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LA PUNIZIONE

04 Feb

LA PUNIZIONE

So che anticiperò il finale della mia storia, ma devo dire che Manuela mi ha voluto punire nella maniera più atroce, anche se devo riconoscere che probabilmente, anzi certamente me lo sono meritato, ciò nonostante è stato lo stesso doloroso e crudele, forse eccessivo.

Andiamo, però, con ordine, cioè partendo dall’inizio.

Io sono Alessio e quello con Manuela è stato, almeno da parte mia, ma credo anche sua, un grande amore, il più grande che io, almeno, ho avuto dopo gli amorazzi giovanili, anzi adolescenziali, perché mi reputo giovane tutt’ora.

Non so, però, se e come uscirò da questa esperienza, né se sarò mai più capace d’amare.

Come quasi sempre avviene Manuela ed io ci siamo conosciuti tramite un’amica comune: lei aveva bisogno di un consiglio su una cosa che era poi il mio lavoro e Alessandra, con la quale non c’è mai stato nulla se non un’amicizia neppure troppo stretta,images l’ha portata da me.

Credo che subito sia scoccata la scintilla, come quando ci si toglie un maglione in tessuto rigorosamente sintetico al buio: un lampo, al momento spaventa, ma poi ripensandoci ci si accorge che è stata un’esperienza piacevolmente indolore.

E anche Manuela ci deve avere ripensato, perché dopo due giorni, inaspettatamente, tornò a casa mia, da sola questa volta.

Non cercò neppure d’inventare una scusa: “Volevo rivederti” mi disse con le mani intrecciate dietro la schiena e dondolandosi a destra e sinistra come una scolaretta. “Anch’io” risposi e non sapevo come comportarmi, se abbracciarla, baciarla o solo invitarla a non restare metà dentro e metà fuori dalla porta di casa mia.

Fu sempre lei a prendere l’iniziativa: entrò, si richiuse la porta alle spalle, si alzò in punta di piedi e mi baciò rapidamente sulla bocca, un bacio di latte e miele. “Chi è?” chiese mia madre dalla sua camera dove, seduta in poltrona, sferruzzava e mi stava facendo l’ennesimo maglione multicolore.

buonanotteCi guardammo, io non risposi, scoppiammo a ridere in silenzio e ci avviammo in camera mia in punta di piedi, tanto mia madre si era già riconcentrata sul conto dei diritti e dei rovesci del suo lavoro a maglia.

Avevamo tante cose da dirci? Forse che sì, forse che no, ma comunque non facemmo che abbracciarci e baciarci, restando così per un tempo indefinito.

Poi fu lei a scuotersi: “Devo andare”.

“Ci rivediamo?” chiesi speranzoso.

“Certo!” disse lei ridendo e corse via volando come una farfalla sui fiori.

Ci rivedemmo un giorno della stessa settimana e poi altri mille giorni.

Lei viveva da sola, un minuscolo bilocale al piano terreno di un palazzo vecchio, ma non antico, dignitoso, riscaldamento centralizzato, senza ascensore, ma stando al piano terreno e non essendoci box non serviva e, comunque, in quel periodo noi volavamo ad altezze impensabili e incoscienti.

Io continuavo a vivere a casa mia, con mia madre, mentre mio padre se n’era andato da tempo con una che aveva vent’anni meno di mamma; a volte andavo io a casa di Manuela e vi restavo per giorni e, soprattutto, per notti, non riuscivamo a staccarcile-donne-piangono-alla-finestra-grafite-pastelli-e-olio-su-carta-applicata-su-tavola l’uno dall’altra.

Poi, alla duecentesima chiamata non risposta di mia madre, decidevo a malincuore di tornare a casa; sembrava preordinato, ma non era così: uscivo dalla sua porta, rientravo, la baciavo, riuscivo, rientravo, fino a che lei non mi buttava fuori e mi chiudeva la porta in faccia ridendo.

