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I FANTASMI DI DENTRO

09 Ott

I FANTASMI DI DENTRO

Una volta è troppo: figuriamoci due.

Per certi versi fu come la prima volta, ma per altri fu diverso.

* * *

Erano ben quattro giorni che a Milano non moriva nessuno di morte violenta e questo era già un record. In via Fatebenefratelli, alla omicidi, ne approfittavano per rimettere in ordine vecchi rapporti mai terminati e archiviati, per aggiornare i file sul computer, ma questo lo facevano Trentin e Jovine, visto che il commissario Grieco neppure in mille anni avrebbe imparato ad usare un computer: lui aveva ancora, nell’antina della scrivania, una vecchia macchina per scrivere e neppure di quelle elettriche, ma una Underwood vecchia, forse più di lui.

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A dirla tutta era più che altro Jovine che si dannava al Pc, visto che Trentin aveva conosciuto una biondina della sezione minori…

Quando squillò il telefono e s’illuminò la spia, il commissario sapeva già di cosa si trattava: un omicidio, un’industria che non conosce crisi, che neppure l’imprenditore più farabutto riesce a portare all’estero.

Ci vollero un po’ di squilli prima che il commissario trovasse il bottone giusto da premere, eppure era facile, era quello accanto alla lucetta lampeggiante.

Era l’agente Scapece, il centralinista: “Signor commissario buongiorno – lui era sempre molto corretto e formale – c’è stato un omicidio in zona Niguarda, la mobile mi ha detto di avvertirla”.

“Va bene Scapece, grazie, cercami Jovine e Trentin e mandali giù alla macchina e buongiorno anche a te”. Anche Grieco era formale, vecchio stampo…

Niguarda, il quartiere dell’ospedale più grande di Milano e della Lombardia, un nosocomio dove c’è di tutto e coi medici migliori, ma il quartiere era periferia, con tutti i problemi di questa: pochi servizi, ospedale a parte, micro delinquenza, droga, case dormitorio, immigrazione, gente che faticava a tirare il prossimo stipendio o pensione o sussidio, terreno fertile, dunque, per i crimini e non solo i reati, cosiddetti, contro il patrimonio, ma anche quelli di frustrazione, di insoddisfazione di vivere.

Il tempo per il poliziotto di prendere soprabito e cappello, chiudere l’ufficio e scendere alla macchina, sempre quella con guasti condizionatore e riscaldamento, oltre ad un vetro che non scendeva e i due giovani aiutanti del capo, l’ispettore e l’agente, erano già lì ad aspettarlo: gran cosa la gioventù!

L’auto non era una dei quelle con le insegne della polizia, con la pantera sulle portiere: quella al massimo ci aveva dei graffi su di queste, ma era comunque dotata di radio e sirena, ma non c’era gran traffico e non ci fu bisogno di azionare quest’ultima, anche imagesperché le emicranie del vecchio poliziotto non s’accordavano coi suoni acuti e penetranti.

La scena del crimine era uno dei casermoni proprio davanti all’ospedale, all’inizio, o alla fine a seconda da dove si arriva, di viale Ca’ Granda, quattro piani senza ascensore, per lo più.

Davanti al cancello sostava la pattuglia che aveva risposto alla chiamata e che aveva avvertito la omicidi; i due agenti in divisa scattarono sull’attenti al presentarsi del loro superiore: “Buongiorno signor commissario: quarto piano, un uomo ucciso, pare sia stato il figlio minorenne che poi si è barricato in casa”.

Ti pareva: quarto piano e niente ascensore! Grieco salì seguito dai suoi due assistenti e dagli agenti con cui aveva appena parlato; sul ballatoio una donna anziana in vestaglia e pantofole spiava dalla porta semi aperta di casa sua: “Psst, signore – chiamò: era evidente che era una di quelle persone che sanno più o meno tutto di più o meno tutti i vicini – state attenti. Il ragazzo è matto, si droga, ma poveretto con tutte le botte che ha preso dal padre ubriacone, non dico che abbia fatto bene, ma c’era da aspettarselo…”.

Niente di nuovo, una classica storia di squallore periferico, di famiglie malmesse, per i giornali un caso da un paio di colonne nella cronaca milanese, non uno di quei bei – si fa per dire – delitti che poi al pomeriggio radunano esperti o pseudo tali sulle televisioni per soddisfare il voyeurismo di chi al dopo pranzo non ha nulla da fare: “Come si chiama il ragazzo?” chiese alla donna anziana.

“Carmine, ha diciassette anni; a quella età ai miei tempi i ragazzi andavano in giro ancora coi calzoni corti e altro che droga, era già tanto se rubavano una nazionale senza filtro al padre o al nonno!” e agitò le mani come dire: “Che tempi!” poi si rigirò verso l’interno del suo piccolo regno che Grieco immaginava fatto di cera, centrini e coperte patchwork.

Grieco bussò alla porta, senza mettervisi davanti: non si sa mai: “Carmine, sono della polizia, non fare altre stupidaggini, apri la porta e arrenditi, sei giovane, minorenne, vedrai che le cose in qualche modo si sistemano”. Dall’interno si udì il rumore di una catenella che scorre e di una serratura che scatta; Grieco aprì la porta con circospezione e fece per entrare.

Trentin cercò di anticiparlo, ma il commissario lo spinse indietro con una mano e avanzò lentamente nello squallore di quella pistcasa dove, evidentemente, mancava la mano di una donna: si era dimenticato di chiedere alla vicina se ci fossero una madre, una sorella, altre persone in casa, ma oramai era tardi per le domande.

