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LA STORIA CHE SI RIPETE

18 Mag

LA STORIA CHE SI RIPETE

 

La sala era gremita: soldati, dignitari, schiavi.

Sopra a tutti, in ogni senso, visto che il suo trono era rialzato rispetto al piano dell’immenso salone, c’era lui, il faraone, il figlio prediletto degli dei, quello che aveva ogni potere su tutti, anche quello di togliere la vita a chi avesse voluto.

In mezzo alla lunga platea, sotto gli occhi di tutti lui, Kahem, legato con catene alle mani e alle caviglie fra due colonne, con indosso solo un perizoma.

Kahem era stato uno dei soldati più valorosi e fedeli del faraone, ma poi qualcosa era andato storto:l’invidia di un ufficiale, uno Sheredensguardo di troppo da parte della regina, sguardo che lui neppure aveva ricambiato ed eccolo lì, condannato a morte senza processo, senza appello, senza difesa, con la sola ed unica speranza che tutto finisca presto, perché un soldato dovrebbe morire sul campo di battaglia, non squartato come un cane per colpe non commesse e, magari, per il divertimento dei presenti.

Già, anche un’esecuzione lì, a corte, era motivo di festa: c’erano musici, ballerine, saltimbanchi e, soprattutto, vino che scorreva a fiumi e non un solo briciolo di pietà per il poveraccio legato, senza colpe, come una bestia da macello.

Aveva già subito percosse e torture per farlo confessare, ma non si può confessare ciò che non si è fatto, allora la sentenza era stata di morte, una morte dolorosa.

Due soldati, due che una volta erano stati suoi amici, si posero ai suoi lati, i tamburi rullavano e, quando smisero, uno alla volta i due esecutori della sentenza conficcarono le lance dalle lunghe lame piatte nella schiena di Kahem, attenti a trafiggere solo pelle e muscoli, parallelamente alla colonna vertebrale: Kahem urlò, svenne, rinvenne alla seconda lancia;  i suoi boia erano stati precisi, le lame si erano incrociate senza ledere organi vitali, senza tranciare ossa e midollo.

C’era solo il dolore e il sangue che colava, lentamente; lasciarono le due picche conficcate nel suo dorso, appoggiandone le estremità opposte a terra e si fecero indietro.

La vita scorreva via lenta da quel giovane uomo e presto tutti si disinteressarono di lui: c’era il vino, c’erano le danzatrici, c’erano i saltimbanchi: in fondo la sua esecuzione non era stata così divertente.

Con il fluire del sangue dalle ferite, se ne’andava anche la luce dai suoi occhi e quando fu buio, capì e ringraziò gli dei che fosse finita.

* * *

Claudius per un attimo ebbe una fitta alla schiena e, nello stesso tempo ebbe l’immagine di un soldato legato a due colonne, in mezzo a gente vestita in modo strano, non come si usava lì a Roma ed ebbe la consapevolezza di aver vissuto in prima persona quella scena, quel dolore, di essere lui lo straniero legato, ma poi il dejà vu sparì e al suo posto ci fu solo l’urlo della folla all’ingresso dei gladiatori armati.

Avevano perso una battaglia e a Roma non era consentito perdere.

Avrebbero dovuto pagare i generali, ma quelli cadono sempre in piedi ed allora furono lui e i suoi compagni, che pure di battaglie ne avevano vinte a decine, ad essere condannati a morte; lui era l’ultimo.

Ed era lì, vestito solo di un gonnellino, in mezzo alla polvere, e gli altri erano in tre: un reziario, un gladiatore e uno armato di indexforca.

Il reziario lanciò la rete, ma lui evitò di finirvi dentro come un pesce di mare: l’afferrò, attirò a sé l’altro e gli strinse il braccio intorno al collo: gli spiaceva, ma era così, o lui o l’altro; se lo sentì scivolare fra le braccia e lo lasciò, perché l’uomo con la forca aveva attaccato.

Le tre punte sibilarono, ma lo presero solo di striscio a una spalla e lui contrattaccò col valore col quale aveva difeso Roma e dalla quale ora doveva difendersi; colpì l’avversario, che non odiava, al plesso solare e poi gli spezzò il collo, perché non c’era tempo, perché il terzo gladiatore era già sopra di lui: questi non commise l’errore di lanciare nulla, ma attaccò a colpi di fendente del suo corto gladio.

Due volte Claudius fu colpito da fendenti, al petto e a una coscia e il sangue colava e le forze con esso, il suo nemico gli fu addosso, lui menò colpi disperati, ma era disarmato e fu colpito altre due, tre, dieci volte; era a terra, non riusciva più a lottare, la folla urlava la sua sete di sangue, guardò l’imperatore, vide il suo pugno aprirsi e volgere il pollice verso il basso: il gladiatore eseguì l’ordine del cesare.

* * *

Terra santa la chiamavano, ma quella era una terra maledetta e non erano lì neppure per conquistarla, ma solo per difendere un predominio religioso: ma quale Dio poteva volere tutti quei morti?

Aveva lottato, combattuto, perché era un soldato, un crociato, perché era scritto nel suo destino di esserlo, ma il nemico era forte, determinato e crudele ed era anche astuto, aveva imparato in fretta come si uccide, si giustizia il nemico, come si impala un uomo vivo.

Era legato, appeso come una bestia da macello, con quella punta di legno, il sottile culmine di un tronco intero, che premeva e penetrava poco sotto la sua spina dorsale.