Poi, però, quando ero in strada, mi voltavo mille volte e lei era là, alla finestra che mi guardava, mi salutava, a volte piangeva fingendo di ridere.

Mia madre voleva conoscere quella ladra di figli, ma io resistetti, ero geloso, Manuela era cosa mia, mia e di nessun altro con cui condividerla.

Se lei era una farfalla io, però, si può dire che ero un farfallone: la amavo, Dio se l’amavo, ma se mi capitava un’occasione da una botta e via non me la lasciavo scappare.

È questo che le donne faticano a capire: un uomo ama in due modi diversi, il primo è con la testa e con il cuore, il secondo è con ciò che sta sotto la cintura.

Non si può parlare di tradimento: se si decide di andare a mangiare al ristorante invece che a casa propria, non si abbandona mica il tetto coniugale: semplicemente si ha voglia, una tantum, di cambiare, poi si ritorna al minestrone e agli spaghetti casalinghi.

Una donna, invece, se va con un altro uomo ci va prima con la testa che con il resto: uomo, donna, diversi, diversi anche nel modo di tradire.

Non per questo cerco giustificazioni: so di averla ferita, ma si poteva superare se lei non avesse deciso di ingoiare un manico di scopa che la rese rigida e inflessibile.

Avevo conosciuto Lucia: era carina, anche se non come Manuela, non pretendeva esclusive ed era brava a letto.

11398ba7d89Poi la lasciai e passai a Carlotta, poi ad Irene: con tutte un paio di rapporti veloci, clandestini e via: a loro non ho mai promesso, né dato il mio cuore, i miei pensieri, i miei sentimenti.

Quando arrivai a Martina, però, lei lo scoprì: dovevo saperlo che abitava troppo vicina a casa sua, così mentre stavamo andando da lei, che aveva una reputazione di ragazza facile, Manuela ci incrociò casualmente.

Quando il giorno dopo andai da lei, bussai, ma non mi aprì: la sentivo piangere dietro la porta chiusa, non cercai neppure di giustificarmi, d’inventare una scusa: avrei solo peggiorato le cose, allora le chiesi perdono, la implorai, le giurai, piansi anch’io, ma lei fu irremovibile.

Tanto amore e poi non capiva, non sapeva perdonare.

Ora, mi chiedo, chi era peggio? Chi amava di meno fra noi due?

Io l’avrei perdonata a ruoli invertiti? Forse… probabilmente… difficile a dirsi: in certe situazioni bisogna trovarcisi, anzi, meglio di no.

Non mi parlò più, tranne una volta che, accasciato a terra contro la sua porta, era l’ennesima volta che andavo a supplicarla, singhiozzavo: “Non permetterti di piangere, non hai il diritto di soffrire” mi sibilò tirando su col naso come fa chi ha appena smesso di piangere.index

Perché? E di tutto il nostro grande amore cosa rimane, cosa ci resta?”.

“Niente” rispose da dietro la porta chiusa: niente, non mi lasciava niente, non un ricordo, non l’ultima immagine del suo viso.

Capii allora che era finita, finita davvero e me ne andai, per sempre, senza sapere che cosa avrei fatto, come detto, della mia vita.

Mentre mi avviavo verso un non luogo qualsiasi mi voltai, come facevo sempre: la vidi alla finestra, piangeva, lei mi vide e abbassò la serranda: non mi ha voluto lasciare neppure quello, la vista del suo dolore.

Quello fu il suo modo di punirmi: non volle lasciarmi neppure il ricordo, nemmeno il dolore, neppure il suo di dolore, la sua immagine mentre piangeva.

C’è un muro dimenticato dove sono ancora incisi i nostri nomi con in mezzo un cuore trafitto, ma oramai anche quelle scritte stanno sbiadendo.

Heart symbol drawn by spray paint on a brick wall

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Pubblicato da su febbraio 4, 2017 in Racconti

 

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