RSS

IL RITORNO

21 Gen

IL RITORNO

…E poi tutto, improvvisamente, divenne buio.
Una notte di pioggia, di freddo, di visibilità scarsa, una notte da restare in casa al caldo, una notte da cibi invernali: polenta o minestrone, cibi caldi e fumanti e risa in famiglia ed euforia pensando alle imminenti ore di riposo sotto calde coperte.

3799-anteprima-tergistopE invece in quella notte c’era chi viaggiava in macchina, come Nicola, quarantenne agente di commercio, che ritornava da un viaggio di lavoro.

Avrebbe potuto fermarsi a dormire in un alberghetto sulla strada, ma era lontano da casa da giorni e aveva voglia di ritornarvi al più presto, fra le sue cose, fra i suoi affetti: la compagna, il gatto, gli oggetti, i mobili sì, anche gli oggetti: cose note che, oramai, erano parte stessa di lui.

Ma non c’era solo lui per la strada, nonostante quella notte che invitava a stare in casa al tepore e alla luce, invece che fuori, al freddo e al buio.

C’erano altri che viaggiavano nell’oscurità: comparivano all’improvviso dalla nebbia fradicia d’acqua, con i fari come occhi spalancati di meraviglia nel vedere altri occhi puntarsi su di loro, brevemente, per poi essere nuovamente ingoiati dalla notte e dalla nebbia, dalla pioggia e dal freddo.

E in quella notte c’era in giro anche Salvatore, su quel catorcio di camioncino buono, oramai, solo per lo sfasciacarrozze, se solo il suo proprietario avesse avuto la possibilità di acquistarne poi uno nuovo.
I freni: malconci, un faro andato, la frizione oramai all’osso e l’avantreno cigolante.

E per tutti c’era quella brutta curva, l’unica sulla strada diritta come uno spaghetto, una curva da affrontare con prudenza, soprattutto con un mezzo in quelle condizioni e con la strada viscida di nebbia.

Ma anche Salvatore aveva fretta di arrivare a casa, mettersi a tavola e poi a letto ed allora pigiò sul pedale dell’acceleratore ed 07462085ebeae6773de826afa9752aaffrontò quella curva troppo, troppo forte.

Nicola vide all’improvviso le luci, anzi la luce superstite, venirgli incontro, sempre più vicina, sempre di più.

…Poi tutto, improvvisamente, divenne buio.

Si svegliò con un sapore metallico in bocca e con ogni parte del corpo che gli doleva, soprattutto il braccio destro.

Non sapeva dov’era, che giorno e mese fossero, non ricordava nulla, l’unica cosa che percepiva era il dolore al braccio.
Istintivamente portò il sinistro a massaggiarsi quello dolorante, ma non trovò altro che una manica vuota e ripiegata su se stessa: allora cominciò a urlare.

Furono lunghi giorni di cure (non era stato solo il braccio a rimanere offeso nell’incidente), di incontri con psicologi, di riabilitazione.

Riabilitazione un piffero! Come si fa a riabilitare un braccio che non c’è più?

Gli avevano ventilato la possibilità, più avanti, di mettere una protesi.

Poteva essere un aiuto per ritrovare una certa autonomia, ma non era più il suo di braccio.

Forse solo chi porta una protesi dentaria può capire cosa vuol dire saper di non aver più una parte di sé, ma i denti, i capelli, non sono certo paragonabili a un braccio.

La depressione era inevitabile.

imagesTornò finalmente a casa, dalla sua compagna, e si rese conto presto che non aveva perso solo un arto nell’incidente; è difficile rimanere vicino a un uomo che deve essere lavato, aiutato a vestirsi, a cui andava tirata su la cerniera dei pantaloni, che poteva portare solo mocassini ed anche quelli non sempre riusciva a infilarseli da solo.

Non poteva durare e non durò; appena trovata una badante, Viola se ne andò, lo lasciò solo con la sua depressione.

