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IL CICLONE DI DOROTHY

19 Mar

IL CICLONE DI DOROTHY

 

“ E quando venne il ciclone Dorothy perse la sua casa…” canta Roberto Vecchioni nella sua personale versione della celebre fiaba del mago di Oz.

* * *

ozLa storia è nota, non fosse altro per il film musicale con Judy Garland e per il suo tema musicale principale (Somewhere over the rainbow): la bambina strappata via dal ciclone e portata in una terra sconosciuta dove incontrerà l’uomo di latta, il leone codardo e lo spaventapasseri  ognuno bisognoso di qualcosa che li renda umani e per questo cercano il mago di Oz, che altro non è che un millantatore, come tanti, troppi, ne vediamo quotidianamente.

Ma non è quella di Doroty la storia che andiamo a raccontare, bensì quella del suo ciclone, o forse di un altro, tanto i cicloni son tutti uguali anche se non sempre fanno solo danni…

* * *

 

Renato viveva di lavori precari, pur avendo una certa istruzione e dei buoni sentimenti.

E Renato aveva anche una passione ed un sogno: lui scriveva, scriveva cose bellissime, fossero esse poesie, racconti o romanzi.

Ecco, il suo sogno era che tutti potessero leggere i suoi scritti, che trovassero nelle sue parole le sue medesime emozioni cosicché lui potesse condividerle.

Del resto è questo il principio delle emozioni: la condivisione.

Quando vediamo un bel film, ascoltiamo una canzone che ci parla al cuore, vediamo un quadro o un monumento che ci colpiscono o andiamo in un luogo dove la natura ci riempie anima e polmoni, ecco, allora vorremmo condividere tutto ciò con le persone che ci stanno a cuore, ma anche se ciò non è possibile, ci rivolgiamo allo sconosciuto che sta guardando il quadro accanto a noi o che è seduto nella nostra fila al cinema: “Bello, vero?”.

Il condividere la bellezza, il non tenere tutto solo per noi è l’essenza delle emozioni e lui, Renato, voleva che tutti leggessero le cose per le quali aveva pianto, aveva riso, si era sentito battere il cuore mentre le scriveva.

Non era una questione economica, non era per denaro che voleva vedere pubblicate le sue opere, ma per poter dire a chi 15550881-Silhouette-uomo-a-torso-nudo-che-lavora-su-un-computer-portatile-seduto-sul-davanzale-della-finestra-Archivio-Fotograficoleggeva le sue parole: “Belle, vero?”.

Ma gli editori non pubblicano libri per elargire emozioni: loro vogliono solo il guadagno, venga esso dai lettori o dagli stessi scrittori ed allora chiedono contributi, soldi, tanti soldi che Renato non aveva, oppure pubblicano cose mediocri del famoso calciatore, della donna chiacchierata, del noto politico, del giornalista che tutti vedono in televisione perché si impone ogniqualvolta che accade qualcosa fuori dall’ordinario.

Renato,  però, nonostante i rifiuti o i silenzi di quelli che sperava lo pubblicassero, continuava a scrivere per sé, per i pochi amici o colleghi che erano disposti a leggere i suoi scritti, non si sa se per piacere o per dovere, per compiacerlo.

Spesso gli sembrava di parlare ai sordi, mostrare ai ciechi, dialogare coi muti, ma questo è naturale, perché le emozioni non sono uguali per tutti, però le sue colpivano, comunque, la maggior parte dei lettori.

Quando lui aveva quindici anni aveva cominciato a scrivere poesie e racconti, ma allora non esistevano i computer, a quel tempo si scriveva a mano.

Poi, ad un compleanno, il padre gli aveva regalato una macchina per scrivere portatile, anche se in quel modo occorreva sempre correggere con la gomma o con le cartine correttrici.

Quindi venne la sua maturità, anche quella artistica, perché l’età porta tante cose negative, ma anche qualcuna positiva e lui continuò a scrivere, ma cose ben diverse da quelle dei suoi perduti quindici anni.

E infine vennero i computer, con la possibilità di correggere sullo schermo, anzi col computer stesso che, a volte, ti impone correzioni se a lui non piace come hai scritto una parola.

