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LA MAMMA DI GIUSEPPE

08 Nov

LA MAMMA DI GIUSEPPE

La mamma di Giuseppe era come tutte le altre mamme, solo con più apprensioni, più problemi, più dolore.
Aveva avuto il suo unico figlio, Giuseppe, tardi, forse troppo, ma dal momento stesso in cui glielo misero accanto lo amò come solo una madre può amare un figlio, dopo nove mesi di cordone ombelicale, di segreti condivisi da quel legame che un uomo, un incintpadre, non può capire.

La mamma di Giuseppe pensava che da quel momento avrebbe avuto sì tanto lavoro in più, ma anche tanta gioia, e la gioia di avere un figlio ci fu, ma sarebbe anche costata tanto, tanto dolore.

Non le ci volle molto a scoprirlo: il dottore fu chiaro fin da subito: “Signora – le disse con un qualche cosa che gli premeva sul petto, là dove risiedono emozioni che le radiografie non possono mostrare – non ci sono buone notizie: il suo piccolo ha dei problemi, una grave malformazione al cuore”.

La donna sentì qualcosa, un vortice, un gorgo, inghiottirla dall’interno, ma puntò i piedi e resistette: “Ma si può curare, vero?

Magari si può operare un po’ più avanti…”.

“Mi spiace…” le disse il medico a testa bassa e poi reiterò il concetto: “Mi spiace…”.

“E… allora? Cosa si può fare?” domandò la neo mamma che non si voleva arrendere.

“”Aspettare…” rispose il pediatra.

“Aspettare che migliori?”.

“Aspettare”, disse l’uomo e poi lasciò la stanza perché, malgrado tanti anni di professionalità, non reggeva comunque quello strazio: dire a una madre che prima o poi perderà suo figlio.

E lei cominciò l’attesa, ma negandolo a se stessa, fingendo che tutto fosse normale, perché una madre non si arrende, non lo fa mai.

Si arrese invece, dopo pochi anni, il marito, si arrese a un infarto definitivo e letale, lui che non fumava, non bevevo, non era soprappeso, ma lei trovò in quel figlio malato da salvare la forza di resistere a quell’ondata letale che l’oceano della vita le avevacardio rovesciato addosso.

Quando Giuseppe, una meraviglia di bambino biondo con occhini blu scuro e lineamenti delicati tanto quanto la sua salute, con un fisico esile come il filo che lo reggeva, fu un poco più grande, verso i cinque anni, la sua mamma impegnò anni di risparmi per portarlo dai migliori specialisti, perché era sicura che qualcuno lo avrebbe curato, lo avrebbe guarito.

Ma la risposta era sempre la stessa: “Si può solo aspettare…”.

“Magari un trapianto? – azzardò lei, propose speranzosa – un trapianto si può tentare”.

“Non reggerebbe: le sue arterie sono carta velina: impossibile suturarle, si può solo aspettare…”.

Ma nessuno aveva il coraggio di dire cosa occorreva aspettare e lei non chiedeva, perché sapeva, aveva capito come solo una madre può capire.

Che Giuseppe fosse arrivato alla scuola elementare era già un miracolo, in barba a tutti i medici che non avrebbero scommesso un soldo che sarebbe arrivato all’anno di vita.

E la mamma di Giuseppe pregava, pregava che la vita di suo figlio avesse la qualità, se non la quantità, di tutte le vite, che potesse arrivare a provare il sapore di un bacio sulle labbra, di un corpo caldo stretto al suo, della pelle di una donna, oppure mammaanche di un uomo, contro la sua pelle, che importanza poteva avere la sua scelta, purché fosse felice, purché vivesse appieno ogni minuto, ogni fase della vita che gli sarebbe stata concessa.

Certo, qualche precauzione avrebbe dovuto adottarla per prolungare il più possibile quel respiro concessogli, avrebbe dovuto stare attento ai cibi, agli sforzi troppo intensi, al fumo quando sarebbe arrivata l’età di provare ad essere pari ai coetanei, ma chiuderlo sotto una campana di vetro, quello mai! Giuseppe era un bambino, poi sarebbe stato un ragazzo, a Dio piacendo, ma mai una pianta d’appartamento, mai un bambino da tenere in casa fermo seduto in poltrona, per prolungare una vita che a quel punto sarebbe stata senza qualità.

Certo che era dura, per lei che sapeva, aspettare, quell’attesa sempre in agguato.

Giuseppe sapeva qualcosa della propria condizione, ma non tutto: si può dire ad un bambino che forse non arriverà mai a guidare un’automobile, a sposarsi, a procreare dei figli, magari malati come lui? Giuseppe sapeva che doveva fare attenzione a quello che faceva, ma non molto di più.

Venne dunque, miracolosamente, l’età della scuola: la prima elementare, con l’emozione e la novità del primo giorno di scuola, poi la seconda, la terza che lo faceva sentire già fra i “grandi” dell’istituto che frequentava.

Nel frattempo continuavano le visite, regolari, implacabili, coi medici quasi seccati che lui fosse ancora vivo in barba alle loro visite_angiologiche_firenze_20diagnosi più ottimistiche.

“È un miracolo – dicevano – nel suo stato ogni giorno passato e futuro è un giorno guadagnato, ma non bisogna farsi troppe illusioni: crescendo aumenterà la pressione, i suoi vasi sanguigni cresceranno, il cuore s’ingrosserà, crescerà il rischio; accettiamo ciò che ci è dato e aspettiamo, solo quello occorre fare, aspettare…”.

Quanto erano crude quelle parole! ma un medico deve essere realistico, non può mentire, dare false speranze.

I controlli si ripetevano, anzi diventavano più frequenti con la crescita e lo sviluppo e costavano, costavano denaro, sacrifici che la madre doveva affrontare da sola, ma era il suo solo scopo, la sua sola ragione di vita, altrimenti perché e per chi vivere, se non per quell’unico figlio, per quel solo grande amore rimastole?

indexErano volati troppo, troppo veloci quegli anni e la donna temeva che sarebbero volati anche quelli a venire.

Ah se avesse potuto fermare il tempo indefinitamente, come in una favola, rallentare ogni istante così da poter godere il più a lungo possibile di quella meravigliosa creatura!

Ma era un sogno, la sua esistenza doveva trascorrere il più possibile normale, con tempi normali.

Vennero gli otto anni, i nove, Giuseppe andava a scuola da solo, perché così aveva chiesto e perché così era giusto, ma la madre lo guardava, di nascosto, dalla finestra fino a che spariva alla sua vista e poi, a mezzogiorno, si affacciava, si sporgeva per vederlo arrivare e lui arrivava sempre di corsa, rosso, affannato e lei gli gridava: “Giuseppe, non correre, non devi, vai piano” , ma sapeva che non si può fermare la primavera quando avanza, e allora rideva, a vederlo correre felice e allo stesso tempo piangeva per ciò che sarebbe stato e aspettava…

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Pubblicato da su novembre 8, 2015 in Racconti

 

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