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IL COLPEVOLE

20 Ago

IL COLPEVOLE

A volte le cose nella vita non vanno come dovrebbero e allora ci si lascia andare, si arriva, volenti o nolenti, a soluzioni estreme.

Quando Gianfranco aveva perso la moglie, che se n’era andata col suo principale, quando era rimasto senza lavoro e doveva pure pagare gli alimenti a quella traditrice mantenuta, aveva dapprima perso la casa e per alcuni mesi aveva dormito in macchina con addosso tutti gli indumenti che possedeva: alcuni indossati, altri adoperati come coperta.

Poi, visto che assicurazione e bollo erano scaduti e che lui non aveva soldi per pagarli, gli avevano sequestrato anche quella ed era finito sotto il classico ponte là, in fondo (o se si vuole all’inizio) di via Melchiorre Gioia, dove una volta c’era il Naviglio ed ora, invece, c’era un sottopasso per pedoni e biciclette.

imagesSe non altro là sotto non c’erano pioggia e neve a bagnarlo, anche se a volte doveva litigarsi il posto con arabi, neri, romeni, altri poveracci come lui, perché la miseria non guarda in faccia nessuno, non chiede permessi di soggiorno né passaporti.

Un giorno, visto che c’era un timido raggio di sole, forse perfino troppo timido per riuscire a scaldargli le ossa, si era portato fuori dal suo buco, su un fazzoletto di erba malata e asfittica.

“Che schifo! Ci sta un barbone là a terra, dove sporcano i cani” sentì dire da una signora in pelliccia che era andata a prendere il figlio a scuola e che gli dava questo bell’insegnamento di compassione, carità e solidarietà.

Ovviamente il suo disgusto era per il barbone, cioè lui e non per gli escrementi animali.

Quell’episodio gli fece male, un male cane, fu l’unica volta da quando Giorgia l’aveva lasciato che avrebbe voluto piangere di rabbia, di umiliazione: avrebbe voluto uccidere quella donna là, in mezzo agli escrementi dei cani, alle minzioni dei senzatetto, ma un barbone non è più capace di piangere né di reagire.

E infatti non fu lei, la signora impellicciata a morire, bensì un anziano professore di liceo, trovato sgozzato a poche decine di metri dai cartoni che lui chiamava casa.

Il professor Gabriele Malacarne proveniva da via San Marco dove aveva sede il liceo classico in cui lavorava da quasi quarant’anni e andava verso la stazione centrale, nei cui pressi abitava e aveva fatto il sottopasso dove Gianfranco viveva (lui andava sempre a piedi per tenersi in forma per la sua bella e giovane mogliettina).

Sfoggiava un cappotto di cammello con un evidente rigonfio all’altezza del petto, sul lato sinistro, là dove si tiene il portafogli e poi aveva appena riposto nella tasca destra un costoso cellulare, il più costoso in commercio: lui era uno a cui piaceva sfoggiare finisce-nel-sangue-una-rapina-in-borgo-venezia-un-uomo-rimane-accoltellatola propria agiatezza economica, ma non è mai intelligente farlo di sera in luoghi bui ed isolati.

Dall’altro lato della strada rispetto al sottopasso e ai giardinetti c’era, oramai in disuso, quella che un tempo era la mensa dei poveri: fu lì che lo trovarono, seduto sui gradini, la testa quasi staccata dal resto del corpo e reclinata sul petto e il suo bel cappotto cammello imbrattato da litri di sangue.

Qualcuno lo vide mentre andava al vicino ospedale Fatebenefratelli per una visita di controllo e diede l’allarme dopo una lieve titubanza: chissà se veramente le telefonate ai numeri di emergenza non si pagavano?

Arrivarono un paio di volanti e un’ambulanza, oramai inutile; poi, con tutta calma, giunse il magistrato che avrebbe dovuto autorizzare la rimozione del corpo.