Grieco avanzò fino alla piccola cucina maleodorante: a terra c’era, prono, il corpo di un uomo in una cornice di sangue scuro e contro la parete opposta alla porta, accanto alla finestra che dava su un balconcino, c’era il ragazzo.

Carmine dimostrava, più o meno, la sua età: non molto alto, capelli scuri ricci e incolti, jeans enormi e portati fin troppo bassi, in mano una pistola a tamburo che vibrava leggermente, una situazione non troppo tranquilla, ma Grieco, quando voleva, sapeva essere tranquillizzante anche come tono di voce: “Ciao Carmine, sono il commissario Grieco, sappiamo che tuo padre ti picchiava, vedrai che il giudice ne terrà conto, ma ora appoggia la pistola sul tavolo prima che qualcun altro si faccia male”.
Il ragazzo titubò, poi si avvicinò al tavolo per ubbidire al consiglio di quel poliziotto così diverso da quelli con cui aveva avuto a che fare, ma a quel punto scattò l’imprevisto: uno degli agenti in divisa entrò troppo presto nella stanza e Trentin non fece in tempo a fermarlo; Carmine rialzò l’arma e partì un colpo, forse neppure voluto.

In un attimo in quattro gli furono addosso, lo gettarono a terra e lo disarmarono e nessuno s’accorse che Grieco teneva una mano sul ventre e che fra le dita si allargava una macchia rosso vivo. Il commissario sentì come se qualcuno l’avesse spinto indietro, poi un grande calore e solo dopo un dolore insopportabile, come neppure il suo peggior mal di testa.

Mentre gli agenti in divisa ammanettavano il ragazzo e lo portavano via, Grieco scivolò a terra, Trentin gridò lontano un miglio il suo nome e Jovine si paralizzò, poi portò le mani al volto e non riuscì a toglierle da lì.

Niguarda: se non altro l’ospedale era a meno di cento metri da lì, l’ambulanza arrivò in tre minuti o poco più…

Fuori dalla sala operatoria c’erano in tanti, troppi, tutti; c’erano Trentin e Jovine con gli occhi rossi, il sostituto Santambrogio, i dottori Palermo e Riva ed anche Marchetti con Remo Tosti, il suo braccio destro: non erano lì per lavoro, erano lì per lui, il capo dscf3857indiscusso, ma anche un padre, un amico, un collega, una persona che stimavano.

Nessuno tenne il conto delle ore, ma di sicuro parvero il doppio di quelle reali che, comunque, erano state già tante, un operazione importante, perforazione del colon, aveva detto il chirurgo, non era in pericolo di vita, anche se la convalescenza sarebbe stata lunga.

Sei, otto mesi, gli avevano detto, ma dopo tre mesi soltanto Grieco era alla sua scrivania, quella vecchia di legno e cuoio che si era litigata col guardiano del deposito del comune dove era stata mandata dopo la sostituzione con una moderna, di metallo, che a Grieco non piaceva.

C’era già passato, già una volta aveva rischiato la vita e ne era uscito con un esaurimento, ma questa era la seconda, che vuole dire due di troppo: non era depresso, ma ancora più intrattabile.

Durante la fase post – operatoria aveva visto di nuovo la morte in faccia, forse nei momenti di dolore più forte l’aveva anche invocata.

Aveva cinquantasette anni, la sua vita gli aveva dato ben poco sul piano personale: niente affetti, niente relazioni, niente al di fuori di quel suo maledetto lavoro che non gli piaceva, non gli era mai piaciuto e che ora gli aveva chiesto il conto.

Perché dunque continuare a vivere verso l’ultima parte della sua vita, quella meno bella? Non avrebbe lasciato nulla, soprattutto non avrebbe lasciato il suo bagaglio di emozioni, di idee, di esperienze a un figlio.

Poi prevalse l’istinto più forte che l’uomo possiede, quello di sopravvivenza, quello che ti fa lottare e lottare aiuta a guarire o almeno a vivere.

Però sentiva di non essere guarito: anche se glielo avevano predetto, continuava ad avere dolori all’addome, dove la cicatrice dell’intervento andava sbiancandosi e impallidendo ancora di più il ventre già bianco di sé, là dove non vede mai luce.

Dopo aver chiamato la morte, adesso c’era la paura, paura di questa e di anni fatti di un dolore che magari non se ne sarebbe mai andato definitivamente.

indexIl dottor Palermo e il dottor Riva gli avevano detto di rivolgersi a loro per qualunque problema, anche se non è bello farsi curare da dei patologi legali, ma non era questo, il fatto è che era una di quelle cose così riservate quel dolore, che era meglio parlarne con un estraneo, un anonimo dottore che non sa nulla di te, per il quale sei solo un cliente, non un paziente.

Ci andò come privato, a pagamento, ma gli avevano detto che quello era un bravo internista, primario ospedaliero; il professionista ascoltò la sua storia, esaminò lastre vecchie e nuove, referti, lo palpò, lo rigirò come una braciola e poi il suo responso: andava meglio del previsto, la guarigione era pressoché completa e il dolore? Il dolore era un riflesso che presto sarebbe sparito col ricordo di quella brutta avventura: un dolore fantasma, si chiamava.

Già, era quello, ma non come intendeva il medico: era un fantasma che l’aveva perseguitato, costretto a pensare e confrontarsi con se stesso, a pensare non alla pensione, ma al passo definitivo.

Un fantasma di dentro che forse non lo avrebbe lasciato mai più.

fantasma

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Pubblicato da su ottobre 9, 2016 in Racconti

 

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