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LEGGENDE METROPOLITANE

26 Dic

LEGGENDE METROPOLITANE

Carmine era un piccolo balordo di periferia, della periferia milanese degradata, quella senza servizi, senza un cinema, un locale di ritrovo per i giovani.

Carmine era cresciuto senza arte né parte, la scuola abbandonata troppo presto, dopo la licenza media ottenuta facendo ciascun anno due volte.

ladroDi lavorare neanche a parlarne, e poi era troppo noto in quartiere perché qualcuno si fidasse di lui per qualsivoglia lavoro.

Così Carmine vivacchiava di piccoli furti: portafogli sull’autobus affollato della mattina, nell’orario in cui la gente va al lavoro, un paio d’appartamenti dove aveva ricavato ben poco, un altro paio di automobili, ma quelle vecchie, senza antifurti sofisticati, roba che ti danno quasi nulla, perché non valgono nemmeno per i pezzi di ricambio.

Ed allora lui sognava il grande colpo, quello della vita, quello che gli avrebbe consentito di vivere di rendita non certo per tutta la vita, ma almeno per un paio d’anni.

Se non fosse andata bene, pazienza: non era la prima volta che finiva in galera e non ci si stava tanto male là dentro: televisione, tre pasti caldi e poi aveva ancora tanti amici là dentro: l’avrebbe mantenuto lo Stato e senza bisogno di lavorare.

Lui in quel quartiere c’era nato, ne conosceva i segreti, tutti: da piccolo andava a giocare con glia mici nei posti più impensati, talora qualcuno portava un giornale di quelli spinti e dove andavano loro nessuno li avrebbe sorpresi a guardarlo.

Soprattutto era affascinato dalla fognatura: certo l’odore là sotto non era buono, ma gli sembrava di essere un esploratore, un cercatore di tesori e allora non si può fare troppo gli schizzinosi quando si è alla ricerca di un favoloso carico d’oro.

Poi l’oro arrivò veramente: c’erano stati lavori di mesi in un vecchio capannone e lui, con noncuranza, aveva osservato tutto e aveva notato che blindavano i muri, il che voleva dire che ci sarebbe stato qualcosa da difendere là dentro.

Poi i lavori finirono e arrivarono delle persone a lavorare: entravano la mattina, uscivano la sera e davanti alla porta c’erano due vigilanti in divisa ed uno, uno solo, anche la notte.

Insegne non ce n’erano, ma correva voce che quello fosse un laboratorio dove lavoravano oro e preziosi, ma era una voce di imagesquartiere, forse una leggenda metropolitana: chili e chili d’oro lì, nel loro quartiere!

Ma lui ci volle credere, s’informò, spiò da lontano col binocolo che era stato di suo nonno, alpino e alpinista.

Effettivamente quando arrivavano i furgoni erano sempre scortati da guardie giurate e anche quando portavano via, evidentemente, il lavorato, erano sempre furgoni blindati scortati: forse non era solo una leggenda…

Studiò il colpo per mesi: aveva ancora tutte le mappe tracciate con grafia incerta da bambino, ma precise delle fogne che passavano proprio sotto il capannone, anzi l’ex capannone, ora la risoluzione di tutti i suoi problemi.

Tante volte era arrivato coi suoi amici e i loro giornaletti sporchi al capannone abbandonato passando dalle fogne ed era probabile che quel passaggio che arrivava in un gabinetto del piano di sotto non lo avessero scoperto, né blindato durante i lavori, perché poteva passare inosservato; probabilmente avevano cambiato i sanitari, ma senza curarsi di cosa c’era sotto; in fondo è normale che sotto un cesso ci sia una fognatura.

indexCarmine decise che avrebbe fatto tutto da solo, così non doveva dividere con nessuno.

Senza dare nell’occhio si procurò pezzo dopo pezzo tutta l’attrezzatura e, perché non si sa mai, anche una pistola.

Quando fu pronto s’inoltrò là sotto, con sulla fronte una torcia elettrica di quelle da speleologi, uno zaino grande e robusto sulle spalle dove mettere il bottino e che, al momento, conteneva tutto di ciò che gli serviva e che poi avrebbe lasciato là sotto per

avere più spazio e più peso da portare.

