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IN CASO DI NEBBIA ACCENDERE I FARI

30 Mag

IN CASO DI NEBBIA ACCENDERE I FARI

Non è infrequente che in una città come Milano a novembre ci sia nebbia.

I vecchi milanesi la chiamano nèbia o schighera e a volte è anche densa come zucchero filato, da non vedere a un passo.

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Almeno, era così un tempo, quando a Natale c’era la neve e le strade ghiacciate, non un sole abbacinante, ma si sa, le stagioni sono cambiate, le case sono riscaldate, il calore si disperde, si alza, porta la nebbia in alto.

Certo, se appena si esce dalla città, è un’altra storia!

Allora la mattina, da novembre a fine febbraio, trovi i campi brulli dal riposo invernale, bianchi di brina e trovi lei, la vera e autentica nebbia lombarda, quella che qualcuno ritiene romantica: non certo chi deve guidare per lavoro, strabuzzando gli occhi, magari rischiando la vita ad ogni curva, ad ogni incrocio.

E purtroppo ogni inverno qualcuno ci rimane; allora la prima regola è: in caso di nebbia accendere i fari, ma gli anabbaglianti che puntano a terra (quelli che una volta si chiamavano le mezze luci), non gli abbaglianti che sparano la loro luce diritta, illuminando la nebbia e creando un muro ancora più impenetrabile.

Alberto ricordava una volta, tanti anni prima, una partita di pesca (a cosa, poi, con quel freddo e quel tempo?) con un amico giù, verso Pavia, dove ci sono fossi e risaie e i navigli e la nebbia ha preso la residenza stabile.

cq5dam.web.1280.1280La nebbia c’era già a Milano, cattiva, ma fuori era peggio: da non vedere la linea di mezzeria della strada che ti corre accanto; buio, per strada nessuno, poi, finalmente due fari di dietro e Alberto pensò: “Da come arriva di gran carriera ha fretta, per cui rallento, lo faccio passare e mi accodo”.

Venti all’ora, ma quello ha lo stesso pensiero, rallenta e si accoda lui e così fino a destinazione, fino all’alba pallida e lanuginosa.

E adesso, dopo tanti anni, ecco di nuovo un bel nebbione milanese in città, in un quartiere che una volta era periferia operaia ed ora è centro direzionale con grattacieli che spariscono nella nebbia, di cui vedi al massimo il primo piano, in una nebbia che li rende più umani.

E Alberto dalla finestra di casa sua li vedeva quei grattacieli nuovi, tutti raggruppati quasi con fare altezzoso, di disprezzo verso le case della gente comune; li vedeva, ma non quella mattina, perché quel giorno novembrino non si vedeva neppure la casa di fronte, quella al di là del cortile a non più di una dozzina di metri da casa sua, forse quindici ad essere generosi.

Era ancora presto, ma Alberto si alzava sempre presto, anche se non doveva andare a lavorare: esodati, li chiamano ora quelli come lui, forse perché la parola nuova rende meno il dramma della disoccupazione, di chi a quarant’anni suonati si trova senza lavoro e senza prospettive.
E sì, proprio un bel nebbione come non si vedeva da anni, forse da lustri, ma forse con l’avanzare della luce e del giorno, la situazione sarebbe migliorata, con il pieno regime delle caldaie condominiali forse si sarebbe dissolta quella coltre lattiginosa.

Non che per l’uomo fosse importante, poteva anche restare in casa in pigiama tutto il giorno: dove mai dovrebbe andare un esodato?

Ma invece si vestì, perché le abitudini sono dure a morire ed anche perché aveva freddo e un bel dolcevita con sopra un maglione girocollo facevano sentire un po’ di calore, forse anche umano.

Avrebbe dovuto dissolversi quella maledetta nebbia che al primo momento era una novità, ma ora cominciava a inquietare la gente, ma invece con l’avanzare del giorno lei teneva duro, lasciando solo filtrare una pallida luce malata che non sarebbe diventata più chiara di così neppure a mezzogiorno.
Poi successe un po’ di tutto: sparì internet e non solo il wi-fi di Alberto, ma anche tutte le altre connessioni visibili, che di solito erano una ventina: chissà se era colpa della nebbia.

E poi non ci fu più segnale nella televisione e neppure nei telefoni, né nella linea fissa, né sui cellulari.
La cosa oscillava fra l’inquietante e il preoccupante: cosa succedeva?

Quando si verifica un fenomeno particolare, e questo lo era, oh, se lo era, la gente scende in strada, vuole parlare, condividere, essere rassicurata.

Ed allora sciarpa, berretto di lana, guanti ed anche Alberto scese nella via; si vedevano le due estremità di questa, ma non oltre, non le case della piazzetta, non i palazzi degli uffici.

