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ULTIMO PIANO

21 Ago

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Gianfranco era un uomo piccolo e solo.

Entrambe le cose erano frutto del tempo: con gli anni tutti erano usciti dalla sua vita, famigliari, amici, anche solo i semplici conoscenti.

Alto, poi, non lo era mai stato, ma con gli anni, forse sotto il peso della vita e di tutto ciò che questa gli aveva portato, o meglio negato, sembrava che si fosse richiuso su se stesso.

Probabilmente aveva a che fare non con il suo animo, ma con la consunzione delle articolazioni date da una vita di lavoro.

Gianfranco, piccolo, solo e triste.

indexnnAbitava in una casa inversamente proporzionale a lui: mentre Gianfranco si rimpiccioliva, questa pareva diventare più grande, non fosse altro che per tutte le persone che ne erano uscite per sempre.

Ma pur così grande questa era ingombra di ricordi, di cose che mai l’uomo avrebbe buttate via oppure regalate, perché facevano parte di lui.

Una casa grande, probabilmente poco ordinata, data la mole di oggetti, libri, indumenti accumulatisi là dentro, sicuramente fredda.

L’appartamento era situato in un condominio che si avviava verso il secolo di vita, anche se nel tempo aveva subito numerose ristrutturazioni, che se non lo rendevano moderno o lussuoso, lo mostravano pretenzioso, come una vecchia nobile decaduta che mantiene l’eleganza nel vestire, nell’agghindarsi, nel truccarsi per nascondere le rughe e i segni dell’età.

Una palazzina borghese di quattro piani, nata senza ascensore, ma fortunatamente con un impianto di riscaldamento centralizzato che aveva visto il carbone, il gasolio ed ora funzionava a metano.

Eppure era insufficiente a scaldare l’appartamento dell’ultimo piano, così grande, così pieno di cose, ma vuoto di persone e d’amore.

Certo, gli appartamenti non sono così sensibili alle emozioni: era anche qui una questione pratica: sopra c’era solo un sottotetto gelato da cui il calore si disperdeva e poi tre lati dell’appartamento erano esposti ai venti, non appoggiati ad altre costruzioni, ed un lato era rivolto a nord ed anche questi contribuivano a disperdere il calore.

Ovviamente per le stesse motivazioni tanto era freddo d’inverno, tanto era rovente d’estate.

Fra le altre cose, i quattro piani a piedi, magari con le borse del supermercato o quelle di frutta e verdura del mercato settimanale, cominciavano a pesare a Gianfranco, contribuivano al suo rimpicciolirsi: forse prima di andarsene sarebbe stato risucchiato su se stesso.

Da quando, poi, l’uomo era in pensione, le giornate sembravano ancora più lunghe e pesanti da portare a conclusione.

Un po’ di televisione, ma non si può passare l’intera giornata seduti sulla poltrona sfondata a guardare programmi spesso insulsi; un po’ di lettura, ma anche in questo caso dopo un po’ i vecchi occhi stanchi di Gianfranco diventavano ancora più umidi e stanchi tanto da confondere la lettura delle parole.

Allora lui girava di stanza in stanza, come cercasse qualche cosa, forse i suoi anni migliori, se mai ce n’erano stati, per fare con loro conti e bilanci.

Se possibile usciva sul balcone, da cui si vedevano solo case e tetti fino a diventare insopportabili a guardarsi, oppure guardava indexdalla finestra sull’altro lato della casa: anche qui altre case, altri appartamenti, ma più vicini, molto, quasi intimi.

Incominciò, allora ad osservare meglio i vicini, gente con cui non aveva mai avuto contatti, della quale sapeva a mala pena il nome e neppure di tutti, gente che non aveva mai preso in considerazione, ma ora si rendeva conto che i pochi metri di distanza li rendevano quasi parte della sua vita.

Lui era più in alto, da lassù vedeva tutto e tutti, magari socchiudeva le persiane per non farsi sorprendere a guardare e spiare le vite degli altri.

