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IL CORPO

30 Ago

IL CORPO

Era circa la metà degli anni ’60 quando Phil Corby si laureò in astrofisica: le sue passioni erano quelle, l’astrofisica e la nascente astronautica.

Lo erano state fin da quando, da ragazzino, aveva letto i primi romanzi di fantascienza: i razzi, la possibilità di esplorare lo spazio, magari altri mondi, incontrare, forse, altre forme di vita.

Si era laureato, ma non era mai uscito dall’università: brillante era brillante e così gli fu offerto un posto come insegnante lì dove fino a poco prima era stato studente.
index2In realtà era solo un assistente, uno di quelli che tengono le lezioni al posto dei titolari troppo impegnati a fare altro, lui con uno stipendio da fame, mentre chi non faceva nulla guadagnava cifre che lui neppure avrebbe osato sognare, ma era la sua vita, la sua passione, ciò che voleva dalla vita.
Insegnò per pochi anni, credendo di essere il depositario della verità, salvo accorgersi l’anno seguente di quanto fosse ingenuo il suo metodo, di come di anno in anno si cambia, ci si perfeziona e lo si fa solo provano, sbagliando, riprovando, riflettendo, cercando nuove strade.

La stessa cosa, probabilmente, accade a tutti e in ogni campo: anche le invenzioni, le scoperte che fino a pochi anni prima sembravano meraviglie insuperabili, già dopo un anno apparivano ingenue, obsolete, superate.

Così la stessa astronautica.

Al lancio del primo satellite pareva che quello fosse un limite insuperabile, ma poi ne vennero altri più evoluti, poi ci fu il sacrificio della cagnetta Laika ed ora si era pronti per lanciare l’uomo, magari per un atterraggio sulla luna: anzi, si mormorava che i russi l’avessero già fatto, ma poco usciva da oltrecortina e poco i suoi connazionali avevano interesse a fare sapere di essere stati superati nella corsa allo spazio dal loro tradizionale nemico.

Fu al terzo anno del suo incarico presso l’università che ricevette la proposta di passare alla N.A.S.A: la prospettiva non era solo di partecipare ai gruppi di studio e ricerca, ma addirittura di essere ammesso alle selezioni per aspiranti astronauti: il sogno di una vita, fosse stato pure l’ultimo atto di questa.images

Tutto fu positivo: i test attitudinali, culturali e anche fisici e così Phil finì ne gruppo ristretto degli aspiranti astronauti, tutto, ovviamente, in gran segreto, perché l’opinione pubblica non avrebbe tollerato alcun fallimento, fallimenti peraltro costosi in fatto di denaro pubblico ed anche d’immagine internazionale.

Erano i tempi della guerra fredda e la politica veniva sopra di tutto.

Poi un giorno gli arrivò la notizia, in gran segreto, che sarebbe stato proprio lui il prescelto per un lancio con passeggiata spaziale: non era proprio come posare il piede sulla luna o su un altro pianeta, ma era la realizzazione di una vita decisa fino da quando era bambino.

L’astronautica, però, come detto, era un po’ come il suo insegnamento: ogni anno migliorava e rendeva puerile tutto ciò che era stato fatto fino ad allora.

Anche l’elettronica, i calcolatori nel particolare, erano ai primordi, con ampi margini d’errore; ampi, forse proprio no, ma un piccolo errore su quelle distanze diventa un grande errore che può anche costare caro.

Addirittura la passeggiata spaziale era un azzardo, così, come primo tentativo di uomo nello spazio, sempre che fosse stato il primo, perché se ce ne fossero stati altri falliti, in precedenza, nessuno lo avrebbe mai saputo e nessuno avrebbe saputo se fosse andato male anche quello, nessuno tranne lui, il protagonista, ma lui in tal caso non avrebbe potuto mai riferirlo a nessuno.
Il problema era l’ancoraggio dell’astronauta alla navicella  durante l’uscita fuori dalla capsula: una catena neanche a parlarne:

The astronaut

troppo ingombrante, anche se il peso lassù sarebbe stato insignificante, ma una catena non è flessibile ed è anche scomoda, allora si optò per un cavo in dacron della sezione di un centimetro, un cosa risibile, a pensarci ora, un cavo appena sufficiente ad ormeggiare una barchetta da diporto, ma come detto a quei tempi sembrava la soluzione più sicura.

