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LA STRATEGIA DELL’INSETTO

25 Dic

LA STRATEGIA DELL’INSETTO

 

L’insetto era proprio un bel tipetto sui generis: piccolo, feroce, irascibile, con una biologia del tutto particolare e soprattutto era raro, rarissimo, al punto che nessun entomologo l’aveva ancora scoperto e classificato.

Oltretutto era anche ermafrodita, quindi autosufficiente per la riproduzione ed era per questo che ce n’erano pochi: non avevano bisogno d’incontrarsi per perpetuare la loro specie.

indexIl nostro esemplare decise un giorno di esplorare una casa umana dove trovare una tana nella quale riposare in attesa del momento fatidico…

Va detto che questo strano e curioso essere nasceva, come tutti, da un uovo,  si nutriva fino ad aver completato la metamorfosi definitiva e poi da adulto  attendeva solo il momento in cui avrebbe deposto le uova e poi sarebbe morto serenamente, conscio e fiero di aver fatto il suo lavoro, di aver occupato correttamente la propria nicchia ecologica.

Lui queste cose le sapeva, perché oltretutto era il più intelligente fra tutti gli insetti, forse anche fra tutti gli invertebrati, in competizione con il polpo che, peraltro, lui non conosceva e viveva bene lo stesso anche senza sapere della sua esistenza.

Come detto il nostro piccolo insetto si introdusse in una casa umana e si mise a girare per questa in cerca della sua tana ideale, un po’ come facciamo noi uomini quando decidiamo di cambiare casa perché c’è un bebé in arrivo e vogliamo fargli trovare un ambiente confortevole e adatto alle sue esigenze.

Esplorò tutta la casa, che non era piccola soprattutto per lui: è sempre una questione di rapporti di proporzioni, ma tanto il momento conclusivo e trionfante della sua vita era ancora di là da venire e c’era tutto il tempo, infatti la sua specie si riproduceva ogni due anni e mancavano ancora alcuni mesi, anche se le uova cominciavano ad ammucchiarsi nel suo corpo.

Questo era il motivo per cui gli adulti della sua specie si nutrivano il minimo indispensabile: dovevano lasciare lo spazio nel loro corpicino a diecimila uova, non una di più, non una di meno, quindi avevano un piccolissimo apparato digerente, che si era ulteriormente ridotto con l’ultima metamorfosi.

Poi, finalmente, l’insetto trovò  la tana perfetta: giusta umidità, giusta temperatura, semi oscurità, anche se invecchiando sarebbe diventato cieco, perché per ovulare non serviva la vista.

 

* * *

 

Natale stava riposando, dopo un pranzo fin troppo abbondante, sulla sua poltrona preferita, ronfando come un gatto soddisfatto di sé, solo che la sua era difficoltà di respirazione data dai suoi centosessanta chili abbondanti di peso che lo portavano ad avere tutto maxi: maxi dita, maxi labbra, maxi arti, un grande naso e orecchie simili a due bistecche alla fiorentina.

Immerso nella sua pennichella post – prandiale non sentì il piccolo insetto che scalava il suo corpo come uno sherpa scalerebbe un ottomila metri nel Nepal.

L’esserino un po’ camminò sulle corte zampette (che presto sarebbero cadute), un po’ strisciò su per le sue gambone, il suo enorme torace, il collo taurino, le gote piene e si infilò dentro un orecchio: dopo tanta fatica era giunto a destinazione ed ora poteva concentrarsi solo sulla propria missione.

Natale sentì nel dormiveglia un sottile solletico dentro l’orecchio, scosse la testa e fece un gesto come per scacciare una 1434117486-orecchio-image-7-1432976873232-674064mosca, il tutto continuando a dormire e a ronfare come una motosega inceppata.

Anche l’insetto, stremato dalla scalata, si addormentò.

Un’ora abbondante più tardi Natale si svegliò: era ora di lavorare un po’, ma tanto lui lavorava da casa, al computer e quindi poteva distribuire il tempo lavorativo come gli pareva e piaceva.; non senza fatica si alzò dalla poltrona che parve gemere alla pressione delle sue manone sui braccioli, poi andò in bagno, orinò, ruttò gli ultimi gas del suo pasto e si sciacquò la faccia.

L’insetto fu svegliato da un’onda che minacciò di strapparlo via dal suo morbido giaciglio ed allora si afferrò al substrato su cui si trovava con unghie e mandibole. Natale mandò un grido per l’improvvisa fitta all’orecchio, ma presto il dolore passò e finalmente si sedette al computer ed iniziò a lavorare.

Dopo un po’, dovendo comunicare con un cliente tramite skype, indossò le sue cuffie professionali con microfono incorporato.

L’insetto, che si era appena ripreso dall’inondazione, vide farsi tutto buio e poi quel frastuono cominciò a scuotere il suo piccolo corpo, ma lui aveva armi e strategie per difendersi; strisciò fino all’imbocco del condotto, sentì con le zampette la fonte del suono e cominciò a perforarla, a trapanarla, a farla a brandelli con le sue piccole ma terribili armi.

Natale d’improvviso non sentì più nulla da un auricolare: “Baracche cinesi!” brontolò e si tolse le cuffie per mettere il sonoro agli altoparlanti del computer: insetto uno, Natale e tecnologia zero.

L’insetto si riaddormentò e Natale poté terminare il suo lavoro e la sua comunicazione senza altri intoppi, poi si preparò a cenare e quindi si lasciò andare sulla sua poltrona, che gemette di nuovo, per la serata davanti alla televisione.

