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EMMA E ADOLFO

01 Set

EMMA E ADOLFO

 

Che bello era stato quel giorno: quanta felicità! Ora il ricordo si è ingiallito come la fotografia: Emma in abito bianco e Adolfo col vestito nuovo scuro, la camicia intonsa e la cravatta a righe e le scarpe di vernice tirate a lucido.

Vecchi: Emma e Adolfo, ora non sono che due vecchi a cui sono rimasti i rimpianti o forse più nemmeno quelli.

I figli se ne sono andati lontani, hanno fatto le loro scelte, le loro esperienze, la loro famiglia e ad Emma rimane solo quel cfb_254403vecchio pieno d’acciacchi e ad Adolfo quella donna incartapecorita che non fa altro che brontolare e trascinare per la casa ciabatte che perdono i pezzi.

Lui per lei, lei per lui: chi altri li vorrebbe?

La sera vanno a letto presto, poi magari non dormono perché ai vecchi non serve molto sonno per recuperare il poco che spendono.

Si sdraiano, lei tira fuori dal cassettino del comodino il rosario e ne recita una parte, mentre lui sbuffa: ne ha sentiti per così di Ave, Pater, Gloria e Salve Regina nella sua vita, ma tutte quelle preghiere si devono essere perse per chissà quali strade, perché le disgrazie ci sono state, la vita è stata dura ed ha lasciato solo acciacchi e cicatrici indelebili.

Quei vecchi politici che non muoiono mai, che sembrano fatti di cera con tutti i loro lifting e massaggi e parrucchieri e trapianti di capelli e cliniche svizzere, loro di certo non lo dicono il rosario, eppure stanno sempre bene, diventano vecchi che sembrando dei quarantenni, fanno la bella vita.

Al diavolo la vecchia e le sue preghiere; Adolfo le gira le spalle: non è di certo più attratto da quel corpo che di femminile non ha più nulla, eppure le vuole bene, non il bene passionale di un tempo, ma l’abitudine a vedersela in giro, il bene che è non essere soli, poter scambiare due parole con qualcuno, ogni tanto.

Oh, se ne ha visti di suoi coetanei rimasti da soli! Non è mica bello essere soli quando si è vecchi: meglio allora andarsene insieme.

Ecco, Emma ha finito le sue preghiere serali: forse non chiede nulla, non cerca altro che di vivere in serenità con se stessa: del imagesresto male non ne ha mai fatto, che peccati deve mai avere sulla coscienza una vecchia?

Si spegne la luce flebile dell’unica lampadina del lampadario ed inizia il calvario: la tosse che le gocce non riescono a lenire, i frequenti viaggi in bagno, ma soprattutto i ricordi, che poi sono sempre dei rimpianti.

In cucina, sulla sua brandina, c’è Argo, un cane sovrappeso di razza incerta, in rapporto forse anche più vecchio dei suoi padroni; un tempo dormiva ai piedi del letto, ma adesso di notte russa e già è così difficile dormire che ci manca solo un cane asmatico!

Adolfo gli brontola dietro, anche se gli vuole bene: tocca sempre a lui portarlo giù e non una o due volte al giorno, ma quattro; Emma dice che lei ha da fare, che lui ha tempo e che gli fa bene per la circolazione fare le scale: sarà anche vero,  però gli pesano ogni anno di più quei quattro piani a piedi, sì perché la loro casa è vecchia e senza ascensore.

Un’altra notte è passata: Emma, in vestaglia e pantofole ha preparato il caffelatte per Adolfo e il tè per sé: ha preso quell’abitudine quando è andata, un milione di anni fa, a Londra a trovare la figlia che faceva un master là, oltremanica. Poi ha conosciuto un inglese che le ha fatto fare un paio di figli e buonanotte: andare a trovarla è troppo caro e troppo lontano per due canevecchi; lei viene in Italia d’estate, ma va al mare coi bambini, non a trovare quei due ruderi brontoloni: un paio di telefonate, ché dall’Italia costano meno che dall’estero e la promessa di portare loro i bambini, a farglieli vedere, ma intanto questi crescono e dei nonni italiani che parlano una lingua che loro neppure capiscono, non gliene frega nulla.

Finita la colazione lei sparecchia la tavola mentre Adolfo trascina il cane svogliato a fare la prima passeggiata del giorno: anche lui non ne può più di essere vecchio, probabilmente.

Quando rientrano dopo una gara serrata a chi ansima di più sulle scale, sulla tavola al posto delle scodelle c’è una sfilata di boccette e scatolette (blister, li chiamano adesso): le gocce per gli occhi, quelle per la tosse, la mezza pastiglia per la pressione e poi quelle compresse a base di erbe per la circolazione, per quelle gambe di lei che si gonfiano come palloni pubblicitari.

Lei dispone tutto bene in ordine su di uno strofinaccio pulito con accanto il foglio con l’elenco e le ore delle medicine, non sia mai che ne dimentichino qualcuna, un foglio a righe scritto con una calligrafia un po’ tremolante, inclinata, una calligrafia d’altri tempi.

Da vecchi.

Ogni due giorni Adolfo durante la passeggiata con Argo si avventura fino alla piazza a prendere il giornale: comperarlo tutti i giorni costa troppo, le pensioni sono quello che sono e loro vengono da un’epoca dove si imparava a fare economia, così in attesa di mezzogiorno lui si mette al tavolo della cucina, sgomberato anche dalla succursale della farmacia comunale a leggere, brontolare contro tutto e tutti: ogni tanto gli scappa anche una bestemmia ed Emma gli lancia un urlo, poi si segna e dice un’Ave Maria anche per lui.

