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BLATTE

12 Apr

BLATTE

E un giorno Lauro si accorse di essere rimasto solo, veramente, totalmente e inequivocabilmente solo; i suoi genitori erano morti, come è nella logica delle cose, data la sua e loro età; un po’ meno logico che sua moglie se ne fosse andata dall’oggi all’… oggi: lui era andato al lavoro ed al ritorno lei non c’era più, la camera era in disordine, i cassetti del comò e le ante dell’armadio aperte, i suoi vestiti migliori erano spariti, così come la grande Samsonite con le ruote color rosso lacca e nemmeno una parola, un biglietto, un messaggio.

Era rimasta la gatta, che, non essendo sterilizzata, al primo calore se n’era scappata sui tetti in cerca di felicità e non era più index777tornata; restava, in un angolo della cucina, la sua ciotola vuota, quella con le decalcomanie di gatto Silvestro su tutta la circonferenza.

Anche la sua salute sembrava averlo lasciato: ogni giorno nuovi acciacchi, ma forse anche questo rientrava nella biologia umana, come la morte dei genitori.

Lauro aveva un lavoro noioso, ripetitivo, mal pagato, ma che almeno gli consentiva di tirare avanti, di pagare l’affitto, le bollette, la spesa e le medicine e quasi null’altro; neppure la casa era sua: tre locali ingombri di ricordi, affitto bloccato, almeno per la parte ufficiale, che raddoppiava quasi con quella che doveva pagare in nero.

L’alloggio si era a mano, a mano degradato: avrebbe avuto bisogno di una ritinteggiata, di alcune manutenzioni alle persiane, agli infissi, di una pulita a fondo; lui faceva quello che poteva, compatibilmente con la voglia e la salute: faceva il bucato ogni quindici giorni, stirava tutto, dalle lenzuola alle calze e le mutande, spolverava… a volte, lavava i piatti più o meno ogni sera, ma ci sarebbe voluta comunque la mano di una donna, se non una moglie, almeno di una donna ad ore, che lavasse i pavimenti, riordinasse, pulisse i vetri che erano talmente sporchi da non avere bisogno di tendine per garantire la privacy.

Quando sotto il tavolo della cucina cominciava a formarsi un tappeto di briciole e lanugine, Lauro prendeva la scopa, radunava lo sporco, ma poi non lo raccoglieva, perché la sua schiena gli impediva di chinarsi con la paletta alzasporco, così spazzava la montagnola fino alla porta finestra che dava sul balconcino e cercava di buttare tutto fuori, dove il vento e gli uccelli avrebbero fatto sparire il tutto, ma c’era un gradino e anche i binari delle persiane che fermavano la gran parte dello sporco.

Certo avrebbe potuto comperare una paletta di quelle col manico lungo, così non ci sarebbe stato bisogno di chinarsi, ma era una di quelle spese che lui considerava superflue, rinunciabili e quindi andava avanti così.

Non si può dire che la sua casa fosse un immondezzaio, questo no, ma non era neppure una di quelle che si vedono nelle pubblicità dei detergenti igienizzanti per pavimenti.

Venne l’estate, la prima dopo che quella là se n’era andata (fra l’altro con metà del suo già modesto conto in banca), un’estate di sofferenza, da passare in città, con il caldo, l’umidità, le zanzare; ovviamente Lauro non possedeva né un condizionatore, né indexzanzariere alle finestre e detestava l’odore degli zampironi, oltre ad avere una vera fobia per gli insetticidi che considerava altamente cancerogeni e lui stava diventando sempre più ipocondriaco.

D’estate esplode la natura: i fiori, le piante, gli insetti e così una notte alzandosi per andare in bagno, all’accendere della luce vide uno scarafaggio, una schifosissima blatta che si allenava ai cento metri piani nella sua cucina.

Riuscì a schiacciarla, con ribrezzo, poi si strofinò la suola della ciabatta più volte contro il binario della persiana, quindi andò in bagno, orinò e infine ritornò a letto.

L’indomani il cadavere dell’insetto era ancora lì: sospirando Lauro prese da sotto il lavello della cucina la paletta, si chinò, ricevendo un ululato di sirena dalla sua schiena, lo raschiò dal pavimento e lo gettò dal balcone.