Là sul marciapiedi c’erano persone viste per anni e mai salutate, che si guardavano in giro smarrite, si interrogavano l’una con l’altra, ognuna con una sua teoria; c’era chi sosteneva che un aereo era caduto su un ripetitore, ma a parte che con quella indexnebbia gli aeroporti erano chiusi, possibile che questo fosse caduto sui ripetitori dei cellulari, sulle antenne della RAI, su quelle di internet?

Ora che erano in gruppo, una ventina di persone, per lo più pensionati e casalinghe (ed esodati), presero un po’ di coraggio, si avvicinarono alle estremità della via, ma incredibilmente neppure da lì si vedevano le altre case.

Uno si inoltrò nella nebbia, un tipo nervoso e impaziente, uno di quelli che se una macchina è parcheggiata appena, appena un po’ storta gli alza i tergicristalli in segno di riprovazione; l’uomo sparì alla vista, attraversò l’incrocio e lo aspettarono a lungo, più di mezz’ora, ma non fece ritorno.

Adesso tutti cominciavano ad avere paura.

Non passava una macchina, un motorino, una persona a piedi, nessuno, solo loro in quell’isola nella nebbia, smarriti, impauriti, soli.

Rimasero lì quasi tutto il giorno, facendo solo pochi passi, evitando di allontanarsi troppo dal centro della via, dai portoni delle proprie case, poi il freddo e la sera incombente vinsero: forse l’indomani…

Ma il giorno seguente era identico al precedente: stessa nebbia, stessa luce, stesso nulla e nessun contatto col resto del mondo.

Alberto da quando era rimasto senza lavoro si era incarognito, si era rinchiuso in una fortezza impenetrabile che si chiama solitudine; non c’era il telefono? Chi se ne importa, tanto non lo chiamava nessuno da mesi, tranne i call center che gli proponevano contratti convenientissimi, a loro dire.

Stessa cosa per il cellulare: lui spendeva in un anno quello che un o una tredicenne spende in una settimana.

Della televisione oramai guardava solo i film, ma per quelli c’erano i dvd e riguardo a internet… si sopravviveva anche quando non esisteva.

Qui, però, non si trattava solo della mancanza di comunicazioni, ma di una situazione anomala al limite dell’assurdo.
Scese di nuovo in strada con gli altri, con chi a sera non aveva visto rientrare i figli, il marito, non ne sapeva più nulla.

Uno disse: “Io vado”; prese la macchina, partì e appena svoltato l’angolo della via non solo sparì alla vista, ma anche all’udito degli altri.Non ricomparve mai più.

nebiaUn giorno, poi l’altro, poi un altro ancora e le scorte di cibo scarseggiavano e un paio di persone partite per fare la spesa non ritornarono più.

Allora decisero di mettere in comune tutto il cibo e le bevande, alcoliche e non, che avevano, con una persona, un ex ragioniere ovviamente, addetta al razionamento e alla distribuzione.

Quando le scorte cominciarono a scarseggiare, roba di pochi giorni, la gente iniziò s diventare nervosa, cattiva, scoppiarono risse feroci.

La nebbia non se ne andava, il cibo terminò ed allora le persone cominciarono ad ammazzarsi, si parlava di cannibalismo, forse non a torto.

Quando era cominciata la nebbia e poi il razionamento, dopo che gli ultimi che avevano tentato di allontanarsi non erano più tornati, erano in quarantatre, ma col passare dei giorni il numero diminuiva anche senza bisogno di contarsi, di fare un appello.

Nelle scale condominiali, negli androni, si sentivano urla, la gente era impazzita, si sbranavano veramente a vicenda per sopravvivere fino a cosa? oramai era chiaro che non c’era alcuna speranza che le cose ritornassero normali, che la nebbia sparisse, che i mariti e i figli tornassero.

Qualcuno si era chiuso in casa, ma poi dovette uscire giocoforza e fuori c’era sempre qualcun altro in agguato, folle, affamato ed oramai si era ritornati ai primordi, alla legge della giungla, quella del più forte, la sopravvivenza del più adatto.

Ogni mattina erano sempre di meno a trovarsi, guardarsi, interrogarsi, studiarsi con la fame che rode e che ti fa pensare come uccidere per sfamarsi.

Così, una mattina di nebbia e luce uguali a sempre, a trovarsi in strada furono solo Alberto e un ex dirigente industriale.person
Si studiarono un po’, poi il dirigente attaccò, ma Alberto era più giovane e forte e dovette uccidere per non essere ucciso.

Quella carne stopposa e vecchia sarebbe servita per giorni, ma poi? Adesso c’era solo lui, Alberto l’esodato, in tutta la via, forse in tutta Milano o in tutto il paese.

Allora solo allora si rese conto che non si può vivere da soli e ne impazzì.

L’ultimo pensiero razionale fu che la scighera non era poi così romantica e che forse avrebbe dovuto accendere i fari, se solo avesse avuto una macchina e un qualunque luogo dove andare..

 

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Pubblicato da su maggio 30, 2016 in Racconti

 

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