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LA FOSSA DELLE CROCI

14 Set

LA FOSSA DELLE CROCI

(Questo racconto prende spunto da una leggenda tradizionale brasiliana)

C’era una volta un uomo di nome Gilberto, un uomo qualunque, con tutti gli indici a metà: mezza età, un lavoro medio, possibilità economiche medie, mediamente dotato fisicamente e intellettualmente.

Insomma nella media e quindi, a voler ben guardare l’etimologia del termine, un mediocre.

Ed era anche mediamente insoddisfatto della propria vita, forse a ragion veduta.

Il suo lavoro non era proprio quello che avrebbe voluto fare, ma lo faceva perché, alla fine, bisogna pure mangiare.

Mangiare poco, però, perché col suo stipendio c’era da stare bene attenti a come si spendeva il denaro e mai, o quasi, Gilberto poteva permettersi delle spese extra, qualche piccola soddisfazione, uno sfizio, fosse pure un libro.

Ma lui, tutto sommato, era una persona che si accontentava facilmente, che sapeva fare rinunce senza troppi rimpianti.
Il problema, però, è che quando si vive sulla linea di confine fra il bene e il male, quelli propri, non quelli che si fanno agli altri, facilmente si può scivolare verso le negatività e i cursori posti al centro possono tutti insieme spostarsi all’improvviso verso la parte rossa, quella di pericolo.

indexCiò, spesso, accade quando s’inizia la seconda parte della propria vita, quella meno piacevole, la pericolosa e veloce discesa verso il declino fisico, sentimentale, emotivo, esistenziale.

Successe che Gilberto perse anche quel lavoro mediocre e noioso: poco male, se lui fosse stato di vent’anni più giovane, ma alla sua età è molto difficile trovare un nuovo impiego, perché vengono preferiti i giovani che, si pensa, diano maggiori garanzie di longevità, di attività e, soprattutto, costano meno.

Con la perdita del lavoro, dovettero aumentare anche le rinunce.

Dal lato sentimentale, poi, se la sua vita non era mai stata un’entusiasmante sequenza di emozioni intime, col passare degli anni vide allontanarsi anche gli amici: ognuno coi propri impegni, il proprio lavoro, la propria famiglia.

A tutto questo si cominciarono ad aggiungere piccoli contrattempi quotidiani: rottura di elettrodomestici, guasti, smarrimento di effetti personali, piccoli e medi problemi di salute e via dicendo.

Cose, tutto sommato, di poco conto, ma che se si vanno a sommare le une alle altre rendono la vita ancora più amara.
Gilberto chiamava il loro insieme e la vita che conduceva “la mia croce”.

Ed anche il suo carattere, allora, fino a quel momento mite e paziente, mutò: cominciò a lamentarsi, a urlare quando era solo in casa o chiuso in macchina, a imprecare, a maledire tutto e tutti, compreso Dio che non lo ascoltava e non lo aiutava; ma un giorno, invece, Dio lo ascoltò e gli parlò; mandò un angelo come messaggero a prenderlo e lo fece condurre al suo cospetto.

Forse Dio ha l’aspetto che noi immaginiamo e che gli diamo: a Gilberto apparve come un vecchio con capelli e barba bianchi, vestito con un lungo camicione di colore azzurro e seduto su un trono di legno dorato con seduta e schienale di velluto rossoindexfds porpora, sormontato da un’aureola di forma triangolare e disposto su una soffice nuvola sulla quale, però, era facile camminare come sulla terraferma.

Di fronte al suo trono c’era una normale poltroncina impagliata sulla quale fu fatto accomodare Gilberto, l’ospite.

“Oddio – pensò l’uomo – io non credevo esistesse davvero, altrimenti non lo avrei insultato, non lo avrei bestemmiato e maledetto. Adesso chissà cosa mi farà, quale sarà il suo tremendo castigo…”.

Correva voce, infatti, che Dio potesse essere estremamente misericordioso ma anche estremamente crudele e vendicativo.

Ma Dio non pareva arrabbiato con lui, parlava con voce profonda, ma pacata: “Eccoci qui, Gilberto: tante volte mi hai invocato, a volte non sei stato troppo gentile nei miei confronti, ma come potrai immaginare io ricevo tante richieste, tante suppliche, anche tanti insulti e molti vogliono parlare con me, per cui devo evadere le richieste in ordine d’arrivo.

