RSS

PESCAVO DI NOTTE

08 Ago

PESCAVO DI NOTTE

Che cosa sia la pesca, credo di averlo già detto: emozione, adrenalina, quel momento inimitabile e indescrivibile in cui senti lo strappo all’artificiale o vedi l’astina del galleggiante sparire o la punta della canna vibrare.

La pesca è anche competitività, non con altri, perché quelle sono le gare di pesca, che poco che hanno a vedere con la pesca come la intendo io, ma competizione con se stessi e con i pesci: superare il proprio record, il pesce più grosso, il maggior bambino-seduto-che-pescanumero di catture in un giorno o in una stagione, ingegnarsi per essere più furbo del pesce, per ingannarlo, per aggirare la sua esperienza, per combattere la sua forza e il suo istinto di sopravvivenza e voglia di libertà e trovare le contromisure e farlo con le proprie forze, non con la tecnologia.

Mi è capitato di vedere su un social network che hanno inventato una microcamera che messa sul filo mostra l’abboccata del pesce (era una idea che mi era venuta a quindici anni: sempre a precorrere i tempi io!): ma quella non è più pesca, la tecnologia esasperata toglie l’abilità del pescatore, è… slealtà!

Ma la pesca è anche altro.

Io personalmente ho provato tanti tipi di pesca: ho iniziato in mare, da bambino, con mia madre che mi accompagnava, lei che mi aveva comperato una cannetta di bambù ad innesti alla UPIM e poi mi innescava certi vermetti comperati dentro ad un blocco di pietra o di corallo, non so bene.

Solo quando andai per la prima volta a Sestri Levante ai tempi delle scuole medie, cominciai veramente ad imparare qualcosa della pesca e a catturare i primi pesci.

Poi, a quattordici anni, prendevo il treno all’alba per andare a Calolziocorte, dove l’Adda esce dal lago di Lecco (di Como, in realtà) e facevo un pastrocchio: usavo gli “amini colorati” o “scoubidou”, che sono una tecnica da fiume, innescati però con un’esca da mare, un impasto di pane e formaggio, eppure prendevo un discreto numero di alborelle, piccoli cavedani, a volte qualche pesce persico.

Poi le mie tecniche sono cambiate, si sono affinate: ho scoperto che si può anche perdere un’ora di tempo per osservare gli 75827033altri, i pescatori veri, “rubare” loro le tecniche, le montature, le esche (rubare metaforicamente, s’intende).

Qualche anno più tardi cominciai ad andare a pescare sui fiumi o sui laghi con l’anziano suocero di mia sorella: imparavo, ma collezionavo anche così tanti cappotti da riempirci un guardaroba.
Al mare, dove oramai andavo da solo sia d’estate che per le vacanze di Natale e Pasqua, pescavo muggini a canna a galleggiante, pescavo a bolentino dalla barca (ne ho avute due su cui uscire a pesca era da kamikaze), a lenza morta e poi coi gavitelli per occhiate e col galleggiante piombato per le aguglie.

Ma soprattutto, ben presto, pescavo di notte.

Che cosa è la pesca? Adrenalina, emozione, sfida, sì, va bene, ma non solo.

Cominciai, al mare, a Sestri Levante, dunque, ad andare a pescare di notte alle mormore, da solo, dal pontile dove, al tempo, si faceva lo sci nautico.

Pescando da lì invece che dalla spiaggia guadagnavo un po’ di metri.

Ancora una volta, forse, sbagliavo le tecniche, o meglio le facevo a modo mio: i vermi di mare, la tremolina, l’arenaria, i coreani e pescspiasimili, mi facevano schifo, per cui usavo pezzetti d’acciuga, che non è un’esca sbagliata, ma non adatta quanto i vermi marini, visto che le mormore mangiano sulla sabbia, anzi, vi grufolano dentro.

Comunque qualcosa prendevo, qualche mormora di peso non eccelso: due, tre etti, ma lo scopo non era solo la pesca come cattura, ma la pesca come insieme: ero da solo, guardavo le stelle cercando di individuare le costellazioni, respiravo il mare e non c’erano curiosi, seccatori, bambini che ti lanciano sopra la tua lenza, non c’era nessuno o quasi.

