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INCUBI

16 Nov

INCUBI

Luigi era il più piccolo dei tre figli di Marianna e Giovanni; maggiori di lui erano Cesare e Lucia. Abitavano, perché non avevano grosse possibilità economiche, anzi, per dirla tutta erano proprio poveri, in una camera messa loro a disposizione da una famiglia nobile nella dependance della loro villa nel centro di Milano: carità pelosa, in sette in una stanza, seppure grande, perché oltre a loro c’erano anche nonna Angela e zia Giuseppina.

Ora erano tutti lì, tutti e sette, seduti sul bordo del letto matrimoniale in cui Luigi dormiva coi genitori, ammutoliti, rassegnati 3326rutaspettando l’inevitabile; al di là della porta laccata di bianco e coi vetri smerigliati, proveniva un rumore di passi pesanti, molto pesanti, di certo non umani, i passi di un mostro inimmaginabile, enorme, inevitabile, letale e definitivo.

Tutto tremava a quei passi, potevano essere quelli di un dinosauro, ma di certo appartenevano a una creatura semi – umana, più simile a uno yeti o ad un bigfoot, ma il più big mai visto o immaginato… poi la maniglia della porta si abbassò… Luigi balzò a sedere sul letto, il cuore che batteva ad un ritmo pericoloso, il cuscino era fradicio di sudore: uno dei suoi incubi ricorrenti, frammenti di realtà e fantasia e paure ancestrali che si mischiavano insieme in un cocktail letale.

Era reale la camera dove avevano vissuto in sette, vera l’umiliazione della carità dei signori conti, ma a Milano non c’erano dinosauri, almeno non da diverse decine di milioni di anni, o forse neppure allora e soprattutto non c’erano yeti giganteschi o i loro fratelli americani dai grandi piedi.

Non era l’unico incubo di cui l’uomo soffriva: forse le frustrazioni di una vita solitaria e senza slanci, forse problemi medici, sta di fatto che le sue notti erano tormentate da quei sogni orribili in cui lui, la sua fragile vita, il suo piccolo mondo, erano sempre messi a dura prova da un pericolo ineluttabile.

Forse, anzi certamente, faceva anche sogni diversi, ma quelli poi non se li ricordava: gli incubi, invece… avrebbe potuto scriverci una raccolta di racconti horror.

Luigi era stato a trovare un tizio che commerciava in videogiochi rigorosamente illegali, ora attendeva l’ascensore, uno di quelli a cabina chiusa, dall’interno della quale non si vede nulla; salì e premette il pulsante di discesa, erano solo due piani, ma in quel caseggiato aveva sentore che vivesse gente poco raccomandabile, da non incrociare da soli sulle scale, se non altro la cabina di metallo in cui non vi erano altre persone lo proteggeva almeno fino al piano terreno, poi pochi metri e sarebbe stato nel traffico del viale di circonvallazione.

Il tempo di discesa gli pareva infinito, poi l’ascensore rallentò, ma non si fermò, cominciò, invece, un interminabile percorso in imagesorizzontale e quando le porte si aprirono… fu allora che Luigi si svegliò urlando nella sua stanza ancora semibuia, la sveglia segnava le cinque e trenta, probabilmente non si era fatti degli amici fra i vicini di casa.

Trentacinque anni di vita inutile, una vita che non era un incubo essa stessa solo perché non aveva neppure quello slancio. Era rimasto da solo; le sei persone che condividevano con lui l’unica stanza dei suoi due anni, ad una, ad una, se n’erano andate tutte dalla sua vita, alcune anche dalla propria, come la nonna, la zia, i genitori. E lui non viveva più, sopravviveva.

Perché era nudo, lì per strada, in mezzo alla gente, lui che era sempre stato pudico e riservato? Cercò di coprirsi almeno un po’ con le mani, ma presto se ne sarebbero accorti tutti che lui era privo di abiti, non gliela avrebbero fatta passare liscia, ma per ora la gente passava accanto a lui come se non esistesse, ma qualcuno lo inseguiva e comunque doveva arrivare a casa o in un qualsiasi altro posto chiuso al più presto, allora cominciò a correre e si ritrovò in mezzo ad una di quelle marce domenicali non competitive.

