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LA STANZA IN FONDO AL CORRIDOIO

19 Nov

LA STANZA IN FONDO AL CORRIDOIO

Guglielmo amava la musica, per questo aveva frequentato il conservatorio e si era diplomato, almeno fino ad un certo livello, perché studiare musica non ha quasi mai fine.

La sua carriera di musicista, però, non era mai decollata: anche lì per emergere ci vogliono conoscenze e raccomandazioni; aveva fatto concorsi, domande per le grandi orchestre dove, peraltro, sarebbe stato solo un puntino disperso senza identità, ma le orchestre sono poche, i candidati tanti, buona parte dei quali con parenti musicisti, con amici altolocati e lui era sempre lì, imagesappena dopo quelli scelti, i vincitori dei concorsi.

Suonare non è lasciare qualcosa di scritto, il giudizio è soggettivo degli esaminatori e, pertanto, inappellabile; che ci siano stati favoritismi, pastette, nepotismi non era dimostrabile, quindi nessuna possibilità di ricorsi e così addio ai sogni di una vita fatta di musica.

C’era, come seconda possibilità, l’insegnamento nelle scuole, non certo al conservatorio, visto che lui non era un orchestrale, ma solo un diplomato.

 

Non era ciò che Guglielmo aveva sperato per il suo futuro nella e con la musica, ma bisogna pur campare, anche insegnando a suonare un flauto di plastica a ragazzini che non ne hanno nessuna voglia, che preferiscono i rapper nostrani a Mozart, a Puccini, a Chopin.

Ma anche nella scuola ci sono concorsi da fare, i posti sono pochi, i candidati tanti, ognuno con tante classi, così un solo insegnante copre il fabbisogno, a volte, di un intero istituto.

Insegnamento sì, ma supplenze a tempo determinato, sempre dietro ad altri disillusi dalla musica come lui, gente di cinquanta, a volte sessant’anni che ancora non aveva un lavoro fisso.

Ma bisogna pur campare, come detto, così dava anche lezioni di violino a casa, mal visto dai vicini che poco sopportavano le stecche dei piccoli musicisti che, spesso, di suonare non avevano voglia, che venivano spinti da genitori che sfogavano su di loro i desideri che non avevano potuto realizzare di persona, che sognavano figli musicisti da esibire ad amiche ed amici.

La maggior parte degli alunni privati di Guglielmo avrebbe smesso di studiare strumento non appena avesse raggiunto l’età per potersi ribellare alle imposizioni familiari.

Poi, un giorno, Guglielmo trovò l’amore nella sua vita grigia: Carolina.
I primi tempi fu tutto rose e fiori e musica, lei amava la musica, era affascinata dal potere che aveva Guglielmo di eseguirle all’istante qualsiasi pezzo, romanza, almeno fintanto che i vicini non bussavano alle pareti di casa.

Furono anni, se non proprio felici, almeno sereni.

Poi, però, tramontato l’entusiasmo e la passione, sorsero i problemi; Carolina amava sì la musica, ma anche la bella vita, lo shopping, i ristoranti, le serate a teatro, ai concerti, preferibilmente rock, tutte cose inconciliabili con lo stipendio di un precario, pur leggermente migliorato dalle lezioni private.

Lei non lavorava, non lo aveva mai fatto e non aveva intenzione di rischiare le sue belle unghie in un lavoro manuale.

Cominciarono i dissapori e la parola che girava più spesso in casa loro era “fallito”.

Già, la casa, l’unica cosa buona che Guglielmo aveva, l’unico suo punto stabile di riferimento, una grande casa ereditata dai genitori che adesso non c’erano più.

La casa era dunque grande, fresca d’estate, calda d’inverno, scura, perché alcune stanze non venivano usate ed avevano sempre le persiane chiuse.

C’era un lungo corridoio, perfettamente diritto, con porte su entrambi i lati; subito all’inizio, c’era un grande salone sulla destra,casa-vecchia-p-2-corridoio ricavato da due stanze, con una finestra e una porta finestra che dava su un terrazzo un tempo fiorito, ora deposito di vasi di terracotta vuoti.

Poi c’era uno studio, due camere e, in fondo, proprio di fronte alla porta d’ingresso, un ripostiglio stracolmo: Guglielmo era una di quelle persone che non buttavano via nulla, legato al passato ed alle cose di questo ed anche ciò era motivo di discussione con Carolina, la donna che aveva sposato forse mille anni prima, ma che lui ancora amava: lui, lui solo, lei non aveva più alcun interesse al matrimonio con un mediocre incapace di darle la vita che lei voleva ed allora quel tipo di uomo lo trovò altrove.

La casa, la casa continuava sull’altro lato, quello alla sinistra dell’ingresso: un piccolo disimpegno con l’attaccapanni stracolmo di giacche e giubbotti che a Guglielmo, complici gli anni, non andavano più bene, poi la grande cucina – tinello, il bagno, l’unico dell’appartamento, e poi altre due camere; l’ultima in fondo al corridoio era la camera matrimoniale, il cuore di una casa, di una famiglia.

La casa era arredata con mobili vecchi, non vintage, ma mobili dei primi del novecento, ereditati anch’essi dai genitori di Guglielmo e prima ancora dai genitori dei genitori, mobili scuri, pesanti, polverosi, quei tipi di mobili che avevano sempre odore di vecchio, di libri vecchi, di legno vecchio, di escrementi di tarli. Un po’ tutta la casa aveva quell’odore di vecchio, di tempo passato, di tappezzerie un tempo preziose, ora scure e polverose.