Quando l’insetto si svegliò e cominciò ad esplorare la sua nuova tana per renderla accogliente alla propria prole, che purtroppo non avrebbe mai conosciuta; Natale sentì un fastidio, un solletico, all’orecchio che gli aveva fatto male nel pomeriggio e scosse la testa, poi tirò indietro i suoi lunghi (e unti) capelli convinto che questi fossero la causa di quel fastidioso solletico.

Infatti per alcuni minuti il fastidio passò, ma poi riprese; Natale, allora cercò d’introdurre uno dei wurstel che aveva al posto delle dita nell’orecchio per vedere se qualcosa, magari una briciola o un pelo, vi si fossero infilati.

L’insetto vide quella cosa rosea ostruire la sua tana e reagì mordendo; Natale lanciò un urlo e ritrasse il dito sanguinante, a fatica si alzò ed andò a disinfettare la piccola ferita, poi tentò un lavaggio dell’orecchio: cosa mai ci si poteva essere infilato per averlo ferito? Un  vetro? Che altro?

A quella nuova ondata l’ospite reagì come nel pomeriggio: affondando le sue difese nella carne e nel timpano; Natale urlò e si mise a piangere come un bambino: l’indomani, come prima cosa, sarebbe andato da un otorino.

E così fece, raccontò delle due fitte e anche della ferita al dito allo scettico medico che commentò “Oh, ci avrà fatto la tana un otoinsetto terribile!”, ma Natale non colse l’ironia: “Me lo tolga, presto, prima che mi arrivi al cervello!”. Il medico afferrò una pila e si mise a guardare dentro il canale; l’insetto, disturbato da quella luce improvvisa, reagì lanciando un getto di veleno acido che andò a colpire l’otorino proprio dritto  nell’occhio.

Stavolta fu il turno del medico a lanciare un urlo: “Se ne vada, non mi deve nulla, ma se ne vada: io non posso fare nulla per lei”.

Deluso e arrabbiato Natale tornò a casa: era il momento di provare i rimedi della sua povera mamma: olio caldo! Alla prima goccia l’insetto avvertì il pericolo e si imbozzolò di muco che subito seccò, proteggendolo.

Le aumentate dimensioni dell’animaletto non fecero che incrementare il fastidio di Natale; inclinò la testa, colpì con la mano a coppa l’orecchio, come si fa quando si esce dal mare per espellere l’acqua dal condotto, ma queste manovre gli causavano solo ogni volta la trasformazione del fastidio in dolore vero e proprio. Allora provò con un cotton fioc: l’insetto lo afferrò, perché quel materiale morbido poteva essere un buon substrato per le sue uova, la sua prole adorata e sfilacciò la bambagia, mentre Natale cercava di estrarre il bastoncino, che faceva resistenza e quando vi riuscì il cotone era sparito e il prurito era  insostenibile. Il pronto soccorso: non c’era altra soluzione! Per un mal d’orecchio intermittente gli dettero, però, un codice bianco al triage e così dovette attendere per quattro ore su una sedia di plastica in sala d’aspetto.

S’era appena appisolato, erano passate le tre di notte, anzi di mattino, quando toccò a lui: raccontò tutta la storia del suo fastidio e dolore al medico di turno che, per prima cosa, decise di estrarre il cotone dal canale auricolare.

Prese una pinzetta e con attenzione la introdusse lì dentro: vistosi minacciato l’insetto morse, tranciando una delle punte dell’attrezzo.

Quando il dottore ritrasse l’attrezzo constatò che una punta era mancante: “mio Dio, pensò, cosa ho fatto, gli ho spezzato le pinze nell’orecchio!”

Lui era solo uno specializzando di turno al pronto soccorso notturno, dove non mandano certo i luminari: ora l’avrebbero cacciato, meglio non dire nulla: “Ecco, dovrebbe essere  tutto risolto – mentì – potrebbe darle ancora un po’ di fastidio o di dolore, nel caso prenda un analgesico”.

Natale pagò il ticket ed uscì, soddisfatto: era vero, gli dava ancora un po’ di fastidio, ma niente più lavaggi, gocce, olio, bastoncini o dita: un analgesico, un sonnifero e via a letto, come gli aveva detto quel bravo medico che, finalmente, aveva capito e risolto il suo problema: già, ma qual era il problema? Si era dimenticato di chiederglielo, ma non importava, probabilmente era uno di quei termini medici che non avrebbe capito ugualmente.

Andò a casa, si spogliò e si mise a letto con tre cuscini dietro la schiena, altrimenti con la sua mole sarebbe soffocato, il sonnifero fece effetto e si addormentò.

 

* * *

 

Che giornata era stata per l’insetto: credeva di stare tranquillo e invece gli era successo di tutto, ma adesso era sereno, aveva materiale per il nido e lì c’era tantissimo cibo per le sue larve carnivore; probabilmente in pochi minuti sarebbero arrivate al cervello, una prelibatezza!

I suoi diecimila piccoli non avrebbero avuto bisogno di sbranarsi a vicenda fino a che non rimanesse solo il più forte ed era arrivato oramai il momento di deporre le uova: era soddisfatto della sua breve vita, in fondo era una madre ed anche un padre, anche se per primo i suoi neonati avrebbero mangiato lui, o meglio il suo cadavere, ma aveva comunque trovato la strategia vincente e poteva morire sereno.

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Pubblicato da su dicembre 25, 2016 in Racconti

 

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