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AL LAGO DEI GIGANTI

17 Ott

AL LAGO DEI GIGANTI

Una volta, quando Angelo, detto Lino aveva cominciato a pescare e quando era stato nel pieno della sua attività, si andava sui fiumi, sui laghi”veri” oppure in mare, magari.
Poi, piano, piano, la pesca in acque libere era calata vistosamente: qualcuno dice per colpa dei bracconieri, qualcuno sostiene siano stati i cormorani o i pesci siluro, altri accusano l’inquinamento, forse un po’ di tutto ciò, ma rimane il fatto che non si pescava più come un tempo.

Di fatto fiumi, laghi e mare erano diventati troppo grandi per così poco pesce: rari nantes in pelago vasto, dicevano i romani, rari nuotatori nel vasto mare, anche se in realtà loro parlavano di gorgo, non di mare, ma il concetto è quello ed è lo stesso che si può adattare benissimo alla pesca e ai pesci e quindi, oramai, trovare i banchi di lasche, cavedani, pesci persico in fiumi e laghi o magari boghe e occhiate in mare era diventato raro e ad andare in acque libere si rischiava una serie di cappotti da riempire un guardaroba.

PRUNICCIO2Così si era incrementata la frequenza nei laghetti a pagamento, per lo più vecchie cave di sabbia abbandonate, ripopolate con un alto numero di pesci, da rilasciare poi, rigorosamente, dopo la cattura e per di più con esemplari “over size” per attirare i pescatori col miraggio del “big” della loro vita.

Anche Lino, dunque, dopo alcuni anni di inattività dalla pesca dovuti a svariati motivi, si era messo a frequentare questi laghetti, uno, in particolare: il lago dei frati.

Oltretutto andare su laghi e fiumi, non parliamo poi del mare, per chi abita a Milano era diventata una spesa non indifferente, soprattutto senza qualcuno con cui dividerla: tanto valeva pagare un modesto ingresso in un laghetto privato e, almeno, divertirsi, ma anche andare a un lago a pagamento da Milano non era uno scherzo: il tempo, la spesa e poi quando si va in un posto nuovo ora che si sono imparati i trucchi del mestiere: esche, montature, tecniche, luoghi, ci vuole una vita e allora dai, con i cappotti.

Allora Lino pescava solo d’estate e quasi esclusivamente in quell’unico laghetto che conosceva bene, il lago dei frati, che già aveva visto tanti personaggi alternarsi sulle sue sponde.

Unico neo di questo ed altri laghetti simili è sempre la poca varietà di specie: magari tante catture, ma fatte solo di trote, o carpe, o storioni o poco altro.

Sarebbe bello quando si vede la punta della canna vibrare o il galleggiante affondare non sapere cosa verrà su ( e se verrà…).
Lino aveva iniziato alcuni anni prima con le carpe, fino a stancarsene, poi era passato, sempre nello stesso lago, ma con tecniche diverse, agli storioni, ora stava diventando monotona anche quella pesca, anche perché era quasi arrivato alle massime dimensioni delle prede presenti in quel piccolo specchio d’acqua limpida, quindi gli venivano un po’ meno gli stimoli.

Così volle provare a cambiare, magari non definitivamente, ma almeno provare qualche volta in un altro laghetto simile un po’ più distante, ma si vive una volta sola, non è vero? Conosceva di vista e di fama anche questo lago: acque meno chiare perché non 102_0810alimentate da un flusso continuo d’acqua, ma ossigenate grazie alle pompe azionate a intervalli più o meno regolari dal proprietario.

Anche qui, però, poca varietà di specie: carpe, pochi storioni, un paio di giganteschi tolstolobic non adescabili in quanto mangiatori di plancton e null’altro.

Il fatto è che questo lago esisteva da decenni e quindi le carpe che vi vivevano, almeno quelle ancora vive, erano diventate molto grosse: se non c’erano prede diverse si poteva almeno tentare la cattura della vita, quella da foto, se non sui giornali, almeno sui social network.

Quando Lino arrivò al lago era l’unico pescatore presente e lo sarebbe stato per quasi tutta la giornata; lanciò una canna a fondo e mise l’altra a galleggiante sotto sponda.

