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LA COSA NEL LETTO

08 Gen

LA COSA NEL LETTO

La donna guardò per l’ultima volta la cosa nel letto, poi chiuse piano la porta, si asciugò una sola lacrima, l’ultima rimasta ed uscì di casa.

* * *

Lei e il marito si erano conosciuti tardi, sposati tardi e tardi avevano avuto il loro unico figlio, Dario.

obesita-infantileUn bambino con qualche problema: figlio unico di genitori anziani, coccolato, magari anche viziato e ben presto in sovrappeso, ma comunque, tutto sommato un bravo bambino e non certo privo d’intelligenza.

E bravo rimase, almeno fino alle scuole superiori, quando improvvisamente decise di smettere di studiare.

Poi, superata la pubertà, dimagrì, iniziò a fumare, a bere e decise di proseguire gli studi di sera e fece queste cose tutte insieme.

Non che di giorno avesse da fare, ma purché riprendesse ad andare a scuola i genitori acconsentirono.

Al primo tentativo resistette due mesi abbondanti, poi smise anche quell’esperienza di scuola serale.

Ci riprovò l’anno seguente e quello dopo ancora ed ogni volta il suo anno scolastico durava sempre meno: una volta era la scusa del costo dei libri, l’altra quello della tassa d’iscrizione.

Allora si mise a cercare lavoro e lo trovò, anzi ne trovò più di uno, perché anche in questo caso le sue esperienze lavorative indexdurarono prima mesi, poi settimane, poi solo pochi giorni.

Aveva, nel frattempo, cominciato a frequentare compagnie che approfittavano della sua debolezza di carattere e lo trascinavano su una “one way”; usciva la sera coi suoi nuovi amici, tornava all’alba e in queste condizioni non era certo in grado di alzarsi alle sette per andare al lavoro.

Poi, sempre spinto de questi presunti amici, Dario cominciò a fumare altro che semplici sigarette così spendeva, non guadagnava e i genitori non erano più in grado di gestirlo né di portarlo a un’inversione di rotta, visto che oramai era troppo grande per una rieducazione.

Vennero anche un paio di ricoveri coatti in ospedale, dove il responso fu che la colpa di tutto non era solo delle sostanze che fumava, ma di problemi psichici nascosti in chissà quale meandro della sua mente e risvegliatisi all’improvviso.

Così la sua vita proseguì fra alti e bassi, ma mai con un ritorno ad una parvenza di normalità, ammesso che questo termine significhi qualcosa.

Era passata l’adolescenza, poi passarono anche i vent’anni e si avvicinava velocemente ai trenta, forse il vero passaggio dalla gioventù all’età adulta.

E gli anni non passavano solo per lui, ma anche per mamma e papà.

Poi arrivò il periodo della coca e non era certo quella che si beve.

cocaDario aveva abbandonato non solo gli studi e il lavoro, ma anche qualsiasi tipo di attività fisica: il calcio della fanciullezza, il tennis dell’adolescenza, il nuoto e la corsa della giovinezza ed aveva, costituzionalmente, preso peso fino a diventare veramente enorme, mastodontico.

Dormiva di giorno e a sera riceveva gli amici, fumava con loro, bevevano birra, spesso a “fare la spesa” e non certo a comperare frutta e verdura al supermercato…

Sovente, quando i soldi mancavano, pressato anche dai suoi fornitori, diventava aggressivo, cosa che non era nella sua indole remota, ma anche questa era finita chissà dove, sepolta sotto il grasso e dispersa in mezzo a sostanze che contribuivano a cancellarla.

Perfino i medici che l’avevano in cura e che avevano preso a cuore il suo caso, ad un certo punto gettarono la spugna.

Fortunatamente il periodo della polvere bianca passò, ma nel frattempo il padre se n’era andato all’improvviso, una notte, accanto alla moglie.

Forse era stanco anche lui di lottare contro le proprie malattie, gli anni e contro l’impossibilità di vedere suo figlio condurre una31a41bbe98b67ca8b97802cb83974920eafffe92 vita normale.

Rimase solo con la madre, perché una madre non abbandona mai il figlio, ma anche lei era stanca di combattere una guerra già persa da tempo: aveva perfino dovuto rimettersi a lavorare, nonostante l’età, perché senza più la pensione del marito, altrimenti, non ce l’avrebbero fatta a tirare avanti, a pagare gli spacciatori.

Forse anche Dario aveva definitivamente gettato la spugna, smesso di lottare, perché a volte lasciarsi andare, arrendersi è meno doloroso.

Era riuscito ad anestetizzare coscienza e ragione.

Ora dormiva fino a sera, poi si svegliava, mangiava, fumava, accendeva computer e televisione e non usciva oramai quasi più di casa.

Adesso era veramente una montagna di carne, dato che non faceva alcuna attività fisica che non fosse pigiare sui tasti di un computer o di un telecomando.

Gli amici venivano a trovarlo, perché per loro vedere uno che si è arreso li faceva sentire un po’ più normali e poi si sentivano forti della sua debolezza.

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La madre era sempre più stanca: stanca di lavorare, stanca di lottare, stanca di delusioni e di dolori.

Quando usciva per recarsi al suo lavoro, apriva piano la porta (svegliare la cosa nel letto avrebbe voluto dire urla e liti, quindi lo faceva quasi in apnea), guardava quel figlio in cui, forse secoli prima, aveva riposto una speranza, come tutti i genitori, di prosecuzione della propria esistenza e forse riusciva a trovare da qualche parte ancora un’ultima lacrima di tante versate; poi richiudeva la porta e usciva, fuori, fuori da quella casa, per le strade, dove c’era gente normale che faceva un lavoro normale, magari noioso, che studiava, forse soffriva, ma gente che viveva; lei invece era morta insieme al marito, forse anche prima di lui.

Quando sarebbe venuto il suo di momento di andarsene definitivamente cosa avrebbe fatto il suo bambino, si chiese nuovamente? Chi si sarebbe preso cura di lui? Questo era il ritornello dei suoi pensieri.

I giorni passavano uguali: i lunedì alle domeniche, febbraio uguale ad agosto, ogni anno uguale all’altro, senza novità o speranze.

Non voleva confessarlo a se stessa, ma le rare volte che il figlio se ne andava per un paio di giorni: capodanno o ferragosto che fosse, era finalmente una liberazione non vedere la sua enorme massa nel letto, quasi seduto, altrimenti non avrebbe potuto respirare, immobile da sembrare morto; morto…

In cosa poteva sperare? La donna aveva resistito più a lungo del figlio e del marito, ma oramai anche lei aveva rinunciato a uomo-che-dormesperare in qualcosa, fosse pure un miracolo.

Allora, dopo aver guardato a lungo quella enorme massa di carne dormire, tornò in cucina, dove gli aveva lasciata la tavola apparecchiata e il minestrone nella pentola sul gas spento, quindi aprì lo stipetto basso, quello sotto il lavandino e prese il

barattolo con la polvere bianca e col teschio disegnato in fondo all’etichetta, tolse il coperchio dalla pentola, cosparse il minestrone col suo contenuto e mescolò.

Forse sarebbe stato un po’ amaro, ma mica sempre ciò che si cucina ha lo stesso sapore…

Del resto quando sarebbe tornata a casa dal lavoro ne avrebbe mangiato in abbondanza anche lei, direttamente, senza neppure andare un’ultima volta a guardare la cosa nel letto.

minestr

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Pubblicato da su gennaio 8, 2017 in Racconti

 

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