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AL MARE FUORI STAGIONE

07 Lug

AL MARE FUORI STAGIONE

 

Lucio e Mauro vivevano nella stessa città e andavano in vacanza nello stesso paese di mare della Liguria, non solo d’estate, ma anche a Natale, Pasqua e in tutte le occasioni in cui era possibile.

Lucio, più grande, già da alcuni anni ci andava solo, affittando una camera da una parente acquisita di una sua zia, mentre Mauro aveva una casa di proprietà da generazioni e vi andava con la madre, il padre e la sorellina, talora una vecchia zia o prozia che fosse.

Come si fossero conosciuti l’avevano entrambi dimenticato, probabilmente tramite amici di amici, ma erano comunque diventati indexamici essi stessi, anche se totalmente diversi per carattere e non di quella diversità complementare, ma proprio caratterialmente, e spesso si davano sui nervi a vicenda.

Se Lucio era perfino più responsabile e pacato di quanto richiedesse la sua età, Mauro, invece era ancor più irresponsabile di ciò che gli anni gli avrebbero perdonato e presto sarebbe diventato un esaltato, politicamente e non solo.

Non erano ancora tempi di droga, ma da lì a un paio d’anni Mauro ne avrebbe provati diversi tipi e si sarebbe pericolosamente avvicinato a un estremismo di destra arrogante e irrispettoso degli altri.

Ma al momento dell’instaurarsi della loro amicizia la giovane età di entrambi ne limava ancora la diversità caratteriale e ideologica.

Lucio era stato ben accolto dalla famiglia del più giovane amico, proprio perché pensavano che potesse avere un’influenza positiva su quel ragazzino che una ne pensava e cento ne faceva, come quella volta che chiuso in bagno dipinse di nero l’asse del water, già nera in origine, cosicché quando la madre andò in bagno le rimase stampato un ferro di cavallo nero sull’abbondante posteriore.

La famiglia di Mauro era benestante e la domenica andavano sempre a pranzo sul fiume, invitando anche Lucio.

Poi i due ragazzi crebbero, entrambi presero la patente, Mauro frequentava, con un paio di bocciature alle spalle, il liceo, mentre Lucio aveva preso un diploma triennale e lavoricchiava, ma con l’idea di riprendere, prima o poi, gli studi.

Oramai erano grandi, indipendenti, così un anno Mauro propose all’amico di andare con lui una settimana al mare, a casa sua, una vacanza fuori stagione, troppo tardi per carnevale e troppo presto per Pasqua: era la fine di febbraio.

La casa del più giovane era una di quelle case vecchie, con ambienti grandi, soffitti alti e necessità di una ristrutturazione, tanto che in tutto l’appartamento, peraltro vuoto per praticamente tutto l’inverno, l’unica fonte di riscaldamento era una obsoleta stufa a kerosene che ci voleva del bello e del buono ad accendere.

Occorreva, infatti, accendere un batuffolo di cotone idrofilo imbevuto di alcol denaturato e gettarlo dentro, sperando che il aec8ba4dfee51d3075e072009a885da5_origkerosene non lo soffocasse, cosa che puntualmente avveniva.

Una sera, di ritorno dal cinema, si accorsero che alcol e cotone erano finiti, così dovettero andare in cerca di una farmacia notturna.

Anche se il paese era tutto sommato piccolo, Mauro si spostava solo in macchina, un’Alfa Romeo 1750 comperatagli dal padre con la promessa, vana, che si sarebbe impegnato di più nello studio e che sarebbe stato più responsabile. Trovarono l’unica farmacia di turno del paese, ma il titolare non voleva aprire loro perché non era una vera emergenza: dovettero inventarsi un fantomatico amico ferito a casa da disinfettare e solo allora il farmacista, pur scettico e dopo aver insistito che portassero lì il ferito, li servì di ciò che chiedevano.

Finalmente riuscirono a far partire la stufa e poterono andare a letto senza il rischio di assiderare nel sonno.

Dormivano entrambi nel letto matrimoniale della camera grande, visto che solo in quella stanza c’era la stufa, ma stavano ben distanti l’uno dall’altro, a scanso d’equivoci.

Poi, la mattina, Lucio si alzava presto, andava a fare colazione a base di cappuccino e focaccia e girava per la passeggiata, magari si spingeva fino al molo, oppure si sedeva su di una panchina, a crogiolarsi al sole di fine inverno come una lucertola, leggendo un fumetto, per lo più Diabolik, che per il tempo era già una cosa trasgressiva. Mauro si alzava fra le undici e 1750mezzogiorno, poi andava a cercare, in macchina, l’amico per decidere dove andare a pranzo.

Al pomeriggio, di nuovo, ognuno per sé e poi la sera pizza e cinema o locali che Lucio non amava anche perché, data la stagione, erano semi deserti e c’era ben poco da cuccare.

Una mattina Mauro si alzò, stranamente, alle nove: “Devo fare un salto a Milano – annunciò – torno prima di sera”.

“Oh, non farmi scherzi di lasciarmi qui da solo in una casa non mia: torna, mi raccomando!”.

“Torno, torno…” lo rassicurò e partì.

Tornò la sera che Lucio era già infilato a letto, a difendersi dal freddo e a leggere un Lancio story: “Guarda cosa sono andato a prendere!” esclamò orgoglioso tirando fuori dai calzoni una pistola, una Beretta, per quanto ne sapeva Lucio che detestava le armi e che non voleva neppure sapere dove e da chi venisse la rivoltella. “Ma sei scemo ad andare in giro con quella? Se ti beccano, poi, vado nei guai io che sono anche più grande”.

