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CASELLO FERROVIARIO

06 Ott

CASELLO FERROVIARIO

Ad Augusto P. da bambino piacevano i treni ed avrebbe voluto fortemente, da grande, fare il ferroviere: non il capostazione o il capotreno, ma proprio il macchinista che li guida.

Ma non fu possibile.

Fece il concorso e per un qualche motivo non lo passò, ma come partecipante gli vennero offerte opzioni alternative: una di 67028066queste era un posto di casellante, che evidentemente nessuno aveva voluto, in un casello ferroviario situato ad un valico di confine.

Era una linea usata solamente da treni merci, anche perché da settembre ad aprile inoltrato il valico era impraticabile per neve. Il compito del casellante era sorvegliare la il tratto di ferrovia di sua competenza, segnalando eventuali problemi, come magari la caduta sui binari di rami o tronchi troppo pesanti per lui da spostare a mano, non certo di cavi della linea, perché i treni che passavano di lì non erano a trazione elettrica, ma un tempo andavano a carbone ed ora con motori diesel proprio per evitare il problema della neve sui fili.

Alle prime nevi o nebbie, poi, doveva mettere i petardi sui binari per segnalare le difficoltà ai macchinisti dei convogli.
Augusto aveva un bel dannarsi durante l’inverno a pulire le rotaie dalla neve, ma poteva farlo solo per qualche decina di metri prima e dopo il suo casello, non certo per decine di chilometri, ma del resto era una fatica di Sisifo, infatti, i pochi treni che passavano da lì erano sospesi durante quei mesi terribili e impraticabili.

Non era un bel lavoro il suo, non dal punto di vista umano, da solo, visto che non aveva né una moglie, né una compagna, visto che il paese più vicino, se così si può chiamare, era a parecchi chilometri e lassù non c’erano né case, né altro, ma lui era un solitario per natura e dunque gli andava bene così: aveva un lavoro che nessuno gli avrebbe portato via ed era già tanto.

Poi il traffico merci su rotaia era stato di fatto abbandonato, almeno su quella linea e dirottato su un’altra linea più agevole e moderna, con riscaldatori agli scambi e dal suo casello non era più passato alcun convoglio oramai da anni.

La linea, il casello, il casellante, erano stati in pratica abbandonati, anche se in banca continuava ad arrivargli lo stipendio,

Augusto non sapeva cosa stesse a fare lì, ma del resto non aveva altro luogo in cui andare. 5793_1755475021397678_4630405183864523329_n

Così rimase lassù da solo, dimenticato da tutto e da tutti.

Non proprio da solo: Augusto P. aveva un cane, un cane senza razza e senza neppure un nome. L’uomo, il casellante, lo chiamava con un fischio, oppure semplicemente “cane”.

Non c’erano smancerie fra loro, ma si volevano bene, era chiaro, non poteva essere altrimenti, visto che erano solo loro uno per l’altro l’unica presenza vitale, a parte alcuni animali selvatici dei boschi che d’inverno, quel lungo inverno di otto mesi, sparivano anch’essi.

Che pace, se la si sapeva apprezzare, che silenzio! Non un canto d’uccello per tutto quel bianco e gelido periodo e poi la neve, che talora raggiungeva diversi metri di spessore, attutiva ogni rumore, perfino quello dei rami che a volte si spezzavano vinti dal peso della neve stessa e del grande gelo.

Se non altro nella breve stagione calda, anche se lì caldo, caldo non lo faceva mai, Augusto aveva da fare: soprattutto ammucchiare legna per l’inverno, per il camino e la stufa che dovevano impedire a lui e al suo cane di assiderare.

Poi andava a caccia o a pesca, anche se non amava fare del male agli animali, ma raggiungere il paese era lontano, la sua utilitaria era morta di freddo e di gelo e di ruggine e lui e il cane dovevano mangiare per non morire anch’essi.

Ciò che non consumavano al momento veniva congelato e tenuto per la stagione impraticabile.

Poi Augusto aveva fatto un piccolo orto sul retro del casello, che con quelle temperature e a quell’altitudine dava ben poco, ma indexcomunque qualcosa dava ed infine c’erano frutti e bacche selvatici da raccogliere e qualche fungo da essiccare: gli pareva di essere un po’ come la formica della fiaba, quella che accumula per l’inverno.

A volte, dopo il disgelo, non appena apriva la porta del casello – casa, il cane partiva a razzo verso la libertà dei boschi, magari a caccia, risvegliando un antico istinto di improbabili antenati o forse in cerca di un amico con cui giocare: uno scoiattolo, un volpacchiotto, un tasso.

Augusto lo chiamava, fischiava, lo inseguiva, poi quando riusciva a rintracciarlo o a convincerlo a richiami e urla a tornare, lo sgridava, gli faceva lunghi ragionamenti, a volte vinto dalla solitudine e dalla voglia di calore animale, lo abbracciava e lo baciava sul collo robusto.

Ora che non c’erano più i treni, erano proprio soli ed invecchiavano entrambi: difficile dire quanti anni avesse l’uno e quanti l’altro, forse neppure Augusto P. il casellante se lo ricordava più.
Invecchiavano con tutto ciò che di negativo la vecchiaia porta con sé: acciacchi, la vista che cala, le malinconie e i rimpianti.

Quando vi era il disgelo e Augusto spalancava la porta, oramai, il cane non scappava più di gran carriera tra i boschi ad innaffiare e marcare il proprio territorio: dormiva quasi tutto il giorno, presagio, forse di quel lungo sonno eterno che lo avrebbe presto atteso.

Del resto Augusto non era più in grado di fischiare, senza denti come era diventato; si era anche lasciato crescere una lunga 2h3y0zsbarba per non doversi specchiare troppo spesso, per non vedere sul proprio volto i fallimenti di una vita sprecata senza contatti umani.

Vennero altri lunghi inverni e brevi primavere: chiamarle estati era perfino pleonastico, vennero altri acciacchi e non vennero mai più treni e nessuno si ricordava più del casellante, che forse avrebbe meritato la pensione: semplicemente se l’erano scordato tutti, tranne un sistema automatico che gli versava stipendi su un conto dimenticato dove questi si accumulavano inutilmente.

Un tardo aprile Augusto spalancò la porta per fare cambiare l’aria che sapeva di fumo di camino e il cane si avviò verso l’esterno con andatura incerta e zoppicante: non lo faceva più da anni. Augusto lo guardò e gli venne una lacrima, poi lo vide addentrarsi nel bosco, ma lo lasciò andare: non poteva di certo allontanarsi troppo e nel bosco c’erano ancora larghi tratti innevati in cui era difficile muoversi.

Nel pomeriggio il cane non era tornato, allora Augusto lo chiamò, tentò un fischio non riuscendovi, quindi prese un lungo bastone per appoggiarvisi e andò a cercarlo.

Gandalf-gandalf-12059931-960-404-800x336Si faceva buio, un buio senza luna, Augusto capì che forse il cane era andato a morire con dignità, perché la morte offende, ed era andato a farlo fra le nevi, come fanno i vecchi eschimesi di alcune tribù Inuit, o così aveva letto tanti anni prima.

Era buio, Augusto tornò piangendo al casello e ogni tanto chiamava l’animale. Rimase lì, in attesa di un cane che non sarebbe più tornato e di un treno che non sarebbe più passato.

Forse presto sarebbe andato anche lui a nascondersi nel bosco per morire con dignità, mentre gli stipendi si sarebbero accumulati sul suo conto corrente come la neve contro l’uscio del casello.

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Pubblicato da su ottobre 6, 2015 in Racconti

 

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