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LA TORRE

28 Ott

LA TORRE (IL DILEMMA)

Giorgio, come succede a tutti, del resto, prima o poi nella vita, aveva delle persone che gli avevano fatto del male, ma due in particolare.

Li odiava; Dino, gli aveva portato via il primo ed unico amore della sua vita: non solo, ma poco dopo che lei se n’era andata con imageslui avevano avuto un incidente d’auto, dovuto al fatto che quello guidava ubriaco e lei non ce l’aveva fatta, mentre lui niente, neppure un graffio.

Lo odiava, lo voleva vedere morto.

L’altro, Mario, gli aveva fatto perdere il lavoro e, con quello, la casa, il frutto dei sacrifici di anni, un bell’appartamento ed ora viveva a stento in un sordido monolocale in affitto: anche questo avrebbe voluto vedere morto.

Non è un bel sentimento l’odio, non è bello augurare il male o la morte ad alcuno, ma del male che lui aveva subito a qualcuno importava? Quei due avevano forse qualche rimorso?

No, e allora perché avrebbe dovuto essere lui, la vittima, ad avere degli scrupoli di coscienza?

Quante volte, di notte, nei giorni più neri aveva pensato, prima di addormentarsi, a quei due che morivano, magari a lui che li uccideva in modi atroci, perché sarebbe stato troppo comodo per loro avere una bella morte veloce, un colpo di pistola alla testa: pochi istanti ed è tutto finito.

No, prima di morire dovevano accorgersi di farlo, dovevano sapere il perché morivano, dovevano soffrire pene atroci come aveva sofferto lui, dovevano pentirsi non solo di ciò che avevano fatto, ma anche di aver mai calcato questa terra.

Se il sonno veniva senza dargli il tempo di sfogare nella fantasia la rovina che era stata la sua vita, spesso sognava, sognava di essere un giustiziere mascherato, come quello di un videogioco dei tempi della sua giovinezza inconsapevole di quanto sarebbe P1140366accaduto di lì a pochi anni, un giustiziere vestito un po’ come un antico samurai, con una lunga veste di cuoio e borchie e una maschera che dietro la porta del suo studio di giudice (ma Giorgio non era un giudice, solo uno che si adattava ai lavori più umili

pur di campare) nascondeva una sala di terribili quanto raffinate torture.
Ecco, l’ideale sarebbe stata per loro una morte che durasse tutta la vita.

Quella, però, era l’incoerenza dei sogni.

Se già l’uomo viveva male le sua quotidianità, il rodersi di quell’odio implacabile non gliela rendeva certo più facile, non era consolatorio.

Lui sognava le peggior cose per i suoi due nemici ed invece loro continuavano ad avere una vita fortunata ed agiata: crudeltà ed ingiustizia degli dei, sì, perché oltretutto lui quei due li aveva continuamente sott’occhio, li incontrava ogni giorno, lo salutavano sorridendo, perfino.

Poi successe, nessuno saprebbe dire perché, né percome; dapprima Giorgio pensò ad uno di suoi sogni – a volte questi sono così vividi da sembrare reali – ma poi dovette ammettere con se stesso che, invece, ciò che si apprestava a vivere, per quanto incredibile, non era un sogno, ma un’inspiegabile realtà e come tale andava presa ed accettata.

* * *

Era tutto organizzato come in un film, sì, quel film dell’orrore, anzi la serie, perché ne avevano fatti sette o otto, quello del malato terminale che decide di punire i malvagi o coloro che non apprezzano abbastanza la loro vita, sottoponendoli a prove che quasi sempre si concludono con la morte dei suoi prescelti.

Non ricordava il titolo, né il nome di quel personaggio, ma ricordava i suoi complicati macchinari e marchingegni studiati per sognarinfliggere dolori e morti atroci; ricordava come appariva nei filmati che istruivano le sue vittime su quale fosse l’unica via di fuga e quale il prezzo da pagare: lui appariva come un burattino dalle gote disegnate a spirali, che si muoveva su di un triciclo da bambino.

E adesso toccava a Giorgio e a quegli altri due, i suoi grandi nemici, sperimentare nella realtà quella che era stata la finzione cinematografica.

Le colpe dei suoi nemici erano state quello che sappiamo: avergli rubato l’amore e l’esistenza, mentre la sua era di non essersi adattato, di non aver ricominciato una vita accettabile, troppo compreso nel proprio odio.