E col computer non devi andare a controllare grafie di nomi o parole su dizionari ed enciclopedie, perché questi li trovi su internet, basta un collegamento.

Solo che Renato, precario, saltuariamente impiegato, saltuariamente pagato, non poteva permettersi un abbonamento ad internet, ma aveva scoperto che tenendo il computer sul davanzale della finestra o su uno sgabello sul balcone, poteva “rubare” delle connessioni a chi non proteggeva le proprie.

Non era, forse, proprio legale, ma non danneggiava gli utenti e riguardo alle compagnie telefoniche non sarebbero certo fallite a causa sua.

126574Spesso, d’inverno, con le finestre chiuse, la connessione andava e veniva, a volte spariva per giorni, ma lui poteva comunque scrivere e, semmai, avrebbe controllato come andava scritta una parola inusuale più tardi, il giorno dopo.

Per scrivere non è indispensabile internet: lo è, però, per mantenere i contatti, cosicché quotidianamente aspettava sulla sua e-mail risposte da editori che non avevano nessuna intenzione neppure di scomodarsi per rifiutare i suoi scritti.

Già, le cose che scriveva piacevano a tutti, basta che non ci fosse da pagare.

Una volta aveva provato a far stampare in tipografia un libro di racconti a sue spese: cento copie di cui ne aveva vendute solo una decina, mentre le altre novanta giacevano mestamente in un paio di scatoloni nel suo studio.

Pazienza, erano comunque buone per fare dei regali di Natale.

Ritornando al suo stratagemma per avere una connessione gratuita, come detto, il problema era superare le barriere delle finestre; tutt’altra cosa d’estate dove queste erano aperte, le sue e quelle dell’ignaro donatore e quasi mai veniva a mancare la connessione.

Successe un giorno d’estate, quando Renato stava saltellando fra posta elettronica e social network e si era alzato dallo sgabello un attimo per andare a rispondere al telefono e poi a bere un bicchiere d’acqua che mitigasse la calura: il cielo divenne blu scuro, poi nero, come spesso accade nella stagione più calda quando si prepara un temporale da calura.

Ma questa volta era peggio e il colore del cielo non era nessuno di quelli dell’iride, un misto di grigio violaceo, di nero inchiostro, come un enorme livido che copriva il sole.

Venne buio, ma Renato se ne accorse tardi.

Cominciò un refolo di vento gelido e maligno, poi rinforzò, il cielo si divise in due per quel cono capovolto che roteava su se stesso: era dai tempi di Dorothy, quando la sua casa fu distrutta e lei perse anche le scarpe e i soldi della spesa, che non si pioggia-su-romavedeva un ciclone come quello.

E il computer fu strappato dal cavo elettrico e si trascinò in cielo il mouse e un paio di chiavette.

Renato fece appena in tempo a vedere il suo prezioso computer volare alto, per la sua disperazione e quell’urlo che fu soffocato dall’ululato della tempesta.

Ma fu allora che accadde l’inaspettato: il ciclone strappò dallo schermo e poi dall’hard disk, le sue parole, le sue poesie, i racconti, i romanzi e in breve il cielo fu pieno non di gocce d’acqua, ma di parole che cadevano, che s’infilavano nelle orecchie di chi era stato sorpreso all’aperto, così come in quelle di chi si era chiuso al sicuro della sua casa.

Ed allora tutti dovettero ascoltare, quasi tutti compresero, risero, piansero, si emozionarono fino a sentire il cuore come scoppiare loro nel petto.

Le parole si smontavano e rimontavano, roteavano e, chissà come, tutti seppero che erano le parole di Renato.

Il ciclone passò, ma le parole rimasero ancora per molto, molto tempo e così lui incontrava spesso persone trasognate nell’ascoltare dal cielo racconti di amori, di gioie, di dolori e Renato, allora, poteva dire loro: “Bello, vero?”.

10846632-Parecchie-parole-nel-cielo-che-rappresentano-la-speranza-la-fede-credenza-aspirazione-ispirazione-so-Archivio-Fotografico

 

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Pubblicato da su marzo 19, 2016 in Racconti, Uncategorized

 

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