Anche la tuta che avrebbe indossato Phil nella sua breve passeggiata fra le stelle era piuttosto approssimativa, a guardarla ora: un respiratore ad ossigeno poco più perfezionato di quelli che usano i subacquei, con filtrazione dell’ossigeno per il suo riciclo, ma non si ricicla certo all’infinito e senza considerare, poi, le temperature che c’erano lassù, molto vicine allo zero assoluto.

Pareva che Phil fosse al sicuro al cento per cento, ma in realtà il tutto era molto approssimativo: un tentativo, niente più, che se fosse andato male avrebbe solo causato una silenziosa e misconosciuta vittima verso il progresso.

Il lancio avvenne di notte da una località sconosciuta, senza giornali e televisione, in gran segreto, cosa in cui i suoi connazionali erano di certo più bravi che non nella sicurezza.

Sembrò fin da subito che tutto fosse nato sotto una cattiva… stella era proprio il caso di dirlo; prima un ciclone imprevisto rimandò il lancio, poi un operaio cadde dalla rampa e morì, ma alla fine il lancio ebbe luogo: Phil fremeva come un bambino a Natale: la terra vista da lassù era bellissima! Altro che aereo… poi dopo l’inserimento in orbita e lo spegnimento dei propulsori, venne il momento più atteso, l’uscita, la passeggiata spaziale.

Primo portello, chiusura, vestizione e legatura, casco, avvitato con semplici viti a farfalla, secondo portello aperto e fu finalmente fuori, forse con troppa foga.

Laddove non c’è attrito è difficile controbilanciare una spinta nel vuoto: è il primo principio della dinamica, quello d’inerzia.
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Poi ci si misero altre leggi fisiche studiate fino all’ora solo sui libri dall’incauto protagonista: la forza elastica, l’energia potenziale e poi il freddo che andò a rendere quel ridicolo cavo fragile come vetro… e fu così che il cavo si spezzò.
Phil fu lanciato nello spazio, lontano dalla navicella; cercò di “nuotare” come fanno i paracadutisti, ma senza aria, senza attrito, non era possibile.

Già, l’attrito è carogna: c’è quando ti fa consumare carburante, pneumatici e suole di scarpe, ma mai quando serve.

Per Phil non c’era speranza: prima o poi l’ossigeno sarebbe finito comunque e sarebbe morto dopo una lunga consapevolezza della propria fine: meglio finire in fretta, come diceva Shakespeare, così svitò il casco e lo lanciò nel nulla e quasi all’istante fuggirono dal suo scafandro l’ossigeno, i batteri buoni e cattivi e la sua stessa vita.

* * *

Nell’anno 2030 l’uomo era già stato a spasso sulla Luna, aveva fotografato Marte e vari altri pianeti, aveva basi spaziali internazionali stabili dalle quali si andava e veniva.

Un giorno un inconsapevole “collega” del povero Phil era fuori dalla propria capsula spaziale con un ancoraggio ben più sicuro di quello che a uno sconosciuto di cui non sapeva nulla era costata la vita, quando si vide passare accanto, in un’orbita eterna e misteriosa, un corpo, un corpo indecomposto dalla mancanza di aria e batteri; aveva gli occhi chiusi, ma pareva sorridere.

Per un attimo l’uomo pensò di avvertire qualcuno, di tentare il recupero del corpo, ma pareva così sereno…

Meglio lasciarlo vagare lassù: forse, un giorno qualunque dell’eternità la sua orbita avrebbe magari incrociato quella di Dio.

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Pubblicato da su agosto 30, 2015 in Racconti

 

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