Non aveva dimenticato neppure i guanti: mai lasciare impronte.

C’era un caldo dannato e la puzza… beh, meglio non pensarci e pensare a quando sarebbe stato lontano, magari in Sud America col suo bottino.

Seguendo la sua mappa arrivò sotto il bagno, quella era la parte peggiore: mise la mantella impermeabile, smontò il tubo che gli scaricò addosso acqua e non solo… e poi s’issò fin sopra con una corda con uncini.

Dentro era dentro, ora la lancia termica per aprire il caveau; ce l’aveva quasi fatta, ma non aveva considerato l’impianto antifurto collegato alla stanza della guardia giurata e quando quello arrivò giù con la pistola spianata non ebbe altra alternativa che

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sparargli: non era omicidio, in fondo, solo legittima difesa.

Aveva ancora oltre un giorno, aprì il locale: era davvero pieno di lingotti, ma non quelli che si vedono nei film, quello da dieci chili e oltre ognuno, ma quei bei lingottini così leggeri e maneggevoli e così facili da smerciare.
Riempì lo zaino e lasciò tutto il resto mantella, lancia termica, da ultimo la corda con uncino, che gli servì per ridiscendere nella fognatura: ci sarebbe solo mancato di rompersi una gamba saltando giù! Rifece tutta la strada a ritroso, ora c’era solo da risalire la scaletta metallica attaccata al muro e sarebbe stato fuori, libero e ricco.

Ce l’aveva fatta… quasi; era ai piedi dalla scala di ferro che l’avrebbe portato in superficie ricco. Sentì qualcosa afferrarlo alla caviglia; dapprima pensò al vigilante ferito: ma non era morto? ma quella che lo stringeva non era una mano, era qualcos’altro, fogna-300x225qualcosa troppo grande per essere un ratto di fogna che lo addentava e faceva anche male, un male cane, ma non durò molto, poi non sentì più niente…

* * *

Matteo aveva dodici anni e un amore spropositato per gli animali, tutti gli animali, ma soprattutto era affascinato dai rettili.

Aveva risparmiato per mesi sulla sua paghetta, ma ce l’aveva fatta: anche se la cosa non era legale, aveva trovato il canale giusto ed ora si stava portando a casa la sua vaschetta col cucciolo.

Gli avevano detto che era un coccodrillo, ma avevano sbagliato: lui lo sapeva perché l’aveva visto sulla enciclopedia degli animali e quello lì col muso squadrato era un alligatore, non un coccodrillo.

“Mamma, mamma, guarda che bello! È il mio cucciolo, si chiama Wally!”.

Era così contento, così orgoglioso… “ma sei matto a portare a casa quella bestiaccia? Ah, io non ne voglio sapere niente, ma

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vedrai tuo padre stasera quando torna quante te ne darà!”.

Ed il padre tornò: non lo picchiò, ma gli fece una sfuriata: “…e poi quando andremo in vacanza, cosa diciamo all’albergo: scusi voi accettate anche i coccodrilli?”; “Alligatore”, disse timidamente Matteo e stavolta il ceffone arrivò con precisione chirurgica “e poi non ci pensi che questo può diventate lungo dieci metri?”.

Matteo avrebbe voluto dirgli che erano solo cinque, ma un ceffone era abbastanza; poi il padre prese Wally per la coda, lo buttò nel water e tirò la catena dello sciacquone.

Se il bambino non aveva pianto per lo schiaffo, lo fece quando vide il suo animaletto sparire nel vortice dell’acqua della tazza; va beh, conosceva comunque uno che aveva da vendere un Boa constrictor: quello era anche meglio dell’alligatore, quello poteva portarselo in giro al collo, fare il figo coi compagni, magari portarlo anche a scuola e far spaventare la bidella.

* * *

C’è una leggenda metropolitana che racconta di rettili: coccodrilli, alligatori, serpenti, gettati nelle fogne e qui adattatisi, mangiando topi, a volte divorando gli addetti alla manutenzione, ma per prima cosa si parla solo delle fogne di New York, e poi è solo una leggenda, di sicuro non può essere vero.

Ma ne siamo sicuri?

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Pubblicato da su dicembre 26, 2015 in Racconti

 

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