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IL MAESTRO

08 Ago

IL MAESTRO

Attilio a fare il maestro elementare c’era arrivato forse un po’ per caso, ma poi aveva scoperto che non avrebbe mai potuto fare nessun altro lavoro che quello.

A volte per giungere alla propria meta c’è una strada diritta come l’autostrada del sole; altre volte non si ha neppure una meta ben precisa, ma si prendono strade e stradine, si fanno giri immensi, ma alla fine si arriva e ci si rende conto che era proprio quello il luogo dove si voleva giungere, pur senza saperlo: per Attilio era stato così.

Aveva cambiato tante scuole in tanti anni, aveva avuto tanti, tantissimi alunni, migliaia, ma non si era mai fermato a lungo nella p-17-il-maestrostessa scuola: aveva scelto così e sarebbe stato difficile spiegare ad altri la sua decisione, forse perché non era mai riuscito a spiegarla neppure a se stesso.

Ma lui era così: nel bene e nel male era diverso e in quell’essere diverso era se stesso, unico e inimitabile, nel bene e nel male.

Su di una cosa, però, Attilio era inattaccabile e gli andava riconosciuta: per lui i bambini, i “suoi” bambini, non erano strumenti di lavoro, ma persone e con le persone non si può prescindere dall’instaurare un rapporto personale.

Lui amava i suoi alunni, tutti, anche se negli anni c’erano stati quelli che aveva amato più di tutti, pur senza darlo a vedere, pure senza togliere nulla agli altri.

E poi quando c’era stato il boom dell’immigrazione e lui aveva avuto alunni di oltre quaranta paesi diversi, per lui non era cambiato nulla: per lui erano solo bambini, non arabi o cinesi o est-europei o sudamericani, sempre e solo bambini, pur se con problemi ed esigenze diversi.

Ma poi la scuola era cambiata: non per colpa degli immigrati, ma per tanti motivi: la politica, la crisi, in poche parole la società che cambia, si evolve e non sempre l’evoluzione è positiva.

Forse anche maestro Attilio era cambiato.

Gli anni che passano non lo fanno mai invano: ad ogni età lasciano qualcosa, mutano le persone, il loro “dentro” e il loro “fuori”.

Cambia l’aspetto, ma cambiano anche il carattere e tante altre cose.

Attilio non voleva ammetterlo con se stesso, ma anche lui aveva patito questo rimodellamento fatto dal tempo:se ne era accorto,13b0a8028872f5c499d8ce0fe853faed ma aveva finto di niente, quando non era riuscito più a fare ciò che un tempo gli riusciva, soprattutto quando aveva scoperto di non averne più voglia di fare ciò che solo pochi anni prima faceva.

E anche in questa nuova scuola non si ritrovava più: una scuola disumanizzata, solo burocratica, con bambini senza quasi più famiglia, bambini di dieci anni, o meno, che quando uscivano da scuola avevano in tasca, oltre a cellulari dal prezzo imbarazzante, anche le chiavi di casa, dove poi restavano da soli fino all’ora di cena o oltre; i più fortunati avevano le nonne o le tate, ma l’educazione deve essere un diritto – dovere dei genitori, altro che sentirsi dire che il padre o la madre non avevano avuto tempo per firmare un avviso o una nota disciplinare!

Attilio non ce la faceva più a lottare contro i mulini a vento, a difendere a spada tratta il suo metodo d’insegnamento, che non era quello che insegnano nei corsi abilitanti, ma quello che s’impara e si perfeziona in tanti anni di lavoro.

Sta di fatto che per vari motivi negli ultimi anni aveva sempre dovuto lasciare l’insegnamento, la scuola del momento, forse perché il suo fisico, la sua salute, la sua anima avevano perso la forza di lottare.

Una volta c’era stato il maestro unico, poi vennero le specializzazioni, ora erano rimasti in tre per classe e lui aveva tre classi: due di queste erano un po’ come quelle di un tempo, bambini affettuosi, vivaci, ma mai maleducati, vogliosi di apprendere e collaborare, ma la terza si era dimostrata difficile fin da subito: non lo ascoltavano, non obbedivano, non lo rispettavano.