“C’è gente che mi cerca e se mi becca mi fa la pelle: devo pure difendermi!”.

Probabilmente era una balla, una delle tante che raccontava spesso e volentieri: “Ma quando cresci?” bofonchiò Lucio e si rimise a leggere.

Cosa hai detto? Ora ti sparo” disse ridendo Mauro, poi puntò la pistola verso la testa dell’amico, che istintivamente interpose fra l’arma e se stesso il giornaletto, come se questo avrebbe fermato una eventuale pallottola.

Click, fece l’arma: “Deficiente, ho tolto il caricatore, non sono mica stupido”.

“No? A me sembra di sì, comunque sono scherzi del cazzo e se lo fai ancora prendo il treno e mene torno a casa”.pistola

“Il tuo problema è che sei sempre troppo serio, non sai stare allo scherzo”

“Ecco, begli scherzi di merda sono questi, non divertono che un ritardato come te!” stavolta Lucio era proprio arrabbiato, ma la cosa finì lì; Mauro s’infilò a letto e spensero la luce. Nelle due sere seguenti si ripeté la scena della pistola puntata, della rivelazione che era scarica e il nervosismo fra i due, soprattutto da parte di Lucio, cresceva, ma oramai mancava poco al rientro in città.

La penultima sera del loro soggiorno Mauro portò Lucio in un locale dove non erano mai stati, si scendeva una scala in una viuzza nascosta fra due palazzi e il night sembrava abbastanza equivoco, anche se semi deserto. Vi arrivarono come sempre in macchina, anche se era a non più di cinquecento metri da casa di Mauro.

C’era un rituale, quando uscivano insieme: Mauro prendeva la sua inseparabile pistola, la infilava nella cintura dei pantaloni, con Lucio che per ferirlo commentava: “Finalmente hai qualcosa di duro nelle mutande!” e poi, in macchina, il più giovane metteva l’arma nel cassetto porta oggetti; poi, arrivati a destinazione, ovunque andassero, l’arma veniva tirata fuori da lì e infilata nuovamente nella cinta dei pantaloni.

La sera del night “Il covo dei bucanieri” non fu diversa la procedura, solo che al loro arrivo un paio di centinaia di metri più avanti rispetto alla via del locale, c’era un’auto di pattuglia dei carabinieri ferma posteggiata coi suoi due occupanti a bordo a fumare: 6ab840ac59e2833fcff851d4d45b6d54se ne vedevano le braci delle sigarette che brillavano nella notte limpida. Mauro si piegò verso il cassettino, prese la Beretta, la infilò come di consueto fra la cintura e la pelle del ventre e scese dalla vettura, mentre Lucio era già sul marciapiedi, solo che nell’uscire dall’abitacolo la pistola si sfilò, gli cadde a terra facendo il rumore assordante che può fare un chilo d’acciaio sull’asfalto in una notte deserta e silenziosa.

Mauro la raccolse al volo, si buttò di corsa giù dalle scale del “Covo” e andò a barricarsi in bagno.

Con tutta calma Lucio lo raggiunse: “Mi hanno seguito?” domandò il primo e Lucio avrebbe avuto una gran voglia di dirgli di sì, che lo aspettavano fuori, ma non era da lui fare questi scherzi, così rassicurò l’altro che, ad ogni evenienza, rimase ancora una decina di minuti barricato nello stanzino.

All’uscita dal locale Lucio fu mandato in avanscoperta, ma i carabinieri se n’erano oramai andati da tempo in qualche posto più caldo. Certo, se si fossero insospettiti sarebbero stati guai grossi per entrambi.

Nonostante la brutta avventura anche quella sera si ripeté i rituale del finto sparo all’esasperato Lucio. La notte seguente sarebbe stata l’ultima, poi Lucio sarebbe dovuto rientrare in treno perché l’amico aveva deciso di andare non si sa bene dove:

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macchina carabinieri

meglio così, perché anche alla guida Mauro era un pericolo, probabilmente un complessato che sfogava nell’esaltazione le proprie frustrazioni: armi e auto come prolungamenti del membro…

Erano stati al cinema, ora Lucio si era messo in pigiama ed era a letto a leggere l’ultimo numero di Diabolik, mentre l’amico seduto al tavolo si dedicava alla manutenzione dell’arma.

Mauro tolse il caricatore e, come sempre,  puntò la pistola verso la testa di Lucio; che questa volta si arrabbiò ancora più del solito, perché quel gioco andava avanti da troppo: “È ora che la finisci con questo gioco idiota: non ti ha mai insegnato nulla mammina? Che non si punta neppure un dito contro una persona? E quello non è carico di certo… ma quando ti decidi a diventare adulto e responsabile?”

“Sei il solito nevrastenico: non vedi che ho tolto il caricatore? Non sono mica scemo!”.

È vero, aveva tolto il caricatore, ma forse non gli avevano mai spiegato che bisogna anche scarrellare dalla pistola l’eventuale colpo in canna.

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Mauro mirò ancora l’immagine di Diabolik che nascondeva la faccia di Lucio: “Sguishhh” esclamò, mimando un’improbabile rumore di una rivoltella che spara, poi, tenendola con entrambe le mani e ridendo divertito, tirò con decisione il grilletto e in quel momento la stanza intera parve esplodere.

 

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Pubblicato da su luglio 7, 2016 in Racconti

 

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