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NARCISO

11 Feb

NARCISO

“Narciso, per la prima volta, vide se stesso riflesso nell’acqua cheta di uno stagno, s’innamorò della bellezza della propria immagine e fu perduto”

* * *

Narciso

Gabriele aveva tredici anni.
È importante che fossero tredici e non dodici, perché tredici è un’età ben precisa: a dodici, quasi sempre, si è ancora bambini, fisicamente e mentalmente.

A quattordici anni si è già passati in un’altra fase della vita, l’adolescenza ed è cambiato il fisico, i gusti, sono cambiate le idee, ma tredici è la via di passaggio, quella in cui i muscoli si rassodano, comincia il cambiamento puberale, ma non c’è ancora stata la metamorfosi da ninfa ad imago e il tredicenne non è più, ma non è ancora.
Va anche detto che Gabriele in questa breve fase della sua vita era bello: alto, snello, naso piccolo, occhi espressivi, orecchie minute, bocca minuta, ma rossa e carnosa; ciò che gli impediva di piacere alle coetanee, che notoriamente preferiscono ragazzi più grandi di loro, era quell’aria efebica, poco virile, forse, troppo delicata e i suoi capelli biondo – rossicci che sembravano tagliati con una forbice da potatura, così, alla buona, un po’ spettinati, un po’ selvaggi.

hqdefaultCerto che cercare la virilità in un ragazzetto tredicenne è forse un po’ eccessivo, ma i canoni della bellezza e del gusto non sono assoluti, ma soggettivi e quindi ci sta tutto e più di tutto, anche che la sua bellezza passasse inosservata.

Per dodici anni Gabriele si era guardato sia nello specchio grande della camera dei genitori, magari per controllare il proprio abbigliamento, sia in quello, più piccolo, del bagno anche se non lo faceva di certo per pettinarsi quei capelli anarchici, che facevano però parte della sua bellezza, né tantomeno per radersi una barba ancora di là da venire.

Poi, un giorno, chissà per quali vicende della vita, finalmente oltre a guardarsi si vide anche; era a casa da solo, un po’ annoiato come tutti i suoi coetanei dopo una lunga ed estenuante seduta ai videogiochi; girava senza né meta, né scopo per la grande casa in cerca di qualcosa da fare: ci sarebbero stati i compiti scolastici, ma a quelli non ci pensava proprio.

Tredici anni…

Entrò nella camera dei genitori, quella che da sempre chiamavano “la camerona” e vide che l’anta dell’armadio guardaroba, quella che conteneva lo specchio grande era aperta; si avvicinò per richiuderla, ma qualcuno lì dentro lo guardava, qualcuno che vedeva solo adesso, per la prima volta: se stesso.

Vide il suo viso, si studiò gli occhi, spalancati, poi le labbra, facendo varie smorfie, muovendole ripetutamente in dentro e in fuori.

Si vide le orecchie, le gote glabre, rosee, perfette, senza un neo, un brufolo e tutto ciò lo attirò, gli piacque. Dischiuse, quasi con pudore, la bocca, si osservò i denti bianchissimi, simili a grani di riso, perfettamente diritti ed ordinati, poi la lingua rosea, la torse su se stessa e se ne passò la parte inferiore sul labbro superiore: era più o meno così che gli avevano detto che si baciavano i ragazzi e le ragazze; provò un brivido mai provato prima, che gli percorreva il corpo e andava a concentrarsi sul basso ventre.

Si carezzò le gote, sempre con quel movimento quasi autoerotico della lingua, ma voleva di più da quel Gabriele che non 8138907777_e369a572ae_bconosceva ancora, o meglio che solo adesso stava cominciando a conoscere.

Si tolse la felpa e la maglietta e si osservò il tronco, dall’ombelico perfetto, al collo; si soffermò sul rosa antico dei propri capezzoli, li accarezzò, li serrò fra la punta delle dita fino a farsi male, si carezzò tutto il tronco rammaricandosi solamente di non poter ruotare la testa di centottanta gradi per poter fare la stessa cosa con la propria schiena.

Si carezzava, si leccava il labbro e mugolava di piacere, un piacere talmente intenso da fargli male; sentì quella pressione così intensa un po’ più sotto del proprio ombelico e terminò di spogliarsi, fino ad essere completamente nudo, senza neppure più le calze ai piedi.

Il suo sesso pareva una sbarra d’acciaio, d’acciaio in fiamme; alla sua radice comparivano sottili peli biondicci, dello stesso colore dei capelli, ma non ancora così folti e numerosi da corrompere l’armonia di tanta bellezza.

Guardò lo specchio e mormorò: “Ti amo”. Poi non resistette all’eccitazione e il suo basso ventre sembrò spaccarsi, erompere in una eruzione che diede solo un piccolo frutto traslucido che colò lungo la coscia, ma si asciugò ancor prima di arrivare alle ginocchia. Non aveva mai smesso di baciarsi il labbro.

D’improvviso tutto ciò gli parve tremendamente vergognoso, immorale: si era innamorato di un uomo e il peggio era che quell’uomo era lui stesso.

Corse a farsi una doccia, quasi fredda, perché aveva troppe febbri da spegnere, poi pianse di vergogna.

Benczur-narcissusAccadde di nuovo, si trovò in casa da solo: in un attimo fu nudo davanti allo specchio, con quel minimo di brivido di paura, che aumentava l’eccitazione, che la madre potesse rientrare all’improvviso, scoprirlo così, intento a quelle pratiche che l’avrebbero sicuramente perduto.

Stavolta si era procurato uno specchio da toeletta, col manico, e col suo aiuto si esaminò la schiena, le natiche, il segreto che nascondevano.

Si carezzò, si penetrò, si diede di nuovo piacere trattenendosi all’ultimo momento per poi riprendere, in modo da durare il più a lungo possibile.

La vergogna stava sparendo, lasciando il posto solo all’estasi del piacere, dell’amore per quel corpo così bello.

L’aveva sfiorato, ma solo sfiorato, l’idea di farlo con altri coetanei, ma no: nessuno sarebbe stato bello come quel corpo che amava e nessuno degno di possederlo; da quelle prime volte cominciò a chiudere a chiave la porta del bagno, affinché nessun altro della famiglia potesse godere la vista del corpo di colui che amava.

La bellezza, però, l’età efebica che la possiede è un po’ come quegli insetti che nascono alla mattina e muoiono alla sera: dura un attimo, un soffio, effimera, così un giorno scoprì sul suo corpo dei peli più folti, di colore e consistenza diversi, scoprì i primi segni di crescita della barba sul suo volto bambino. Naso e orecchie erano più maschi, adesso, meno minuti ed anche sotto leImmagine 2 ascelle comparivano i primi peli; rimase deluso: dov’era finito il ragazzo bellissimo che aveva tanto amato e desiderato? Piano, piano perse interesse a quel corpo che non gli piaceva più perché non era più così perfetto.

Era al primo anno della scuola superiore, le compagne non erano più le bambinette che lo ignoravano; era meno perfetto, ma più maschio e sempre bello, ora lo sorteggiavano, gli lanciavano messaggi subliminali.

Cedette alle loro lusinghe, scoprì il bello di baciare ed accarezzare altri corpi.

La natura aveva fatto il suo corso e a differenza del suo mitologico predecessore, Gabriele non si perse fino a morirne.

 

E non divenne mai un fiore.

fiore

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Pubblicato da su febbraio 11, 2016 in Racconti

 

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