Un giornalista, il più veloce ad intervenire dopo aver intercettato col suo scanner illegale la comunicazione fra l’anonimo e le forze dell’ordine, stava già prendendo appunti per scrivere il pezzo: “Il cadavere di un uomo con la gola squarciata ( un tocco di splatter ci vuole per suscitare l’interesse dei lettori) è stato ritrovato stamattina presto da un passante sui gradini della ex cucina economica di viale Monte Santo, all’angolo con via Melchiorre Gioia: gli inquirenti non escludono l’ipotesi dell’omicidio”.

Sì, era proprio così che si scrive un bell’articolo di cronaca nera: il direttore sarebbe stato contento ed i lettori del genere incuriositi.

Certo che è difficile che un uomo muoia sgozzato per cause naturali o che scelga di uccidersi in quel modo senza un’arma vicina, per altro, e in quel luogo: il suicidio, di solito, richiede un po’ di riservatezza e di pudore.

Quando arrivò la scientifica gli uomini in tuta bianca rilevarono che mancavano portafogli, orologio (un Rolex d’oro autentico “Made in P.R.C”), e il telefono cellulare di ultima generazione.

Il cronista, che aveva l’orecchio buono, ascoltò tutto ed aggiunse ai suoi appunti: “Si ipotizza una rapina come movente del presunto omicidio”.

Non c’erano, dunque, documenti, ma la moglie dell’uomo, di oltre vent’anni più giovane, nonché sua ex allieva al liceo classico, ne aveva denunciato la scomparsa quando la sera prima non era rientrato a casa dopo il collegio docenti a scuola, però alla carcerepolizia le avevano risposto che perché una persona sia ritenuta scomparsa e si possano iniziare le ricerche occorrono quarantotto ore, ma il professore non le aveva avute tutte quelle ore.

Iniziarono le indagini della mobile e dell’investigativa, squadra omicidi: sapevano che la zona era mal frequentata, che c’erano barboni ed extracomunitari che dormivano al coperto del sottopasso, a terra, in mezzo alle esalazioni degli escrementi dei cani, dei loro stessi e dell’urina di chiunque passava, compresi gli studenti che i professori, a scuola, non avevano lasciato andare in bagno e che, allora, passavano là sotto per liberarsi la vescica, del resto, si sa: chi non piscia in compagnia…

I marocchini, i senegalesi e i romeni erano spariti in fretta e furia: loro hanno sempre dei connazionali disposti ad aiutarli, a proteggerli, nasconderli, dare loro parte di quel poco che possiedono; Gianfranco invece era rimasto là, lui non aveva nessuno, né un altro posto dove andare.

Mentre i poliziotti ispezionavano il suo rifugio e distruggevano la sua improvvisata casa di cartone, lui fu fermato precauzionalmente, ammanettato e portato via; non ci volle molto perché trovassero a poca distanza, per la precisione nel cestino dove venivano gettati i sacchetti con le deiezioni canine, il coltello a serramanico, verosimilmente l’arma del delitto, come più tardi avrebbero confermato le analisi della scientifica che aveva imparato come si fa dai telefilm americani.
Impronte non ce n’erano, ma cosa importa?

Avevano il colpevole giusto, preso vicino all’arma, al luogo del delitto, con un valido movente, la rapina, anche se nel suo giaciglio non avevano trovato né portafogli, né orologio, né cellulare: chissà dove li aveva nascosti… forse li aveva già rivenduti e se li era bevuti, ma in fondo anche senza quegli oggetti, ce n’era abbastanza.

Comunque una bella confessione sarebbe stata l’ideale, ma quello non parlava, non diceva nulla né in un senso, né nell’altro, ma già il fatto che non si difendesse, che non fornisse un alibi… ma che alibi può mai avere un senzatetto solo al mondo.

Lo picchiarono un po’, caso mai gli si fossero risvegliate un poco di memoria e di coscienza, ma neppure così disse nulla; in ogni caso gli chiamarono un avvocaticchio d’ufficio e lo mandarono a San Vittore.