E tutta la casa era sempre buia, tranne il salone all’ingresso, dove Guglielmo riceveva i suoi alunni.

L’ultima allieva in ordine di tempo era una bambina minuta, Elisabetta, molto dotata e portata per la musica, probabilmente, in prospettiva, perfino più del suo maestro; dopo la prima lezione, la sera a cena padre e madre le chiesero come fosse andata questa: c’è sempre anche un poco d’apprensione da parte dei genitori a lasciare una bambina di dodici anni sola in casa di un uomo adulto.

Già sola, perché di Carolina in quella casa non c’era più traccia; Guglielmo non aveva detto nulla ai vicini, ma loro l’avevano vista spesso salire sulla Mercedes scura con quell’uomo che subito, senza neppure allontanarsi, la baciava, ed allora avevano capito 73che lei non c’era più, che vi era rimasto quell’uomo grigio e chiuso come le finestre della loro casa, che probabilmente lei se n’era andata con quello della Mercedes per avere una vita più brillante.

Quando dopo la prima lezione fu chiesto alla bambina come fosse andata, “C’è uno strano odore” aveva risposto Elisabetta ai genitori, alzando le spalle.

Già, c’era quell’odore di chiuso, di finestre mai aperte, di libri e mobili vecchi, appena coperto, ma forse peggiorato, dall’odore di pino del liquido lavapavimenti che lui stesso usava, visto che le faccende domestiche le faceva di persona, soprattutto ora che Carolina non c’era più (non che lei avesse mai fatto qualcosa in casa: era una questione di unghie laccate), e c’era insieme anche l’odore del deodorante alla lavanda che Guglielmo spruzzava in abbondanza quando arrivavano i suoi allievi a lezione.

Ma c’era anche qualcosa d’altro, un altro cattivo odore di fondo sotto a questi più identificabili

Ora Guglielmo aveva smesso di lavorare nelle scuole, da tempo non lo avevano più chiamato, adesso viveva solo delle sue lezioni di musica.

Non usciva quasi mai, se lo faceva era sempre un po’ trasandato, con un giaccone liso, un cappello che era stato del padre, non aveva neppure più la sua lunga sciarpa bianca di seta, che era l’unica cosa luminosa in una vita scura e grigia; un saluto mormorato fra i denti ai vicini e null’altro.

Adesso anche la donna che faceva le pulizie nel condominio, che spazzava le scale e spolverava i mancorrenti e le porte dell’ascensore si lamentava dell’odore che usciva da quella casa buia: che aprisse un poco le finestre, che si liberasse di un po’ di vecchiume! Ma lui era legato a tutto, ai ricordi, anche a quelli dolorosi.

Guglielmo campava a mala pena con i suoi cinque allievi, ma se le cose non fossero migliorate, se non avesse resa più accogliente quella casa, forse presto il loro numero sarebbe calato; più che campare, sopravviveva, sia economicamente, che moralmente; anche la musica, oramai, era diventata solo una routine, anch’essa un modo di sopravvivere, non più la sua musa, 58715-1la sua filosofia e poesia di vita.

Quando un uomo si lascia andare in quel modo, quando perde la dignità propria e quella del proprio ambiente, è una cosa molto triste, è una vita non vita. Elisabetta era dotata, migliorava, sentirla era una delizia per i genitori, la madre impiegata postale, il padre capitano di pubblica sicurezza.

La ragazzina suonava per i parenti, per gli amici, ma al momento di andare a lezione da Guglielmo s’intristiva: la cosa era palese ed allora il padre e la madre l’affrontarono: “Il tuo maestro di violino si comporta male con te? Ti fa discorsi strani, sconvenienti, ti tocca, ti dà fastidio?” era palese che il sospetto fosse quello, visto che il disagio della figlia superava la voglia d’imparare e progredire.

“No, lui è bravo, gentile, corretto, ma è la sua casa… puzza”. Sì, in effetti quell’odore di vecchio l’aveva sentito anche il padre la prima volta, quando aveva accompagnato la figlia ed aveva preso accordi con Guglielmo per orari e costi, ma non pensava che la figlia fosse così schizzinosa da non voler andare per via di quell’odore: decise di accompagnare

Elisabetta alla prossima lezione per constatare di persona se le condizioni igieniche della casa fossero veramente peggiorate; sapeva che spesso le persone sole si lasciano andare, diventano perfino disposofobiche, conservano, oltre ai ricordi, anche la spazzatura.

item_223972Già dal pianerottolo si sentiva quel misto vomitevole di odore di vecchio, di pino, di lavanda e… qualcosa d’altro; entrarono e l’uomo capì subito, in fondo era un poliziotto e quell’odore veramente insopportabile era per lui inconfondibile. Anche Guglielmo capì, capì che era la fine. “Dove?” domandò il capitano, in quel momento più quello che non il padre di Elisabetta che era stata lasciata fuori con la raccomandazione di tornare subito a casa.

 

“La stanza in fondo al corridoio” mormorò rassegnato e a mezza voce l’uomo; nella stanza in fondo, la più buia, quella che era stata la camera matrimoniale, c’era Carolina, o almeno quello che ne restava, con ancora stretta intorno al collo la sciarpa di seta bianca di colui che l’aveva così tanto amata.

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Pubblicato da su novembre 19, 2015 in Racconti

 

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