È vero che io sono Dio, ma il tempo non dipende da me e miliardi di persone me ne portano via tanto. Dunque, esponimi i tuoi problemi”.

Rincuorato da quelle parole pacate, Gilberto riprese animo e colore e si lasciò andare alle proprie rimostranze: “Vedi, se tu ogni 7879genoasamp_crocitanto guardassi giù, sulla terra, vedresti che ci sono troppe disparità: gente a cui va tutto bene e gente a cui va tutto male e non c’è mai una compensazione. Io sono uno di quelli a cui tutto va male, lo è sempre andato e continua a farlo”.

Era strano che un uomo mortale fosse lì a parlare da pari a pari col Creatore, ma era forse l’unica e ultima occasione che Gilberto aveva.

“Vedi – gli rispose sempre pacatamente Dio – mi sembrava di essere stato chiaro al momento in cui vi ho creato: vi ho dato l’intelligenza, il dominio sul mondo, ma vi ho dato anche il libero arbitrio per essere voi stessi buoni o cattivi, per essere gli artefici della vostra vita, per fare sì che questa sia serena o tribolata. Tutti ne avete avuto l’opportunità, ma non tutti l’avete saputa sfruttare”.

A questo punto Gilberto si alterò un poco, come faceva nelle discussioni di politica o di sport con gli amici, quando ancora ne aveva: “Eh no, troppo comodo: a catechismo ci hanno insegnato che siamo stati creati a tua immagine e somiglianza per condividere la tua gioia di esistere; tu sei onnipotente, tu puoi dare gioia e dolore, fortuna o disgrazia, eppure lasci che ci siano bambini che muoiono di fame, di malattie, di violenza, mentre vecchie canaglie gozzovigliano e muoiono sazie e soddisfatte in età avanzata: questo non è libero arbitrio, questo non è essere fautori delle proprie fortune: che colpa ne ha un bambino se nasce in una nazione dove tu non fai piovere da anni?

Che colpa ne ha un uomo se lavora in un ambiente contaminato che lo fa ammalare? Io credo che tu dovresti ascoltare un po’ di più la gente, distribuire con più giustizia le cose positive e negative, se proprio non puoi fare a meno che queste ultime ci siano”.

Gilberto si era lasciato andare troppo? Aveva osato troppo nei confronti del suo creatore? Era come il cane che morde la mano del padrone?

Ma se il padrone invece che cibo e amore gli dà bastonate, il cane ha tutti i diritti di mordere. “Caro mio, pensa che noia se risolvessi tutto io, non sareste altro che marionette, burattini manovrati da me se non aveste il libero arbitrio, la casualità degli Croci-600x398eventi e nella casualità ci sta anche che uno abbia molto e uno nulla, ma non dimenticare che la vita terrena è solo un piccolo esame che introduce poi alla vera vita, quella eterna e lì… beh, non ti posso rivelare proprio tutti i miei segreti, ma una cosa la posso fare: tu ti lamenti della tua croce? – (e in quel momento ai piedi dell’uomo apparve una grossa croce di legno) – ma molti, quasi tutti lo fanno: ti do un’opportunità, guarda!”.

E così dicendo Dio fece un gesto che spazzò via una parte di nuvole ed apparve una enorme fossa piena di croci di legno simili a quella di Gilberto: “Getta dunque la tua croce nella fossa, ma attenzione: come ti ho detto tutti hanno una croce da portare, anche se a te non sembra per cui entra lì dentro e scegline un’altra da portare, quella che ti sembra meno gravosa”.

Ciò detto Dio sparì con tutto il suo trono e lasciò Gilberto alle prese con la croce, la fossa e il dilemma.

Senza indugi lui gettò con soddisfazione la sua maledetta croce là dentro, poi entrò in mezzo al cumulo di croci e si mise a cercare; ogni volta che ne toccava una gliene appariva il peso, materiale e morale, che avrebbe dovuto sopportare.

Gilberto rimase là dentro un tempo infinito, esaminò tutte le croci ad una ad una ed alla fine ne uscì portando con sé di nuovo la sua vecchia croce.

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Pubblicato da su settembre 14, 2015 in Racconti

 

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