In fondo là dentro non stava male: era all’asciutto, al caldo, gli davano da mangiare tre volte al giorno, caffé compreso Il processo fu una cosina veloce, veloce: il feroce assassino non aveva un alibi, aveva un movente, l’arma era lì vicino…

Forse un vero avvocato, uno di quelli da ricchi, avrebbe obiettato che mancava la refurtiva, mancavano impronte e quel poveraccio non possedeva neppure un paio di guanti e se avesse pulito l’impugnatura del coltello con un fazzoletto o con uno dei suoi indumenti sudici, hai voglia di tracce… ma quello no, non li guardava i telefilm: lui voleva solo finire in fretta quel processo che non gli fruttava un centesimo; non chiese neppure i domiciliari, tanto che domicilio poteva avere un homeless? Fu la condanna più veloce di tutta la storia della giurisprudenza.

Lo trasferirono al carcere di Opera; anche là non si stava male: oltre i pasti, un tetto, il riscaldamento, c’erano anche panni puliti e docce.

All’inizio anche gli altri detenuti lo picchiarono un po’, per fargli capire come funzionava là dentro, poi persero interesse a lui e così riprese ad essere uno degli invisibili.

Non avrebbe mai pensato che la vita in carcere fosse così serena e semplice, ma era vita? oppure era un’attesa di non si sa che cosa, forse della morte.

C’erano anche la televisione e una biblioteca e il medico se stavi male e il barbiere, un detenuto che aveva sgozzato moglie e figli col rasoio a mano libera.

Passarono gli anni ed ognuno di essi era uguale agli altri; facce sconosciute andavano e venivano, come in un albergo: mai nulla di nuovo.

Gli concedevano anche, un’ora al giorno, di uscire a guardare il cielo, o almeno quello spicchio che se ne vedeva nel piccolo cortile dalle alte mura, così alte che d’inverno il sole non riusciva ad entrarvi.

Nessuno chiese per lui un processo d’appello, era ritornato nel dimenticatoio degli umani; carcere a vita, gli avevano detto e indexdato, per la brutalità, per i futili motivi, perché era un essere inutile alla società, perché era solo al mondo.

Qualcuno fra gli stranieri aveva visto che lui non si era mosso dal suo posto per due giorni, quello era il suo alibi, ma nessuno si fece avanti e poi, comunque, non gli avrebbe creduto.

Alcuni detenuti incidevano il muro per marcare giorni, mesi, anni, per saper quanto sarebbe mancato alla loro liberazione, lui no: come fai a marcare una vita?

Che fossero passati tre, cinque, dieci, quindici anni dalla sua condanna non lo sapeva e, in fondo, che cosa importava? Ma successe che dopo tre lustri un uomo in fin di vita per un cancro volle confessare l’omicidio; la rapina? solo per sviare i sospetti.

Quell’uomo, il rispettabile professore, era in realtà uno che molestava le allieve adolescenti in cambio di voti e promozioni, da sempre, tanto che una l’aveva anche sposata, ma quando quell’uomo, ora moribondo, seppe cosa il professore aveva fatto a sua figlia, gli aveva teso l’agguato, proprio in quel punto, ben sapendo che di colpevoli là ne’avrebbero trovati a bizzeffe e sono quelli che l’opinione pubblica e la legge vogliono.

Ora, in punto di morte, visto che non rischiava più nulla e che aveva bisogno di un lasciapassare per l’al di là, vedi mai che ce ne sia uno, consigliato anche dal suo confessore, confessò, appunto e lo fece proprio al cronista che tanti anni e chili e capelli prima aveva seguito per primo il caso.

Non si poteva ignorare la risonanza della cosa, così rimisero Gianfranco in libertà con tante scuse, un po’ di denaro che gli avrebbe permesso di non vivere più nel sottopasso, gli trovarono pefino un lavoro, una nuova vita.

“Per me cosa cambia?” pensò Gianfranco: in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno l’aveva anche là, dietro il pesante cancello d’acciaio.

Come fu fuori ebbe quasi un capogiro: l’aria era diversa da quella che c’era là dentro, lo era il cielo; quello che gli era mancano per tanti anni, anche se non se n’era mai reso conto, era la libertà: il bene più prezioso.

Allora, solo allora, s’inginocchiò a terra e pianse, pianse come un bambino su quell’aria, quel cielo, quello spazio e sugli anni di libertà che gi avevano ingiustamente rubato.

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Pubblicato da su agosto 20, 2015 in Racconti

 

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