Lui stesso, spesso, si rendeva conto di rubare qualcosa a quella gente, rubare la loro vita gelosamente racchiusa fra le mura della propria casa.

Al primo piano c’era una coppia di settantenni, rimasti soli dopo il matrimonio della figlia: litigavano spesso, urlavano, se lui lasciava i vetri socchiusi poteva ascoltare parola per parola le motivazioni di quei litigi, magari prendeva le parti di uno o dell’altra, a seconda delle motivazioni della discussione.

Sopra di loro stavano altri due coniugi, coetanei dei primi; anch’essi erano rimasti da soli dopo che i figli si erano fatti una famiglia e un’altra casa.

Loro, però, spesso avevano ospiti i figli a pranzo, magari la domenica, e a volte il nipotino rimaneva a dormire: lo capiva dal pigiamino o dalla sua biancheria stesi.

Quando non c’erano, le persiane chiuse lo testimoniavano, sapeva che andavano al mare, perché vedeva la signora che aveva preso un po’ di colore in viso e poi, nella stagione più calda, c’erano i teli da spiaggia stesi.

Un poco più a lato e sopra di questi, in realtà in un altro condominio, però confinante con quello, c’era gente più giovane: casa vecchia, gente vecchia, casa nuova, gente giovane.

Quelli di primo e secondo piano non li vedeva mai, anche perché i loro balconi erano ingombri di piante folte come foreste; li notava solo quando andavano in giardino a far giocare i bambini: li vedeva e li sentiva, sentiva il chiasso dei bambini che giocavano e le chiacchiere delle madri sedute a fumare e sorvegliarli… per modo di dire.

indexhhhAl terzo piano, invece, c’era una coppia con un bambino, ma il piccolo non c’era sempre: forse era figlio di uno solo dei due, verosimilmente separato, e il resto del tempo lo passava con l’altro genitore naturale.

Se era così doveva essere figlio dell’uomo, o sarebbe stato più tempo lì se fosse stata la donna la sua vera madre.

Questi avevano l’abitudine di girare nudi per casa, coppia e bambino, ed allora, quando li vedeva così svestiti Gianfranco chiudeva le persiane per non dare l’impressione del maniaco, oltre che del curioso impiccione.

Quando venivano le giornate di festa: Pasqua, Natale e così via, spesso sentiva le persone festeggiare, sedersi chiassosamente e felicemente a tavola insieme ed allora lui che era solo, ma li sentiva, li vedeva, si sentiva un po’ parte di quelle feste, un po’ di famiglia.

A volte erano in tanti da dover lasciare le finestre socchiuse per cambiare l’aria ed allora sentiva, o provava ad indovinare, i profumi della cucina, del cibo: inconfondibile l’arrosto, invitanti le lasagne, stuzzicanti i sughi.

Col tempo prese l’abitudine di stendere uno strofinaccio da cucina sulla libreria che aveva sotto la finestra della camera, apparecchiava l’angusto spazio, portava lì cibo e bevande, non certo ricercati e appetitosi come quelli dei suoi vicini, ma così pranzava in compagnia, era meno solo, meno triste.

Le loro vite erano diventate le sue, senza il loro permesso, come un ladro lui rubava la loro intimità sapeva dei loro peccati, lafinestrasul-cortileentrava nelle loro case, ma se non altro adesso non era più così solo.

Rubava le esistenze altrui per necessità, per sopravvivere, per sconfiggere la malinconia della solitudine.

Forse, se lo avessero saputo, l’avrebbero scacciato dalle loro vite, magari denunciato per furto, furto di vite altrui.

A volte lui stesso non sapeva più se chiamarsi Rossi, Bianchi, Calascibetta o Antonini: forse era un po’ tutto e un po’ niente, ma adesso aveva tante famiglie, anche se per loro lui era solo l’uomo senza nome dell’ultimo piano.

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Pubblicato da su agosto 21, 2016 in Racconti

 

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