Su quella lanciata a fondo nutriva poche speranze: era la storia dei rari nantes… il lago era almeno quattro volte più grande di quello dei frati e sperare di incocciare, lanciando a caso, un branco di pesci o un singolo gigante era una risibile utopia; nonostante ciò prese un piccolo storione intorno ai quattro chili.

Però, poi, null’altro.

Con la montatura a galleggiante vide un po’ più di movimento, ma lì c’erano anche pescetti piccoli che disturbavano e quelli grossi, forti della loro esperienza di anni, erano diffidenti, sarebbero stati necessario ami piccoli, fili sottili, ma questo voleva dire maggiori probabilità di perdere poi il pesce.

Certo c’erano anche fili sottili ma resistentissimi, però troppo cari per le finanze di Lino, così decise di andare per la sua strada: in fondo non è che ci doveva campare coi pesci e la pesca, era solo divertimento e che avesse catturato qualcosa o meno, la sera avrebbe mangiato lo stesso, magari un po’ più arrabbiato.

Oltre allo storione prese solo una carpa di cinque chili: due pesci per un totale di nove chili, deludente: al suo solito laghetto avrebbe probabilmente preso molto di più, ma valeva la pena tentare, probabilmente non sarebbe più ritornato lì.

A pensarci bene il novanta per cento dei pescatori che vanno in acque libere farebbero la firma per prendere in un pomeriggio nove chili di pesce, soprattutto se si tratta di bestie di quattro o cinque chili, ma nel laghi a pagamento è tutta un’altra storia.

Nonostante i buoni propositi, Lino ritornò al lago, chiamato “lago dei giganti”: anche quando aveva iniziato a pescare in quello dei frati le prime volte aveva preso poco o nulla, poi aveva imparato ad osservare gli altri pescatori, a rubare loro i segreti del posto.

Così ritornò; questa volta a una decina di metri da lui c’era un altro pescatore, un tipo curioso, non più giovanissimo, probabilmente oltre i sessanta, con un cappello di paglia a campana in testa, grossi baffoni, sandali con calzettoni al ginocchio, 102_0812ma anche con una signora attrezzatura, di quelle costose, proprio da carpe grosse: poggiacanne con avvisatori acustici, mulinelli con blocco e sblocco rapido della frizione, che avrebbe scoperto dopo si chiamano “runnerbait” e infine un guadino enorme, un sacco di esca non diversa da quella che usava Lino, ma anche un sacco di pastura contenuta in piccoli sacchettini trasparenti.

L’uomo prendeva una carpa dietro l’altra, pur non passando mai i dieci chili a esemplare: signori pesci, ma non proprio i giganti che ci si aspettava di tirare fuori da quelle acque.

E pescava nel pelago vasto… Lino scoprì ben presto che quei sacchettini trasparenti erano idrosolubili, quindi sciogliendosi rilasciavano la pastura proprio intorno all’esca, attirando così i pesci: sempre vasto il pelago, ma un po’ meno rari i pesci.

Lino così si mise in caccia e riuscì a trovare un negozio che vendeva quei magici sacchettini ma, accidenti, erano cari da morire, era sempre una questione di soldi: pescare un intero pomeriggio con quelli avrebbe voluto dire spendere decine di euro solo per il loro acquisto.

Ne acquistò, comunque, una confezione da dieci, tanto per provare e tornò per la terza volta al lago dei giganti.

Anche questa volta era solo: in caso di catture super niente aiuto col suo misero guadino e niente foto, se non al solo pesce (il che non ne faceva capire le dimensioni).

Lanciò subito a fondo, ma aveva messo nel primo sacchettino anche del mais che, essendo bagnato, sciolse il sacchettino ancora prima che questo toccasse l’acqua.

Il secondo era infilzato male all’amo e si staccò miseramente per aria. Sul terzo nulla, poi al quarto una mangiata: una carpa, la carpa-gigante-cyprinus-carpio-25926837prima a fondo, sui sei chili, poi di nuovo nulla; l’ultimo, infine, era difettoso e si aprì in due prima ancora del lancio: un vero fallimento.

Lanciò comunque a fondo, visto che oramai aveva pagato per due canne e si concentrò su quella a galleggiante.