Aveva fame, sete, provava un dolore infinito, voleva solo che finisse in fretta.

crociateEbbe una visione, forse il delirio della morte: due uomini, uno legato in un tempio, uno a terra nella polvere e nel proprio sangue e seppe che lui stesso era quelli, che il loro sangue era  il suo sangue, il loro dolore il suo dolore.

Non sapeva né perché, né come, ma lui era stato entrambi quei poveracci ed ora la storia si ripeteva, lui stava per morire prima di aver assaporato gli ozi della vecchiaia, la gioia di una moglie, di figli, di figli dei figli.

Perché e chi lo aveva destinato a soffrire per tutto il tempo del mondo?

Erano domande che la sua povera mente non poteva concepire, a cui non poteva rispondere, poi quel già vissuto svanì col dolore e poi con l’oblio del dolore e sapeva che il momento in cui non ne avrebbe più provato sarebbe stato quello immediatamente prima della morte.

Chissà cosa ci sarebbe stato dopo, se si sarebbe reincarnato, se il suo destino sarebbe stato di nuovo una divisa, un dolore, una morte precoce?

* * *

La chiamavano grande guerra, ma cosa c’è di grande in una guerra, se non la quantità di morti, di rovina, di devastazione e tutto per cosa? Per sete di potere di pochi che da sempre causava il dolore di molti: avevano ragione quelli che li chiamavano carne da cannone.

La notte in trincea era nera, fredda, illune; fumava con la brace della sigaretta nascosta dentro la mano chiusa a pugno, pensava, sognava ad occhi aperti, perché dormire era un lusso che non potevano permettersi.

C’era nell’aria uno strano odore di… spezie? Strano, perché lì, su quel campo dove si fronteggiavano da giorni, c’era solo odore trinceadi morte, putrefazione e polvere da sparo; presto, probabilmente, ci sarebbe stata un breve tregua perché ognuna delle due parti potesse raccogliere i propri morti e i propri feriti, che presto sarebbero morti anch’essi, perché lì non c’erano ospedali, solo il nulla.

D’improvviso un bengala illuminò la notte, così che tutti potessero vedere a chi sparare, contro quale bersaglio puntare i cannoni ed allora in quel lampo accecante lui vide, vide altri uomini del passato sofferenti, morenti, per quello che aveva studiato uno doveva essere un egiziano, l’altro un antico romano e poi vi era un crociato e poi un ragazzo di quindici anni che voleva fare il pistolero nel selvaggio west e tutti morivano fra atroci sofferenze e lui sentì le loro sofferenze, capì di essere sempre lui, condannato a morire mille e mille volte, a patire tutto il dolore dell’umanità e di tutte le epoche.

Poi la granata esplose, la scheggia lo colpì, ma non faceva tanto male, perché in altre vite aveva provato dolori più atroci.

* * *

Forse era il primo uomo nello spazio, ma non si poteva mai dire, perché “gli altri” non si facevano propaganda, non dicevano nulla dei loro successi e dei loro fallimenti.

Era insofferente alla pesante tuta, all’immobilità ed inattività a cui era costretto.

Non c’era nulla da fare, al momento, ma c’era tempo, anche troppo, per pensare; pensare a che cosa? Lassù, circondato dal nulla i pensieri erano profondi e angoscianti: l’infinito, inteso come spazio e come tempo, il classico “chi siamo?” le distanze che non si potevano colmare, le domande a cui non si poteva rispondere.

imagesGuardò fuori dall’oblò per l’ennesima volta: nero e nulla, solo qualche puntino lontano, ma poi come in un film gli apparvero volti e vicende di persone, dalla preistoria alle guerre mondiali ed erano scene di morte di sofferenza.

Mentre guardava quelle immagini scorrere nell’oblò della sua mente li riconobbe, sentì il loro dolore e di colpo sentì tali sofferenze dentro di sé: era lui, lui in ogni epoca, lui morto e reincarnatosi e morto nuovamente, ma mai nel proprio letto, ma da vecchio.

Metempsicosi, reincarnazione: che diavolo era capitato alla sua? Perché doveva sempre essere un soldato, un combattente e sempre perdente?

Quali peccati aveva commesso nel suo profondo passato per meritare tanto dolore?

Domande, domande senza risposte.

Di sicuro c’erano state altre vite precedenti che non ricordava e presto avrebbe perso memoria anche di quelle più recenti.

Forse all’inizio lui non era stato umano, forse era stato l’agnello sacrificale, forse quello di Abramo.

O magari lui era il secondogenito di Dio, quello che doveva soffrire più di Gesù per espiare peccati non suoi, l’uomo fatto a somiglianza di Dio, ma usato come bambolina vodoo per esorcizzare gli errori di tutta l’umanità, di tutti gli uomini di ogni lingua e razza, il loro odiarsi per tutto: territorio, lingua, religione e lui avrebbe dovuto essere l’esempio, ma nessuno capiva.

In ogni tempo e luogo c’era una guerra dove lui doveva morire per insegnare qualcosa a qualcuno, ma a chi? Chi sapeva? In realtà era solo lui che sapeva, ma non gli serviva, perché il suo destino non gli apparteneva.

Però lui, lui ora conosceva il proprio futuro: anche adesso, anche nelle prossime reincarnazioni sarebbe rinato e rimorto e con la consapevolezza e il dolore delle sue vite passate.

Fu allora che iniziò la pioggia di meteoriti…

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Pubblicato da su maggio 18, 2016 in Racconti

 

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