Poi perse anche il lavoro: vero che coi soldi dell’assicurazione poteva acquistare un’auto con comandi speciali, ma un agente di commercio senza un braccio, gli fecero capire, non era una bella presentazione per la ditta, quindi gli offrirono una buona liquidazione purché si togliesse dai piedi, lui e il suo moncherino.

Badante va bene, ma Nicola imparò presto ad essere autonomo, per non dover dipendere dagli altri in tutto e per tutto; e poi

Nicola non voleva più vedere nessuno, non voleva leggere la pietà negli occhi del prossimo, voleva stare solo, solo col suo dolore.

E così un giorno prese la sua nuova auto, quella col cambio automatico e se ne andò, partì da solo, senza avvertire neppure la badante, andò alla ricerca di se stesso, ovunque fosse finito, forse in un inceneritore insieme al suo braccio maciullato.

immagine-023Oramai si era abbastanza impratichito con la protesi, non prima di aver rischiato di operarsi da solo di appendicite solo per essersi infilato gli slip.

Ora portava solo pantaloni con l’elastico, senza cerniera lampo o bottoni e scarpe chiuse col velcro e continuava a considerare quella specie di giratubi che era la sua nuova mano come un alieno, un parassita che era lì, appiccicato al suo corpo senza farne veramente parte.

Il fatto era che insieme al braccio gli avevano amputato anche la voglia di vivere o anche solo di sorridere.

Era partito senza meta, si ritrovò al mare, nel paese dove aveva passato le sue estati dell’infanzia, dell’adolescenza, della prima giovinezza, anni felici e spensierati, gli anni della pesca subacquea, del tennis, della sala giochi, tutte cose per le quali servivano due mani.

A questo pensiero gli si riempirono, una volta di più, gli occhi di lacrime.

Era giunto in quel luogo al tramonto, un tramonto repentino di inizio primavera; il viaggio era durato una vita: aveva paura a guidare da dopo l’incidente, non si sentiva a suo agio a stringere il volante con la pinza d’acciaio, era in difficoltà a tirare fuori i soldi per pagare l’autostrada, anche se la donna al casello, visto il suo handicap, aveva atteso con pazienza.

Una forza misteriosa l’aveva condotto in quel luogo, dove era stato felice e il ricordo di una felicità perduta per sempre gli provocò una fitta di dolore da qualche parte dentro di sé.

Lì aveva conosciuto colei che se n’era andata non appena lo aveva visto in difficoltà, ma lì aveva avuto anche i suoi ultimi veri amici, quelli della fanciullezza, della spensieratezza.

Nella penombra che avanzava a tamburo battente, in cima alla scogliera del porto, intravedeva le acque nere e minacciose e se ne sentiva attratto irresistibilmente; ebbe un capogiro, allora si voltò e si diresse verso una delle poche pensioni aperte in quella stagione.

L’indomani c’era un pallido sole primaverile; stretto nel giaccone, con la protesi sprofondata nella tasca di questo, osservava, da una delle panchine sulla passeggiata a mare, un gruppo di donne che giocava a tombola in spiaggia, mentre bambini piccoli, spiaggianon ancora in età scolare, raccoglievano palettate di sabbia umida.

Poi, nel pomeriggio, arrivarono da scuola i più grandicelli armati di pallone; il tutto gli infondeva una malinconica serenità.

Tornò al porto, guardò di nuovo le acque, ma con spirito diverso: forse nella vita poteva ricominciare a trovare dei valori sull’onda dei ricordi; forse la vita andava al di là di un arto mancante.

Aveva solo quarant’anni e ancora una ventina davanti a lui potevano essere anni validi in cui vivere attivamente.

Un braccio non era tutto: si vive soprattutto col cuore e con la testa e non solo intesi come organi.

Tornò alla pensione, si cambiò, indossò una tuta, anzi una maglietta a mezza manica e lasciò in camera il giaccone.

Uscì ed iniziò a correre sul lungomare e mano, mano che i metri passavano, cominciò a sentirsi di nuovo vivo: stava correndo verso il ritorno alla propria vita.

1397972522-ipad-220-0

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su gennaio 21, 2017 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: