi nonni avevano lavorato per oltre quarant’anni per dieci, dodici ore al giorno, non si erano arricchiti con operazioni finanziarie al limite della legalità, il limite inferiore, ovviamente.

Cristina era sparita a fare gli onori di casa, discorreva con giovani della sua casta, lui non lo considerava nessuno: l’occhio dei ricchi distingue subito un piccolo borghese e non vuole mischiarcisi; stava lì con in mano un bicchiere di un qualche cosa che non aveva mai bevuto e mai avrebbe potuto forse permettersi e meditava di andarsene alla chetichella, senza salutare, tanto non interessava a nessuno che lui fosse lì o altrove, che fosse vivo o morto.

Uscì in giardino, laddove per giardino si intendeva un parco di cui non si arrivava a vedere la recinzione: certo la vista era magnifica, si vedevano le luci della città che cominciavano ad illuminarsi con il calare del sole, e poi più in là, buona parte della pianura ed erano in tanti ad essere usciti a guardare quell’orario magico per la vista e fu allora che si levò quel fungo di polveri, ceneri, gas e particelle mortali e che tutti lo videro da quella posizione privilegiata.

Presto, di sotto” – gridò con tono isterico il padre di Cristina, già perché in quella casa non mancava neppure un bunker antiatomico sotterraneo.

Tutti cominciarono ad urlare, qualche donna a piangere e tutti corsero verso la casa, le scale, la salvezza; qualcuno cadde, nessuno lo aiutò, qualcuno fu calpestato, altri spinti a terra in malo modo.

In prossimità della porta blindata e schermata la gente si spingeva, sgomitava, volavano pugni e calci e poi chi aveva potuto arrivare fu dentro e il padrone di casa chiuse la porta; di fuori qualcuno bussava, implorava, gridava, ma non gli fu aperto.

La formale cordialità, la falsa gentilezza, i sorrisi, le voci mai troppo alte di poco prima erano rimaste fuori dalla porta del bunker.

Gli invitati erano centocinquanta, quando si contarono erano ottantatre le persone lì dentro: Cristina c’era, suo fratello, il festeggiato, no.

Il bunker era stato progettato per dieci persone, i padroni di casa e i loro servi e rifornito di cibo e bevande per dieci persone e per tre mesi .

La madre di Cristina piangeva la mancanza del figlio, ma nessuno osò aprire la porta, anche perché oramai non gridava più nessuno là fuori; la donna si avvicinò alla domestica filippina e la colpì con un tremendo ceffone: come aveva osato salvarsi, mentre suo figlio era morto?

Elio in un angolo, stretto peggio che in metropolitana pensava con dolore ai suoi genitori, ai suoi nonni che non avrebbe mai più rivisto.

Questo fu l’inizio: dopo alcune ore il terrore si affievolì in un borbottio e un pianto sommesso, ma il peggio doveva ancora iniziare.

Un signore, fino ad allora molto distinto e distaccato si avvicinò ad un uomo molto anziano e senza dire nulla gli spezzò il collo: “Beh, che c’è? Qui c’è da mangiare, da bere e da respirare per una decina di persone: quel vecchio sottraeva risorse vitali a gente più giovane”.

Ci fu in sottofondo un mormorio d’approvazione ed a questo punto ognuno cominciò a guardare male il proprio vicino: i vecchi, le persone di servizio, anche solo quelli antipatici o i concorrenti in affari cominciavano a essere presi di mira dai loro opposti: i ricchi, i padroni, gli intrallazzatori che si erano messi in caccia sul sentiero di guerra.

Volarono i primi cazzotti in uno spazio dove era difficile persino muoversi, i cacciati reagirono, un giardiniere sudamericano stese un broker, ma fu sopraffatto da quattro signori in smoking  che lo colpirono fino a fargli perdere i sensi.

Certo, per uno studente di psicologia era un esperimento interessante vedere come il pericolo annullava le convenzioni sociali, l’ipocrisia, il falso perbenismo.

Mentre gli scontri infuriavano, una voce urlò: era lei, Cristina, in lacrime per la morte del fratello: “Ma insomma, razza d’idioti, cosa vi ammazzate a fare, per cosa? La volete capire che da qui non usciremo mai, che il mondo che conoscevamo è finito e noi non stiamo vivendo, ma sopravvivendo? Siamo morti e non ce ne accorgiamo!”.

Per un attimo tutti si arrestarono e smisero la loro personale caccia all’intruso, un paio di donne svennero, un anziano banchiere fu colto da un infarto, ma nessuno lo soccorse, poi un uomo dietro il muro di teste gridò: “Se dobbiamo morire, allora godiamoci gli ultimi giorni” e detto questo si avventò su una ragazzina di quindici anni, figlia di un ambasciatore rimasto fuori, le strappò i vestiti e le si gettò sopra.

Uno lo stordì con un estintore, ma solo per prenderne il posto; altri imitarono il primo uomo e si lanciarono su ragazze, donne, anche un bambino.

Ricominciarono le risse, le botte, morsi, urla, insulti, grugniti di piacere e strilla di dolore e terrore.

Elio aveva appena perso i genitori, i nonni, il suo futuro, il suo mondo.

Non visto, mentre tutti erano intenti a sbranarsi a vicenda, scivolò verso l’ingresso, prese un lungo respiro ed aprì la porta blindata.

 

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Pubblicato da su marzo 16, 2017 in Racconti

 

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