E così la sua pressione schizzava alle stelle, la stanchezza lo prendeva mentre spiegava, costringendolo a sedersi, lui che per Disegno-di-un-maestrotrent’anni aveva fatto lezione in piedi, gesso in mano, a scrivere, fare schemi, disegnare alla lavagna: anche quell’anno si prospettava la probabilità di dover mollare tutto.

Capiva che non era tutta colpa degli alunni o forse lo era in minima parte: un frutto è ciò che la pianta dà e se i genitori erano assenti, ma pretenziosi, incapaci di collaborare, o forse troppo disattenti per farlo, i figli non potevano avere i giusti principi, sta di fatto che soffrì a lungo la decisione, ma dopo l’ennesimo malore, che era comunque riuscito a mascherare, avuto in classe, seppe che doveva mollare se voleva concedersi ancora alcuni anni di una vita che non era un granché, ma era pur sempre la sola e unica che aveva.

Quando lo comunicò alle classi, ci furono reazioni diverse: indifferenza, sorpresa, disperazione e dolore.

Una delle sue classi amate, soprattutto, la prese male: alcuni bambini piansero tutta la mattina, altri misero la testa a fissare le proprie scarpe e non dissero più nulla.

Al momento di andare a casa due alunni soprattutto: Ciro e Carlos, tornarono indietro, entrarono in sala professori nonostante il tentativo della bidella di fermarli, lo abbracciarono e gli inondarono di lacrime la giacca; anche la bidella non riuscì a trattenere le sue di lacrime a quella scena.

Poi fu l’addio ed allora anche Attilio pianse, ma da solo, senza spettatori.

Dopo alcuni giorni gli telefonò una delle altre maestre della sua classe: passerà, aveva detto a se stesso il maestro, i bambini dimenticano presto e vanno avanti, ma non era stato così, perché Ciro, Carlos, Lorenzo, Paolo continuavano a chiedere di lui, continuavano a piangere.

Allora Attilio prese carta e penna e scrisse loro una lettera.

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Cari ragazzi, vi ho amati, vi amo ancora e io non vi scorderò mai, ma voi lo dovete fare, dovete andare avanti perché è l’ultimo anno della scuola elementare ed è importante. Non potete rimanere legati a me, perché nella vita le persone vanno e vengono, alcune ci lasciano un segno dentro, alcune ci piacciono, altre meno, ma ci dobbiamo convivere. La vita, quella di tutti noi,  è come un albergo con gente che va e viene di continuo ed alcuni lasciano un segno del loro passaggio, mentre altri passano inosservati. Il vostro dolore è il mio dolore: forse sono stato egoista, ma è stato inevitabile: sono troppo vecchio per lottare e devo pensare a preservare un po’ delle mie forze per l’ultima parte di tempo che mi rimane. Capisco tutto questo dolore, perché il vostro è lo stesso mio, ma ora basta, almeno per voi: se il dolore è inevitabile, me lo prendo tutto io, io ho tempo, ho l’esperienza per sopportarlo. Voi andate avanti, fatelo con la nuova maestra, con quelle vecchie, smettete di piangere perché sappiate che in ogni momento c’è chi lo fa per voi. Ogni giorno penso che vorrei venirvi a trovare, mi mancate, ma sarebbe solo scavare di nuovo nella nostra reciproca sofferenza, per cui non ci vedremo più. Non vi dico di dimenticarmi, perché so che, almeno per ora, sarebbe impossibile, ma fate che il ricordo sia per voi dolce e piacevole, non fonte di lacrime. Le lacrime lasciatele ai vecchi, ché tante ne avrete a versare nella vostra vita: Con tutto il mio amore e con tutto il mio dolore. Il vostro maestro Attilio”. Sul foglio erano rimaste macchie di umido, delle copiose lacrime versate nello scrivere quella lettera.

kkkkk

Sentì ancora solo un’ultima volta la sua ex collega: aveva letto la lettera ai bambini, quasi tutti avevano pianto, ma da allora non l’ avevano più fatto.

Prendendo su di se, come giusto, tutto il dolore, lui li aveva liberati dal loro e adesso potevano voltare pagina, pure col dolce ricordo del maestro che li aveva amati più della sua stessa vita.

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Pubblicato da su agosto 8, 2016 in Racconti

 

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