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VIVERE ALLA GRANDE

14 Set

VIVERE ALLA GRANDE

 

Antonino attraversò il piazzale dell’ospedale come in trance, a testa bassa; in una mano teneva aperto e disteso il foglio con l’esito delle analisi, nell’altra la busta stropicciata che lo conteneva, nel cuore il peso di quella sentenza, inderogabile, una sentenza di morte.
Poco oltre il piazzale dell’ospedale c’erano degli squallidi giardinetti, che ora gli sembravano ancora più squallidi e privi di ogni indexcolore, di ogni gioia; lì c’erano delle panchine di pietra, per lo più scarabocchiate con firme o frasi che non aveva nessuna voglia di leggere.
Si sedette, ma sarebbe più giusto dire che si accasciò su una di esse, sempre con foglio e busta nelle mani, senza sapere cosa fare, come reagire.
Quante volte nella sua vita ci aveva pensato alla morte, ma ora la poteva quasi vedere e toccare e non era come immaginarla; la vita di Antonino non si può dire che fosse stata una gran vita, ma piuttosto un grigio tirare avanti, però adesso anche quel noioso tran – tran gli sembrava una cosa preziosa, enorme, davanti alla prospettiva del nulla assoluto.
Cercò di estrarre un pensiero positivo fra tutti quelli che in quel momento gli intasavano la mente: in fondo era solo il momento del trapasso la cosa brutta, poi sarebbe stato tutto come un lungo sonno, uno di quelli senza sogni, uno di quelli dove non ti rendi conto di dormire né sai che fra qualche ora ti sveglierai.
Ma non era proprio così: lo aspettavano mesi di dolore, di terapie palliative, di processioni di amici, parenti e conoscenti che ti guardano con quello sguardo di commiserazione che ti fa venire voglia di cavare loro gli occhi.
E poi c’era lei, la Pinuccia, sua moglie: di sicuro lo avrebbe messo a letto, nutrito a brodini, fatto mille raccomandazioni salutistiche, ma cosa vuoi raccomandare a uno che sta morendo?
Ecco, quello che lui avrebbe voluto in quel disperato momento sarebbe stato di fare per una volta nella vita qualcosa di speciale, vivere alla grande almeno una volta nella vita prima di lasciarla definitivamente, prima della distruzione finale di tutto ciò che si è.

Una crociera? Un viaggio? Mettersi a scrivere, oppure a dipingere? No, lui non aveva doti stazartistiche, lui era sempre stato uno normale, vale a dire un mediocre, uno nella media.
Viaggiare? E vallo a spiegare alla Pinuccia che, di sicuro, avrebbe mosso mari e monti per fargli vivere un giorno o un’ora in più, per farglieli vivere male.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo era rimasto sulla panchina, quanti pensieri si fossero affollati nella sua testa nel frattempo.
In ospedale aveva spento la suoneria del cellulare: guardò il display, sei chiamate perse, tutte di uno stesso numero, quello di casa sua, la Pinuccia.
Ecco, adesso gli dispiaceva per lei, per come l’avrebbe presa; in fondo chi muore, muore e basta, ma lei doveva restare, affrontare un dolore più lungo.
Di certo si sarebbe vestita di nero forse per sempre, sarebbe andata in chiesa tutti i giorni e venuta al cimitero tutte le domeniche.
In fondo l’amava, l’amava ancora, l’amava davvero, nonostante tanti anni che avevano portato il loro rapporto alla noia, all’abitudine, allo spegnersi di ogni slancio e passione.
Come avrebbe fatto a dirglielo?
“Si cara, esco ora, avevo abbassato la suoneria perché in ospedale non si può. Non, non erano ancora pronte… si lo so, ma sai, forse è un bene, forse vuole dire che non c’è nulla di grave, altrimenti ti telefonano a casa, ti fanno passare davanti agli altri. Sì, fra poco arrivo; va bene, compero il pane. Un bacio, sì, ciao, no non faccio tardi”: vigliacco!
traMa certe cose mica si possono dire per telefono e se poi lei si fosse sentita male, sola in casa?
Antonino s’incamminò verso casa: non voleva neppure prendere il tram, vedere gente che gli sarebbe sopravvissuta, sentirli parlare di sciocchezze quotidiane mentre lui era lì, condannato, mentre lui aveva ideali più grandi, come vivere alla grande contro quell’ultima carognata della vita.
Chissà perché queste cose non capitano mai ai politici, ai ricchi, loro vivono a lungo e bene, loro hanno già comunque vissuto alla grande ed hanno a casa mogli giovani e sexi, altro che la Pinuccia con le calze arrotolate sulle caviglie gonfie, sopra le ciabatte sformate dai calli.
Ci volle un bel po’ ad arrivare a casa a piedi, con quel fiato che oramai non c’era quasi più.
“Sì, lo so che ci sto mettendo tanto, ma non passano tram, vengo a piedi. Non, non mi dimentico il pane. Ma no, non c’è nulla che ti nascondo, le analisi non me le hanno date e i tram non passano, tutto qui, Ciao amore” sempre più vigliacco.
Per tutta la strada quel chiodo fisso: come vivere alla grande per una volta, l’ultima, poi, purtroppo, la casa è lì davanti, è arrivato.
Sale a piedi, non prende l’ascensore, così ritarderà il momento dell’incontro – scontro con la Pinuccia.
Si accorge solo ora di avere ancora in mano il foglio dell’ospedale, si ferma a riprendere un po’ di fiato, piega il foglio, lo ripone nella busta stropicciata, la piega in due e se la nasconde nella tasca interna del cappotto.
Cerca di fare piano con le chiavi, apre la porta, entra in casa, la sente che armeggia in imagescucina, lei sente lui: “Mettiti le pattine, che ho appena passato la lucidatrice e dato la cera. Ti sei ricordato il pane?”.
L’ultima vigliaccheria: in silenzio gira su se stesso, esce, richiude la porta, ridiscende le scale e si ritrova per strada in quella maledetta città menefreghista e grigia, dove nessuno sa che stai per morire, dove a nessuno importa nulla.
Antonino si avvia verso la stazione: non sa ancora cosa farà, forse prenderà un treno, il primo che parte, per andare lontano, verso un luogo dove forse si può sfuggire al dolore.
Forse dovrebbe fare due biglietti, perché c’è la morte al suo fianco: anzi è dentro di lui insieme a quella voglia di vivere alla grande per sconfiggere il male e il nulla.
Il telefono squilla per l’ennesima volta, lui non risponde.

 

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Pubblicato da su settembre 14, 2016 in Racconti

 

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