Tutti correvano, chi per divertirsi, chi per competere, ma lui correva per la sua vita, per la sua dignità, e allora accelerò, sentiva il cuore in gola, i polmoni bruciargli, ma doveva distaccarli tutti, perché lui era nudo e in pericolo; commise l’errore di girarsi a guardare chi lo seguiva ed allora cominciò a cadere in un abisso senza fondo.

marciatrecanaiEbbe un capogiro rendendosi conto di essere sul bordo del letto, più fuori che dentro, immobilizzato da una treccia gigante di lenzuola contorte, sudate, decisamente da cambiare al più presto: stava male, il cuore batteva ancora per la corsa, anche se questa era solo un sogno, anzi, un incubo.

Ma poi, un giorno, Luigi conobbe Tea.

Lei aveva solo vent’anni, un po’ pochi per lui ed oltre a tutto ne dimostrava non più di quindici: piccola, minuta, non più di quaranta chili, ma con un corpo ben proporzionato, due minuscoli seni, come si dice, a coppa di champagne, ma sodi, come anche le sue natiche alte, forse più simili a quelle di un ragazzo adolescente che di una donna oramai fatta, due semisfere lisce, vellutate; gli entrò prima nel sangue, poi nell’anima.

Perché poi lei gradisse la sua compagnia, era un mistero: lui non era attraente né fisicamente, né intellettualmente, aveva mille problemi, ma lei stava bene con lui, faceva l’amore con trasporto, le piaceva stringersi a lui, farsi abbracciare, carezzare con quella dolcezza che, forse, era la sua unica dote.nud

Luigi era felice, da un lato, di quella novità nella sua vita, ma dall’altro lato era pieno di dubbi: e se fosse finita? E poi era giusto che stessero insieme data la differenza d’età e l’aspetto da bambina di lei? Ed infine, lei lo amava davvero o era solo un gioco da ragazzina, o era solo sesso? Uno che da una vita conviveva con incubi notturni e con infelicità diurna non poteva godersi fino in fondo quel rapporto, soprattutto non poteva crederci, accettarlo così com’era senza porsi domande.

Ma venne il giorno che le porse a lei, quelle domande: “Perché stai con me? È solo per il sesso? Sono un tuo giocattolo che poi getterai via?”.

Lei fece il broncio da bambina offesa, i suoi occhi verdi divennero un piccolo stagno di lacrime che non volevano scendere: “È donna6-678x451questo che pensi di me, che io non ti ami al di là del sesso? Mi fai male a dire questo. Comunque se vuoi stanotte resto con te, mi invento una scusa per i miei e resto a dormire con te e non facciamo null’altro che dormire abbracciati, così ti renderai conto che ti amo, ti amo davvero!”.

Luigi aveva mille dubbi, mille remore, ma accettò.

Si spogliarono, si infilarono sotto le coperte, stretti, perché il letto era ad una piazza, un po’ piccolo per due, ma era quello giusto per un abbraccio intimo di due amanti.

Luigi si trovava in cima ad un muro a strapiombo su un mare in burrasca decine di metri più sotto: non sapeva né perché fosse là, né dove fosse quel luogo; poi il muro cominciò a sgretolarsi sotto i suoi piedi, sotto le onde si infrangevano urlando su scogli aguzzi e mortali ed allora cominciò a correre verso un’improbabile salvezza, ma lo sgretolarsi del muro era più rapido di lui: cominciò a cadere ed allora si aggrappò come poteva ai frammenti ancora solidi, con le mani, le unghie, con le braccia e sentiva il muro sfuggirgli ed allora strinse più forte… si risvegliò con ancora Tea stretta nell’incavo del suo braccio, una stretta mortale a cui non era riuscita a sfuggire.

Il suo corpo era pieno di graffi, il suo esile collo spezzato dalla disperazione di non precipitare del suo amante.
Forse era solo uno dei tanti incubi di Luigi, o forse l’incubo vero, il peggiore, cominciava proprio adesso.

incub

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Pubblicato da su novembre 16, 2016 in Racconti

 

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