A un certo punto questo affondò, Lino ferrò e recuperò una minuscola alborella agganciata per il ventre.
Innescò di nuovo e rilanciò, pasturando a mano intorno all’astina rossa del galleggiante; un altro paio di mangiate, un pesce, una carpa di certo, preso e perso, quindi una ferrata a vuoto, poi nulla per un’altra ora.

Erano le cinque del pomeriggio, rimaneva un’ora e mezza; smontò l’inutile canna a fondo per risparmiare tempo e concentrarsi meglio su quella rimasta e lanciò con un’esca nuova quella a galleggiante; dopo un po’ questo cominciò a spostarsi, non c’era vento, quindi doveva essere un pesce che lo trainava ma senza decidersi ad abboccare, magari un’altra alborella rompiscatole.

Poi, all’improvviso, il galleggiante sparì, la punta della canna si piegò e questa quasi finì in acqua, ma era prudenzialmente legata alla staccionata con una corda elastica; Lino recuperò la canna, ferrò e sentì subito resistenza, molta.

Provò a recuperare col mulinello, ma non veniva un solo metro di filo, in compenso neppure il pesce tirava: probabilmente la preda aveva portato il filo sotto un ramo o una roccia subacquei e così Lino avrebbe dovuto strappare e rifare la montatura quasi di sicuro.

Fare forza con la canna era pericoloso, c’era il rischio di spezzarla, così prese in filo in mano e cominciò a tirare: non veniva e neppure si spezzava.

S’avvolse allora la lenza intorno alla mano e forzò, poi improvvisamente lo strappo: qualcosa si era messo a tirare dall’altra parte e a momenti gli tagliò una mano con il nylon, giusto il tempo di mollare il filo e riprendere in mano la canna.

p1060291-450-x-338-a0341878Il pesce aveva cambiato la sua tecnica attendista ed ora tirava, tirava come un motoscafo; Lino non riusciva a recuperare filo, poteva solo rendere la vita dura all’avversario tenendo la frizione del mulinello non troppo lasca, sperando di stancarlo.

Strinse quindi ancora un po’ la frizione e lasciò che la bestia corresse, tanto non c’erano altri pescatori a cui potesse dare fastidio, né ostacoli pericolosi per l’incolumità della lenza; poi, finalmente, l’animale rallentò: se era grosso era di certo anche vecchio e la resistenza nei vecchi, almeno negli umani, ma probabilmente anche nei pesci, scema in fretta.

Ora Lino riusciva a riconquistare qualche metro di lenza: ne recuperava tre, ne perdeva due, ma era in attivo, se non altro; cominciò ad usare la tecnica del “pompare”, quella che si pratica nella pesca d’altura, vale a dire tirava solo con la canna e quando aveva recuperato un po’ di lenza, riavvolgeva questa velocemente sul mulinello.

Le ombre si allungavano, ma non aveva tempo di guardare l’orologio e oramai era in attivo netto col recupero.

Il pesce cercava di resistere, ma non ce la faceva più a lottare, era quasi commovente: i pescatori “veri” riescono a immedesimarsi nei pesci, li rispettano.

Alla fine, come dice anche la Bibbia, l’uomo vinse sul leviatano, che in questo caso era una carpa di dimensioni mai viste per lui e che nessuno ne aveva mai presa una altrettanto grossa in quel lago, oltre trenta chili di certo, ma la bilancina di Lino non 12109094_1079424138764776_1935925154961730959_narrivava a tanto peso.

Il pesce era entrato a fatica nel guadino, date le sue dimensioni e di tirarlo su da solo, neanche a parlarne, così Lino scattò una foto veloce al gigante ancora inguadinato, poi si sporse oltre la staccionata, lo slamò e lo liberò semplicemente rovesciando la rete del guadino.

Il pesce si avviò lento a maestoso verso il suo regno, umiliato, sconfitto, ma dignitoso.

Fu allora che Lino si rese conto di quanto crudele, a volta, possa essere il divertimento del pescatore, anche di chi libera il pescato ed allora pianse, pianse per la propria vittoria perché questa aveva significato la sconfitta e l’umiliazione del suo avversario.

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Pubblicato da su ottobre 17, 2015 in Racconti

 

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