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PICCOLI SUICIDI QUOTIDIANI

08 Gen

PICCOLI SUICIDI QUOTIDIANI

Quando Ettore prese il diploma di terza superiore disse: “Meno male è finita, non entrerò mai più in una scuola!”.
Si sbagliava.
Cercò lavoro, lo trovò nel suo campo, quello per cui si era diplomato, ma si accorse che quel tipo d’impiego non faceva per lui, così riprese a studiare.
Un altro diploma, più avanzato, un altro lavoro: stessa storia.
università-laureaAllora l’università e poi, a metà di questa, pur di fare qualche soldo che a un giovane non bastano mai, le prime supplenze per le quali aveva fatto domanda pro forma, quasi per scherzo, ma lo avevano chiamato.
Volente o nolente era rientrato nella scuola, però non era poi così male, anzi gli piaceva, ma intanto gli anni passavano, il lavoro ritardava la laurea e così quando questa arrivò, tutto era oramai cambiato; le supplenze da studente erano cessate di colpo, il lavoro d’insegnante non era più così facilmente raggiungibile; concorsi quasi impossibili da superare: troppi partecipanti e troppo pochi posti, poi corsi abilitanti inutili e carissimi, a numero chiuso, obblighi di frequenza. E gli anni passavano.

Ettore riprese a insegnare sì, ma di anno in anno, nove mesi su dodici, se andava bene, senza scatti d’anzianità, assistendo alla metamorfosi in negativo della scuola.

Fra il primo ciclo di supplenze, quelle prima di laurearsi e quelle dopo la laurea erano passati una decina d’anni e quando rientrò in un edificio scolastico, con la stessa palpitante emozione della prima volta, trovò un’istituzione profondamente cambiata, ma il peggio doveva ancora venire.

Certo, le prime volte, da studente, era così giovane… molto vicino ai suoi alunni, se non altro come mentalità.
Il sabato portava in piscina i più disastrati, come Loris, che aveva entrambi i genitori in prigione e viveva con una zia e poi la domenica andava a giocare a ping pong all’oratorio vicino alla sua prima scuola con altri alunni, talora con qualche padre di images3questi.

Ovviamente, forse come quasi tutti, alle sue prime esperienze d’insegnamento si credeva Dio in terra, salvo accorgersi l’anno seguente che il suo percorso dell’anno prima era stato ingenuo, semplicistico ed allora anno dopo anno si migliorava, fino a scoprire che ci si migliora sempre e in ogni campo lavorativo, fino all’ultimo giorno di lavoro ed anche allora si è arrivati ad una percentuale molto bassa del sapere professionale

Aveva fatto le sue prime esperienze in scuole, se non “di frontiera”, almeno di periferia; molti ragazzi avevano problemi, non solo Loris, altri venivano da famiglie complicate, distrutte, allargate, da case modeste, portavano i loro problemi a scuola, eppure a guardare dopo venti anni quelle che erano le classi difficili di allora gli sarebbero parse un paradiso.

Troppa burocrazia e poco tempo per contribuire alla crescita intellettiva, ma anche emotiva e morale degli alunni.

Troppe interferenze di genitori con la coscienza sporca, padri e madri che vedevano i figli, se va bene, alle otto di sera, a cena, poi ognuno nella propria stanza, con la propria televisione, il proprio computer ed allora tutto era affidato agli insegnanti, salvo poi lamentarsi di come questi lavoravano, pretendendo d’insegnare ad altri un lavoro che non conoscevano.

Bisognava sempre viaggiare coi piedi di piombo, non accennare alla politica, alla religione, per non parlare del sesso; se si images5restava da soli con un alunno in classe, occorreva sempre tenere la porta aperta, a scanso di equivoci, maldicenze e sospetti, se non addirittura di false accuse.

Non era solo Ettore a sentirsi frustrato, demotivato, depresso: vedeva anche i suoi colleghi spegnersi, perdere l’entusiasmo e la voglia di educare, il lavoro più bello ed importante del mondo.

Quella degli insegnanti era una popolazione sempre più vecchia, disillusa, maltrattata, sottopagata e, soprattutto, sottostimata.

Dove erano i vecchi maestri e maestre, quelli che insegnavano fino ad età incredibili, quelli che avevano educato ed amato intere generazioni, interi paesi di alunni e che erano rimasti nel cuore e nel bagaglio educativo di questi? I giovani erano scoraggiati, chi arrivava all’insegnamento lo faceva solo come ultima spiaggia.

Quando Ettore si accorse che non amava più insegnare, si sentì come se avesse perso l’amore per una donna, per una compagna di vita.

Non solo: un tempo, forse perché era più giovane, amava i suoi alunni, li amava tutti come figli, fratelli, amici, con molti era rimasto in contatto per anni, ora li rispettava, cercava di dare loro il meglio, ma non riusciva più ad amarli, forse perché questi non sapevano più cos’era l’amore di un adulto, visto che spesso era solo un fornire loro beni materiali al posto dell’attenzione che cercavano: una popolazione di zombi materialisti ed atarassici.

Con gli anni, insieme alla disillusione, al disamore, vennero gli acciacchi; non è escluso che le cose fossero legate: scuola-tagli-insegnanti-aiutoipertensione, insonnia, agitazione, emicranie.

Se ogni giorno l’idea di affrontare alunni, genitori insofferenti, dirigenti burocrati, commesse arroganti, colleghe inacidite era una pena, un piccolo suicidio, un po’ morire, la soluzione non era difficile: quando si sta male si resta a casa, si telefona a scuola, le bidelle sbuffano ma poi dividono la classe, visto che non ci sono soldi per le supplenze; sì, un bel giorno di malattia, di riposo, e ci si rinvigorisce, si recuperano un po’ di forze, se non di voglia.

Un tempo Ettore arrivato al sabato sera si rammaricava che ci volesse un altro giorno per ritornare a scuola: ora, invece, anche le vacanze di Natale o di Pasqua, parevano troppo brevi.

Ecco, sì, un bel giorno di malattia! Ma, accidenti, c’era da dare agli alunni gli argomenti per la verifica: ecco, forse l’indomani… l’indomani no perché c’era un consiglio di classe; la prossima settimana, forse, ma c’era il programma da finire, la verifica da fare, da correggere, da discutere e rispiegare. E poi c’erano gli scrutini, le pagelle da dare, l’uscita al museo, a teatro, alle aziende. Il mese prossimo, magari… ma si avvicinava l’esame.

La febbre, ma bisogna andare, perché quando si è responsabili non si può scantonare, e allora sciarpa, cappello di lana e si va con la febbre e due aspirine in corpo; la vita si accorcia, il fisico ne risente, si muore un poco giorno per giorno, ma finirà anche la vita lavorativa, prima o poi.

scuola21Ettore aveva messo insieme un quadernone di appunti di regole e curiosità, di didattica innovativa, la sua, che aggiornava di continuo.

Trovò delle cose nuove, si accinse a riportarle sul computer, stamparle ed aggiornare il suo quaderno, poi pensò che presto non avrebbe avuto bisogno più di tutto ciò ed allora lasciò perdere e continuò a morire, a suicidarsi un poco ogni giorno travolto da un ideale obsoleto e oramai inutile; premette il tasto “cancella” sul computer e tutto sparì, con i suoi ideali, quelli di tutta una vita, con quel morire un poco ogni giorno, quei piccoli suicidi quotidiani.

 

Presto, comunque, tutto ciò non sarebbe stato più un suo problema.

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Pubblicato da su gennaio 8, 2016 in Racconti

 

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