Si trovavano tutti e tre su di una torre altissima, tanto da non vedere il terreno in basso da lassù, una torre più alta del più alto grattacielo mai costruito dall’uomo ed ognuno di loro era chiuso in una piccola gabbia dove si poteva solo stare seduti e le gabbie erano appese esternamente alla torre, come in certe raffigurazioni medievali, con sotto di se il baratro infinito.

Chi aveva costruito la torre? Chi li aveva messi lassù? Era forse un nuovo sequel dalla saga del burattino sadico, oppure era stato Dio in persona, stanco delle sue imprecazioni al suo indirizzo?

Non c’erano televisori con immagini registrate, neppure in diretta, solo un foglio arrotolato appeso alle sbarre della sua gabbia, della gabbia di Giorgio: le istruzioni del gioco mortale: “Alle tue spalle troverai tre leve: quella al centro è quella che corrisponde alla tua gabbia, le altre sono per i tuoi nemici e coincidono con la loro disposizione rispetto a te.

Se tirerai una delle leve, la persona a cui questa corrisponde precipiterà nel vuoto e morirà, mentre le altre due gabbie saranno torre-medioevale-sudestissate sulla torre e si apriranno dando modo ai loro occupanti di uscire indenni.

Uno muore, due vivono e sarai tu a decidere. Chi odi di più? Chi ti ha portato via per sempre l’amore o chi ti ha costretto ad una vita di stenti? Oppure puoi scegliere di morire tu e liberarti dal tuo odio e dalla tua sofferenza. Nelle gabbie avete acqua e cibo per due settimane: entro tale data dovrai decidere oppure morirete tutti di fame e di sete. Ricorda: uno muore, due vivono, oppure muoiono tutti”. Ovviamente non c’era una firma.

Il “gioco”, se così si può chiamare, non era neppure così originale, l’aveva fatto anche lui tante volte alle feste con gli amici, quando ancora aveva amici, quando ancora aveva voglia di feste, era il gioco della torre, appunto: “Sei su una torre con due persone e ne puoi buttare una sola di sotto: chi butti?”

E secondo il gioco seguivano due personaggi dello spettacolo, oppure due uomini politici o due personaggi storici.
Nella versione più sadica erano due amici del’interrogato, che era obbligato a rispondere giocandosi così un’amicizia, ma questo non era un gioco, era realtà.

All’inizio pareva l’avverarsi dei suoi sogni: liberarsi di almeno uno dei suoi nemici che nel frattempo viveva nel terrore, sì, ma quale? Chi gli aveva fatto più male, come diceva il foglio delle istruzioni? E sarebbe poi riuscito a convivere con quel peso e a condividendolo con una persona che odiava? Non era meglio tirare la propria leva e farla finita una volta per tutte?

Per intanto la sua vendetta iniziò col leggere le “istruzioni per l’uso” ai due compagni di prigionia, tanto per infondere loro allo stesso tempo paura e speranza.

Poi incominciarono le suppliche di questi, le scuse, le promesse, le offerte anche di denaro, tanto denaro; certo, poteva liberarsi di uno e poi, una volta uscito dalla gabbia, scaraventare giù l’altro, ma così no, non ne sarebbe stato capace, così era omicidio e, se ne fosse stato in grado materialmente e moralmente, lo avrebbe fatto da anni.

Era un dilemma, anzi, il dilemma della vita; a momenti gli pareva di aver deciso in un senso, poi ci ripensava, poi cambiava torbersaglio, ma ci ripensava ancora: guardava di sotto e non aveva il coraggio di essere lui la vittima.

I giorni passavano, le provviste si assottigliavano, le suppliche degli altri due si facevano ora più insistite, ora più flebili e rassegnate; una notte, di nascosto, provò a tirare due leve insieme: niente da fare, così non funzionava.

Il tempo passava e nessuna decisone veniva presa, perché il dilemma non aveva soluzione, semplicemente perché non ce ne poteva essere una.

Chi aveva organizzato il macabro gioco lo sapeva: probabilmente sarebbero morti tutti di fame perché spesso è meglio abbandonarsi all’ineluttabile che non prendere una decisione.

 

Giorco-della-torre_thumb12

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Pubblicato da su ottobre 28, 2015 in Racconti

 

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