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IL PROFESSORE NUDO

18 Lug

IL PROFESSORE NUDO

 

(Questo non è un racconto tradizionale dei miei, ma un episodio, capitolo, riflessione, tratto da uno dei miei quattro volumi sulla scuola)

 

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In uno dei miei primi periodi di insegnamento post – laurea (in realtà ho iniziato a insegnare come supplente quando ero ancora studente universitario) ho avuto una esperienza di partecipazione a un corso d’aggiornamento in psicologia dell’insegnamento.

Dopo l’ultima lezione ci fu assegnato un “compitino” su frasi, citate, dei ragazzi.

Io scelsi quella di un’alunna (almeno, suppongo che fosse una femmina) che affermava che non avrebbe voluto mai fare l’insegnante.

Non ricordo poi con quale strano collegamento, feci un’affermazione che suscitò prima ilarità e poi discussione.

Dissi: “Un insegnante può andare in pizzeria con i suoi alunni, può andarci anche al cinema, ma mai in piscina, per non farsi vedere in costume da bagno, vale a dire, praticamente nudo”.

Il mio intendimento andava oltre la situazione citata; per me la nudità era intesa non tanto in senso fisico, bensì in senso lato: la nudità dell’anima, la debolezza di essere una persona umana e mortale.

I nostri alunni fanno due intervalli, a volte chiedono di andare in bagno, mentre noi insegnanti non abbiamo mai tempo per le nostre necessità fisiologiche, per cui credo che a molti ragazzi noi appariamo un po’ come una razza a parte, priva delle necessità dei ragazzi, dei loro familiari e di tutte le persone comuni (quando gli alunni mi chiedono di uscire ogni ora, io domando loro quante volte mi abbiano visto lasciare l’aula per andare in bagno e mi sento rispondere: ”E, ma lei è un prof!).

Che piacciamo o meno, agli alunni noi appariamo come una razza superiore, o forse soltanto diversa: deteniamo il sapere, abbiamo la possibilità di amministrare la giustizia in base a leggi da noi appositamente create (note, sospensioni, rimproveri), quindi non possiamo certamente fare pipì come tutti, né avere le caratteristiche fisiche degli umani.

Guai, allora, a mostrarsi nudi, ad apparire uguali agli altri: ne andrebbe del nostro prestigio e potere.

Il discorso, ovviamente, vale anche dall’altro punto di vista: io stesso, che ho fatto sport, frequentato palestre, dove mi sono spogliato e ho fatto saune e idromassaggi nudo in mezzo a decine di sconosciuti, sarei in imbarazzo a mostrarmi privo di abito ai miei alunni, così come lo sono stato, seppure in maniera limitata, quando Mario e Nadia, i gemelli miei ex alunni, vennero a trovarmi a Viareggio e facemmo un bagno in mare assieme.

Non che in quella occasione non avessi nulla addosso ma, anzi, indossavo un pudicissimo costume da bagno parigamba, ma ero, comunque, indifeso alla loro vista.

Tutto questo discorso è, volutamente, ampliato fino al paradosso, ma credo, come quando feci l’affermazione iniziale al corso, che ci sia molto di vero su cui meditare.

Alla fine di giugno, ultimi giorni di esami, ebbi la notizia che la collega di lettere che aveva lavorato con me due anni prima proprio mentre stava esaminando i miei ex alunni, aveva avuto un malore.

Ricoverata in ospedale entrò in coma; dopo una settimana si svegliò: il tempo di riconoscere e salutare il marito e il figlio e si riaddormentò per sempre.

Fui informato della sua morte un sabato sera alle dieci e mezza: il mattino dopo mi misi a sfogliare gli elenchi telefonici fino a rintracciare il numero telefonico di uno dei miei e suoi allievi.

Lui era già in vacanza, ma parlai con la madre e la informai dell’accaduto, perché ritenevo giusto farlo: con me erano stati un solo anno, ma con la collega di lettere avevano convissuto tre anni, gite e viaggi compresi.

Al funerale ebbi il piacere di vedere che una dozzina dei nostri ragazzi (gli altri, probabilmente, erano anch’essi già in villeggiatura) erano presenti in chiesa.

C’erano i piccoli Davide e Alan, il tenero Matteo (il mio preferito… anche se non si dovrebbe dire), le dolcissime Giulia e Cecilia, e poi ancora Andrea, Alessandro, pur convalescente da un’operazione, Claudia, Francesca, Daniele ed altri che ora mi sfuggono.

Mi fece piacere, pur nella tristezza dell’occasione, rivederli e salutarli, apprezzai il fatto che fossero venuti a dare l’ultimo saluto alla loro professoressa, ma in chiesa, dal fondo dove ero, guardavo attentamente il loro gruppo e la cassa e mi si stringeva il cuore, più che per la scomparsa della collega ed amica, per il fatto che ora la cara Franca, sempre ilare e con voglia di scherzare, ma che vidi poi piangere dopo gli esami di terza perché perdeva i suoi bimbi, fosse così indifesa, vulnerabile, debole rispetto a loro: adesso erano loro i più forti e lei era nuda ed umana rispetto ad essi che detenevano il potere della gioventù, della salute, della vita.

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Pubblicato da su luglio 18, 2016 in Racconti

 

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