Che cosa è la pesca? Relax, meditazione, contatto con la natura, confronto intimo con se stessi, silenzio.

Un anno, avevo diciassette anni ancora da compiere, ero al mare per le vacanze di Pasqua; sinceramente non so come facessi a viaggiare in treno con la valigia, la canna, gli attrezzi da pesca: adesso quando parto per la villeggiatura metà bagagliaio è occupato dal fascio di canne, la borsa con gli attrezzi, il sacco con nasse e guadini, un sacchetto con altra roba misteriosa, ma torniamo a quegli anni, ahimè, lontani, a quell’anno.

Era marzo, almeno credo, ed era l’inverno (oramai primavera) seguente la prima estate in cui mi diedi alla pesca notturna, per cui la volli provare anche in quel periodo.

Allora a diciassette anni ancora da compiere, si era ragazzini, ma era un’epoca in cui un ragazzino può stare da solo di notte su di un pontile senza correre rischi, se non, tutt’al più, quello di addormentarsi e magari cadere in acqua.

Avevano ragione gli altri: non era stagione da mormore e difatti non ne presi, ma presi un branzino di quattro chili: era il mio primo pesce oltre il chilo ed avevo il cuore a mille: l’adrenalina.

Lo vendetti in pochi attimi al proprietario di una pescheria perché, chissà come, visto che non c’era praticamente nessuno in giro, la notizia si era diffusa ed erano arrivati diversi curiosi, ma poi il giorno seguente andai a chiedere che me lo prestassero 1039552_896631847043797_7931902995337352394_oper fargli una foto.

Col passare degli anni mi migliorai, cambiai più tecniche e negli ultimi anni in cui passai l’estate a Sestri Levante oramai pescavo solo a bolentino dalla barca, se qualche anima buona mi ci portava, oppure di notte a gronghi, come ho già avuto modo di raccontare in “notti sul molo”.

Non facevo certo faville: se andava bene prendevo cinque o sei gronghetti minuscoli, roba al massimo da mezzo chilo, ma avevo deciso che quella era la mia pesca.

Arrivavo verso le venti e trenta, anche se in luglio era troppo presto e c’era ancora il sole, allora aspettavo, prendevo in prestito un paio di sedie da quelle che i pescatori usavano quando passavano i pomeriggi a riparare le reti e appoggiavo la canna su una, e mi sedevo sull’altra.

Poi scoprivo che era meglio stare seduti a terra: il cemento del molo era ancora caldo e piacevole al contatto col corpo.

Arrivavo in bicicletta con la canna legata di fianco a quella della bici e al manubrio un secchio con ami, esche, sardine nello specifico, e una serie di vecchie maglie e golf perché di notte avrebbe fatto freschino: via, via le indossavo, come si suole dire, “a cipolla”, a strati.

A volte venivano amici a trovarmi, una sera passò e s’intrattenne con me anche un famoso cantante, con gli amici ridevamo, facevamo gli scemi e a volte si finiva per litigare, ma poi tutti se ne andavano: amici, cantanti, passanti e restavamo solo io e la notte.

grongoFino a una certa ora c’era la musica del locale in cima al molo, poi il silenzio.

Rimanevo fino a mezzanotte, ma non di rado, se non faceva freddo e abboccavano, anche fino alle due.

Non stavo solo pescando, stavo guardando il cielo, ascoltando il silenzio, pensando, respirando il confronto con me stesso, magari facendo bilanci, magari pensando a dove finiva l’universo, ai confini dell’infinito.

Prendere pesci? Era secondario: la pesca era tutto l’insieme; qualche volta c’erano altri pescatori, magari venivano una sola volta e agganciavano un bel sarago o un’aragostina, ma non importava.

Cos’è la pesca?

Non è solo prendere pesci e io lo so, perché io pescavo di notte.

images

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su agosto 8, 2015 in racconti pesca

 

Tag: , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: