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LA MIA AMICA

31 Mar

LA MIA AMICA

Un paese.

Nei paesi, spesso, la vita sembra essersi fermata a qualche anno addietro.

Lì i bambini, quelli delle elementari e delle medie, non erano rinchiusi in casa a rincretinirsi al computer, con i videogiochi o sulle chat con i cellulari: loro potevano ancora sciamare in compagnia a fare giochi che non richiedevano altro che tanta fantasia.
bosco

Domenico, undici anni, appena iscritto alla prima media dove aveva poca voglia di andare, era uno di loro, ma raramente veniva coinvolto nei giochi dei compagni, perché le madri di questi non volevano.

Lui era considerato uno strano, sicuramente un bambino difficile, un monello come forse solo ancora nei paesi si dice.

Era il tipo che costruiva fionde, che metteva trappole nei boschi per gli animali, che rubacchiava anche: non furti importanti, cose da poco, ma lui era uno dei più poveri del paese e non aveva niente e invidiava tutto e tutti.
Neppure una grande intelligenza aveva, né fantasia, così i giochi dei coetanei non lo ispiravano troppo: quelle storie di pirati, soldati, indiani e cow – boy, lui non riusciva mai a capire cosa doveva fare, non riusciva a districarsi in quelle trame.

Però non era cattivo, non troppo, almeno, anche se tutti lo consideravano tale, a cominciare dai suoi genitori. Allora, invece di giocare o andare dagli altri a fare i compiti, girava per i boschi a mettere trappole o andava al torrente a pescare con un bastone, uno spago e un chiodo da calzolaio ricurvo.

Poi, però, siccome non era cattivo, liberava i pesci e gli scoiattoli e gli uccellini che riusciva a catturare. Come sempre chi non è molto bravo con la testa, spesso lo è con le mani. Se c’era da fare amicizia preferiva i grandi, ma i ragazzi più vecchi di lui lo prendevano in giro, dicevano che era scemo.

Un uomo del paese gli era sembrato gentile, ma poi gli aveva fatto dei discorsi e delle proposte che non gli erano piaciuti, così raduraora lo evitava.

E cresceva da solo, senza nessuno con cui passare il tempo.

Un giorno Domenico si addentrò nel bosco e giunse ad una radura dove c’era una catapecchia; non l’aveva mai vista, non si era mai spinto fino a lì.

Il suo spirito di esploratore lo spinse ad entrare, non aveva abbastanza fantasia per immaginare mostri o streghe o pericoli reali lì dentro

All’interno la stamberga era come all’esterno: vecchia e in rovina, quasi vuota, ma non era disabitata. Dentro c’era un signora: non avrebbe saputo dirne l’età, visto che aveva poca fantasia, ma sapeva che non era una vecchia e neppure una ragazza.

“Ciao – le disse – scusa se sono entrato in casa tua, ma non pensavo che ci abitasse qualcuno. Ora me ne vado”.

Ma la donna gli sorrise e lui non se ne andò, non fino a sera.

Gli era piaciuto stare a parlare con quella signora così bella e gentile.

Torno; tornò il giorno dopo e quello dopo ancora e poi tutti i giorni.

Qualcosa in lui era cambiato, l’avevano notato tutti, anche i genitori e gli insegnanti; i suoi voti scolastici erano migliorati, lui era indexdiventato più buono, si offriva sempre di aiutare le vecchie a portare la spesa a casa, oppure di lavare i piatti per alleviare il lavoro della mamma, ma appena libero scappava dalla sua nuova amica, della quale non aveva detto niente a nessuno.

“Chissà come mai, di colpo, Domenico è cambiato così in meglio?” si chiedeva la madre, ma non bisogna farsi mai troppe domande quando le cose vanno bene, quando migliorano, bisogna accettarle e basta.

Adesso che era così cambiato, i genitori dei suoi compagni non vietavano più ai figli di stare con lui, anzi li esortavano a invitarlo per i compiti, magari per la merenda, ma lui, appena libero, correva, letteralmente, nel bosco, fino alla radura, fino alla baracca, dalla sua amica: era così bello stare con lei, sentirsi in pace con se stessi, sentire le sue belle parole, le sue belle storie.

E poi lei era un po’ come lui, era… strana.

Era passato quasi un anno dalla scoperta della radura, dal cambiamento di Domenico, quando cominciò in paese quel fermento, quella cosa di cui tutti parlavano.

C’erano state le elezioni e il nuovo sindaco aveva deciso di far costruire una piscina comunale per i ragazzi del paese, che avessero finalmente qualcosa là dove non c’era nulla.

Dopo vari studi avevano trovato il luogo adatto: una radura nel bosco vicino al torrente, dal quale avrebbero preso l’acqua senza sottrarla all’acquedotto comunale.

Avrebbero allargato il sentiero nel bosco, cosicché ci si potesse arrivare facilmente in bicicletta, c’era solo da abbattere una rosevecchia baracca nella radura, roba da poco: non c’era neppure bisogno di pagare degli operai per quello, ci avrebbero pensato gli uomini del paese che erano tutti operai o contadini o manovali. Domenico si allarmò, corse nel bosco, andò dalla sua amica a riferirle quello che era stato deciso, che le avrebbero abbattuto la casa.

Lei sorrise: “Non importa, è una bella cosa quella che vogliono fare e io troverò un altro posto, mi accontento di poco”.

Ma Domenico non si tranquillizzò per niente: era preoccupato per lei ed anche per sé: e se così non si fossero più visti? Se lei avesse dovuto andare lontano a trovare un’altra casa?

Era stata la prima persona al di fuori della sua famiglia che gli aveva voluto bene e la prima in assoluto che lo aveva incoraggiato, fatto sentire importante, vale a dire non diverso dagli altri e lo aveva anche migliorato, fatto diventare più studioso, più bravo e più buono.

Venne il giorno stabilito per la demolizione della piccola costruzione nella radura: Domenico si alzò presto, non fece neppure colazione, né si lavò: si vestì al volo e corse a perdifiato fino alla casa della sua amica.

Erano già tutti là, gli uomini del comune con il casco giallo in testa, i volontari armati di grosse mazze ed accette, il sindaco a farsi bello con la fusciacca tricolore e poi i curiosi. Domenico si lanciò verso la casa, lo afferrarono al volo e lui cominciò a piangere e strillare: “Non potete farlo, lei abita lì!”.

“Lei chi?” domandò il direttore dei lavori.

“Lei, la signora, la mia amica: vive lì dentro”.

“Credo che tu abbia fatto un sogno e non ti sia ancora svegliato del tutto: non siamo mica degli incoscienti, abbiamo appena controllato accuratamente che non ci fosse nessuno, né signore, né vagabondi.

large_articlepreviewLa casa è diroccata e disabitata da sempre”.

Ma Domenico non sentiva ragione: “No, non ho sognato, vengo qui quasi ogni giorno, lei mi sorride, mi parla, mi racconta cose bellissime.

Certo è un po’ strana: veste sempre d’azzurro, con un velo in testa, non si siede mai e non ha scarpe, sta sempre a piedi nudi e sui piedi ha delle bellissime rose rosse! Lei è la mia amica, la migliore amica”.

Qualcuno fra i presenti, a questo punto, cadde in ginocchio e cominciò a pregare.

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Pubblicato da su marzo 31, 2016 in Racconti

 

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