Intanto che lui si legge tutto il giornale, poi torna indietro nel caso che abbia dimenticato qualcosa, con quello che costa adesso indexun quotidiano, lei spazza, spolvera, rifà i letti, comincia a cucinare, perché i vecchi come loro mangiano a mezzogiorno in punto e alle sette di sera.

Giorni quasi tutti uguali, senza slanci, perché i vecchi come Emma ed Adolfo non vivono più la vita, la trascinano, cercano di fare passare il tempo come si fa alla stazione quando si aspetta un treno e il loro sarà l’ultimo che prenderanno, quando arriverà senza campanella e senza annuncio all’altoparlante.

Ogni tanto si vestono bene ed escono a braccetto: è quando vanno a salutare un conoscente vecchio come loro che li ha preceduti; da vent’anni non si sono persi un funerale, ma oramai anche quelli si sono diradati per mancanza di materiale; quando toccherà a loro, forse, non ci sarà più nessuno a venire a dargli l’ultimo saluto, forse neppure i nipoti inglesi ché venire in Italia in quattro costa troppo.

A tavola non parlano, non hanno più molto da dirsi dopo tanti anni, si guardano negli occhi,  poi distolgono lo sguardo, perché a volte vedono negli occhi dell’altro la propria disgregazione e allora, magari, gli scappa anche una lacrima.

Dopo pranzo vanno a riposare, ma non dormono, non ci riescono più, non leggono perché la vista è calata e forse ci vorrebbe un’operazione, allora pensano, poi Adolfo si alza, va alla finestra, guarda fuori i soliti tetti grigi e muri grigi e poi torna a letto e lei, Emma, forse pensa ai figli che non chiamano mai, ai nipoti a cui non importa dei nonni lontani.

Il sabato è diverso: c’è il mercato, ci vanno insieme, comprano un po’ di frutta da fare cuocere, meglio cotta, quando non si hanno più denti, poi un po’ di verdure per il minestrone, guardano tutto e non comprano niente: cosa può più loro servire a quell’età?

Sanno che un giorno uno dei due precederà l’altro, lo farà per insegnargli come si muore, ma non verrà a dirgli dove si va, sempre che si vada da qualche parte.

La domenica Emma va a messa, vorrebbe trascinare anche lui, ma da vecchio anarchico bevitore e bestemmiatore lui si rifiuta: l’accompagna vestito bene, per quanto ci si possa vestire bene con un abito vecchio di decenni, mano nella mano, poi l’aspetta anziani-perdono-la-vita-contemporaneamente_470633fuori dalla chiesa, su una panchina, estate e inverno e se piove entra nel bar di fronte alla chiesa, chiede un caffé e per un’ora legge il giornale a sbafo.

Ogni tanto, magari, andando a messa incontrano qualche vicino che durante la settimana non vedono mai, si salutano, frasi di circostanza, loro due a testa bassa perché si vergognano, si vergognano di essere ancora al mondo, di essere lì ad occupare inutilmente spazio, a dare fastidio, si vergognano di trascinare ostinatamente le loro vite oramai inutili.

La chiesa non è vicinissima: quando rientrano sono stremati, sono solo due poveri vecchi a cui tutto costa più fatica del dovuto.

La domenica invece del minestrone o della pastina magari mangiano i tortellini in brodo, perché vanno giù meglio che asciutti, o il pollo arrosto comperato il giorno prima al mercato: non entrambi, perché ai vecchi non occorre molto, poi si tolgono gli abiti buoni della festa, indossano informi vestiti che loro chiamano “da casa” e vanno a letto, non a leggere, non a dormire, a pensare, a rimpiangere.

È domenica, quando si alzeranno guarderanno un po’ di televisione, che almeno ci sia un po’ di musica, un balletto che li tenga un poco in allegria, che gli faccia tirare sera, quando consumeranno quello che è avanzato da mezzogiorno insieme alla frutta cotta che fa bene all’intestino, l’hanno detto anche alla televisione.

Dopo cena lei lava i piatti della sera, lui sta al tavolo e non dice nulla, la guarda, pensa cose che non vorrebbe pensare: lei almeno lavora in casa, lui si sente inutile, a parte portare giù Argo, che scopo ha oramai nella vita?

Si coricano e dopo un po’ inizia un silenzio assordante, ma entrambi, Emma ed Adolfo, sanno che presto arriverà il ticchettio della pendola della cucina, quella che implacabile conta loro il tempo, segnala i secondi che passano, conta quelli, sempre di meno, che rimangono a loro da vivere.

Poi, finalmente, arriva il sonno, il solo che abbia pietà di loro.

 

 

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1 Commento

Pubblicato da su settembre 1, 2016 in Racconti

 

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Una risposta a “EMMA E ADOLFO

  1. NADIA POZZI

    gennaio 28, 2017 at 4:26 pm

    BELLISSIMI RACCONTI E UNA PIACEVOLISSIMA FLUIDITA’ DI SCRITTURA… LE VOLEVO CHIEDERE SE HA QUALCHE RACCONTO ANCHE SUI PROBLEMI ALIMENTARI DI ADOLESCENTI. LA RINGRAZIO ANTICIPATAMENTE. NADIA POZZI nadiapozzi75@libero.it

     

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