Questo si affacciava sul cortile di un altro palazzo, un palazzo demolito oramai da anni ed il cortile sembrava una giungla post – atomica, malata, con erbacce ingiallite che in alcuni punti sfioravano il metro d’altezza: case di periferia, case da poveri.

Appena la blatta toccò terra, da un cespuglio sbucò un ratto enorme che se la mangiò: Lauro a quella vista ebbe un rigurgito acido, che non si trasformò in un conato solo perché era a stomaco vuoto, poi prese il mocio e diede una passata al punto dove era stato spiaccicato l’immondo, quindi si preparò e andò al lavoro.

ratto-2Erano gli ultimi giorni prima dei suoi quindici di ferie da passare in città, in quell’appartamento maledetto, fra blatte e ratti carnivori.

Rientrò la sera, distrutto, mangiò un piatto di minestrone di due giorni prima freddo di frigo e poi andò direttamente a letto, tanto in televisione davano solo repliche, tirò indietro il lenzuolo e sotto c’era una blatta che scorazzava nel suo letto; la gettò a terra con la ciabatta, la uccise, quindi cambiò le lenzuola, ma non chiuse occhio tutta notte: se le sentiva camminare addosso, dappertutto, entrare ed uscire da tutti i suoi orifizi: naso, bocca, orecchie.

Al mattino gettò anche quel cadavere di scarafaggio dalla finestra e il solito ratto, o forse un suo famigliare, sbucò veloce a nutrirsene.

Quando quella notte Lauro si alzò alle urla della sua vescica e accese la luce, l’anticamera era invasa da almeno una dozzina di quelle schifezze innominabili; le inseguì con la scopa, le eliminò tutte, ma chissà quante altre si nascondevano negli angoli bui, dentro gli stipiti, nell’intercapedine della persiana, così il giorno seguente si risolse ad acquistare, a caro prezzo, un insetticida apposito che, ne era sicuro, gli avrebbe fatto venire il cancro e per di più puzzava di piscio di gatto.

Ma oramai era convinto che il danno fosse fatto, che almeno una blatta, forse la regina, gli si fosse infilata in corpo: la sentiva camminare, roderlo, sentiva il suo fegato divorato dall’insetto antropofago.

Il giorno seguente niente blatte, sterminate dallo spray cancerogeno, ma sopravviveva quella dentro di lui, solo che adesso si era news26832spostata nel rene sinistro, sentiva le fitte, e poi fu il turno del colon ad ospitarla e del collo, della spalla, del petto, vicino al cuore.

Erano fitte terribili, gli pareva di vedere le mandibole dello scarafaggio divorarlo dall’interno pezzo per pezzo.
Non ne poteva più, doveva combatterlo; disegnò malamente una figura di corpo umano sulla quale segnò con crocette i punti dove aveva individuato la bestia, poi le unì con una crocetta e esaminò il percorso: era sicuro che la prossima tappa sarebbe stato il suo polso sinistro e difatti il giorno appresso gli doleva talmente tanto da non riuscire a stringere il pugno.

Prese allora un taglierino affilato, lo disinfettò con l’ alcool, del quale poi se ne cosparse anche il polso, quindi strinse fra i denti un fazzoletto per non urlare e tagliò…

Dentro il polso così come in ogni parte dentro di lui, naturalmente, non c’era nulla, nessun insetto, o meglio qualcosa c’era: c’erano un grande vuoto e un grande dolore, quello che qualcuno chiama ipocondria con troppa faciloneria, ma c’erano anche vasi sanguigni e fra questi una vena importante che cominciò a sanguinare abbondantemente.

In fondo l’operazione era riuscita: con il sangue fluiva via tutto, anche il dolore; a terra si formava una pozza rosso scuro sempre più grande e a Lauro parve che da ogni angolo spuntassero schifosissime blatte a nutrirsi della sua vita che si andava coagulando a terra, ma forse era solo l’ultimo delirio, forse le blatte non c’erano mai state se non nella sua anima malata e ferita.

polso-tagliato

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Pubblicato da su aprile 12, 2016 in Racconti

 

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